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giovedì 17 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 17 luglio.

Il 17 luglio del 1955 fu inaugurato a Anaheim, in California, Disneyland: il primo parco divertimenti aperto dalla Disney e il primo di quel tipo al mondo. Esistevano infatti parchi meccanici (con attrazioni, giostre e chioschi) ma non esistevano, prima di quel 17 luglio, parchi tematici: costruiti per ricreare un mondo, per raccontare una storia e non solo per far divertire con montagne russe o ruote panoramiche. Disneyland fu anche l’unico parco divertimenti di cui Walt Disney, morto nel 1966, curò direttamente la progettazione, e l’unico di cui vide l’apertura: ma l’inaugurazione andò male e restò nella memoria come “la domenica nera” di Disney.

Walt Disney creò il parco 22 anni dopo aver fondato, insieme al fratello Roy Oliver Disney, la società che si chiama come lui e che che oggi vale circa 150 miliardi di euro. Quando Disneyland fu inaugurato erano già usciti Biancaneve e i sette nani, Le avventure di Peter Pan, Fantasia e, nel giugno 1955, Lilly e il vagabondo. Per realizzare Disneyland, Walt Disney acquistò ad Anaheim, una città a 30 chilometri da Los Angeles, 1,5 chilometri quadrati di terreno: per il terreno e per i lavori di costruzione – che durarono meno di un anno – investì 17 milioni di dollari, arrivando anche a ipotecare alcune sue proprietà. Nel 1955 il parco ospitava cinque diverse aree tematiche, ancora oggi attive: Main Street, U.S.A., Adventureland, Frontierland, Fantasyland e Tomorrowland.  All’ingresso del parco era ben visibile il Castello della Bella Addormentata, che fu costruito quattro anni prima della presentazione del film.

A tutti voi: benvenuti. A Disneyland siete a casa vostra. Qui gli adulti rivivranno i loro più teneri ricordi del passato e i più giovani potranno assaporare le sfide e le promesse del futuro. Disneyland è dedicato agli ideali, ai sogni e alle realtà che hanno fondato l’America, nella speranza che ognuno ne tragga forza, gioia e ispirazione. (Walt Disney, il 17 luglio 1955)

Negli ultimi sessant’anni Disneyland si è espanso, ha cambiato il suo nome in Disneyland Park e ha accolto più di 700 milioni di “ospiti” (secondo le regole Disney li si deve chiamare così, non “visitatori”). Disneyland si è imposto come modello per i parchi divertimenti di tutto il mondo e nonostante l’apertura di altri parchi Disney in Florida, a Tokyo, a Hong Kong, a Parigi, a Shanghai, resta uno dei parchi più visitati al mondo. Il successo degli ultimi sessant’anni è arrivato nonostante i molti problemi che Disneyland ebbe il giorno della sua inaugurazione. Il 17 luglio del 1955 Disney aveva infatti organizzato un’apertura in anteprima per la stampa e per pochi ospiti appositamente invitati: gli ospiti invitati erano circa 15mila, gli ospiti registrati quel giorno furono 28mila: quasi la metà di loro era riuscita a entrare usando dei biglietti finti.

I 28mila ospiti del 17 luglio 1955 ebbero molti problemi e videro molte cose che non funzionavano: lo racconta nel dettaglio un articolo del Los Angeles Times, che spiega perché quel giorno è da allora conosciuto come “Black Sunday”, la domenica nera della storia Disney. Walt Disney aveva accelerato i tempi dei lavori di completamento del parco, che avrebbero in realtà richiesto più mesi: la vernice di molti edifici era ancora fresca e non tutte le attrazioni erano ancora complete. In un’attrazione, la Mr. Toad’s Wild Ride, saltò la corrente; il ponte della Mark Twain steamboat, una nave ancora presente del parco, si allagò. Ci furono anche molte code: per l’ingresso, per le attrazioni, per le toilette. Chioschi e ristoranti finirono la maggior parte del cibo e delle bevande molto prima del previsto e quel giorno faceva molto caldo. Gli ospiti del parco cercarono allora delle fontanelle di acqua potabile e non ne trovarono nemmeno una.

Il Los Angeles Times racconta però che ci si accorse comunque che Disney e Walt Disney avevano appena realizzato qualcosa di innovativo: la pulizia, la cura del dettaglio paesaggistico e architettonico erano senza precedenti, e così anche l’idea di raccontare una storia e offrire un mondo, anziché un semplice gruppo di attrazioni. Quel parco fu anche il primo a capire l’importanza dei bambini: la maggior parte dei luna park guardava agli adolescenti e agli adulti, offrendo esperienze “adrenaliniche”. Disney capì che i bambini erano un importante target e che per conquistarli non serviva solo l’adrenalina, ma la fascinazione.

Il 17 luglio del 1955 Walt Disney non si accorse dei guai: era impegnato in una lunga diretta che il canale televisivo ABC stava dedicando all’inaugurazione. Fu informato dei problemi il giorno dopo, quando il parco fu ufficialmente aperto al pubblico. «Era furioso», scrive il Los Angeles Times riportando le parole di un collaboratore di Walt Disney: «Fece un finimondo. Ma nel giro di un mese risolse ogni problema». In seguito Disney decise anche di invitare nuovamente gli ospiti del 17 luglio, per mostrargli com’era davvero quello che ABC  definì “il più affascinante regno del mondo”.

venerdì 2 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 febbraio.
Il 2 febbraio 1848 viene firmato il trattato di Guadalupe Hidalgo, che pone fine alla guerra tra Messico e Stati Uniti d'America.
Sul finire degli anni ’40 del XIX secolo, mentre lungo la volatile frontiera del west scoppiavano numerosi i conflitti tra i coloni che avanzavano e le tribù indiane che erano insofferenti rispetto alla presenza dei bianchi, c’erano altri fronti di guerra pronti per scoppiare in tutta la loro evidenza. Tra questi va’ ricordata la guerra messicano-americana (anche detta “guerra Messico – Stati Uniti”) che scoppiò tra gli Stati Uniti e il Messico nel periodo a cavallo tra il 1846 ed il 1848.
Gli Stati Uniti chiamano questa guerra “la guerra messicana” oppure “guerra di Mr. Polk”, mentre tra i messicani è nota come “Intervento degli Stati Uniti”, “invasione statunitense del Messico” o anche “guerra degli Stati Uniti contro il Messico”. Fin dal nome, quindi, è ben evidente la forte differenza di sensibilità che è sfociata nella guerra.
E fu proprio questa differenza di sensibilità, insieme ai molti conflitti irrisolti fra il Messico e la repubblica del Texas, che la guerra messicano-americana trovò il combustile per innescarsi. La repubblica del Texas, infatti, era stata fondata da coloni americani ma… su territorio messicano. Dopo la rivoluzione texana del 1836, il Messico rifiutò ovviamente di riconoscere la Repubblica del Texas ed espresse in maniera decisa e indubitabile l’intenzione di riportare quell’enorme territorio sotto la sua sovranità.
I più autorevoli tra i coloni del Texas – che erano anche le guide politiche di quelle genti – manifestarono invece interesse per l’annessione agli Stati Uniti, anche se funzionari messicani avvertirono che quella eventuale decisione avrebbe significato automaticamente la guerra.
Trascorsero degli anni in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di annettere il Texas, ma nel 1845 il Presidente John Tyler, nell’ultimo giorno del suo mandato, in accordo con la politica espansionista implicita nella cosiddetta “dottrina del destino manifesto” (Manifest Destiny), inviò al Texas un’offerta di annessione che il Texas, ovviamente, accettò e divenne seduta stante il 28° stato degli Stati Uniti. Tale decisione fu anche basata sulla durissima crisi economica nella quale si dibatteva il Texas in quel periodo.
A questo atto unilaterale si oppose il governo messicano che protestò vibratamente affermando che gli Stati Uniti, annettendo una provincia messicana ribelle, erano intervenuti negli affari interni del Messico, ledendone nei fatti la sovranità. Seguirono alcuni tentativi per evitare la guerra che pareva inevitabile. Inviati britannici tentarono ripetutamente di dissuadere il Messico dal dichiarare guerra, ma tali sforzi diplomatici furono infruttuosi, anche perché fra Stati Uniti e Regno Unito scoppiarono altre dispute, in particolare quella sui confini dell’Oregon.
Ad ogni buon conto, va’ detto che furono comunque gli Stati Uniti a dichiarare guerra al Messico, provocando il necessario casus belli.
Subito dopo aver compiuto l’annessione del Texas, il neo-eletto presidente James Knox Polk decise di acquistare un’altra provincia messicana, quella della California. Gli espansionisti volevano la California per avere uno sbocco sull’oceano Pacifico, che avrebbe permesso agli Stati Uniti di partecipare al lucroso commercio con l’Asia. Si sapeva, inoltre, che il controllo del Messico su quella provincia lontana era debole, e si temeva che, ritardando l’azione, potesse finire in mano alla Gran Bretagna. Ma, con la dottrina Monroe, gli Stati Uniti avevano espressamente escluso anche solo la possibilità dell’ingerenza di altre potenze nel loro operato nell’intero continente, ritenendola un pericolo per la sicurezza statunitense.
Polk decise così, nel 1845, l’invio in Messico del diplomatico John Slidell per acquistare California e Nuovo Messico per più di 30 milioni di dollari. Nel gennaio 1846 Polk accentuò la pressione sul Messico inviando truppe, al comando del Generale Zachary Taylor, nel territorio allora conteso fra Texas e Messico, tra i fiumi Nueces e Rio Grande. Taylor ignorò le richieste messicane di sgombero e marciò a sud del Rio Grande, dove avviò la costruzione di Fort Texas.
Il viaggio di John Slidell portò il subbuglio nella politica messicana; girava voce che fosse venuto per acquistare altri territori senza offrire nulla per la perdita del Texas. I messicani si rifiutarono di riceverlo, adducendo problemi relativi alle sue credenziali. Così Slidell fece rientro a Washington nel maggio 1846. Il presidente Polk ritenne quel gesto un’offesa e una “causa di guerra più che sufficiente” e si preparò a chiedere al Congresso una dichiarazione di guerra, che il Congresso avrebbe poi ratificato.
Ma gli eventi stavano precipitando e pochi giorni prima che Polk avanzasse la sua richiesta al Congresso, si venne a sapere che forze messicane avevano attraversato il Rio Grande e che avevano ucciso undici soldati statunitensi. Il 24 aprile 1846, infatti, la cavalleria messicana attaccò e catturò il personale di uno dei distaccamenti statunitensi presso il Rio Grande. Dopo questo scontro confinario, battaglie fra le forze messicane e quelle statunitensi scoppiarono a Palo Alto e a Resaca de la Palma.
Al presidente Polk bastò questo per disporre del “casus belli” e in un messaggio al Congresso dell’11 maggio 1846 asserì che il Messico aveva «invaso il nostro territorio e versato sangue statunitense sul suolo statunitense». Logicamente non si soffermò sul fatto che sul territorio in questione esistesse una disputa. Un certo numero di congressisti espresse dubbi circa la versione fornita da Polk dell’accaduto, ma il Congresso approvò a stragrande maggioranza la dichiarazione di guerra, con numerosi Liberali intimoriti dal fatto che la loro opposizione sarebbe loro costata sul piano politico.
La guerra fu dichiarata il 13 maggio 1846.
In linea di massima i congressisti originari del Nord degli Stati Uniti e i Liberali si opponevano alla guerra, mentre tutti quelli originari del Sud degli Stati Uniti e i Democratici erano orientati a sostenerla.
Anche il Messico dichiarò guerra e lo fece il 23 maggio.
Negli Stati Uniti, comunque, non cessarono le polemiche ed i ragionamenti intorno alla dichiarazione di guerra, anche dopo che la guerra fu dichiarata… Infatti, molti Liberali sollevarono obiezioni circa la pretesa di Polk che il Messico avesse «versato sangue statunitense sul suolo statunitense», credendo invece che le forze statunitensi avessero attraversato il Rio Grande al fine deliberato di provocare una guerra contro il Messico. Ma le voci su questo particolare aspetto, dopo la guerra cessarono quasi del tutto.
A quel tempo era diventato deputato liberale nella Camera dei Rappresentanti statunitense Abraham Lincoln, che presentò le “Spot Resolutions”, con cui chiese che il Presidente Polk fornisse l’esatta localizzazione di dove il sangue statunitense fosse stato versato. Poiché era un fatto che dei soldati statunitensi erano stati uccisi, tuttavia, queste risoluzioni furono ampiamente ignorate.
Fin da allora gli storici hanno discusso se Polk avesse o meno deliberatamente provocato la guerra, o se la sua politica del “rischio calcolato” gli fosse sfuggita di mano.
Sappiamo per certo che il Messico non era preparato ad una guerra perché il paese si trovava allora nella rovina economica, ma anche politica e sociale. In più, l’esercito e i suoi comandanti non erano armati e preparati per difendere il paese, dato che mancavano armi, uniformi, scorte alimentari e persino un sano spirito di lotta per difendere almeno gli interessi della propria patria. I fucili messicani erano vecchi e i cannoni – che erano tutti vecchi e a corto raggio – portavano la data della guerra d’indipendenza, mentre i soldati statunitensi avevano fucili di ultima generazione e cannoni a lunga gittata. Va anche ricordato che i soldati messicani venivano reclutati con il sistema della leva ed erano scarsamente ricompensati oltre che malnutriti, mentre quelli americani appartenevano ad un vero esercito professionale ed erano volontari pagati dal governo e ricevevano puntualmente il loro stipendio.
Immediatamente dopo la dichiarazione di guerra, le forze armate statunitensi invasero il territorio messicano su più fronti.
Un episodio particolarmente “forte” quanto a capacità di aumentare la confusione fu quello accaduto il 14 giugno 1846 quando i coloni inglesi a Sonoma arrestarono e imprigionarono il locale governatore, dichiarando una repubblica indipendente della California.
Gli Stati Uniti non restarono certo alla finestra, dato che era più che noto il loro interesse all’annessione formale della California, perciò per presidiare il fronte del Pacifico, la marina statunitense inviò John D. Sloat ad occupare la California e la dichiarò appartenente agli Stati Uniti in base alla considerazione che i britannici avrebbero anche potuto tentare di occupare l’area. Sloat assunse il comando di Sonoma e Monterey nel luglio di quell’anno.
Sul fronte meridionale della guerra al Messico, l’esercito americano – quello che viene solitamente chiamato Army of the West (Esercito d’Occidente) -, alla guida di Stephen W. Kearny, occupava Santa Fe, nel Nuovo Messico. Kearny inviò anche un piccolo contingente in California dove, dopo qualche iniziale rovescio, riuscì a unirsi ai rinforzi della Marina al comando di Robert F. Stockton e a occupare gli importantissimi snodi urbani di San Diego e Los Angeles. A causa delle contrastanti direttive provenienti da Washington, un importante dissenso scoppiò fra Kearny e Stockton sul controllo della California. Stockton nominò John C. Frémont governatore della California, mentre Kearny si autonominò per quell’incarico. A prevalere fu Kearny e Frémont venne arrestato e inviato davanti alla Corte Marziale per la sua lealtà nei confronti di Stockton in quella disputa.
La componente più grossa delle truppe americane, quella guidata da Taylor, continuò ad agire lungo il Rio Grande, vincendo la battaglia di Monterey nel settembre 1846, dopo lunghe settimane di battaglia. Nel frattempo lo stato dello Yucatan si era dichiarato nuovamente indipendente e questo produsse un sollevamento a Città del Messico, cosa che portò il governo di Mariano Paredes a chiedere il ritorno di Antonio López de Santa Anna dal suo esilio cubano. Santa Anna eluse il blocco navale americano e nel dicembre del 1846 formò un nuovo governo con Valentin Gomez Farias come vicepresidente.
Antonio López de Santa Anna marciò personalmente verso nord per combattere Taylor, ma fu sconfitto nella battaglia di Buena Vista il 22 febbraio 1847. Santa Anna lasciò Farias come presidente ad interim, inoltre promulgò una legge che permetteva al governo federale di appropriarsi dei beni della Chiesa cattolica per un valore di 15 milioni di pesos.
Ma, di fronte a questo affronto, il popolo di Città del Messico si sollevò in armi e assediò il presidente nel Palazzo Nazionale, così Santa Anna si vide costretto a trasformare il decreto in una donazione volontaria del clero di 100.000 pesos.
Nel frattempo, invece di rafforzare l’esercito di Taylor per consentirgli di progredire nell’avanzata, il presidente Polk inviò un secondo esercito sotto il Generale Winfield Scott in marzo, trasportato nel porto di Veracruz per via mare, per avviare un’invasione del cuore stesso del Messico. Scott si affermò nell’assedio di Veracruz e prese Puebla senza sparare un solo colpo, grazie anche all’intervento della Chiesa cattolica che convinse i propri fedeli ad accogliere l’esercito invasore come un esercito liberatore. Successivamente Scott marciò alla volta di Città del Messico con l’aiuto della Mexican Spy Company (un gruppo di ladri e banditi che combatterono con gli americani). Le spie furono le guide che aiutarono a vincere le battaglie di Cerro Gordo e Chapultepec, grazie anche all’incompetenza di Santa Anna, che ordinò di non fortificare i monti intorno, il che diede agli americani l’opportunità di avanzare.
Dopo le importanti battaglie di Padierna, Churubusco e Molino del Rey, Chapultepec cadde, non senza prima aver combattuto valorosamente. I giovani cadetti dell’accademia militare morirono valorosamente, e sono infatti ricordati come niños héroes (ragazzi eroici). La caduta di Chapultepec ebbe due conseguenze immediate: l’occupazione da parte degli statunitensi di Città del Messico e la nuova rinuncia di Santa Anna alla presidenza.
Il trattato di Cahuenga, firmato il 13 gennaio 1847, mise fine ai combattimenti in California. Il trattato di Guadalupe Hidalgo, sottoscritto il 2 febbraio 1848, concluse la guerra e dette agli Stati Uniti il controllo assoluto del Texas, come pure della California, del Nevada, dello Utah, e di parti del Colorado, Arizona, Nuovo Messico e Wyoming. In cambio il Messico ricevette 18.250.000 dollari, l’equivalente dei 627.500.000 dollari (valore di metà anno 2000) dei costi della guerra.
Nel corso della guerra, circa 13.000 americani morirono. Di questi, solo 1.700 circa caddero in azione di combattimento; le altre perdite furono provocate dai disagi e dalle condizioni sanitarie assolutamente precarie. Le perdite messicane rimangono un mistero, ma sono stimate a 25.000.

martedì 20 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 dicembre.
Il 20 dicembre 1968 il cosiddetto "killer dello Zodiaco" uccide a Benicia, California, le prime due vittime accertate.
Il caso dello Zodiac Killer è forse uno dei più misteriosi dai tempi di Jack Lo Squartatore. Un assassino spietato, senza identità e completamente folle. Così come il suo predecessore inglese, anche lo Zodiac Killer ha intrattenuto numerose corrispondenze con polizia e stampa. Inutile aggiungere che, ancora oggi, il caso è insoluto e aperto.
Domenica, 30 ottobre 1966, lo Zodiac Killer fa, probabilmente, il suo debutto. La vittima si chiama Cheri Jo Bates, una studentessa 18enne che frequenta il Riverside City College.
L'assassino la adesca proprio nel parcheggio vicino alla libreria del College. Le ha sabotato la macchina e gentilmente si è presentato alla fanciulla in difficoltà. Insieme tentano di riavviare il motore, senza successo, quindi l'assassino le propone uno strappo a casa.
Un vicolo buio e appartato, è lì che lo Zodiac Killer compie il massacro, senza motivazioni di stupro o furto: la ragazza non subisce violenza sessuale e le sue cose rimangono intatte.
Cheri Jo viene uccisa con una brutalità senza pari, tre pugnalate al torace, una alla schiena, il coltello affonda sette volte nella sua gola, troncandole la laringe, la vena giugulare e la carotide. La troveranno quasi decapitata.
Non si può certo dire che l'assassino sia stato perfetto. Nelle vicinanze del corpo viene rinvenuto un orologio da uomo, fermo sulle 12.23, con tracce di vernice sul cinturino. C'è anche una impronta di scarpe e tracce di pelle e capelli sono rimaste sotto le unghie della povera Cheri Jo Bates.
Il fatto che l'assassino e la ragazza siano rimasti appartati al buio per più di un'ora suggerisce agli investigatori la pista dell'omicidio passionale. Le indagini vengono quindi indirizzate verso gli amici e gli ex fidanzati della ragazza. È a questo punto che il killer si presenta.
Il 29 novembre 1966, la centrale di polizia di Riverside e la sede del giornale "Enterprise" ricevono la copia carbone di una lettera battuta a macchina. Spedite da una cassetta di posta sperduta nella campagna, senza francobollo e senza indirizzo del mittente, le lettere sono intitolate "La Confessione". La firma, quasi a prendersi gioco dei destinatari, è stata invece sostituita da 12 linee, come in un gioco di enigmistica.
All'interno di questa lettera lo Zodiac Killer descrive, senza risparmiare sui particolari, la dinamica dell'omicidio, dal momento dell'abbordaggio al taglio della gola. La parte più preoccupante è però il finale: "Lei era giovane e bella ma è morta. Non è la prima e non sarà nemmeno l'ultima. Passo notti insonni a pensare chi sarà la mia prossima vittima. Forse la bionda che fa la babysitter e che attraversa ogni giorno un vicolo buio verso le sette, o forse sarà la brunetta a cui ho chiesto informazioni. […] Spargerò le loro parti per la città in modo che tutti vedano. […] Guardatevi da... Io ora mi avvicino furtivamente alle vostre ragazze."
Viste le numerose contraddizioni (il killer scrive, a torto, che la ragazza non ha opposto resistenza e che il coltello si è rotto nel torace della ragazza), inizialmente la lettera non fu presa in considerazione anche se la descrizione del sabotaggio all'automobile sono informazioni che la sola polizia possiede. Le lettere sono state in mano all'F.B.I. fino agli anni '90, che insiste nel classificarle come opera di uno sciacallo.
Sei mesi dopo l'omicidio Bates, la polizia di Riverside, la stampa e il padre della ragazza ricevono nuovamente una lettera in tre copie. Questa volta le buste sono affrancate e il testo è stato scritto a matita su della carta da lettere. Al posto della firma c'è un misterioso simbolo formato da una specie di Z, unita lateralmente a una sorta di 3.
"Bates doveva morire. Altre ne verranno"
Ancora oggi l'omicidio della Bates è insoluto. L'F.B.I. e le autorità locali spingono nella direzione dell'omicidio passionale, mentre gli investigatori e i giornalisti della Bay Area di San Francisco sono praticamente sicuri che l'omicida è lo stesso che colpì negli anni successivi.
Vallejo e Benicia sono due cittadine che si affacciano sulla Baia di San Pablo, vicino allo Stretto di Carquinez, poste all'incirca a 20 miglia nord-est di San Francisco. Negli anni '60 i posti tra le due cittadine erano praticamente disabitati e l'autostrada che le unisce non era del tutto asfaltata.
Poco prima delle 21.00 del 20 dicembre 1968, in queste zone, viene avvistata una macchina metalizzata a quattro porte.
Nemmeno un'ora dopo, dei ragazzi vengono seguiti da questa auto, su un sentiero di ghiaia. Spaventati cambiano strada e fuggono.
Alle 23.10, David Arthur Faraday e Betty Lou Jensen non avranno la stessa accortezza. Usciti di casa con la scusa di andare a un concerto natalizio, i due si sono appartati in una radura, per amoreggiare sull'auto. Passa un'ora, poi qualcuno comincia a fare fuoco contro di loro con una calibro 22. Comincia da dietro, sfondando il vetro posteriore e forando il pneumatico sinistro. Poi l'assassino si avvicina, fino ad arrivare alla portiera di sinistra, e ricomincia a fare fuoco.
I due adolescenti, 16 e 17 anni, corrono fuori dalla portiera opposta e tentano la fuga, ma invano. Betty Lou Jensen verrà ritrovata a 10 metri dal paraurti posteriore. Uccisa da cinque colpi alla schiena, tra la quinta e la sesta costola. Per David Faraday è bastata una sola pallottola, ben piazzata alla testa.
Stella Borges, unica testimone, dirà di aver visto allontanarsi una Chevrolet metalizzata, a quattro porte, diretta verso Benicia, prima di ritrovare i corpi dei giovani.
Nonostante la taglia messa dalla polizia sull'omicida, non verrà mai trovato il colpevole.
Sei mesi più tardi, verso le 24:00 di sabato 5 luglio 1969, Darlene Elizabeth Ferrin, 22 anni, e Michael Renault Mageau, 19 anni, vengono presi di mira da degli spari, mentre sono seduti nella propria macchina nel parcheggio del Blue Rock Springs Golf Course.
Darlene Ferrin è andata a prendere il suo amico un'ora prima, quindi si sono fermati lì per mangiare qualcosa e chiacchierare. Qui una macchina marrone, si è accostata a loro, spegnendo i fari, per poi ripartire a tutto gas verso Vallejo.
Cinque minuti dopo la macchina ritorna.
Dopo aver parcheggiato a 3 metri dall'auto dei ragazzi, il conducente scende, spegnendo i fari per nascondere il proprio viso. Convinti che si tratti di un poliziotto, i ragazzi estraggono i loro documenti e si preparano alla classica ramanzina, ma il misterioso individuo comincia a sparare attraverso il finestrino del passeggero. L'arma è una 9mm con silenziatore.
Mageau viene colpito di striscio al viso e al braccio, quindi al ginocchio. Alimentato dal dolore e dall'adrenalina, il ragazzo riesce a saltare nella parte posteriore e a nascondersi. Darlene invece non ce la fa: i colpi la raggiungono alla testa e alla schiena, morirà alle 00.38.
Prima di svenire, Mageau riesce a vedere l'assassino di profilo. Lo descriverà come un uomo di media altezza, circa 1.75, e grasso. A occhio e croce sui 90 kg. Porta degli occhiali.
Secondo i più, Darlene conosceva l'omicida, forse si trattava di uno spasimante rifiutato. La descrizione del ragazzo invece non fu tenuta molto in considerazione, poiché era sotto antidolorifici.
Alle 00:40 della stessa notte, la sede centrale della polizia di Vallejo riceve una telefonata da una cabina. La voce è matura e senza accento, parla uniformemente e costantemente, come se stesse leggendo da un copione.
"Vorrei riportare alla vostra attenzione un duplice omicidio. Dirigetevi a un miglio est sul Viale di Cristoforo Colombo, verso il parco pubblico, lì troverete dei ragazzi in una macchina marrone. Gli ho sparato con una Luger da 9mm. Ho ucciso dei ragazzi anche l'anno scorso. Buona serata."
Il 31 luglio 1969, l'Examiner di San Francisco, il Chronicle di San Francisco, e il Time-Harald di Vallejo ricevono tre lettere. Allegato a ogni lettera c'è un crittogramma che il 1 agosto viene pubblicato sulla prima pagina di ognuno dei tre giornali. Le lettere sono simili, anche se con parole diverse. L'assassino dimostra di essere veramente il colpevole fornendo particolari che solo lui e la polizia potevano sapere. Aggiunge inoltre che ha già ucciso una dozzina di persone e che se non venissero pubblicato i crittogrammi farà un massacro.
"In questo crittogramma in tre parti è celata la mia identità"
Ogni lettera finisce con un simbolo molto simile a una croce celtica e uno strano simbolo cifrato che è probabilmente il vero arcano da svelare per risalire all'identità del killer.
Il crittogramma viene decifrato e risolto in meno di una settimana, da un professore di liceo e da sua moglie, ma evidentemente l'assassino non ha mantenuto la promessa. Il testo che emerge infatti non è la sua identità, bensì la confessione di un collezionista di anime: "Mi piace uccidere le persone perché è molto più divertente di ogni gioco selvaggio che si possa fare in una foresta. L'uomo è l'animale più pericoloso ed elettrizzante di tutti da uccidere […] La parte migliore è che quando morirò, rinascerò in paradiso e tutte le mie vittime saranno miei schiavi. Perciò non vi darò il mio nome o tenterete di fermare la mia raccolta di schiavi per la vita ultraterrena. Ebeorietemethhpiti."
Come per il caso Bates si ricorre all'F.B.I. e questa, come nel caso Bates, insinua che l'autore non sia il vero assassino, ma qualche sciacallo che vuole estorcere soldi facili.
Il 4 agosto l'Examiner di San Francisco riceve un'altra lettera. In essa il killer sbeffeggia gli investigatori perché non riescono a risolvere il simbolo cifrato, racconta nuovamente con accuratezza l'attentato ai due ragazzi, spiegando anche come fa a sparare con sicurezza al buio. Per la prima volta si firma "Zodiac". Tutte le lettere verranno analizzate per anni, senza rintracciare impronte utili.
Il 27 settembre 1969, sulla spiaggia occidentale del Lago Berryessa, 60 miglia a nord est da San Francisco, lo Zodiac Killer torna a colpire.
Sono le 15.00 mentre tre giovani donne da Angwin, stanno parcheggiando nell'area adibita vicino al lago. Una Chevrolet azzurra si accosta a loro, all'interno c'è un uomo che sembra intento a leggere qualcosa e le ragazze non ci danno conto.
L'uomo è alto circa 1.80, sui 90kg, occhialuto, indossa una maglia nera e blu su dei pantaloni neri. Le donne si allontanano e camminano lungo la riva del lago, prendendo il sole. Quando si accorgono che l'uomo le osserva silenziosamente, fumando sigarette, si preoccupano un po'. Passano 20 minuti così, quando l'uomo finalmente si allontana.
Lo stesso uomo viene avvistato da un dentista e suo figlio.
Di tutt'altra maniera l'incontro tra l'uomo misterioso e Cecilia Ann Shepard e Bryan Calvin Hartnell, due studenti universitari.
Poco prima di essere troppo vicino alla coppia, l'assassino si butta addosso una tunica nera, con dei fori per gli occhi. Sulla vita è disegnato il solito stemma molto simile a una croce celtica.
Alla cintura è appeso un pugnale, mentre nella mano destra l'uomo impugna saldamente una pistola.
Si presenta come un evaso dalla prigione di Deer Lodge, nel Montana, ed esige l'auto dei ragazzi per scappare nel Messico. La parlata è incredibilmente monotona e calma, senza cadenze o accenti.
Bryan Hartnell con freddezza, sperando di arrivare a una soluzione pacifica e senza danni, prova a rilassare il pazzo e i due finiscono per discutere a lungo, seduti sulla vettura dei ragazzi.
All'improvviso però l'assassino perde le staffe senza motivo apparente.
Lega Cecilia e comincia a colpire la coppia con il suo coltello, probabilmente estratto da una baionetta.
Sei pugnalate per Bryan Hartnell, dieci per Cecilia Shepard. Il ragazzo si riprenderà e riuscirà a deporre per la polizia, ma la ragazza morirà nel giro di 48 ore.
Prima di andarsene, lo Zodiac Killer impugna un gessetto nero, di quelli che si utilizzano nei riti magici, e scrive sulla portiera della macchina: "Vallejo 12-20-68, 7-4-69, Sept 27-69-6:30. Con un coltello."
Anche questa volta la polizia di Vallejo riceve una telefonata, dalla stessa cabina. Non è passata nemmeno un'ora dall'aggressione.
"Vorrei segnalare un assassinio, no, un duplice omicidio. I corpi sono a due miglia a nord della sede centrale del parco. Erano in una Volkswagen bianca. Sono stato io."
11 ottobre 1969. A cadere vittima dello Zodiac Killer è un tassista 39enne di San Francisco, Paul Stine. È appena finita la corsa. Il passeggero si è fatto portare dall'angolo tra la Mason e Geary Street all'angolo tra la Washington e Maple Streets, presso Presidio Heigths. E qui, invece di pagare, estrae una pistola da 9mm e spara alla testa di Stine.
Prima di lasciare la scena del delitto, strappa un pezzo di camicia insanguinata dalla schiena del tassista e poi sparisce nella notte.
La descrizione fornita dei testimoni è sempre la stessa, anche se inizialmente dei ragazzini si sbagliano: indicano alle pattuglie un uomo di colore, e così la fuga a piedi dello Zodiac Killer è fin troppo facile.
Sul luogo del delitto vengono rintracciate le solite impronte che non porteranno mai a nessuno.
Nei giorni successivi arrivano alla stampa le solite lettere nelle quali lo Zodiac Killer si assume la responsabilità dell'omicidio. L'indirizzo del mittente c'è, ma è rappresentato dall'ormai immancabile croce celtica. Per smentire le solite voci che non si tratterebbe di lettere autentiche, lo Zodiac Killer allega al messaggio un pezzo della camicia insanguinata del tassista. Un pezzo per volta.
Nel finale delle lettere l'assassino si vanta di aver spiazzato gli investigatori, avendo cambiato all'improvviso la tipologia delle vittime, insinuando che potrebbe rubare un pulmino della scuola e uccidere tutti i bambini che ci sono sopra.
Inutile aggiungere che a queste dichiarazioni seguirà il panico. Tutti i casi insoluti della costa ovest saranno imputati allo Zodiac Killer. Da Houston ad Atlanta, fino ad arrivare a St. Louis. Si rafforzano i controlli alle uscite delle scuole e gli autisti dei pulmini vengono armati.
Seguono altre lettere, una delle quali ha un contenuto seriamente minaccioso:
"È Zodiac che vi parla. Dalla fine di ottobre ho ucciso 7 persone. Sono piuttosto arrabbiato con la polizia che dice un sacco di bugie sul mio conto, quindi cambierò continuamente il metodo di raccolta degli schiavi. Non lo annuncerò più a nessuno, quando commetterò degli omicidi, questi vi sembreranno furti, uccisioni di rabbia o futili incidenti.. […] La polizia non mi prenderà mai perché sono più intelligente di loro: 1) l'identikit che gira corrisponde a me solo quando vado a caccia di anime, il resto del tempo sono completamente diverso. 2) Non possono avere le mie impronte come dicono perché io indosso delle coperture sulle dita, sono di cemento per aeroplani. 3) Tutte le mie armi sono state comprate per corrispondenza da paesi stranieri e non potete rintracciarmi. […] La sera dell'omicidio del tassista ero al parco, dei poliziotti si sono fermati per chiedermi se avessi visto qualcuno di sospetto.." La lettera termina con una delirante descrizione di una arma potentissima, in grado di far saltare in aria un autobus, che l'assassino avrebbe costruito con le sue mani e che terrebbe in cantina.
La lettera successiva raggiunge l'avvocato Melvin Belli il 27 dicembre 1969. È allegata a una cartolina di auguri natalizi. Il killer sembra inspiegabilmente lucido e invoca addirittura aiuto. Pentito della minaccia di attentato all'autobus di bambini, chiede aiuto a Belli perché teme di perdere nuovamente il controllo e di ricominciare a uccidere. "Per piacere mi aiuti, non manterrò il controllo ancora a lungo."
Purtroppo non contatterà più Belli in seguito, facendo perdere le proprie tracce per più di tre mesi.
Domenica 22 marzo 1970. È sera, ma da poco tempo. La 23enne Kathleen Johns sta guidando sulla Highway 132, nella Contea di San Joaquin. In auto con lei c'è la figlioletta Jennifer.
Una macchina si avvicina a lei, l'autista suona il clacson, le fa gesti e le urla che ha una ruota a terra e si propone volontariamente di aiutarla a cambiarla.
L'uomo in realtà rimuove solamente i bulloni e così, quando Kathleen si rimette in marcia, la ruota si leva del tutto. Dispiaciuto per il nuovo incidente, lo sconosciuto le offre un passaggio fino alla prossima stazione di servizio.
Il viaggio dura a lungo, nella direzione di Modesto (California), tuttavia il gentile sconosciuto pare non volersi fermare a nessuna stazione di servizio.
Kathleen capisce che è in pericolo e, agguantata la figlioletta, salta giù dalla vettura. Si nascondono tra le ombre, nell'argine prosciugato di un fiumiciattolo per l'irrigazione dei campi. Il killer prova a cercarle per circa dieci minuti, aiutandosi con i fari dell'auto e una torcia, ma alla fine abbandona l'impresa e scompare nella notte.
Raggiunta la stazione di polizia di Patterson, Kathleen si siede su una sedia, pronta a raccontare allo sceriffo la propria brutta avventura e per sporgere denuncia. Alle spalle dell'uomo c'è un tabellone con gli identikit di tutti i ricercati e, proprio tra questi, la donna riconosce il colpevole. L'identikit indicato da Kathleen Johns è quello dello Zodiac Killer.
Tra l'aprile 1970 e il marzo 1971, lo Zodiac Killer inviò almeno nove lettere, ma da esse la polizia non è riuscita a risalire a nessun ulteriore crimine. Né è riuscita a rintracciare l'omicida.
Il 30 gennaio 1974, un giornale di San Francisco ricevette la prima lettera autentica in quasi tre anni. Poche parole senza senso, la firma riportava le misteriose notazioni "Me-37" e "SFPD-0" mentre  1/3 della pagina era occupato da un'enorme croce celtica, vicino alla quale compariva la dicitura "=3".
Nel 1975, Don Striepke, uno sceriffo della Contea di Sonoma stilò un rapporto con una teoria interessante. Segnando su di una mappa una serie di 40 assassini insoluti degli Stati Occidentali, si andava a formare una gigantesca Z. Questa teoria però cadrà ben presto nel dimenticatoio, poiché nella stessa zona e negli stessi anni operava anche Ted Bundy.
Il 24 aprile 1978 è stata consegnata alla stampa la 21esima lettera dello Zodiac Killer. La lettera debutta con un inquietante "sono tornato" che ha sparso il terrore tra gli abitati della Bay Area. Nessun crimine è stato rintracciato nella zona prima o dopo la lettera e ad essa sono seguite lettere senza senso, che lodavano il lavoro della polizia. Dopo accurate analisi si è scoperto che l'autore di queste lettere sarebbe proprio Dave Toschi, ufficiale di polizia e a capo delle indagini sullo Zodiac Killer.
Altra teoria bocciata severamente è quella avanzata all'inizio degli anni '80 dallo scrittore George Oakes. L'autore disse di essere in contatto telefonico con l'assassino da anni, e di conoscere bene la sua mentalità basata sull'acqua, sugli orologi e sulle matematiche binarie. Aggiunse anche di sapere l'identità del killer. L'F.B.I. senza nessuna delicatezza ha etichettato questa teoria come "a lot of bullshit".
Molto più interessante è un libro del 1986, "Zodiac" di Robert Graysmith. In questo volume il killer viene indicato con lo pseudonimo di "Robert Hall Starr".
Residente di Vallejo, "Starr" è descritto come un fanatico di armi e come un molestatore di bambini, indicato dalla polizia come il sospetto numero uno. Graysmith accredita allo Zodiac Killer un totale di 36 possibili vittime, uccise tra ottobre 1966 e maggio 1981. Oltre ai sei omicidi noti, Graysmith incluse 15 vittime collegate ad un misterioso killer non identificato della California settentrionale, e 15 vittime di un omicida "astrologico", che colpisce cioè in prossimità di un solstizio o un equinozio. Il 99% delle vittime sono donne, e il modus operandi è incostante. Ciò riporterebbe alle parole "cambierò continuamente il metodo di raccolta degli schiavi" scritto dal killer nel '69.
Effettivamente il Robert Hall Starr di Graysmith è esistito davvero. Si chiamava Arthur Leigh Allen, ed era un insegnante incriminato per molestie sessuali nei confronti di alcuni bambini. Per anni è stato sospettato di essere lo Zodiac Killer, ed è l'unico ad aver subito interrogatori e processi su questo caso. È morto nel 1992 a 58 anni, stroncato da una malattia ai reni, ma le indagini sono proseguite sempre nella sua direzione.
Nel 2002, grazie alle moderne tecnologie, è stato estratto il DNA dalla saliva rimasta sotto alcuni francobolli utilizzati da Zodiac. Il Dna ha dimostrato che Allen non era il colpevole.
È stata la prima e unica svolta da quando, nel 2000, gli ispettori Kelly Carroll e Michael Maloney, della polizia di Vallejo, hanno riaperto il caso dello Zodiaco, e non è certo una svolta positiva.
Sempre nel 2002, nello stato di Washington, un serial killer ha firmato i propri delitti con un foglietto riportante la scritta: "Sono Dio". "Quando morirò, rinascerò in paradiso" annunciava lo Zodiac Killer, ma si tende ad escludere che si tratti di lui che colpisce ancora a distanza di 30 anni.
Nell'ottobre del 2021 un gruppo di 40 investigatori suppone di averlo identificato dopo ben 50 anni. Si tratterebbe di Gary Francis Poste, un ex membro dell'aeronautica statunitense morto nel 2018, tuttavia non è stato confermato dall'FBI e dalla polizia della città di Vallejo e San Francisco.

martedì 8 dicembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L'8 dicembre 1976 esce negli Stati Uniti l'album "Hotel California" degli Eagles, che venderà oltre 16 milioni di dischi.
E' il 1976, non un anno a caso. Gli USA si apprestano a festeggiare il bicentenario dell'indipendenza e James Earl Carter, un giovane Democratico, si è appena insediato alla Casa Bianca. Il nuovo Presidente si fa chiamare Jimmy, come potrebbe chiamarsi il vicino di casa di ogni Americano, rifiuta le formalità e dispensa larghi sorrisi ai media, quasi a voler rassicurare la popolazione che il "new deal" proseguirà a dispetto dell'alternanza politica: a qualcuno sembrerà incredibile ma questo lavoro getta le sue solidissime basi proprio a partire da qui.
Gli Eagles hanno appena sostituito il "purista acustico" Bernie Leadon con il "rampante elettrico" Joe Walsh: Bernie se n'è andato sbattendo la porta ed a Joe è stata riaperta con tanto di passatoia stesa mentre Randy Meisner, corpulento bassista del Nebraska, comincia a dare segni di insofferenza.
Gli aquilotti sono all'apice della fama, One Of These Nights è stato un successo commerciale ed un tour trionfale attorno al globo, la raccolta che segue, Eagles-Their Greatest Hits 1971-1975, polverizza ogni record ma la defezione di Leadon offre il polpaccio al crotalo di turno della carta stampata e la band viene accusata di aver "perso il fuoco sull'impegno sociale" oltre che di "decadenza fisica" (Henley, il "vecchio", ha solo 29 anni...).
Benché nasca in questo clima non certo da idillio, Hotel California è un concept album che tratta del "sogno Americano"; il solito Henley affermerà: "è stato tutto ok per 200 anni ma ora dobbiamo sforzarci di cambiare per andare avanti..."
I ragazzi hanno ormai sufficiente esperienza musicale e di show-business da potersi considerare navigati e disillusi e parlano con disinvoltura di altari e polvere, stelle e stalle, sogni infranti da un sano pessimismo cosmico ma, alla fine, c'è sempre la voglia di ricominciare e la speranza di un nuovo futuro.
Per quanto riguarda la "title song", l'intelligente progressione armonica pare sia farina del sacco di Don Felder ma quello che rimane impresso è lo splendido assolo finale in cui si alternano prima ed intrecciano poi le chitarre di Felder e Walsh.
Il testo, geniale nelle sue immagini grottesche e a tinte forti, è opera di Don e Glenn e parla di un viaggiatore che si ferma in uno strano albergo nel quale rimane, suo malgrado, intrappolato. Il significato è proprio quello della vita agli estremi verso la quale vengono spinti i forestieri approdati nel microcosmo californiano di quegli anni: è doveroso, infatti, ricordare come nessun membro della band abbia radici nel Golden State e come L.A. appaia tentacolare ed intrigante nei confronti dei nuovi arrivati.
Il 7 Maggio Hotel California balza in testa alla classifica, l'album venderà 16 milioni di copie nei soli Stati Uniti e i Grammy Award come miglior brano e miglior album saranno una più che logica conseguenza. Innumerevoli le cover ma citeremo quella dei Gipsy King divenuta famosa anche in Italia ed inserita nella colonna sonora del film Il Grande Lebowski. Tra le versioni più apprezzate da notare quella acustica, inserita nell'album Hell Freezes Over del 1994, e quella presente nel DVD del Live in Melbourne: Farewell Tour I, dove l'intro di chitarra è preceduta da un'interessante ouverture di tromba, suonata da Al Garth, che ricorda vagamente il Concierto de Aranjuez di Joaquin Rodrigo.
Sono fiorite una quantità di leggende relative a presunti significati oscuri nel brano Hotel California ma sono tutte quante prive di fondamento. Un'ipotesi parla di una metafora riguardante il cancro, un'altra parla di un'allegoria sull'uso e la dipendenza da stupefacenti. Secondo un'altra teoria, il brano sarebbe riferito al Camarillo State Mental Hospital, un manicomio della California, ed agli abusi cui sarebbero stati sottoposti i pazienti. L'equivoco pare dovuto al campanile dell'edificio nel quale alcuni identificano il "mission bell" citato nel testo.
La più diffusa e bizzarra congettura, invece, riguarda significati satanisti. Ciò che ha acceso la miccia sono alcune frasi considerate sibilline: "they can't kill the beast" e "we haven't had that spirit here since 1969". Mentre la prima non ha bisogno di spiegazioni, la seconda sarebbe un cervellotico riferimento alla strage di Bel Air, avvenuta appunto il 9 Agosto di quell'anno.
C'è chi addirittura si è preso la briga di far scorrere il disco al contrario per individuare tre presunte frasi, verso la fine del brano: "The evil thing named blister" (la cosa cattiva chiamata vescica - intesa come bolla da sfregamento o ustione - n.d.w.), "Are you playing the end with the scanner" (stai suonando la fine attentamente?) e "Oh, his own wise self and his magic self" (oh, la sua sapienza, la sua magia).
Si dice che nella foto di gruppo sul retro di copertina, a destra, spuntino due diavoli e in un arco superiore si possa notare la testa rasata di Anton Lavey, fondatore della "chiesa di satana" a San Francisco.
Persino facendo scorrere al contrario Wasted Time si potrebbe udire "...I have a mind of satan...".
Le "colitas" nominate nella prima strofa sarebbero profumati fiori tipici dei climi aridi. Sembra probabile, invece, stavolta, che il termine sia inteso come "piccole code" ossia le cime della pianta di marijuana.
La frase "steely knives" si direbbe un scherzo nei confronti della band Steely Dan che nella loro Everything You did canterebbero "turn up the Eagles, the neighbors are listening!".
Molti alberghi della zona, tutt'oggi, si attribuiscono la paternità sull'ispirazione del brano ma Henley ha smentito più volte queste fantasie ed in effetti l'hotel che appare in copertina esiste ancora ed è il Beverly Hills Hotel di Los Angeles.

giovedì 11 dicembre 2014

#Library #Bart'sBooks #California




Bart's Books, California. Si definisce "il più grande negozio di libri all'aperto del mondo". Nato nel 1964 dal semplice desiderio di liberarsi di pubblicazioni che non leggeva più del suo autore, Richard Bartinsdale, ha una peculiarità: una buona parte delle vendite avvengono ancora secondo le regole del codice d'onore e i passanti possono acquistare libri lasciando il denaro dovuto in una lattina da caffè. Si trova a Ojai, 50 chilometri a est di Santa Barbara, poco più del doppio a Ovest da LA.

 La Bart's Books, California e' classificata tra le 10 librerie più belle del momdo

imm. e testo tratti da la repubblica.it

martedì 12 giugno 2012

#Podcast #Ezio: Un supermercato in California


Immagine:
http://trimmedwithgoldabove.blogspot.com
di Allen Ginsberg
Come ti penso, Walt Whitman, stassera, perché ho camminato per strade secondarie sotto gli alberi con il mal di testa cosciente guardando la luna piena.
Nella mia stanchezza affamata entrai per comprare immagini nel supermercato della frutta illuminato al neon sognando le tue enumerazioni!
Che pesche e che penombre! Famiglie intere a far la spesa la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli tra gli avocados, bambini tra i pomodori!... E tu, Garcia Lorca, che cosa stavi facendo là vicino alle angurie?
Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, solitario vecchio ingordo, mentre ficcavi il dito nelle carni in frigorifero e buttavi l’occhio ai garzoni del negozio.
Ti ho sentito fare domande a ognuno di loro: Chi ha ammazzato le costolette di maiale? A quanto l banane? Sei tu il mio Angelo?
Ho girato tra le pile lucenti di scatole, seguendoti, e seguito nella mia fantasia dal detective del negozio.
Abbiamo camminato insieme per i corridoi in solitaria fantasticheria assaggiando carciofi, impossessandoci di ogni squisitezza surgelata, senza mai passare alla cassa.
Dove andiamo, Walt Whitman? Il negozio chiude fra un’ora. da che parte è puntata la tua barba stassera?
(Tocco il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermercato e mi sento assurdo.)
Cammineremo per strade solitarie tutta la notte? Gli alberi aggiungono ombra all’ombra, nelle case le luci sono spente, tutti e due ci sentiremo soli.
Passeggeremo sognando la perduta America dell’amore oltre automobili azzurre nei viali, ritornando alla nostra casa silenziosa?
Ah, caro padre, grigio e barbuto, vecchio maestro solitario di coraggio, che America avevi quando Caronte smise di puntare il remo del traghetto e tu scendesti su una riva oscura e guardasti scomparire la barca sulle nere acque del Lete?
Berkeley 1955
=====================
[Testo originale]
“A Supermarket in California”
What thoughts I have tonight, Walt Whitman, for I walked down the sidestreets under the trees with a headache self-conscious looking at the full moon.
In my hungry fatigue, and shopping for images, I went into the neon fruit supermarket, dreaming of your enumerations!
What peaches and what penumbras! Whole families shopping at night! Aisles full of husbands! – and you, Garcia Lorca, what were you doing down by the watermelons?
I saw you, Walt Whitman, childless, lonely old grubber, poking among the meats in the refrigerator and eyeing the grocery boys.
I heard you asking questions of each: “Who killed the pork chops? What price bananas? Are you my Angel?”
I wandered in and out of the brilliant stacks of cans following you, and followed in my imagination by the store detective.
We strode down the open corridors together in our solitary fancy tasting artichokes, possessing every frozen delicacy, and never passing the cashier.
Where are we going, Walt Whitman? The doors close in an hour. Which way does your beard point tonight?
(I touch your book and dream of your odyssey in the supermarket and feel absurd.)
Will we walk all night trough solitary streets? The trees add shade to shade, lights out in the houses, we’ll both be lonely.
Will we stroll dreaming of the lost America of love past blue automobiles in driveways, home to our silent cottage?
Ah, dear father, graybeard, lonely old courage-teacher, what America did you have when Charon quit poling his ferry and you got out on a smoking bank and stood watching the boat disappear on the black waters of Lethe?
Berkeley, 1955
(da Sergio Perosa(a cura di), “Da Frost a Lowell. Poesia americana del Novecento”, Milano, Edizioni dell’Accademia, 1979, pp. 360-61)
   
 

sabato 31 dicembre 2011

#podcast: Ezio - Un supermercato in California




http://trimmedwithgoldabove.blogspot.com
 di Allen Ginsberg



Come ti penso, Walt Whitman, stassera, perché ho camminato per strade secondarie sotto gli alberi con il mal di testa cosciente guardando la luna piena. 

Nella mia stanchezza affamata entrai per comprare immagini nel supermercato della frutta illuminato al neon sognando le tue enumerazioni! 

Che pesche e che penombre! Famiglie intere a far la spesa la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli tra gli avocados, bambini tra i pomodori!... E tu, Garcia Lorca, che cosa stavi facendo là vicino alle angurie?


Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, solitario vecchio ingordo, mentre ficcavi il dito nelle carni in frigorifero e buttavi l’occhio ai garzoni del negozio. 

Ti ho sentito fare domande a ognuno di loro: Chi ha ammazzato le costolette di maiale? A quanto l banane? Sei tu il mio Angelo? 

Ho girato tra le pile lucenti di scatole, seguendoti, e seguito nella mia fantasia dal detective del negozio. 

Abbiamo camminato insieme per i corridoi in solitaria fantasticheria assaggiando carciofi, impossessandoci di ogni squisitezza surgelata, senza mai passare alla cassa.


Dove andiamo, Walt Whitman? Il negozio chiude fra un’ora. da che parte è puntata la tua barba stassera? 

(Tocco il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermercato e mi sento assurdo.) 

Cammineremo per strade solitarie tutta la notte? Gli alberi aggiungono ombra all’ombra, nelle case le luci sono spente, tutti e due ci sentiremo soli. 

Passeggeremo sognando la perduta America dell’amore oltre automobili azzurre nei viali, ritornando alla nostra casa silenziosa? 
Ah, caro padre, grigio e barbuto, vecchio maestro solitario di coraggio, che America avevi quando Caronte smise di puntare il remo del traghetto e tu scendesti su una riva oscura e guardasti scomparire la barca sulle nere acque del Lete?


Berkeley 1955

=====================

[Testo originale]

“A Supermarket in California”


What thoughts I have tonight, Walt Whitman, for I walked down the sidestreets under the trees with a headache self-conscious looking at the full moon. 

In my hungry fatigue, and shopping for images, I went into the neon fruit supermarket, dreaming of your enumerations! 

What peaches and what penumbras! Whole families shopping at night! Aisles full of husbands! – and you, Garcia Lorca, what were you doing down by the watermelons?


I saw you, Walt Whitman, childless, lonely old grubber, poking among the meats in the refrigerator and eyeing the grocery boys. 

I heard you asking questions of each: “Who killed the pork chops? What price bananas? Are you my Angel?” 

I wandered in and out of the brilliant stacks of cans following you, and followed in my imagination by the store detective. 

We strode down the open corridors together in our solitary fancy tasting artichokes, possessing every frozen delicacy, and never passing the cashier.


Where are we going, Walt Whitman? The doors close in an hour. Which way does your beard point tonight? 

(I touch your book and dream of your odyssey in the supermarket and feel absurd.) 

Will we walk all night trough solitary streets? The trees add shade to shade, lights out in the houses, we’ll both be lonely. 

Will we stroll dreaming of the lost America of love past blue automobiles in driveways, home to our silent cottage? 
Ah, dear father, graybeard, lonely old courage-teacher, what America did you have when Charon quit poling his ferry and you got out on a smoking bank and stood watching the boat disappear on the black waters of Lethe?


Berkeley, 1955

(da Sergio Perosa (a cura di), “Da Frost a Lowell. Poesia americana del Novecento”, Milano, Edizioni dell’Accademia, 1979, pp. 360-61)

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