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lunedì 17 settembre 2012

#Trickster. Guastafeste e imbroglioni divini. 1. #Corvo, a cura di Ezio #Falcomer, #appunti di #ricerca, citazioni, Lewis #Hyde, #briccone


 Ecco la storia di Corvo che crea il mondo.

«Sembra che l’intero universo fosse un tempo coperto dalle tenebre. Nelle isole della Regina Carolina (Pacifico) vi era una città in cui vivevano gli animali. Un animale capo e sua moglie vi risiedevano insieme al loro unico figlio, un bambino che amavano tantissimo. Il padre cercò di tenerlo al riparo da ogni pericolo. Gli costruì un letto sopra il suo nel retro della sua grande dimora. Lo lavava regolarmente e questo crebbe fino a diventare un giovinetto.
Ma di lì a poco, si ammalò; e poco tempo dopo morì. I genitori non finivano di piangere. Il padre, animale capo, convocò i membri della tribù alla propria dimora.  Quando questi vi si raccolsero, ordinò che il corpo del figlio fosse composto. “Estraetegli le budella!” ordinò. I servitori lo adagiarono, gli tolsero gli intestini, li bruciarono nel letto  e sistemarono il corpo sul letto che il padre aveva fatto costruire per lui. I genitori piangevano ai piedi della sua salma ogni giorno, e la tribù piangeva con loro.
Un giorno, prima che albeggiasse, la madre, recatasi per piangere, guardò e vide un giovane scintillante come il fuoco giacere dove era stato deposto il corpo del figlio. Chiamò allora il marito, il quale salì sulla scala e chiese: “Sei tu mio adorato figlio?”. “Sì, sono io”, rispose il giovane, e i cuori dei due genitori si riempirono di gioia.
Quando i membri della tribù giunsero per consolarli, rimasero sorpresi nel vedere quel giovane radioso. Il quale si rivolse loro dicendo: “Il cielo era molto seccato dei vostri continui lamenti, così mi ha mandato giù a confortare i vostri pensieri”. Tutti furono molto contenti che il principe vivesse nuovamente fra loro, e i genitori lo amarono più che mai.

Il capo aveva due grandi schiavi, un poveretto e sua moglie. Costoro venivano chiamati Bocca-a-Ciascuna-Estremità. Ogni giorno portavano a casa cibi di tutti i generi. Quando andavano a caccia tornavano con grossi tranci di carne di balena che cuocevano sul fuoco e poi mangiavano.
Il giovane scintillante invece non si nutriva. I giorni trascorrevano. Masticava piccoli pezzi di grasso, non li ingoiava. La moglie del capo tribù cercava di invogliarlo a mangiare, ma egli rifiutava tutto e viveva senza cibarsi. La madre era molto in ansia, e temeva che il figlio potesse di nuovo morire. Un giorno, mentre questi si trovava fuori per una passeggiata,, il capo salì in cima alla scala dove il giovane aveva il proprio giaciglio. E lì vide la salma del figlio! Ciò nonostante continuò a voler bene al nuovo arrivato.
Poco tempo dopo, mentre il capo e la moglie erano fuori, i due schiavi chiamati Bocca-a-Ciascuna-Estremità entrarono portando con sé grossi tranci di carne di balena che cucinarono sul fuoco per mangiarseli. Il giovane scintillante arrivò e chiese loro: “Che cosa vi rende così affamati?”. “Sentiamo la fame perché abbiamo mangiato la crosta dei nostri stinchi” risposero gli schiavi. “Vi piace ciò che mangiate?” domandò il giovane. “Sì mio signore!” rispose lo schiavo.
“Allora assaggerò la crosta di cui parlate” replicò il principe. “No, mio signore! Non vorrete diventare come noi” urlò la schiava. “La assaggerò solo e poi la sputerò” disse il principe. Lo schiavo tagliò un pezzo di carne di balena e vi mise dentro una piccola crosticina. La moglie lo sgridò: “Malvagio! Cosa stai facendo al povero principe?”
Il giovane principe prese il pezzo di carne contenente la crosta, l’assaggiò e lo sputò. Poi se ne andò a letto.

Quando il capo e la moglie ritornarono, il principe disse alla madre: “Madre sono affamato”. “Oh, caro, davvero?” ella rispose e ordinò subito agli schiavi di procurare un lauto pasto al suo amato figliolo. Questi mangiò tutto, e non appena finito, ebbe di nuovo fame. Gli  schiavi gli davano sempre più da mangiare, ed egli divorò ogni cosa, per giorni e giorni. Ben presto tutte le provviste della  casa del padre finirono. Il principe si recò allora di casa in casa per tutto il villaggio, divorando tutte le scorte di cibo, e questo perché aveva assaggiato le croste di Bocca-a-Ciascuna-Estremità.
Le riserve alimentari di tutta la tribù andarono presto quasi esaurite. Il grande capo era triste e provava vergogna   a causa del figlio. Radunò la tribù e comunicò: “Manderò via mio figlio, prima che divori tutto il nostro cibo”. La tribù convenne sulla decisione; il capo convocò il giovane nel retro della casa e gli disse: “Caro figliolo, ti manderò al di là dell’oceano, sul continente”. Gli diede una piccola pietra tonda, un manto di corvo e una vescica di leone marino essiccata piena di ogni specie di semi. “Quando indosserai questo manto di corvo diventerai Corvo e volerai – gli disse”. Quando sarai stanco di volare, lascia cadere questa pietra in mare e troverai riposo. Quando raggiungerai il continente, spargi i diversi semi di frutti sulla terra e le uova di salmone in tutti i fiumi e torrenti, e anche quelle di trota, così che non ti mancherà cibo finché sarai al mondo”. Il figlio indossò il manto di corvo e volò verso oriente.

Successivamente, Corvo crea il mondo così come lo conosciamo: colloca i pesci nei fiumi e diffonde i frutti sulla terra. Quando arriva nel nostro mondo, si accorge che manca la luce, ma ricordandosi che vi era luce nel cielo da cui proveniva, vi ritorna per rubarla, in modo che la terra non sia più avvolta dalle tenebre.»

Questo è il mito delle origini di Corvo e del suo appetito.
Tratto da da Lewis HYDE, Il briccone [= Trickster] fa il mondo. Malizia, mito e arte, Torino Bollati Boringhieri, 2001 (or., 1998), pp. 33-35.
E’ una storia del ciclo tsimshian di Corvo, raccontato dai nativi lungo la costa del Pacifico settentrionale. Uno dei suoi titoli è “Corvo diventa vorace” ma è anche la storia del suo iniziale tentativo di staccarsi dall’appetito.

Elementi testuali che ci fanno riflettere:
-Il principe scintillante non è propriamente il figlio del capo (c’è il cadavere)
-Il principe scintillante “è un emissario celeste”,  “antidoto al dolore”.
-“Le isole su cui stanno padre e madre stanno fra cielo e terra”.
-“Corvo viaggia dal cielo al mondo degli animali e poi al nostro, dove l’appetito non ha fine”.
- “Come in molti racconti sul trickster, Corvo è un intermediario, un mediatore. Corvo si sposta tra le tre sfere dell’Essere”. Corvo viaggia, ruba la luce, cade nella trappola della fame che lo rende mortale, crea il mondo ecc.
-Il desiderio dei genitori di salvare il figlio dalla morte fallisce.
-“Perché il padre brucia le budella del figlio?”
- Perché gli schiavi sono chiamati Bocca-a-Ciascuna-Estremità?
- “Che cosa sono le croste di stinco?” (HYDE, pp. 35-36)

Hyde ci fornisce le seguenti interpretazioni:
“Mangiare e morire rientrano tra i mutamenti del mondo, gli intestini sono simbolo del nostro mondo che cambia […] gli schiavi Bocca ecc sono il canale alimentare al servizio del corpo”.
- La domanda sottesa al racconto: “il principe deve o no essere governato dagli intestini?”.
-“Bruciare gli intestini è una maniera per liberare dall’appetito, simbolica, e dare immortalità”.
-“Le croste, immagine più misteriosa”.
-“Corvo è chiamato a volte il trickster con le zampe incrostate”.
- “Il corvo sfrega il becco sulle zampe, e ai nativi forse sembra che le mangi, come se si automangiasse”.
-“Le croste provengono dalle ferite, ruvido contatto col mondo esterno, se guariamo spariscono”.
-“Ma sono anche una specie di fruttificazione del corpo che può essere mangiata o leccata”.
-“Le croste rimandano al ruvido contatto col mondo, lavoro, fatica”

-L’ipotesi di Hyde. Mangiare le croste di stinco è come “entrare nel mondo del dolore e della fatica”.
-“Corvo nasce da una ferita : la ferita data al padre morendo, visto che lui aveva l’ideale di preservare il giovane dal dolore e dalla morte”.
- Nasce inoltre “da una seconda ferita: quando le croste lo trasformano in una macchina famelica e predatrice”.
-“Le croste sono anche una specie di escremento, il corpo viene alla luce da luoghi vicini a dove si espellono i rifiuti” (la vagina).
- “Le croste-escrementi vengono mangiate; vi è una circolarità del mangiare. Mangiare è mangiarsi. Oppure tutti quelli che mangiano in questo mondo, saranno a loro volta mangiati da qualcos’altro”. Vi è una “legge dell’appetito, dell’interdipendenza ecologica. Mediante il mangiarsi, gli stinchi degli schiavi (budella), Corvo mette in atto il ciclo dell’appetito infinito” (HYDE, PP.35-37).
-“Ma abbiamo dei collegamenti anche col mondo dei cacciatori nativi. Uccidevano l’animale, lo sventravano e ne portavano via la carcassa. I corvi divorano le budella, poi arriveranno i coyote e i lupi”.
-“Corvo in definitiva è un Misto. Essere celeste che scende nel mondo, cade nell’appetito umano, ha poteri speciali ma è incapace di saziare la propria fame”

Conclusione di Hyde. Il Trickster  “fa il mondo, gli dà luce, pesci e frutti, ma lo fa “così com’è”: un mondo di costanti bisogni, di lavoro, di limitazioni e di morte (HYDE, p.38).


Ma allora, che cos’è un trickster?

Già dalla storia di Corvo possiamo dedurre alcune attività specifiche di questo essere.
Può essere una divinità, un essere soprannaturale, ma ha caratteristiche molto poco divine in senso nobile. Ha doti sovrumane, ma ha anche comportamenti umani e spesso animaleschi e subumani.
E’ astuto, intelligente, ma può essere anche molto ingenuo. E’ capace di creare il mondo e nello stesso tempo di cadere in varie trappole e inganni. E’ schiavo degli appetiti, intestinali, ma non solo, anche sessuali. E’ un ladro (di luce, come Corvo; di fuoco, come Prometeo, trickster tra l’altro un po’ stupido; di vacche, come Hermes ai danni di Apollo; di mele dell’immortalità, come Loki figlio di un dio e di un gigante, cioè di un essere terribilmente nemico degli dei; di pesche dell’immortalità, come Scimmiotto, memorabile trickster picaresco del poema cinese “Viaggio in Occidente”, che ne fa da vendere e da perdere, finché pure Buddha si deve scomodare per tenerlo rinchiuso da qualche parte, ma invano. E’ un burlone, come l’africano Eshu, che durante la creazione fa ubriacare qualche dio e così alcuni uomini nascono storpi ciechi e deformi. E’ tonto ed è astutissimo insieme, come nella varie vicende di Coyote, capace di fare trappole, di caderci dentro, di evitarle ecc. E’ un essere del Limite. Un viandante, vagabondo, on the road, che viaggia sempre, dappertutto, sulla terra, fra il giorno e la notte, sale al cielo, scende agli inferi (Hermes lo fa per riportare Persefone alla madre Demetra), sta sempre nei confini, a volte li crea, per varcarli
E’ uno specialista della trasgressione di qualcosa, finalizzata a dare sviluppo e cambiamento a una situazione cosmologica di stallo (Loki uccide col vischi, per gioco, il dio Baldr, bello apollineo ma inetto, e scatena l’apocalisse norrena, tremenda). E’ poi un grande bugiardo, spesso, ingannatore (trickster appunto), manipolatore, fabbricatore dell’artificio, della doppiezza.

Il trickster si presenta come archetipo che dal mito sacro continua a vivere nei romanzi e nei film della nostra cultura (i picari, i truffatori ecc)

”Le arti della caccia e quelle del cucinare la carne appartengono alle origini del tempo, quando il trickster era impegnato in primo luogo a plasmare il mondo. Ma egli non ha abbandonato la scena. L’eroe culturale trickster è sempre presente. Le sue azioni apparentemente asociali continuano a tenere vivo questo nostro mondo, assicurandogli la flessibilità necessaria per durare […] le origini, la vitalità e la durevolezza delle culture richiedono che vi sia spazio per figure la cui funzione è quella di svelare e disgregare i dogmi assoluti su cui esse si basano. […] I trickster sono figure asociali o antisociali appartenenti al sacro, essenziali per la vita sociale.” (HYDE, p. 17)




                                            [continua]

mercoledì 6 giugno 2012

#Citazione #Uomini e Donne:Una ragazza non può amare senza ....

http://22ine.over-blog.it/article-quando-le-ragazze-si-innamorano-38846623.html
Lo so, gli uomini giovani hanno paura dei lacci: una ragazza non può amare senza che si sospetti subito - dietro la sua fronte ambrata dall'onda dei capelli lenti - la visione di un sindaco e di un prete.

Amalia Guglielminetti, lettera a Guido Gozzano, 1907

da un libro di citazioni - Le donne hanno detto pag. 263 - Laura Bolgeri - Rizzoli

lunedì 4 giugno 2012

#Citazione #Passato: Pagine bianche.....

http://it.zelindo.com/evento/370-_vi_concorso_di_libri_editi_ed_inediti__promosso_dal_centro_culturale_studi_storici/ 

Il passato ha delle pagine bianche tutte da scrivere. Ci si mette i sogni che si vuole, non si è obbligati a uniformarsi ai manuali di storia.

tratto da: un libro di citazioni -le donne hanno detto pag, 189 - Laura Bolgeri - Rizzoli

venerdì 16 marzo 2012

…quando il mondo intorno a noi è diventato un trascurabile dettaglio, perché siamo innamorati.#Flavio Pagano #Ragazzi ubriachi #amore #adolescenza #paternità #citazione


[...] Non so perché, ma la mia attenzione si concentrava sempre istintivamente sull'aspetto di mio figlio, ed era di quello che mi servivo per dedurre la sua salute interiore. Mi sembrò che stesse decisamente bene. Il pugilato cominciava un po' a modellargli il viso. Aveva un'aria da duro, che però finiva per esaltare quello sguardo dolce che aveva negli occhi fin da quando era venuto al mondo. Una dolcezza che scorreva dentro di lui, segreta e silenziosa come un fiume sotterraneo. Mi disse che era venuto a salutarmi, perché sapeva che arrivavo, ma che doveva scappare, e che però ci saremmo visti dopo.
Mi mollò in mano una borsa.
"Ma cosa c'è qui dentro?" gli chiesi, "quanto pesa!"
Lui sorrise.
"Sei debole papà... sei vecchio!" Strizzò l'occhio e scappò via. Aveva quell'abitudine di attraversare la strada ignorando il semaforo, che mi faceva venire sempre il cuore in gola. Sull'altro marciapiede lo aspettava Consuelo. Gonna a pieghe, calzettoni, ballerine ai piedi, mollette tra i capelli. Sembrava una ragazzina di Grease. Fabio l'abbracciò di slancio, sollevandola leggermente. Consuelo fece una specie di piroetta intorno a lui, tra le sue braccia. Quasi un passo di danza. C'era una libertà infinita in ogni loro gesto. Persino nel modo di camminare, nella disinvoltura con cui si tenevano per mano mentre sparivano tra la folla, in quella bella giornata di sole. La libertà che si prova non quando ci si sente padroni del mondo, ma quando il mondo intorno a noi è diventato un trascurabile dettaglio, perché siamo innamorati.



Fabio non si fece vedere fino a sera. Non rispondeva al cellulare, non dava notizie. 'Che stronzo!', pensavo, 'che ragione c'è di comportarsi così? Cosa gli costerebbe far solo sapere che sta bene?'
Ero incazzato nero, perché sapevo di essere parte anch'io di quel trascurabile dettaglio, e avevo voglia di rimproverargliela la sua felicità, come fosse una specie di colpa.
Gli innamorati sono piccoli dèi, capaci di realizzare la felicità solo per se stessi. E questo che li rende soli, perché il mondo non glielo perdona.
Sognare la felicità è un diritto di tutti, ma viverla no. Viverla apertamente sembra quasi un'offesa. E invece l'amore lo fa. Perché è sfacciato, brutale, e quando la sua forza s'incontra con l'eruzione dell'adolescenza, trascina la vita alle sue origini più tempestose. Il desiderio degli innamorati ha la violenza esplosiva della Creazione, il calore abbagliante di un magma incandescente. Il sentimento prende forma, si scolpisce, assurdo e magnifico, nel nulla dell'esistenza, e i pensieri si animano, diventano animali enormi che si aggirano in una foresta lussureggiante di emozioni, facendo tremare la terra sotto i loro passi.
Una delle stranezze del destino umano è che ciascuno di noi sembra ripercorrere, nel corso della sua esistenza, l'intera storia del mondo. Ma il tempo, per un ragazzo e una ragazza innamorati, non esiste. Ai piccoli dèi è concessa l'eternità. O l'illusione, che può essere un bene più grande, di averla conosciuta.


Però dopo cresciamo, e inizia la ricerca disperata dell'ordine segreto che governa le cose, e che nasconde invece l'inganno vero. Con l'età si comincia ad aver paura di amare, anzi un po' ci si vergogna. Vita e amore appaiono inconciliabili. Tutto sembra una trappola. E allora l'unico modo per sfuggire alla disperazione, è fingere che il senso della vita non sia nelle sue illusioni, ma nella sua realtà concreta. L'amore è una follia... Cambiare le regole non è possibile... Già, allora tutto ciò che resta da fare è scopare, arraffare, fottere il prossimo, inventare idoli, professare mediocrità, e mentre l'esperienza prosciuga la speranza di cambiare davvero le cose, aspettare che la morte rimescoli le carte, insegnando pazientemente ai ragazzi che nella vita ci vuole misura, e soprattutto fiducia nell'aldilà, perché la vita è una valle di lacrime, un posto strano voluto da un buon Dio, dove per sopravvivere devi far fuori qualcun altro.



Ma l'adolescente innamorato non ha paura neanche di questo. È un tirannosauro, e niente lo abbatte. Sbrana tutto quello che incontra, e la sua forza, ciò che lo rende indistruttibile, è che non immagina neanche che un giorno avrà un orario in una catena di montaggio, o una ventiquattr'ore incatenata al polso.
L'amore è l'unico mito che esiste davvero. L'unica prova che tutto potrebbe essere diverso, anche al di qua dell'utopia.
Ma, come tutti i miti, è destinato ad una vita anfibia tra memoria e fantasia. Il fiume di energia da cui era scaturito, si frammenta in mille rivoli. Diventa passione, fede, avidità.
Tutto discende dall'amore, vissuto o negato che sia. Anche quella forza oscura e primordiale che lega i genitori ai propri figli: un amore impossibile, il cui frutto maturo è il distacco, non l'unione.
Un amore che nasce al servizio della specie, indispensabile per la sua conservazione, ma che di solito diventa conservazione di sé. L'amore dei genitori, è un amore che uccide.
E quello degli innamorati non è meno crudele. Ti cancellano con un sorriso, ed è una maniera imperdonabile di dirti "ti voglio bene, ma...".



(Flavio Pagano, Ragazzi ubriachi, Roma, Manifestolibri, 2011, p. 92 ss.)








sabato 10 marzo 2012

Il #Trickster, ladro, folle, imbroglione divino #mitologia #archetipi #briccone divino #citazione

Nella mitologia, nella religione e nello studio del folklore il trickster (ingl. ingannatore) è un essere spirituale, uomo, donna o animale antropomorfo, lussurioso e vorace, abile nell'imbroglio e caratterizzato da una condotta amorale, al di fuori delle regole convenzionali.
Tra gli animali che sono considerati trickster nelle varie culture troviamo il coyote, la volpe, il ragno, la lepre, il corvo (vedi Kutkh), e il lupo (si ricordi la famosa favola di Fedro su Il lupo e l'agnello).
Nel folklore il personaggio appare come uno scaltro mentitore che con poco lungimiranti sotterfugi riesce ad uscire sano e salvo anche dalle situazioni più ingarbugliate (delle quali spesso è artefice), come nella maschera di Pulcinella o nell'Ifrit delle tradizioni arabo-islamiche. In questo differisce dal brigante, poiché la sua attitudine raramente lo porta a notevoli guadagni o cambi radicali di vita; piuttosto le sue furbonerie sono un contorto lasciapassare per la riuscita di piccoli imbrogli, sia commerciali che sessuali, che spesso sfociano nella comicità.
http://www.fucinemute.it 

Il trickster, spesso un ladro o un folle, è colui che mette in moto cambiamenti imprevedibili nelle storie. Non crea, ma concrea, dando alla creazione aspetti imprevedibili, o, in alternativa, distrugge il mondo conosciuto o l'ordine costituito, creandone uno differente”.

venerdì 9 marzo 2012

I binari della Union Pacific erano serpenti gemelli #Rod Serling #Un salto alla Rip Van Winkle #citazioni


I binari della Union Pacific erano serpenti gemelli che si snodavano a sud del confine del Nevada, inoltrandosi nelle vaste depressioni torride del deserto Mojave. Ma quando, una volta al giorno, il rapido di lusso "Città di St. Louis" sferragliava su quei binari oltre i picchi vulcanici simili ad aghi, le lontane e desolate montagne dal profilo a denti di sega, il morto mare di ceneri e fragili incrostazioni di creosoto, si trattava di un'intrusione di uno strano anacronismo. La tremenda energia del locomotore diesel fendeva i venti del deserto, e il treno viaggiava velocissimo per superare l'arida distesa bianca di quella terra antica, come se temesse di essere afferrato, bloccato dai frastagliati speroni di rocce che circondano il grande deserto quadrangolare.


 
(Rod Serling, Un salto alla Rip Van Winkle,
fonte web http://it.wikiquote.org/wiki/Rod_Serling )








giovedì 8 marzo 2012

Bel modo di rivolgersi a un messaggero del Signore #Christopher Moore #Il Vangelo secondo Biff #citazioni


L’angelo stava vuotando e pulendo i suoi armadi quando giunse la chiamata. Aureole e raggi di luna erano divisi in mucchi a seconda della luminosità, le sacche con l’ira e i foderi dei lampi erano appesi a ganci in attesa di essere spolverati. Da un otre in un angolo era fuoriuscita un po’ di gloria, che provvide ad asciugare con un tampone. Ogni volta che muoveva lo straccio, dall’armadio si levava uncoro smorzato, come se avesse messo il coperchio su un vaso di sottaceti colmo di Alleluia.
«Raziel, in nome del cielo, che cosa stai facendo?».
L’arcangelo Stephan era in piedi sopra di lui e brandiva una pergamena quasi stesse rimproverando un cucciolo con una rivista arrotolata.
«Ordini?» chiese l’angelo.
«Terra».
«Ci sono appena stato».
«Due millenni fa».
«Sul serio?». Raziel diede un’occhiata all’orologio e picchiettò il cristallo con un dito.
«Ne sei sicuro?».
«Tu che ne pensi?». Gli porse la pergamena affinché potesse vedere il sigillo del Roveto Ardente.
«Quando devo partire? Qui ho quasi finito».
«Subito. Prendi il dono delle lingue e qualche miracolo minore. Niente armi, non si tratta di una faccenda di collera. Sarai sotto copertura. Resterai nell’ombra, ma avrai un ruolo importante. Troverai tutto nei tuoi ordini».
Gli consegnò la pergamena.
«Perché proprio io?».
«È stata la mia stessa domanda».
«Ebbene?».
«Mi è stato ricordato il motivo della cacciata degli angeli».
«Wow! Dunque è una cosa tanto grave?».
Stephan diede un colpo di tosse: un chiaro gesto d’ostentazione, dal momento che gli angeli non respirano. «Forse non dovrei saperlo, ma gira voce che si tratti di un nuovo libro».
«Stai scherzando? Un seguito? Apocalisse 2, proprio quando pensavi che peccare fosse lecito?».
«È un Vangelo».
«Un Vangelo dopo tutto questo tempo? E chi è l’autore?».
«Levi detto Biff».
Raziel lasciò cadere lo straccio e si raddrizzò. «Dev’esserci un errore».
«Viene direttamente dal Figlio».
«C’è un motivo se Biff non è mai stato menzionato negli altri libri, lo sai? È un totale…».
«Non dirlo».
«Ma è una testa di cazzo».
«Usi un linguaggio del genere e poi ti chiedi perché vieni assegnato a missioni come questa…».
«Ma perché adesso? Finora sono bastati i quattro Vangeli. E perché lui?».
«Perché secondo la cronologia terrestre cade una specie di anniversario della nascita del Figlio, e Lui crede sia giunto il momento di raccontare tutta la storia».
Raziel chinò la testa. «Sarà meglio che vada a preparare i bagagli».
«Il dono delle lingue» gli rammentò Stephan.
«Ma certo, così posso farmi insultare in mille idiomi diversi».
«Vai a ricevere la buona novella, Raziel. E portami del cioccolato».
«Cioccolato?».
«È uno snack degli abitanti della Terra. Ti piacerà. L’ha inventato Satana».
«Il cibo del diavolo?».
«Non puoi vivere di solo latticello, amico mio».



Mezzanotte. L’angelo era in piedi su un’arida collina alla periferia della città santa di Gerusalemme. Sollevò le braccia, e un vento secco sferzò la veste bianca facendola ondeggiare intorno al corpo.
«Alzati, Levi detto Biff».
Davanti a lui si formò una tromba d’aria che sollevò la terra in una colonna somigliante a un essere umano.
«Alzati, Biff. Il tuo tempo è giunto».
Il vento prese a soffiare furiosamente, e l’angelo si passò la manica della veste sul viso.
«Alzati, Biff, e cammina di nuovo tra i vivi».
Il turbine cominciò ad affievolirsi, mentre la colonna di terra e polvere dalle sembianze umane rimase lì, sul fianco della collina. Un attimo dopo era tornata la calma. L’angelo tirò fuori dalla sua sacca un vaso d’oro e lo rovesciò sopra la colonna. La polvere svanì, rivelando un uomo nudo e coperto di fango che farfugliava alla luce delle stelle.
«Bentornato tra i vivi» disse l’angelo.
L’uomo sbatté le palpebre, poi si mise una mano davanti agli occhi, come se pensasse di poterla trapassare con lo sguardo.
«Sono vivo» disse in una lingua che non aveva mai udito prima.
«Sì».
«Che cosa sono questi suoni, queste parole?».
«Hai ricevuto il dono delle lingue».
«L’ho sempre avuto, chiedilo a una qualunque delle ragazze che ho frequentato. Che cosa sono questi vocaboli che escono dalla mia bocca?».
«Lingue. Hai ricevuto il dono che fu fatto agli apostoli».
«Allora il Regno è venuto».
«Sì».
«E quand’è successo?».
«Duemila anni fa».
«Tu, inutile sacco di merda di cane» esclamò Levi detto Biff, colpendo l’angelo alla bocca. «Sei in ritardo».
L’altro si riprese e si toccò il labbro con cautela. «Bel modo di rivolgersi a un messaggero del Signore».
«È un dono».





(Cristopher Moore, Il Vangelo secondo Biff, amico di infanzia di Gesù, Roma, Elliot, 2008)

lunedì 5 marzo 2012

#l'assessore ha le gambe lunghe #citazioni #Tullio Avoledo #Lo stato dell'unione

Tutti gli americani di una certa età dicono di ricordarsi dov'erano e cosa facevano quando Kennedy è stato assassinato a Dallas.
Immagino che lo stesso valga per l'11 settembre del 2001, o per il 10 ottobre del 2005.
Per conto mio, quando l'assessore regionale alla cultura Enrica Martinelli, e con lei i Celti, e con loro tutti i guai che ne seguirono, quando tutto questo mi capitò in casa un martedì sera verso la fine di aprile, io, nel mio piccolo, ricordo benissimo che la situazione era questa: Gaia e io stavamo cambiando l'acqua alla vasca del pesce rosso, mia moglie lavorava alla sua tesi al computer e la badante polacca era da qualche parte in giardino col piccolo Matteo.
Ricordo che erano le sette e un quarto. Si può dire le sette e un quarto in punto?
Ricordo che il campanello del portoncino d'ingresso suonò tre volte.
Già al primo squillo Gaia aveva mollato la presa sul pesce rosso Ignàtz, che ricadde nell'acqua sporca con uno scodinzolio indignato e un gran vibrare di pinnette.
«Vado io» gridò mia figlia, attraversando il salotto con l'effetto devastante tipico di una bambina di sei anni. Carte e pastelli, pezzi multicolori di Lego, gambe di bambola finirono macinati sotto i piedini veloci come al passaggio di un ciclone. Gaia si arrampicò sullo sgabello che teneva sempre vicino al citofono per emergenze del genere.
«E una signora, papi» disse, e nel momento in cui lo diceva mi sembrò di sentire le antenne di mia moglie puntare nella mia direzione, dallo studio. E un senso ancestrale, forse un residuo dei tempi in cui i suoi antenati, e immagino anche i miei, cacciavano per sopravvivere.
Mi avvicino al videocitofono, una delle tante innovazioni condominiali alle quali mi sono invano opposto nel corso degli anni.
L'immagine si distingue a malapena. La donna è troppo vicina alla lente: la faccia è distorta, sembra abbia un naso enorme. Gli occhi a palla ricordano quelli di Ignàtz, che in questo momento sta sicuramente meditando un'azione legale per abbandono di pesce rosso.
«Chi è?» domando a voce volutamente più alta del dovuto, per farmi sentire anche da mia moglie.
«Sono Enrica Martinelli. Si ricorda? Ci siamo parlati al telefono l'altro ieri».
Schiaccio l'interruttore del portone. «Settimo piano» dico.
Tolgo il grembiule plastificato e i guanti di gomma. Mi muovo a passi felpati verso la porta d'ingresso, ma mia moglie mi intercetta a metà strada.
«Chi è?».
«Roba di lavoro».
«Fra un quarto d'ora si cena».
«Lo so. Ho visto il microonde».
Riprendo a muovermi verso la porta.
«Devi proprio portarti il lavoro a casa?» mi grida dietro Marta.
«Se voglio mantenere il Circo Mendini è il minimo che possa fare».
Gaia è al mio fianco come una guardia d'onore, quando mi piazzo sulla soglia per accogliere Sua Maestà l'assessore regionale alla cultura Enrica Martinelli, vale a dire la donna che secondo le mie aspettative dovrebbe fornire a me e alla mia famiglia il pane e il companatico per i prossimi mesi, tenendo lontani gli spettri della miseria e degli ufficiali giudiziari.
L'assessore ha le gambe lunghe. È stata questa, immagino, la prima cosa che mia moglie ha notato.
Appena messo piede in casa mia, neanche il tempo di stringerci la mano, l'assessore si è chinata sulla mia bambina, sorridendo. La gonna corta le ha scoperto ancora un po' di gamba da ex atleta olimpica.
«Guarda che bella bimba. Ma proprio bella. Come ti chiami, piccola?».
«Gaia».
«Come la dea della terra. Bravi».
Gaia la guarda perplessa.
«Veramente il nome non viene da lì» preciso.
La Martinelli stringe gli occhi a fessura. «Ah no? E da cosa deriva?».
«È una lunga storia» taglia corto Marta, piazzandosi al mio fianco.
Le due donne si stringono la mano con una solennità da tavolo di pace, ma anche con tutta la circospezione di chi si chiede se riavrà indietro la mano, dopo. Marta è tutt'altro che piccola, fra parentesi è leggermente più alta di me, ma l'assessore la supera di tutta la testa. Entrambi i miei bambini sono, al momento, più bassi della media. Immagino che la colpa sia mia. A giudicare dai ritratti e dalle vecchie foto in bianco e nero, le donne nella famiglia di Marta hanno instaurato una lunga tradizione nello scegliersi mariti più piccoli.
Quando Gaia sente odore di tempesta, di solito si stringe a me e, anche stavolta, non fa eccezione. Si aggrappa alla mia gamba, e in quel gesto è come se abdicasse (anche se solo temporaneamente) a quel po' d'indipendenza e sicurezza faticosamente raggiunte in sei anni. Le appoggio la mano sulla spalla.
«Mi scuso per l'ora e perché non ho chiamato» fa la Martinelli, sorridendo al massimo di apertura possibile del diaframma. Peccato che con mia moglie questo genere di carinerie faccia semmai l'effetto contrario.
«Ma si figuri» dico, più o meno a nome di tutti. «Si accomodi».

(Tullio Avoledo, "Lo stato dell'unione", ed. Sironi, 2005)
 

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