Buongiorno, oggi è l'11 ottobre.
L'11 ottobre 2005 muore il regista Sergio Citti.
Cresciuto insieme al fratello Franco, che più tardi diventerà uno degli attori-feticcio di Pasolini, nelle difficili condizioni economiche e sociali della borgata romana, Sergio Citti incontra lo scrittore romano negli anni ’50, diventando ben presto il suo consulente per le parti in dialetto romano del romanzo “Ragazzi di vita”.
Pasolini rimane colpito dalla vivace intelligenza di Citti e consiglia al suo collega Mauro Bolognini di assumerlo come co-sceneggiatore per i dialoghi del film “La notte brava” (1959), che ne costituisce l’esordio professionale al cinema. All’inizio degli anni Sessanta, Sergio Citti comincia a collaborare come sceneggiatore ai film di ambientazione romana di Pasolini, “Accattone” (1961) e “Mamma Roma” (1962).
Pasolini lo promuove ben presto ad aiuto regista per l’episodio di “Rogopag” (1962) “La ricotta”, per “Uccellacci e uccellini”, interpretato da Totò e Ninetto Davoli, e per gli episodi “La Terra vista dalla Luna” (1966) e “Che cosa sono le nuvole” (1967).
All’inizio degli anni Settanta, sempre con l’aiuto dell’amico Pier Paolo, Citti si sente pronto a spiccare il salto nella regia girando “Ostia” (1970). Si tratta di una storia estrema, di follia e fratricidio, ambientata nel mondo ben conosciuto dei reietti delle borgate. Il film mostra subito la spiccata personalità dell’esordiente regista, che nel 1973 gira “Storie scellerate”, una sorta di Decamerone criminale, ambientato nell’Ottocento e raccontato da due condannati a morte.
Dopo aver collaborato con Pasolini come aiuto regista per il suo ultimo e tragico film, “Salò. Le 120 giornate di Sodoma” (1975), Citti torna a dirigere con “Casotto” (1977), una giornata di ordinario grottesco al mare, animata da un cast d’eccezione che include Paolo Stoppa, Gigi Proietti, Franco Citti, Michele Placido, Ugo Tognazzi, Jodie Foster e Mariangela Melato.
Nel 1979, realizza per la Rai il film “Il minestrone”, una curiosa e surreale divagazione sulla fame e sulla creatività interpretata, oltre che dai soliti Citti e Davoli, anche da Roberto Benigni e dal compianto Giorgio Gaber. Ancora per la TV pubblica realizza le dieci puntate di “Sogni e bisogni” (1985). Gli episodi, introdotti da Giulietta Masina nel ruolo del “Destino”, vedono la partecipazione di quasi tutti i più famosi comici dell’epoca, da Verdone a Montesano, da Villaggio a Pozzetto, fino a Francesco Nuti e Maurizio Nichetti.
Nel 1989 torna sul grande schermo con “Mortacci”, un’altra storia a episodi ambientata in uno stralunato cimitero. Nel cast corale anche Vittorio Gassman, Malcolm McDowell, Mariangela Melato e Sergio Rubini.
Nel 2000 è la volta di “Vipera”, su sceneggiatura di Vincenzo Cerami, con Harvey Keitel e Giancarlo Giannini. Il suo ultimo film è “Fratella e sorello” (2005), una commedia interpretata da Claudio Amendola.
Da tempo malato, Sergio Citti muore l’11 ottobre del 2005
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venerdì 11 ottobre 2024
mercoledì 13 settembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 settembre.
Il 13 settembre 1968 la magistratura di Roma sequestra il film "teorema" di Pier Paolo Pasolini per oscenità.
Oltre a essere uno dei film simbolo del 1968, “Teorema” di Pasolini è anche una dissacrante parabola sulla borghesia e un film lucidamente milanese. Il film prende avvio dalla situazione paradossale di un padrone che regala la sua megafabbrica agli operai e si svolge poi con un lungo flash back con cui si ripercorrono gli eventi che lo hanno portato a questa decisione.
Nella lussuosa villa del padrone Paolo (Massimo Girotti) giunge un ospite bello e taciturno (Terence Stamp), che i protagonisti del film evidentemente conoscono, ma di cui lo spettatore non saprà nulla dall’inizio alla fine del film. La sua irruzione nella famiglia tipicamente borghese del padrone porta allo sconvolgimento dei singoli membri. Il misterioso ospite fa l’amore prima con la domestica Emilia, poi con il figlio Pietro, la moglie Lucia (Silvana Mangano), la figlia Odetta e, infine, con lo stesso Paolo. La gabbia borghese che racchiudeva la famiglia si infrange: Emilia diventa una santa che levita nell’aria, Pietro si dà alla pittura d’avanguardia, Odetta diventa pazza, Lucia si dà al sesso con giovani ragazzi e Paolo si incammina nudo verso l’ignoto con un grido di terrore.
La Milano che compare nella prima parte del film è quella canonicamente borghese: dal Liceo Parini di via Goito, ai dintorni di via XX Settembre e ai giardini della Guastalla, fino alla lussuosa villa di San Siro, recintata e chiusa da un imponente cancello. Quest’ultima è il luogo principale dell’azione di “Teorema” e Pasolini la descrive molto efficacemente con alcune semplici inquadrature: il giardino con un verde e un silenzio che a Milano solo i grandi borghesi si possono comprare, gli interni padronali lussuosi ma rigidamente sobri, la cucina enorme e gelidamente azzurrina in cui è confinata la domestica Emilia, la deserta strada antistante.
Con l’arrivo del misterioso ospite nel film irrompe però un’altra Milano. Prima la campagna piatta a sud della città, con i suoi canali, i suoi filari di pioppi e i campi coltivati. Poi la cascina tipicamente lombarda in cui torna Emilia già in odore di santità, e di seguito l’attico da artisti in una casa di ringhiera in cui si rifugia Pietro, i borghi popolari e i caseggiati anonimi delle peregrinazioni ninfomani di Lucia (significativo in particolare lo sguardo esterrefatto e incredulo di Silvana Mangano all’uscita dalla casa di un suo amante su alcuni scorci di una Milano popolare e informe che probabilmente non aveva mai visto prima).
L’ultima scena milanese è quella notissima di Paolo che nei grandi spazi interni della Stazione Centrale (il grande nodo del sistema di trasporti da cui transitano l’uno accanto all’altro tutti, dai borghesi ai proletari immigrati) si spoglia completamente nudo per dirigersi verso il proprio urlo disperato che chiuderà il film. La metropoli lombarda è quindi a tutti gli effetti una protagonista di “Teorema”, alla pari del misterioso ospite e dei membri della rigida famiglia borghese.
Il film, come molte delle altre opere di Pasolini, fece scandalo e il soggetto venne attaccato come osceno da una parte della Chiesa cattolica, mentre l'ala più progressista lo esaltò al punto da attribuirgli il premio dell'OCIC (Office catholique international du cinèma). Un sacerdote canadese, Marc Gervais, ne fece un'ampia ed elogiativa analisi.
Il 13 settembre 1968 la Procura della Repubblica di Roma sequestra il film "per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava". Il 14 ottobre la Procura della Repubblica di Genova mette al bando il film con un analogo provvedimento. Il processo contro Pasolini e il produttore Donato Leoni, trasferito per competenza territoriale a Venezia (dove si era svolta l'anteprima del film), si apre il 9 novembre 1968 con l'escussione del regista. Il Pubblico Ministero Luigi Weiss chiede la reclusione di sei mesi di entrambi gli imputati e la distruzione integrale dell'opera. Il 23 novembre 1968, dopo un'ora di camera di consiglio, il Tribunale di Venezia assolve Pasolini e Leoni dall'accusa di oscenità annullando il bando del film con la seguente sentenza:
« Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un'opera d'arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità. »
Diversi anni dopo, tuttavia, un altro film di Pasolini verrà bandito per gli stessi motivi: il controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Il 13 settembre 1968 la magistratura di Roma sequestra il film "teorema" di Pier Paolo Pasolini per oscenità.
Oltre a essere uno dei film simbolo del 1968, “Teorema” di Pasolini è anche una dissacrante parabola sulla borghesia e un film lucidamente milanese. Il film prende avvio dalla situazione paradossale di un padrone che regala la sua megafabbrica agli operai e si svolge poi con un lungo flash back con cui si ripercorrono gli eventi che lo hanno portato a questa decisione.
Nella lussuosa villa del padrone Paolo (Massimo Girotti) giunge un ospite bello e taciturno (Terence Stamp), che i protagonisti del film evidentemente conoscono, ma di cui lo spettatore non saprà nulla dall’inizio alla fine del film. La sua irruzione nella famiglia tipicamente borghese del padrone porta allo sconvolgimento dei singoli membri. Il misterioso ospite fa l’amore prima con la domestica Emilia, poi con il figlio Pietro, la moglie Lucia (Silvana Mangano), la figlia Odetta e, infine, con lo stesso Paolo. La gabbia borghese che racchiudeva la famiglia si infrange: Emilia diventa una santa che levita nell’aria, Pietro si dà alla pittura d’avanguardia, Odetta diventa pazza, Lucia si dà al sesso con giovani ragazzi e Paolo si incammina nudo verso l’ignoto con un grido di terrore.
La Milano che compare nella prima parte del film è quella canonicamente borghese: dal Liceo Parini di via Goito, ai dintorni di via XX Settembre e ai giardini della Guastalla, fino alla lussuosa villa di San Siro, recintata e chiusa da un imponente cancello. Quest’ultima è il luogo principale dell’azione di “Teorema” e Pasolini la descrive molto efficacemente con alcune semplici inquadrature: il giardino con un verde e un silenzio che a Milano solo i grandi borghesi si possono comprare, gli interni padronali lussuosi ma rigidamente sobri, la cucina enorme e gelidamente azzurrina in cui è confinata la domestica Emilia, la deserta strada antistante.
Con l’arrivo del misterioso ospite nel film irrompe però un’altra Milano. Prima la campagna piatta a sud della città, con i suoi canali, i suoi filari di pioppi e i campi coltivati. Poi la cascina tipicamente lombarda in cui torna Emilia già in odore di santità, e di seguito l’attico da artisti in una casa di ringhiera in cui si rifugia Pietro, i borghi popolari e i caseggiati anonimi delle peregrinazioni ninfomani di Lucia (significativo in particolare lo sguardo esterrefatto e incredulo di Silvana Mangano all’uscita dalla casa di un suo amante su alcuni scorci di una Milano popolare e informe che probabilmente non aveva mai visto prima).
L’ultima scena milanese è quella notissima di Paolo che nei grandi spazi interni della Stazione Centrale (il grande nodo del sistema di trasporti da cui transitano l’uno accanto all’altro tutti, dai borghesi ai proletari immigrati) si spoglia completamente nudo per dirigersi verso il proprio urlo disperato che chiuderà il film. La metropoli lombarda è quindi a tutti gli effetti una protagonista di “Teorema”, alla pari del misterioso ospite e dei membri della rigida famiglia borghese.
Il film, come molte delle altre opere di Pasolini, fece scandalo e il soggetto venne attaccato come osceno da una parte della Chiesa cattolica, mentre l'ala più progressista lo esaltò al punto da attribuirgli il premio dell'OCIC (Office catholique international du cinèma). Un sacerdote canadese, Marc Gervais, ne fece un'ampia ed elogiativa analisi.
Il 13 settembre 1968 la Procura della Repubblica di Roma sequestra il film "per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava". Il 14 ottobre la Procura della Repubblica di Genova mette al bando il film con un analogo provvedimento. Il processo contro Pasolini e il produttore Donato Leoni, trasferito per competenza territoriale a Venezia (dove si era svolta l'anteprima del film), si apre il 9 novembre 1968 con l'escussione del regista. Il Pubblico Ministero Luigi Weiss chiede la reclusione di sei mesi di entrambi gli imputati e la distruzione integrale dell'opera. Il 23 novembre 1968, dopo un'ora di camera di consiglio, il Tribunale di Venezia assolve Pasolini e Leoni dall'accusa di oscenità annullando il bando del film con la seguente sentenza:
« Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un'opera d'arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità. »
Diversi anni dopo, tuttavia, un altro film di Pasolini verrà bandito per gli stessi motivi: il controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma.
lunedì 2 novembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 novembre.
Nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, sul lungomare di Ostia moriva di morte violenta Pier Paolo Pasolini.
Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Il corpo presentava ferite gravissime alla testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio di un auto; si scoprirà poi, tramite l'autopsia, che la morte era sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell'autovettura sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un'emorragia cerebrale. Inoltre, disseminati nell'area, si trovarono resti degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi (un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così pure si trovò la camicia dello scrittore (anch'essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l'aggressione.
Dell'omicidio fu subito accusato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, caricato da Pasolini la sera prima nei pressi della Stazione Termini. Secondo il Pelosi, Pasolini avrebbe tentato delle avances omosessuali a lui non gradite, e il litigio che ne seguì sfociò in un alterco violento: Pelosi sarebbe stato costretto ad uccidere Pasolini per legittima difesa.
Il percorso processuale della vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del 26 aprile 1976; quella d'appello del 4 dicembre 1976; la Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore", ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso l'omicidio "con il concorso di ignoti". La corte d'Appello lo riconoscerà invece unico colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo limitata alla valutazione di diritto e non di merito.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un'intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d'inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo Nero" (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
A quarant'anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.
Nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, sul lungomare di Ostia moriva di morte violenta Pier Paolo Pasolini.
Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Il corpo presentava ferite gravissime alla testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio di un auto; si scoprirà poi, tramite l'autopsia, che la morte era sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell'autovettura sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un'emorragia cerebrale. Inoltre, disseminati nell'area, si trovarono resti degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi (un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così pure si trovò la camicia dello scrittore (anch'essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l'aggressione.
Dell'omicidio fu subito accusato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, caricato da Pasolini la sera prima nei pressi della Stazione Termini. Secondo il Pelosi, Pasolini avrebbe tentato delle avances omosessuali a lui non gradite, e il litigio che ne seguì sfociò in un alterco violento: Pelosi sarebbe stato costretto ad uccidere Pasolini per legittima difesa.
Il percorso processuale della vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del 26 aprile 1976; quella d'appello del 4 dicembre 1976; la Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore", ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso l'omicidio "con il concorso di ignoti". La corte d'Appello lo riconoscerà invece unico colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo limitata alla valutazione di diritto e non di merito.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un'intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d'inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo Nero" (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
A quarant'anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.
Giuseppe Pelosi, invece, è morto il 20 luglio 2017 per un tumore ai polmoni.
La morte di Pasolini resta ancora un mistero.
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