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martedì 10 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre la religione romana celebrava la nascita di Esculapio, Dio della Medicina.
Asclepio, che i Romani conobbero col nome di Esculapio, nell’antica Grecia era il dio della medicina. Figlio di Apollo e di Coronide, fu affidato dal padre al centauro Chirone che gli insegnò l’arte medica. Avendo poi osato richiamare in vita i morti, fu fulminato da Zeus.
Gli attributi di Asclepio erano il bastone, il rotolo di libro, il fascio di papaveri, ma soprattutto il serpente; secondo una leggenda un serpente gli avrebbe portato l’erba miracolosa che servì per risuscitare Ippolito, il figlio di Teseo, e dopo la sua morte Asclepio e il serpente furono posti in cielo, raffigurati nelle costellazione di Ofiuco o Serpentario e del Serpente. La moglie di Asclepio era Salute e la sua sacerdotessa era Panacea, “colei che tutto guarisce”.
Asclepio in Grecia, Esculapio a Roma, dio patrono della medicina, non appartiene alla schiera degli dei prettamente olimpici. Non è chiaro se in origine fosse una divinità sotterranea (ossia demoniaca) della Tracia oppure, analogamente a quanto successo con Imhotep in Egitto, un uomo realmente vissuto che per le benemerenze acquisite nel guarire le malattie sia stato in seguito divinizzato.
Secondo Pindaro, Asclepio era stato generato da Apollo nel grembo di Coronide, figlia di Flegia, re dei Tessali, allorché Coronide, prima di aver partorito, s’innamorò di un comune mortale di nome Ischi. Apollo, furioso per il tradimento, fece trafiggere l’infedele da Artemide con una delle sue frecce infallibili. Quando però la salma di Coronide si stava già consumando nelle fiamme del rogo, Apollo le strappò dal grembo il frutto del loro amore, Asclepio.
Secondo Esiodo, invece, la madre sarebbe stata Arsinoe, una delle figlie di Leucippo.
Salvato il figlio, Apollo lo affida al centauro Chirone, che lo alleverà e lo istruirà nella medicina.
Si racconta che, a ricordo della sua nascita fra le fiamme, un alone di luce avrebbe circondato il corpo del ragazzo, suscitando lo sgomento dei rozzi pastori vaganti sul monte Pelio, regno di Chirone.
Fattosi adulto, Asclepio, a differenza di tanti altri eroi educati da Chirone, non sceglie il mestiere delle armi, ma mette a profitto le lezioni di Chirone per alleviare le sofferenze del genere umano.
La leggenda narra che Asclepio avrebbe guarito dalla pazzia le Pretidi, dalla cecità i Fineidi, dalle ferite Ercole.
Ma poi cresce la sua ambizione: vuole sconfiggere la morte che sovrasta la vita. Si mette a risuscitare i morti: Orione, Capaneo, Ippolito, Tindareo ed altri. Con ciò, però, sorpassa la misura imposta da Zeus ai mortali, crea uno squilibrio, e Zeus lo fulmina.
La fine del figlio suscitò però la collera di Apollo: in un impeto di rabbia uccise i Ciclopi, che avevano forgiato le folgori di Zeus, e poi abbandonò per molto tempo l’Olimpo.
Il primo luogo di culto di Asclepio era una grotta presso Tricca, dove sotto il simbolo del suo attributo principale, il serpente, dava oracoli.
Poi il culto si estese ad Epidauro, che ne doveva diventare il centro principale, a Coo, ad Atene e a tutto il mondo ellenico. A lui furono dedicate le feste Asclepiee o Asclepiadee; a lui fece risalire la propria origine la gente degli Asclepiadi, che esercitarono tutti l’arte medica, fra i quali lo stesso Ippocrate, il più famoso medico dell’antichità.
I santuari dedicati ad Asclepio, i cosiddetti Asclepiei, erano costituiti da una fonte o un pozzo, circondati da un bosco sacro, e dalla clinica, chiamata adyton. Sappiamo poco sulla prassi medica seguita in quei luoghi, anche a causa dei misteri che la circondavano. I malati passavano una notte nell’adyton; dopo un sogno, ottenuto probabilmente con mezzi artificiali, seguiva la guarigione. Essa però sicuramente non era effetto della potenza taumaturgica del luogo sacro o soltanto frutto della suggestione, ma anche di interventi chirurgici e di medicine propinate. Dalla moglie Lampezia – secondo altri, da Epiona – Asclepio avrebbe avuto quattro figlie (Igea, cui furono dedicati altari, quale personificazione della salute; Panacea, che guariva tutte le malattie; Iaso, la quale, invece, le provocava; Egle, che fu ritenuta madre delle Grazie) e due figli (Macaone, che fu ucciso da Euripilo all’assedio di Troia, e Podalirio che, per la sua singolare perizia medica, fu fatto signore del Chersoneso e ascritto nel novero degli dei).
All’inizio, Asclepio venne raffigurato giovane e imberbe, ma poi si passò a rappresentarlo come un uomo nel pieno vigore, il viso circondato da una folta barba e soffuso di un’espressione di mitezza e bontà. I suoi attributi sono lo scettro, la verga e il rotolo di libro. Gli erano sacri il serpente che lambisce le ferite e, per lo stesso motivo, il cane e le oche. Sacro gli era anche il gallo, simbolo del giorno e della vita che rinascono.
Con una sublime identificazione della morte con la guarigione dal male della vita, Socrate morente, come ci riferisce Platone nel Fedone, pregò gli amici che si sacrificasse un gallo ad Asclepio: “E già la parte inferiore del ventre veniva ormai raffreddandosi, quando si scoperse il volto che già era stato coperto e disse ancora queste parole (le ultime da lui pronunciate): 0 Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio; dateglielo, e cercate di non dimenticarvene”. In Roma il culto di Asclepio-Esculapio fu introdotto ufficialmente dopo la pestilenza del 293 a. C. Allora si consultarono i libri sibillini, i quali diedero come responso che la peste sarebbe scomparsa soltanto se fosse venuto Asclepio da Epidauro. Il Senato mandò dunque una legazione, ma quelli di Epidauro erano incerti sulla decisione da prendere. Nella notte, però, Asclepio apparve al capo della legazione romana, assicurandolo che il giorno dopo sarebbe partito con lui. E difatti, quando i legati si furono raccolti nel tempio del dio, un serpente uscì da un sotterraneo e li seguì fin sulla nave per venire in Italia. Quando, al termine del viaggio, la nave, risalendo il Tevere, giunse all’altezza dell’isola Tiberina, il serpente abbandonò la nave e si rifugiò su quell’isoletta. Interpretando il fenomeno come desiderio di Asclepio che colà dovesse sorgere il suo santuario romano, il Senato romano lo fece costruire nel punto dell’isola Tiberina dove oggi si trova la chiesa di S. Bartolomeo.
Affermatosi il culto di Asclepio anche a Roma (si sa, i medici stranieri sono sempre reputati migliori!!), furono trascurate le quattro divinità indigene che prima presiedevano alla salute: Strenua, Cardea, Febris e Salus; quest’ultima finiva per essere identificata con Igea, figlia di Asclepio.

mercoledì 5 marzo 2014

#Leggende: Eco e Narciso


http://img02.elicriso.it/it/mitologia_ambiente/narciso/immagini/waterhouse_narciso_eco.jpg

Nell'antica Grecia, in un giorno lontanissimo, Cefiso, il dio delle acque, rapì la ninfa Liriope. Si amarono teneramente e dalla loro unione nacque un figlio che fu chiamato Narciso. Gli anni passarono e Narciso divenne un ragazzo meraviglioso. Liriope volle salvaguardare la bellezza del giovinetto; si recò perciò dall'astrologo Tiresia che, dopo aver consultato l'oracolo, le disse:


- Narciso vivrà molto a lungo e la sua bellezza non si offuscherà. Ma il giovinetto non dovrà più vedere il suo volto.
La profezia di Tiresia si avverò: Narciso restò per sempre adolescente, mantenendo intatta la sua bellezza che svegliava i più teneri sentimenti nelle ninfe che l'avvicinavano.
Ma lo splendido ragazzo sfuggiva il mondo e l'amore e preferiva trascorrere il tempo passeggiando da solo nelle foreste sul suo cavallo oppure andando a caccia di animali selvatici.
Un giorno, mentre cacciava, sentì rimbalzare tra le gole della montagna una voce che si esprimeva in canti e risate. Era Eco, la più incantevole e spensierata ninfa della montagna che, al solo vederlo, s'innamorò perdutamente di lui. Ma Narciso era tanto fiero e superbo della propria bellezza, che gli pareva cosa di troppo poco conto occuparsi di una semplice ninfa. Non così era per Eco che da quel giorno seguì il giovinetto ovunque andasse, accontentandosi di guardarlo da lontano. L'amore e il dolore la consumarono: a poco a poco il sangue le si sciolse nelle vene, il viso le divenne bianco come neve e, in breve, il corpo della splendida fanciulla divenne trasparente al punto che non proiettava più ombra sul suolo.
Affranta dal dolore si rinchiuse in una caverna profonda ai piedi della montagna, dove Narciso era solito andare a cacciare. E lì con la sua bella voce armoniosa continuò a invocare per giorni e notti il suo amato. Inutilmente perché Narciso, che pur udiva l'angoscioso richiamo, non venne mai.
Della ninfa rimasero solo le ossa e la voce. Le ossa presero la forma stessa della cava roccia ove il suo corpo era rannicchiato e la voce visse eterna nella montagna solitaria. Da allora essa risponde accorata ai viandanti che chiamano. Ma è fioca e lontana e ripete perciò solo l'ultima sillaba delle loro parole: ha perduto la sua forza invocando Narciso, il crudele cacciatore che non volle ascoltarla.
Narciso non ne fu affatto addolorato e continuò la sua vita appartata. Fu allora che intervennero gli dei per punire tanta ingratitudine.
Un giorno, mentre il superbo giovinetto si bagnava in un fiume, vide per la prima volta riflessa nell'acqua limpida l'immagine del suo viso. Se ne innamorò perdutamente e per questa ragione tornava di continuo sulle rive del fiume ad ammirare quella fredda figura. Ma ogni volta che tendeva la mano nel tentativo di afferrarla, la superficie dell'acqua s'increspava, ondeggiava e l'immagine spariva.
Una mattina, per vederla meglio, si sporse di più e di più finché perse l'equilibrio cadendo nelle acque, che si rinchiusero per sempre sopra di lui. Il suo corpo fu trasformato in un fiore di colore giallo dall'intenso profumo, che prese il nome di Narciso.

 

 da riflessioni.it/miti leggenda-eco-narciso.htm

martedì 21 agosto 2012

#MitologiaGreca #Crono




Crono: il più giovane dei Titani che con un falcetto, uscito dalle viscere di sua madre Gea, castrò il padre Urano che predisse che quel delitto sarebbe stato rifatto dal figlio di Crono.   Crono sposò la sorella Rea (Cibele la dea Madre) e, per evitare la realizzazione della profezia, inghiottì i figli appena nati.
Tuttavia la profezia si avverò quando Rea con l'inganno sottrae il figlio Zeus al destino dei suoi fratelli,  Demetra, Era, Estia, Ade e Poseidone finiti prigionieri dello stomaco del loro padre.
Crono credeva di aver divorato l'ultimo figlio, mentre Rea gli aveva dato da inghiottire una pietra avvolta nelle fasce. Sarà Zeus  cresciuto che porterà a compimento la profezia di Urano,somministrando a Crono un veleno che gli fece vomitare tutti i figli ingoiati.
Nella mitologia romana il dio Crono corrisponde al dio Saturno.

 fonte web: http://www.settemuse.it/arte/glossario_della_mitologia.htm
 immagine:http://www.settemuse.it/arte/glossario_della_mitologia.htm

giovedì 16 agosto 2012

#MitologiaGreca #Atlante

http://www.angiecafiero.it/letteratura-e-gastronomia/intervista-gastronomica-ad-amedeo-colella/
Figlio di Giapeto e Asia, fu condannato a sorreggere il cielo con la testa e le mani a causa della sua alleanza coi Titani nella lotta contro Zeus. Ebbe diverse relazioni amorose: con Pleione da cui nacquero le Pleiadi (perseguitate da Orione vennero mutate in stelle da Zeus ), con Etna da cui ebbe le Iadi (il sorgere della loro costellazione indicava l'inizio della stagione delle piogge) e con Esperide da cui ebbe le Esperidi  (dimoravano nel giardino della Mauritania ove cresceva l'albero dei pomi d'oro).
 A volte si distinguono tre Atlanti: quello africano, quello italiano e quello arcade, padre della ninfa Maia e quindi nonno di Mercurio; la tradizione classica lo considera un gigante figlio di Giapeto e di Climene. Secondo una leggenda, poiché aveva partecipato alla rivolta dei giganti conto Giove,  fu condannato a reggere il peso del cielo che, come racconta Omero reggeva grazie a due colonne poste al centro dell'Oceano Atlantico.
Atlante è presente in numerose leggende, tra le quali ricordiamo quella in cui Ercole, per superare l'undicesima fatica, gli chiese aiuto per raccogliere tre mele d'oro dal giardino delle Esperidi. Il gigante acconsentì e per raccogliere le mele chiese ad Ercole di reggergli momentaneamente il cielo. Ma una volta liberatosi di quel peso, Atlante non volle più saperne di riprenderselo. A questo punto Ercole si finse sconfitto, chiese solamente al gigante di riprendersi un attimo il peso giusto il tempo per sistemarsi sulle spalle un guanciale: Atlante ingenuamente fece quanto richiesto ed Ercole poté allontanarsi tranquillamente in libertà.
Un'altra leggenda racconta che Atlante fu tramutato in roccia da Perseo che gli aveva mostrato la testa della Medusa

fonte web: http://www.tanogabo.it/mitologia/greca/Atlante.htm

lunedì 13 agosto 2012

#MitologiaGreca #Dionisio

http://guide.supereva.it/antropologia/interventi/2009/11/il-culto-di-dioniso

Nella mitologia greca Diòniso (o Dionìso) è la più importante divinità terrestre.
Diòniso è l'unico tra i celesti che non abbia avuto due dei come genitori. Ebbe per padre Zeus e per madre la mortale Semele, figlia di Cadmo re di Tebe. Quando Seleme incinta morì prematuramente, Zeus, le tolse dal grembo Dioniso e se lo cucì in una coscia dove lo tenne fino alla nascita.
E' noto soprattutto come dio del vino in quanto si dice che inventò l'arte della sua fabbricazione  e dell'umidità della terra che porta i frutti a maturazione. Col tempo, è diventato famoso anche come dio del benessere e della civiltà e come dio della gioia e dell'allegria. Gli si attribuiva l'arte divinatoria e la proprietà di guarire i mali. 

Dioniso era anche in dio dal carattere complesso infatti lo ritroviamo pietoso e misericodioso ad esempio nei confronti di Arianna (vedi "mito di Teseo ed Arianna") e di Pan (vedi "mito di Pan") ma alle volte istigatore (vedi mito di Orfeo ed Euridice").
Il culto di Dioniso era diffusissimo in tutta la grecia ed in Asia minore ed in suo onore si celebravano le feste dionisiache e le feste nittelie e si dice che la sua influenza su artisti, scrittori, scultori, pittori fu molto grande come ci testimoniano le numerosissime testimonianze lasciate attraverso poesie, tragedie, statue, affreschi

A seconda dell'epoca e degli artisti è rappresentato in vari modi: ora come un ragazzino di bell'aspetto, ora come un giovane barbuto e robusto, ora come un vecchio grasso e buffonesco. Spesso è adornato da tralci e grappoli d'uva e d'edera. Infatti erano sacri a Dioniso la vite e l'edera e fra gli animali il delfino, la lince, la tigre, il leone ed il caprone.
Dioniso nella mitologia latina è identificato come Bacco (l'etimologia non è conosciuta) e fuso con il dio Libero. 

fonte web: http://www.elicriso.it/it/mitologia_ambiente/dei/dioniso/




sabato 23 giugno 2012

#Mitologia #Ebe Dea della Giovinezza

http://thule-italia.com/wordpress/archives/4939?lang=it
Dea della giovinezza greca e romana, Ebe ricorre di rado, ma con costanza, nella storia dell'arte, dall'antichità fino alle opere degli artisti Art Nouveau.
Secondo la mitologia greca Ebe (o Hébé, in francese) è la dea della giovinezza, figlia di Zeus ed Era, menzionata nell’Iliade come sposa di Eracle; fu ribattezzata “Juventas” (“giovinezza” in latino, appunto) dai romani, i quali affidavano a lei i giovani che assumevano la toga virile per entrare nel mondo degli adulti. In terra ellenica un tempio eretto a suo nome si trovava a Flio, mentre, in area latina, un’edicola a lei dedicata fu collocata nel Tempio di Giove Ottimo Massimo, al Campidoglio (fonte: Wikipedia).
Al termine dell’epoca antica, la figura di Ebe subì un totale oscuramento a causa del mancato riutilizzo con cui i cristiani erano soliti riproporre, attraverso nuovi significati, le figure dell’antico pantheon per rendere la loro religione più familiare alle persone da convertire (sorte riservata ebbe in tal senso, invece, il fratello Ares / Marte, che divenne San Marziano martire).

 Solo nel Settecento, la figura di Ebe tornò a circolare nuovamente, grazie alla ritrattistica e, in particolar modo, alla pittura allegorica: di gran moda divennero, infatti, nelle corti europee le immagini di dame rappresentate nelle vesti dell’antica divinità, di cui si voleva indicarne le qualità di bellezza, grazia e giovinezza (come nell’esempio di Piere Gobert, “Ritratto della Duchessa di Modena”), ma frequenti furono anche, in età napoleonica, le immagini allegoriche in cui fu rappresentata slegata dalle effigi di una persona particolare. Da questo punto in avanti, tuttavia, Ebe (s)comparve nuovamente: sempre più di rado, fu recuperata dal repertorio iconografico classico come un tema erudito e insolito con cui si voleva richiamare l’antichità.
 L’iconografia usuale della dea la vede nell’atto di versare nettare da una brocca, ora verso il marito, ora verso il padre rappresentato nelle varianti zoomorfe di cigno o di aquila (di fianco, l’esempio di François Rude (1784-1855) al Museo delle Belle Arti di Digione).
Una delle immagini più celebri dell’età moderna fu scolpita nel 1816 da Antonio Canova (1757-1822) in marmo bianco ed è, oggi, conservata a Forlì (sopra) - quarta versione del modello realizzato, per la prima volta, nel 1796 e di cui esiste anche un esemplare in gesso al Museo di Civico di Milano. Canova rappresentò la dea mentre avanza con passo leggero e lievemente inarcata in avanti, nell’atto di servire i convitati di un invisibile banchetto olimpico, al quale ella rivolge lo sguardo.
Agathon Lèonard   (1841-1923), fra i maggiori esponenti dell’Art Nouveau in scultura, immaginò invece la dea (1897) nel tradizionale atto e con l’elegante compagnia del cigno-Zeus; più slanciata, ma meno sontuosa che quella di Canova, la statua subì numerose peripezie, che le costarono un braccio. Oggi, l'opera  è conservata al al Musée d' Orsay  assieme ad altri esemplari dell’artista.

Fonte veb: http://guide.supereva.it/liberty_e_deco/interventi/2010/02/la-divina-ebe

lunedì 4 giugno 2012

#Mitologia #Eros: Dio dell'amore

Denominato Cupido nella mitologia romana, Eros viene consacrato dalle opere di Esiodo (poeta dell’antica Grecia), come un Dio solenne e primordiale al pari della dea Gaia (madre Terra).
Siamo lontani quindi dall’immaginare Eros come il bimbo con  le ali da angelo, che impugna il suo arco allo scopo di far innamorare le persone, colpendole con le frecce magiche. Egli verrà infatti (in tempi più recenti) considerato il figlio di Afrodite ed Ermes al contrario delle opere di Esiodo nelle quali  lo troviamo nelle vesti del marito di Afrodite (Dea dell’amore, bellezza, sessualità e lussuria).
Per il poeta greco, Eros è dotato di poteri illimitati e risulta quasi il più temibile degli dei (anche perchè già vivente prima della nascita di tutte le divinità conosciute), per la sua potenza e la severità con la quale agiva.
Vi sono delle leggende che raccontano della sua nascita affermando che egli è stato generato direttamente dalla terra (Gaia) e dal Tartaro (inferi). La forza sovrannaturale di Eros non risparmia nemmeno gli dei, è una forza così potente che può indurre alla perdita della ragione, alla distruzione completa.
Altre leggende lo vedono come il frutto dell’amore tra Zeus e Afrodite (stessa figlia di Zeus), descrivendolo come un Dio egoista e crudele a tal punto che Zeus chiese ad Afrodite di ucciderlo.
Non avendone il coraggio però, la Dea decise di nascondere e far crescere Eros nel bosco, insieme agli animali selvatici. Tutto ciò però, non fece altro che peggiorare l’insofferenza del Dio nei confronti degli uomini e la già spiccata malvagità, la quale a sua volta, diede origine ad una delle più drammatiche storie d’amore non corrisposto, esistite nella storia: quella tra Dafne e Apollo. Stanco delle continue derisioni da parte di Apollo, Eros si vendicò scagliando una delle sue fatali frecce contro il prepotente Dio per farlo innamorare perdutamente di Dafne ed un’altra a Dafne affinché bastasse solo la vista di Apollo per scatenare in lei l’orrore e la repulsione. Così per non essere più importunata e rispettare tra l’altro il voto fatto a Diana (dea della caccia) alla quale la ninfa aveva consacrato la sua vita, chiese aiuto al padre Penéo (altre leggende fanno invece riferimento alla madre di Dafne), il quale per evitare l’unione tra i due, tramutò la figlia in un albero, il lauro.
Nella vita di Eros però si verifica una fase molto importante quando si innamora follemente di una mortale Psiche (l’anima) alla quale successivamente dona l’immortalità.
Infatti l’amata dovrà superare difficili e spaventose prove ma alla fine riuscirà a diventare la felice sposa di Eros e dal loro amore condito da un irrefrenabile passione avrà origine Piacere.
Fonte web: http://www.mitiemisteri.it/fantasy/eros.htm

http://www.lalibreriaimmaginaria.it/2012/05/mitomania-4-i-dolori-del-giovane-apollo/cupido_secondo_bouguereau_01/

sabato 26 maggio 2012

#Mitologia #Artemide #Dea Della Caccia

http://www.icavalieridellozodiaco.it/film5.htm
Identificata con il nome di Ecare durante il periodo classico e denominata Diana nella mitologia romana, Artemide è la sorella gemella di Apollo, nata quindi dall’unione extraconiugale tra Zeus e Lato. Dea della caccia, della selvaggina e dei boschi, venne adorata anche come Dea del parto: si narra infatti che aiutò la madre a partirire il fratello gemello Apollo.
La rappresentazione iconografica più diffusa della Dea è quella che tutti conosciamo; ella ci appare infatti, vestita di un leggero e corto abito, calza stivali da caccia, è dotata di arco e frecce d’agento, impugna una faretra ed in sua compagnia ritroviamo sempre un cervo o un cane.
Al momento della nascita di Artemide, Era, moglie di Zeus, vietò a Lato di partorire su qualsiasi terra ferma. Per tale ragione il Dio dell’Olimpo creò un isola non legata ancora alla terra e chiamò Delo, dove la dea della caccia e suo fratello Apollo finalmente poterono nascere.
Divenuta adula Artemide espresse fermamente dei desideri a suo padre Zeus ed egli accontentò la figlia esaudendoli: ovvero non dover mai rinunciare alla sua verginità e di conseguenza non contrarre matrimonio, di avere sempre a disposizione cani da caccia con basse orecchie ed infine possedere un carro trainato da cervi e tante ninfe come compagne di caccia.
A testimoniare e confermare il valore e considerazione da parte della Dea rispetto alla propria verginità sono state trmandate fino ad oggi, le storie dei poveri Atteone, principe tibetano e del cretese Siproite entrambi ammaliati dalla sua bellezza ed entrambi uccisi per aver posato lo sguardo sul suo bellissimo corpo nudo.
I poveri giovani infatti, ebbero (in momenti diversi), entrambi la sfortuna di incontrare la Dea mentre ella era intenta a fare un bagno nelle splendide acque di un fiume. Per vendicarsi di essere stata ossrvata così impunemente trasformo entrambi i giovani in cervi e li fece sbranare dai sui cani.
Come per il fratello gemello Apollo, anche su Artemide si raccontano sotorie d’amore, vendetta e coraggio. Tra le più conosciue vi è quella di Niobe, moglie di Aufione e regina di Tebe, la quale venne punita per aver deriso Lato (madre di Artemide e di Apollo), denigrandola per aver concepito solo due figli a differenza dei suoi quattordici figli perfettamente suddivisi in sette maschi e sette femmine.
Per vendicarsi della vanitosa Niobe e difendere così l’onore della madre Artemide e Apollo uccisero quasi tutti i figli della regina di Tebe, ne risparmiarono appunto, solo due. Per il dolore insopportabile Aufione si tolse anch’egli la vita e Niobe venne tramutata da Artemide in pietra e scagliata in un luogo sperduto del deserto egiziano. Come per Apollo, Artemide fu paladina dei Troiani nella battaglia contro i greci.

fonte web: http://www.mitiemisteri.it/fantasy/artemide.html

domenica 20 maggio 2012

#Mitologia #Dea #Afrodite #Universo #Simbolo::


http://www.elicriso.it/it/mitologia_ambiente/dei/afrodite/

Era la dea della bellezza e dell'amore. Omero sostiene che fosse nata da Zeus e da Dione ma la versione più diffusa è quella di Esiodo secondo la quale sarebbe nata dalle spume del mare (da qui l'epiteto di Anadiomene) fecondate da Urano nei pressi dell'isola di Cipro
 Fu sposa del bruttissimo Efesto per volere di Zeus ma ebbe tantissime avventure sia con altri dei (Ares dal quale ebbe Armonia, Eros, Ermes, Poseidone ed altri) che con mortali (Adone, Anchise dal quale ebbe Enea, ecc.).
Afrodite è una divinità molto complessa ma che in ogni caso rappresenta sempre la forza dell'amore nelle sue diverse espressioni al fine della conservazione della vita.
Da questo punto di vista il suo culto era diversificato: come Afrodite Urania rappresentava l'amore puro e ideale; come Afrodite Areia (guerriera) era rappresentata armata ed associata al culto di Ares; come Afrodite Anzeia (fiorita) era venerata come dea della fecondità in rapporto ai frutti della terra e raffigurata con fiori di mirto e di melo; come Afrodite Pandemia (di tutto il popolo) era il simbolo dell'amore sensuale, volgare, venale; come Afrodite Euploia (della buona navigazione) o Afrodite Pontia (marina) era venerata come protettrice dei naviganti.

Fonte web: http://www.elicriso.it/it/mitologia_ambiente/dei/afrodite/

sabato 5 maggio 2012

#Mitologia #Divinità Greche #Zeus:

http://www.drogbaster.it/statua_di_zeus.htm


 ZZeus  era il capo degli "dei", nato da Cronos. Dio supremo dell’Olimpo, signore del fulmine fa parte, come tutti gli dei dell’Olimpo, della seconda generazione divina. Fu sottratto dalla madre Rea al padre crono, che voleva divorarlo e nutrirlo in una grotta del monte Ditte dalla capra Amaltea. Diventato adulto, detronizzò il padre con l’aiuto di Meti (la prudenza) e sposò Era. Da unioni diverse ebbe molti figli, tra cui Atena, Artemide, Apollo, Efesto, le Muse, le Gracie, Ermes, Ares, Eros, Tantalo, Perseo, Minosse, Dioniso, Eracle, Persefone e le Ore. Da lui dipendevano i fenomeni atmosferici, come la pioggia, la neve e le nubi, ... 

fonte web: ww.schule.suedtirol.it/ms-st.christina/klassen/leggendeeur/deigreci/greci2.html

martedì 24 aprile 2012

#Citazione #J. Campbell #Arte di vivere #Malinteso #Simboli #Eventi storici


it.wikipedia.org


Il malinteso consiste nel leggere
i simboli mitologici spirituali
come se si riferissero
a eventi storici.

J. Campbell, Riflessioni sull'arte di vivere, Guanda, 1998, p.155

Scelta da Manlio Lo Presti

venerdì 6 aprile 2012

#citazione #Blavatsky, #glossario teosofico #uovo cosmico


Le uova sono simboliche fin dai primi tempi; vi era l’”Uovo del Mondo”,
in cui avvenne la gestazione di Brahmā, l’Hiranya-Gharba degli Indiani, e l’Uovo del Mondo degli Egiziani, che procede dalla bocca della “divinità eterna e senza origine”, Kneph, e che è l’emblema della potere generatore.
Poi l’Uovo di Babilonia, da cui nacque Ishtar, e che si diceva fosse caduto dal cielo nell’Eufrate.
Delle uova colorate erano usate ogni anno durante la primavera in quasi ogni paese, e in Egitto erano scambiate come simboli sacri nel periodo della primavera, che era, è e sarà sempre l’emblema della nascita, o rinascita, cosmica ed umana, celeste e terrestre.
Esse venivano appese nei templi Egiziani e sono sospese anche oggi nelle moschee Maomettane.

Blavastky, Glossario teosofico, Istituto Cintamani, 1998, p. 262.

Scelta da Manlio Lo Presti

 
 

sabato 10 marzo 2012

Il #Trickster, ladro, folle, imbroglione divino #mitologia #archetipi #briccone divino #citazione

Nella mitologia, nella religione e nello studio del folklore il trickster (ingl. ingannatore) è un essere spirituale, uomo, donna o animale antropomorfo, lussurioso e vorace, abile nell'imbroglio e caratterizzato da una condotta amorale, al di fuori delle regole convenzionali.
Tra gli animali che sono considerati trickster nelle varie culture troviamo il coyote, la volpe, il ragno, la lepre, il corvo (vedi Kutkh), e il lupo (si ricordi la famosa favola di Fedro su Il lupo e l'agnello).
Nel folklore il personaggio appare come uno scaltro mentitore che con poco lungimiranti sotterfugi riesce ad uscire sano e salvo anche dalle situazioni più ingarbugliate (delle quali spesso è artefice), come nella maschera di Pulcinella o nell'Ifrit delle tradizioni arabo-islamiche. In questo differisce dal brigante, poiché la sua attitudine raramente lo porta a notevoli guadagni o cambi radicali di vita; piuttosto le sue furbonerie sono un contorto lasciapassare per la riuscita di piccoli imbrogli, sia commerciali che sessuali, che spesso sfociano nella comicità.
http://www.fucinemute.it 

Il trickster, spesso un ladro o un folle, è colui che mette in moto cambiamenti imprevedibili nelle storie. Non crea, ma concrea, dando alla creazione aspetti imprevedibili, o, in alternativa, distrugge il mondo conosciuto o l'ordine costituito, creandone uno differente”.

venerdì 9 marzo 2012

Del e Beng. La creazione del mondo nei racconti rom #Leonardo Piasere #Trickster #Briccone divino #Mitologia #tradizioni rom #citazione


Esiste un corpus ben isolabile di miti rom riguardanti la creazione del mondo e attestato da fonti che coprono l’arco temporale di circa un secolo. Le prime testimonianze furono raccolte da Heinrich von Wlisłocki nella seconda metà dell’Ottocento: membro di una famiglia di origine polacca, visse nella Transilvania ungarico-asburgica dove fra l’altro studiò il folklore e l’organizzazione sociale dei rom Cortorari che nomadizzavano per la regione e nelle regioni confinanti […]È fra i rom Kalderaš (o kalderaša) venuti dalla Russia, e per questo chiamati rusuja, che è stata raccolta una delle varianti del racconto che ci interessa: tra il 1954 e il 1955, Zanko, della vitsa (cioè del gruppo di discendenza) dei Palešti. […]La seconda variante è raccontata negli anni settanta da Zlato, membro di quella parte della vitsa dei Čukurešti che si era invece spostata in Croazia e da lì, all’inizio del Novecento, era poi giunta in Italia. […]

Il mito, dunque: abbiamo a che fare con la creazione del mondo in un momento in cui esistono solo una grande distesa d’acqua e due protagonisti: Del, Dio, e Beng (trascritto in vari modi), il Diavolo:

• Variante dei Cortorari: Dio vuole creare il mondo ma non sa che tipo di mondo. Irato per non avere amici e fratelli, scaglia il suo bastone da cui emerge un grandissimo albero. Il diavolo compare seduto sotto tale albero e si propone come fratello a Dio. Costui lo può accettare solo come amico. Dio e il diavolo girano sopra le acque, ma soffrono di solitudine e il secondo vorrebbe creare degli altri esseri, ma ne è incapace; allora Dio gli propone di tuffarsi nell’acqua per recuperare della sabbia dal fondo, così poi Dio stesso, pronunciando il proprio nome, potrà creare la terra e gli altri esseri. Il diavolo si tuffa, ma volendo essere lui il creatore, è il proprio nome che pronuncia una volta raccolta della sabbia: la sabbia diventa ardente ed è costretto a lasciarla cadere e a riemergere senza. Ci prova per nove giorni, fino a diventare tutto nero per le scottature che di continuo si procura. Perché non si bruci del tutto, Dio gli intima di smettere di pronunciare il proprio nome, e così il diavolo riesce finalmente a portare su della sabbia con cui Dio fa la terra. «Bene», dice il diavolo, «ora io vado ad abitare sotto l’albero e tu arrangiati!». Rivelatosi un cattivo amico, il diavolo viene trascinato via da un toro comparso improvvisamente, mentre gli uomini hanno origine dalle foglie cadute del grande albero e diventate di carne.

• Variante dei Kalderaš Palešti: qui Dio è il Phuro Del Sinpetra (Vecchio Dio San Pietro) che un giorno col suo grande bastone e in compagnia del suo compagno, il Beng arriva ai bordi della Marea, il grande fiume-mare del primo mondo. Ne esaminano la profondità e il Del si chiede se si possa arrivare a toccarne il fondo. «Io sì che posso», dice il Beng, e allora Dio lo sfida: «Portami una prova che ci riesci!» Il Beng si tuffa e come prova porta quella terra dal fondo che gli resta in mano e sotto le unghie (è da allora che gli uomini hanno sempre le unghie sporche di terra). Ora Dio lo sfida a fare due statuette di rom con la terra portata: e il Beng riesce a fare anche questo; allora lo sfida a farli uomo e donna, rom e romní, e anche questo viene fatto dal Beng. «Bene», dice il Del, «ora falli parlare»; ma qui il Beng cede, questo non lo può fare e si riconosce sconfitto. Dio stende allora il proprio bastone e, in riva alla Marea, sorgono improvvisamente due alberi, uno dietro alla statuetta dell’uomo e uno dietro a quella della donna, che le avvolgono con i loro rami e le trasformano in carne umana: sono Damo e Yehwah, il primo uomo e la prima donna, che sono rom.

• Variante dei Kalderaša Čukurešti: Del e Beng sono come fratelli. Del dice al Beng di andare in fondo all’acqua che costituiva il mondo perché possa portargli una branca di terra. Il Beng si tuffa, serra nei suoi pugni la terra, ma tornando su l’acqua gliela trascina via. Ma un po’ rimane sotto le unghie lunghe, e Del, con uno stecco, gliela gratta via e la ammucchia. Il Beng si tuffa varie volte e così Del riesce a farne un bel mucchietto. Poi con la terra Del si fa una seggiola, vi si siede sopra e si addormenta. Il Beng, che ha fatto tanta fatica e che ora deve restarsene in piedi, si arrabbia: prende Del per una gamba e cerca di trascinarlo in acqua. Ma quando si avvicina all’acqua la terra si allarga, e in questo modo si forma una grande distesa di terra. Del si sveglia e reputa la terra troppo grande: bisogna accorciarla. Allora il Beng che cosa fa? Si mette a saltare da tutte le parti creando così affossamenti e salite, valli e montagne. Poi, senza niente da fare, il Beng fa un uomo con della terra, solo che non è vivo. Il Del se lo fa regalare, gli fa una croce sopra, gli soffia in bocca e l’uomo di terra diventa vivo. Quando si addormenta, Del e Beng gli tagliano una costola e fanno la donna: Adamo ed Eva. Qual è il loro primo peccato? Cacciare una carovana di rom che un giorno arriva nel loro giardino!

(Leonardo Piasere, Il Trickster e l’infinito. Alcune riflessioni a partire da esempi rom, in http://www.qro.unisi.it/frontend/sites/default/files/Il_trickster_e_l'infinito.pdf )



martedì 6 marzo 2012

#Astarte, la madre, la signora della vita, della morte, della rinascita, l’amante del fanciullo, la guerriera, la dea dell’amore, l’impudica, la prostituta, la signora del cielo #citazione

Astarte è il nome greco-romano con cui viene designata la dea fenicia Ashtart (Astart). Venerata dalle popolazioni semitiche, il suo culto si diffonde in tutta l'area mediterranea grazie ai Fenici. Astarte, protettrice delle città fenicie di Tiro, Sidone, Cartagine e Biblo, è la divinità femminile per antonomasia, la Terra Madre che, unendosi con il suo sposo celeste Baal, «Signore potente», genera ogni essere vivente. Già dal II millennio i Fenici la raffigurano in statuette e basso­rilievi come dea madre che, nuda, sorregge i propri seni tra le mani, oppure mentre allatta un bambino, o ancora mentre regge fiori di loto o un disco o dei serpenti. I caratteri di divinità procreatrice sono anche confermati dalla sua assimilazione con l'Iside e la Hator egizie, con l'Ishtar (Istar) babilonese, con l'Afrodite greca e la Venere latina. Per quanto la figura di Astarte Dea Madre sia strettamente legata alla generazione e quindi alla vita, forti sono le implicazioni con la morte; e con la rinascita: nella città di Biblo, Astarte è associata alla figura del dio Tammuz, lo sposo fanciullo il cui mito di morte e resurrezione è simbolo del rifiorire annuo della vegetazione.

Il motivo del fanciullo che muore e risorge, e della potente divinità femminile cui egli è legato, rimanda al mito greco di origine siriaca di Adone, il giovane amato da Afrodite e dalla divinità infera Persefone, ucciso da un cinghiale e destinato da Zeus a trascorrere metà dell'anno con l'una, e metà con l'altra.

Astarte, come la potente Ishtar – regina del cielo e della terra, dea guerriera dell'amore , è anche protettrice dell'amore sessuale, di quello casto come di quello dissoluto (forse per questo motivo nel Vecchio Testamento il nome fenicio Ashtart è alterato in Astaroth, ovvero Astarotte, demone dell'impudicizia). Ruolo di rilievo nel culto di Astarte riveste la prostituzione sacra, praticata in particolare in ambiente siriaco.

Astarte è, inoltre, dea posta in relazione con la guerra (e in particolare con i cavalli e l'abilità equestre): in Mesopotamia ella viene invocata da Hammurabi quale «signora delle battaglie«, gli Assiri la rappresentano in armi in groppa ad un leone, nell'arte babilonese è raffigurata come dea guerriera sul carro. In ambito punico Astarte viene designata poi quale protettrice dei naviganti e in Siria il suo legame con il mare pare in parte testimoniato dall'associazione della dea con i pesci. Astarte è pure divinità astrale, signora dei cieli, divinità lunare: in Grecia sarà identificata con Afrodite Urania e a Roma le verrà attribuito l'epiteto Caelestis.


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