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domenica 24 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1915, l'Italia dichiarò ufficialmente guerra all'Austria e prese parte alla "grande guerra", il primo conflitto mondiale. Il fatto è raccontato anche dalla famosa "canzone del Piave", scritta da Giovanni Gaeta nel 1918. La celebre canzone patriottica italiana infatti, al primo verso recita "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio".     L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso.
Nel 1914, nonostante la "triplice alleanza" (il patto di alleanza tra Italia, Germania e impero Austro-ungarico), il nostro paese era rimasto neutrale, basandosi sulla clausola che lo obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente era l’Austria a risultare il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si era cominciato a combattere, in Italia si aprì un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si divisero in interventisti di destra e sinistra.
Il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza degli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto.
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania, misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da parte interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare "Attacco frontale e ammaestramento tattico" rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.
Per chi non portava i gradi la guerra presentò inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante (ciò non solo dalla nostra parte della barricata).
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai ed entrambi dai borghesi.
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.
Si giunse così nel 1917 alla fatidica disfatta di Caporetto. Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importanti conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare ,fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbirli nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.


sabato 24 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.
Il 24 ottobre 1917 iniziava la battaglia più tragica della storia dell'esercito italiano, per la quale ancora oggi è in uso il termine "una Caporetto" per definire un'azione disastrosa.
Alle ore 2 del 24 ottobre 1917 la 14a Armata austro-tedesca (costituita da 8 divisioni austriache e 7 tedesche), agli ordini dell’abile generale tedesco Otto von Below, lanciava una potente offensiva (denominata “Waffentreue” – “Fedeltà d’Armi”) contro le linee italiane in corrispondenza delle conche di Plezzo e Tolmino, considerate dal generale Krafft von Dellmensingen, capo di stato maggiore dell’armata mista, le posizioni più deboli dello schieramento avversario in quel settore del fronte isontino, con l’obiettivo di raggiungere il fiume Tagliamento. Alla destra della 14a Armata operava la 10a Armata austro - ungarica mentre a sud della 14a Armata, sul basso Isonzo, agiva il Gruppo d’Esercito del generale Boroevic. L’azione sferrata con nuovi procedimenti tattici sconosciuti all’esercito italiano (breve e terrificante preparazione di artiglieria nelle retrovie, lancio di granate con gas tossici sulle posizioni di Plezzo e Tolmino e infiltrazioni di reparti scelti nei fondi valle alle spalle dei reparti italiani) nel giro di poche ore apriva una consistente breccia in corrispondenza di Tolmino ad opera della 12a Divisione slesiana e della divisione Alpenkorps che risalendo la valle dell’Isonzo con grande rapidità giunsero alle spalle delle linee del IV Corpo d’Armata, in coincidenza di Caporetto, determinando il ripiegamento disordinato della 2a Armata del generale Capello. Nella giornata del 25 ottobre le falle aperte in corrispondenza di Plezzo, Caporetto e Tolmino si allargarono sempre di più, al punto che divenne impossibile arrestare il nemico. Il giorno 26 i tedeschi conquistavano Monte Maggiore e si aprivano così le vie per Cividale e Udine. Il giorno 27 ottobre in seguito al precipitare degli eventi il generale Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’esercito, dava l’ordine di ripiegamento generale al fiume Tagliamento alla 2a e 3a Armata e alle truppe della Zona Carnia. Il 28 cadeva Udine e, dopo una disperata resistenza davanti ai ponti del fiume Tagliamento, le divisioni italiane proseguivano la ritirata sino al Piave. Durante quella drammatica battaglia (passata alla storia come Battaglia di Caporetto) l’esercito italiano perse 300.000 uomini (prigionieri in gran parte della 2a Armata), 3500 pezzi di artiglieria, 1730 mortai e bombarde, 2800 mitragliatrici e una ingente quantità di materiale.
Nei primi giorni dell’offensiva caddero 10.000 soldati e più di 30.000 furono i feriti. L’Esercito ebbe, inoltre, 350.000 sbandati che poi vennero raccolti e recuperati. La sera del 27 ottobre, dopo aver raggiunto Treviso, il generale Cadorna emetteva il Bollettino di Guerra con il quale si imputava la sconfitta alla “mancata resistenza di reparti della 2a Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. Con quel disonorevole Bollettino il generale Cadorna addebitava alla truppa la responsabilità della rotta di Caporetto e non invece a manchevolezze ed errori del suo Comando.
In seguito alla sconfitta, il generale Cadorna fu sostituito al comando dal generale Armando Diaz, e la guerra prese una piega completamente diversa.

sabato 29 febbraio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 febbraio.
Il 29 febbraio 1928 moriva a Roma Il Maresciallo d'Italia Armando Diaz.
Era nato a Napoli il 5 dicembre 1861, da famiglia d'origine spagnola venuta in Italia con Carlo di Borbone. Iniziò la carriera militare nell'artiglieria, passando poi - dopo il corsa alla scuola di guerra -- nello Stato maggiore. Nel 1910 fu promosso colonnello di fanteria e dal maggio dei 1912 prese parte, alla testa del 93° reggimento, alla campagna libica, dove il 29 settembre 1912 rimase ferito a una spalla. Poco dopo, rimpatriato, fu chiamato al comando del corpo di Stato maggiore quale segretario del capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Pollio, continuando in quella carica anche quando - morto improvvisamente il Pollio nel luglio 1914 - gli successe il Cadorna.
Promosso al grado di maggior generale, collaborò col Cadorna nella preparazione dell'esercito durante la neutralità italiana. Quando l'Italia entrò in guerra, fece parte del Comando supremo con le funzioni di capo del reparto operazioni, rimanendovi oltre un anno, e cioè fino a quando, promosso tenente generale, chiese ed ottenne il comando d'una divisione sul Carso (49a).
Si distinse nel 1916 nelle operazioni intorno a Gorizia, sul Veliki Hribach, a San Grado di Merna e sul Volkovniak. Nel maggio 1917, quando s'iniziò una nuova offensiva italiana, era alla testa del XXIII corpo d'armata, sempre sul Carso, agli ordini del Duca d'Aosta, comandante la III armata. In quelle operazioni (maggio-giugno) il suo corpo d'armata fu dapprima in riserva, poi venne inviato in linea nel settore di Castagnavizza a parare una furiosa controffensiva austriaca, contro la quale il D. riuscì a mantenere le posizioni fra Versic e Jamiano. Tre mesi dopo, ripresasi ancora l'offensiva sul Carso, il D. spintosi fino al vallone di Brestoivizza, si mantenne di fronte a vigorosi contrattacchi, a segnare il punto più avanzato toccato dalla nostra occupazione carsica. Fu ferito a un braccio e decorato di medaglia d'argento al valor militare. La sua azione complessiva di comandante del XXIII corpo gli valse la commenda dell'Ordine militare di Savoia. Aveva appena compiuto, ai primi di novembre del 1917, la ritirata con la III armata dal Carso al Piave, conseguente alla battaglia perduta dalla II armata sul medio Isonzo (Caporetto) , quando fu chiamato al supremo comando dell'esercito.
La decisione di sostituire Cadorna con Diaz fu presa a Peschiera al convegno voluto dagli Alleati.
Le decisioni sarebbero state prese a Rapallo, se Lloyd Gorge e Painlevè avessero avuto dei sicuri elementi di giudizio; che i politici italiani presenti in quel momento non avevano, così lontani e assenti dal fronte.
Dopo i colloqui, il comunicato dell'8 novembre annunziava qualcosa di concreto.
"Essendo stato deciso nei colloqui di Rapallo di creare un Consiglio Supremo politico fra gli Alleati, per tutto il fronte occidentale, sono stati nominati a far parte di tale Comitato militare: per la Francia il generale Foch, per l'inghilterra il generale Wilson e per l'Italia il generale Cadorna. A sostituire il generale Cadorna nel Comando Supremo è stato con Regio Decreto d'oggi nominato Capo dello Stato Maggiore del Regio Esercito il generale Diaz, e come sottocapi i generali Badoglio e Giardino".
Davanti ad un esercito non professionista ma di massa, i comandanti più che farsi capire da chi non poteva capire, dovevano loro, che erano in grado di comprendere, cercare di capire. Era più importante la questione "psicologica" che non quella "militare". E i fatti successivi diedero ragione di questa scelta.
Il piccolo sovrano piemontese, dopo la sanguinosa esperienza del rigido e spartano Cadorna, come lui settentrionale, volle un napoletano. Non era un genio della strategia? Non importava gran che. Si trattava di fabbricare un muro di sbarramento: un muro che non poteva avere altro fondamento che il "morale" dei soldati. I piani di battaglia li fanno i giovani tenenti colonnelli di stato maggiore freschi di studio e di entusiasmi. Mentre il nuovo comandante doveva occuparsi di ben altro.
Il Re probabilmente conosceva quella frase che ripeteva spesso Federico II quando visitava i suoi principi vassalli che trattavano i propri contadini all'occorrenza soldati, come bestie e con la frusta. Il Re di Prussia li rimproverava "...trattateli come uomini, non come animali addomesticati; perché quando avrete bisogno di veri uomini, non troverete in loro degli amici, ma troverete solo degli animali addomesticati, sempre pronti a fuggire da voi come davanti al nemico".
Mentre il Re lanciava il suo proclama, il generale Armando Diaz assumeva il comando e dirigeva alle truppe un laconico comunicato:
"Assumo la carica di Capo di Stato Maggiore, e conto sulla fede e sull'abnegazione di tutti".
Stop!"
Nell'ora grave, Armando Diaz immediatamente si adoperò per ridare saldezza all'esercito, riparare le gravi perdite subite dal 24 ottobre all'8 novembre, e risollevare gli animi turbati. Con le sole forze italiane (le divisioni alleate giunte in Italia essendo entrate in linea solo un mese dopo) superò la prima e più critica fase della stabilizzazione sulla linea Altipiani-Grappa-Piave, che il suo predecessore Cadorna aveva opportunamente prescelto per una resistenza ad oltranza, e che Diaz riaffermò fin dal primo momento di voler tenere ad ogni costo. Mentre rapidamente rinvigoriva l'esercito, il generale si mantenne sulla linea dei monti e del Piave durante tutto l'inverno 1917-18, finché nella seconda metà del successivo giugno fu in grado di respingere la grande offensiva (battaglia dei Piave) con la quale l'intero esercito austro-ungarico sperò di poter dilagare nel Veneto occidentale e nella Lombardia. Dopo la vittoriosa azione di giugno, Diaz preparò l'esercito al supremo attacco, riservandosi di fronte agli alleati la scelta del tempo e della linea direttrice, in modo che la battaglia riuscisse decisiva e, attraverso il crollo austriaco sulla fronte vegeta, assicurasse la pronta risoluzione della guerra.
Nell'autunno del 1918 guidò alla vittoria le truppe italiane, iniziando l'offensiva il 24 ottobre, con lo scontro tra 55 divisioni italiane contro 60 austriache. Il piano non prevedeva attacchi frontali, ma un colpo concentrato su un unico punto - Vittorio Veneto - per spezzare il fronte nemico. Iniziando una manovra diversiva, Diaz attirò tutti i rinforzi austriaci lungo il Piave, che il nemico credeva essere il punto dell'attacco principale, costringendoli all'inazione per la piena del fiume. Nella notte tra il 28 e 29 ottobre, Diaz passò all'attacco, con teste di ponte isolate che avanzavano lungo il centro del fronte, facendo allargare le ali per coprire l'avanzata. Il fronte dell'esercito austriaco si spezzò, innescando una reazione a catena ingovernabile. Il 30 ottobre l'esercito italiano arrivò a Vittorio Veneto, mentre altre armate passarono il Piave e avanzarono, arrivando a Trento il 3 novembre. Il 4 novembre 1918 l'Austria capitolò, e per la storica occasione Diaz stilò il famoso Bollettino della Vittoria, in cui comunicava la rotta dell'esercito nemico ed il successo italiano.
Dopo la guerra Diaz rimase in secondo piano finché in Italia prevalsero sentimenti di scarsa valutazione della vittoria e di scarsa riconoscenza per i combattenti; ma, nell'ottobre del 1922, all'avvento del Fascismo al potere, accettò l'offerta del portafoglio della Guerra nel nuovo regime, del quale fu convinto assertore, rimanendo a quel posto fino al 1924, allorché, per ragioni di salute, decise di ritirarsi definitivamente a vita privata. Poco dopo (novembre 1924) fu nominato maresciallo d'Italia, grado ripristinato per onorare i supremi condottieri dell'esercito nella guerra mondiale. Nel febbraio 1918 era stato nominato senatore del regno. Nel dicembre 1921 gli era stato conferito il titolo di duca della Vittoria.
Armando Diaz è morto a Roma il 29 febbraio 1928 ed è sepolto nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, dove riposa vicino all'ammiraglio Paolo Thaon di Revel.

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