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mercoledì 4 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 giugno.

Il 4 giugno 1994 Marco Pantani vince la tappa Lienz - Merano del Giro d'Italia, la sua prima vittoria da ciclista professionista.

Il grande campione del ciclismo italiano Marco Pantani nasce il 13 gennaio 1970 a Cesena.

Vive a Cesenatico: esordisce come professionista il 5 agosto 1992 con la squadra "Carrera Tassoni", con cui correrà fino al 1996. La prima vittoria arriva nel 1994, al Giro d'Italia, nella tappa di Merano. Lo stesso anno Marco Pantani vince anche la tappa dell'Aprica, e il suo nome comincia a farsi conoscere.

Nel 1995 arriva la vittoria nella tappa di Flumsberg al Giro di Svizzera, ma sono le due tappe (Alpe D'Huez e Guzet Neige) al Tour de France a imporlo con forza all'attenzione del grande pubblico e dei media.

Anziché utilizzare il classico berrettino, Pantani corre con una bandana colorata sul capo: il mito del "Pirata" nasce lì, sulle salite del Tour.

Nello stesso anno vince il bronzo ai Campionati del mondo di Duitama in Colombia, ma è in agguato il primo dramma della sua carriera: il terribile incidente alla Milano-Torino. Le circostanze lo costringono a lunghe cure e a saltare un'intera stagione.

Torna nel 1997 e riprende le gare passando alla squadra Mercatone Uno. La sfortuna tuttavia sembra ancora perseguitarlo: una caduta al Giro d'Italia (25 Maggio, tappa di Cava dei Tirreni) lo costringe al ritiro. Si riprende in tempo per partecipare al Tour de France dove vince la tappa dell'Alpe D'Huez e di Morzine.

Il 1998 è l'anno di una straordinaria impresa: Marco Pantani, indomabile in salita, vince il Giro d'Italia (si impone nelle tappe di Piancavallo e Montecampione) e subito dopo vince il Tour de France. In Francia vince le tappe di Plateau de Beille e Les Deux Alpes, prima di arrivare al Parco dei Principi, a Parigi, da trionfatore in maglia gialla.

Con questa impresa Pantani entra a pieno merito nell'élite dei campionissimi che hanno vinto Giro e Tour nello stesso anno.

Il 1999 comincia alla grande: Pantani sembra destinato a dominare ancora in Italia e all'estero. Al Giro si prende la maglia rosa e vince quattro tappe (Gran Sasso, Oropa, Pampeago, Madonna di Campiglio).

Proprio sulle rampe della strada che sale da Pinzolo verso la località delle Dolomiti di Brenta se ne va solo, alla sua maniera, con uno scatto secco, per tutti irresistibile. Sarà l'ultimo vero, romantico, gesto atletico del vero Marco Pantani.

Il mattino successivo alla trionfale vittoria di Madonna di Campiglio, Pantani viene fermato: un controllo anti-doping rivela che il suo ematocrito è troppo alto, fuori norma.

Qui inizia il dramma personale dell'uomo Marco Pantani: l'atleta si proclama innocente, lascia la carovana del Giro che credeva già suo; la corsa riparte senza di lui.

La determinazione dell'atleta Pantani si rivelerà pari alla fragilità dell'uomo. Pantani è completamente distrutto. Inizia una parabola discendente che vede Pantani incapace di frenare la propria discesa verso una crisi interiore. La fatica di ritrovarsi è insostenibile.

L'inattività agonistica che va dal 5 giugno 1999 sino al 22 febbraio 2000 e dal 24 febbraio al 13 maggio 2001, sarà probabilmente la sua condanna. Tuttavia Marco non rinuncia: prova a reagire e a tornare come prima.

Rientra per il Giro del Giubileo con partenza da Roma, ma non riesce a terminarlo. Partecipa anche al Tour e vince le tappe del Mont Ventoux, cima leggendaria, e di Courchevel.

Poi ancora incertezze sul futuro. Dimostra di voler tornare a buoni livelli e chiude il suo ultimo Giro, nel 2003, al quattordicesimo posto, malgrado l'ennesima sfortuna di una brutta caduta.

Non partecipa al Tour successivo e si ricovera in una clinica vicino Padova, a Giugno, per disintossicarsi e per curare le sue frequenti crisi depressive.

Viene trovato morto il giorno 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, nel quale da alcuni giorni si era trasferito; la causa: overdose di eroina. La Gazzetta dello Sport titolava in modo semplice e rispettoso: "Se n'è andato". Il dramma dell'uomo e la sua tragica fine incontrano l'immenso cordoglio del mondo sportivo - e non solo - che unanimemente si trova d'accordo nel voler ricordare del grande campione le gesta sportive, le emozioni e l'orgoglio.

Il 4 giugno 2005 è stata inaugurata in piazza Marconi a Cesenatico la statua in bronzo, a grandezza naturale, che ritrae il campione Marco Pantani mentre pedala in salita. A causa di una legge datata 1923 che non permette di intitolare monumenti a personaggi scomparsi da meno di 10 anni, la statua non riportava alcuna targa. In seguito il monumento gli è stato definitivamente dedicato.

All'inizio del mese di agosto 2014 viene riaperta l'inchiesta sulla morte del Pirata: il campione romagnolo non si sarebbe suicidato, così la procura indaga per omicidio pur non essendovi alcun indiziato.

lunedì 29 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1940 Fausto Coppi, vincendo la tappa Firenze-Modena con quasi 4 minuti di vantaggio sul secondo, indossa per la prima volta in carriera la maglia rosa del Giro d'Italia.
Fausto Angelo Coppi nasce a Castellania, in provincia di Alessandria, il 15 settembre 1919 in una famiglia di modeste origini. Trascorre la vita a Novi Ligure, prima in viale Rimembranza, poi a Villa Carla sulla strada per Serravalle. Poco più che adolescente è costretto a trovarsi un lavoro come garzone di salumeria. Ragazzo a modo ed educato è subito apprezzato per la sua dedizione, il suo fare introverso e la sue naturale gentilezza.
Per hobby scorrazza qua e là su di una rudimentale bicicletta regalatagli dallo zio. Si distende dal lavoro con lunghe scampagnate, dove si inebria al contatto con l'aria aperta e la natura.
Nel luglio 1937 disputa la sua prima corsa. Il tracciato non è facile, anche se si svolge tutto in prevalenza da un paese di provincia all'altro. Purtroppo a metà gara è costretto a ritirarsi poiché una gomma si sgonfia inaspettatamente.
Gli inizi non sono quindi promettenti, malgrado il ritiro sia da attribuire al caso e alla sfortuna più che alle doti atletiche del giovane Fausto.
Mentre Coppi pensa al ciclismo sopra la sua testa scoppia la seconda guerra mondiale. Militare a Tortona, Caporale della terza squadra di un plotone in quadrato nella compagnia agli ordini di Fausto Bidone, viene fatto prigioniero degli inglesi in Africa, a Capo Bon.
Il 17 maggio 1943 viene internato a Megez el Bab e poi trasferito al campo di concentramento di Blida, nei pressi di Algeri.
Fortunatamente esce incolume da questa esperienza e, una volta tornato a casa, ha modo di riprendere i suoi allenamenti in bicicletta. Il 22 novembre 1945, a Sestri Ponente, si unisce in matrimonio con Bruna Ciampolini, che gli darà Marina, la prima dei suoi figli (Faustino, nascerà in seguito alla scandalosa relazione con la Dama Bianca).
Poco dopo, qualche osservatore, convintosi del suo talento, lo chiama alla Legnano, che diventa di fatto la prima squadra professionistica a cui prende parte. In seguito difenderà i colori delle seguenti squadre: Bianchi, Carpano, Tricofilina (alle ultime due abbinò il proprio nome). Alla fine del 1959 si lega alla S. Pellegrino.
Al primo anno di professionismo, arrivando con 3'45" di vantaggio nella tappa Firenze-Modena del Giro d'Italia, conquista una vittoria che gli consente di smentire le previsioni generali che volevano Gino Bartali vincitore della corsa rosa. A Milano in rosa giunse infatti lui, Fausto Angelo Coppi.
Alcune delle altre cavalcate solitarie che fecero scorrere fiumi d'inchiostro furono: quella di 192 Km nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d'Italia del 1949 (vantaggio 11'52"), quella di 170 Km del Giro del Veneto (vantaggio 8') e quella di 147 Km della Milano-Sanremo del '46 (vantaggio 14').
Il Campionissimo del ciclismo, vinse 110 corse di cui 53 per distacco. Il suo arrivo solitario sui grandi traguardi era annunciato con una frase, coniata da Mario Ferretti in una famosa radiocronaca dell'epoca: "Un uomo solo al comando!" (a cui Ferretti aveva aggiunto: "[...], la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi!").
Il grande ciclista si aggiudicò due volte il Tour de France nel 1949 e nel 1952 e cinque volte il Giro d'Italia (1940, 1947, 1949, 1952 e 1953) ed entrò nella storia per essere uno dei pochi ciclisti al mondo ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno (tra cui ricordiamo anche Marco Pantani, 1998).
Al suo attivo vi furono tre volte la Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), cinque Giri di Lombardia (1946-1949, 1954), due Gran premi delle Nazioni (1946, 1947), una Parigi-Roubaix (1950) e una Freccia vallone (1950).
La sua fama di ciclista, caratterizzata dalla rivalità-alleanza con Gino Bartali, fu parzialmente oscurata dalle sue vicende private, in particolare dalla scandalosa relazione segreta con la "dama bianca", che nell'Italia degli anni 50 destò scalpore più delle sue vittorie in solitaria.
Era in agosto, a Lugano. Anno 1953. Faceva un caldo infernale, nonostante qualche strisciolina di brezza che arrivava dal Lago. Lui, come sempre, aveva corso da grande e quando, con passo deciso, si era inerpicato sulle scalette della tribuna, con quelle gambe lunghe e magre, era sembrato un uccellaccio intento a saltabeccare fuori zona. Gli occhi erano spalancati, i capelli spettinati, il profilo duro e la bocca chiusa da un vago sorriso, come se le labbra fossero serrata da un pacco di spilli. Fausto, il campionissimo, il Coppi di sempre, timido e un po' a disagio, si era fatto al centro della tribuna tra le autorità sportive. Qualcuno si era presentato davanti a lui con la maglia iridata in mano, quella di campione del mondo e l'aveva infilata sulla testa del vincitore che, con grande sforzo, alla fine, era riuscito ad infilarla.
Poi, da un angolo, era sbucata una signora con un vestito bianco, leggero e vaporoso e un gran mazzo di fiori in mano. Quella signora, presa dall'entusiasmo sportivo, aveva abbracciato il campione sporco e sudaticcio e aveva stampato un paio di baci sulla bocca di Fausto, porgendo i fiori. Il campionissimo, per la prima volta, non si era schernito come faceva sempre. Lei, per moltissimi minuti, era rimasta accanto a lui guardandolo con un sorriso dolcissimo. Tanto dolce che tutti avevano capito. I fotografi si erano precipitati e avevano fatto scattare i flash. Anche i giornalisti sportivi, nella confusione, si erano fatti intorno ai due. Tutti sapevano che Fausto era sposato da molti anni con Bruna Ciampolini, una donna silenziosa e schiva come il marito. E quella chi era? Lei aveva risposto, con un sorriso niente affatto timido: «Sono una vecchia amica di Fausto e una grande tifosa. Che volete farci. È un gran campione e come si fa a non ammirarlo?». Da quel momento e da quel giorno era nata la leggenda della «dama Bianca» ed erano stati i giornalisti francesi a battezzare così quella donna che aveva osato baciare in pubblico «le phenomene», «l'airone delle salite», il campione dei campioni, l'inafferrabile, quello che le suonava a Bartali.
Poco, troppo poco, invece, è stato raccontato sull'amore di Fausto e Giulia Occhini, sulla loro vita privata al di fuori dei miti e delle leggende. E anche sulle sofferenze che una Italia bacchettona, retriva, bigotta e poco disposta ad uscire, in qualche modo, dai canoni della vita e dell'amore fissati da una religiosità crudele, inflisse all'uomo Coppi e alla sua compagna. Fu quel giorno d'agosto, a Lugano che tutta l'Italia, per la prima volta, seppe. Seppe di un amore «proibito» per la morale comune del tempo e seppe di quei «due pubblici concubini» e peccatori «pericolosi».
Cerchiamo di capire un po' meglio l'amore di Fausto per la «dama Bianca», o meglio per Giulia Occhini e vedere come andarono le cose: l'arresto di lei, il processo, la condanna di tutti e due, la nascita del loro bambino in Argentina. Gli emigranti dell'amore, che ormai si sentivano perseguitati in Italia, erano, infatti, finiti laggiù.
Fausto, come abbiamo visto, si sposa con Bruna Ciampolini che, più tardi, darà alla luce la figlia Marina. Che donna è Bruna? Una cara e dolce moglie, silenziosa e modesta. Di quelle che si sposano perché c'è un rapporto fin da ragazzini. Di quelle donne, insomma, che piacciono tanto ad una famiglia di contadini che vuole mogli, semplici, concrete, senza grilli per la testa. Una donna che garantisca sempre, al futuro marito, un posto sicuro dove «appoggiarsi» nei momenti più duri e difficili della vita. Bruna è così e piace tanto alla famiglia di Fausto. Lui continua a correre con quel suo sguardo triste da «eterno povero».
Eppure vince, eccome. Incassa anche molti soldi. Un giorno fa amicizia con un suo tifoso, il dottor Enrico Locatelli che è sposato con Giulia Occhini, una bella ragazza che viene da una famiglia agiata. Hanno due figli, Maurizio e Loli, ma nonostante questo, ogni tanto seguono Coppi. Non si è mai saputo quando e come sia nato l'amore tra il campionissimo e Giulia. Insomma la storia sarà nata in segreto e in segreto continuata. Cose eterne come il mondo.
Ma c'è quel benedetto giorno a Lugano, quando tutti capiscono. La moglie di Coppi, la signora Bruna, dicono che aveva subito capito come stavano andando le cose perché, per un paio di volte, Giulia era andata, con il marito, in casa Coppi, così per «approfondire l'amicizia». Giulia era sempre elegante, sapeva muoversi senza timidezze ed era abituata a vedere gente, a leggere libri e giornali, a spostarsi da una città all'altra e a vivere in albergo. Tutto il contrario della signora Bruna. I giornalisti, dopo i baci di Lugano, ricordano di aver visto Coppi, durante una tappa del Tour, rallentare quando aveva visto lei a lato della strada e ricordano anche di una volta che Bruna Ciampolini, moglie di Fausto e il dottor Locatelli, marito di Giulia, si erano precipitati insieme sul Garda, durante una tappa del Giro.
Il caso Coppi-«Dama Bianca», esplode come una bomba nell'Italia delle scomuniche Vaticane ai comunisti o contro chi non si sposava in chiesa, della mancanza di divorzio, delle mamme fattrici ad ogni costo, della famiglia come unica possibilità, per un uomo e una donna di vivere il loro rapporto. I giornali parlano subito di «amore scandaloso» e «lei», la «cattiva» viene indicata come una «rovina famiglie» e l'esempio di «tutto quello che le donne non dovrebbero essere». Pare che persino il Papa in persona (Pio XII) sia intervenuto per invitare Coppi a pensare bene a quel che andava facendo. Non si trattava di minacce, ovviamente.
Rimane il fatto che il codice Rocco, il vecchio codice fascista, prevedeva i reati di abbandono del tetto coniugale e di adulterio ed è in questo senso che si muovono subito i magistrati. Coppi e Giulia Occhini, nel frattempo, erano andati a vivere insieme nella villa di Novi Ligure, acquistata da Fausto al momento della separazione dalla moglie Bruna, separazione che datava già da qualche tempo. Giulia Occhini, in quei mesi aveva 26 anni ed era una splendida signora sempre elegante, ben truccata, sicura. Quella di sempre, insomma. Chi è cambiato, invece, è Fausto. Ha lasciato i panni dell'eterno poveraccio. Non è più un rozzo ex contadino. Veste con proprietà, giacca doppio petto e cravatta, cappotti ben tagliati e fatti su misura. È diventato un «signore» e nei nuovi panni si sente bene. Sembra non aver paura di nulla. Si potrebbe dire, con l'aiuto di un po' di psicologia, che Fausto ha raggiunto il mondo e il modo di vita al quale, da eterno morto di fame, aspirava da tutta una vita. Giulia Occhini, dunque, lo aveva trasformato in profondità. Ma gli attacchi del perbenismo ufficiale e non ufficiale, non cessano un attimo e tutto diventa crudele, umiliante, cattivo. L'Italia si divide in due: chi è solidale con Fausto e chi lo condanna senza appello. A Coppi, il campionissimo, viene ritirato il passaporto. È soltanto la prima mossa. Una notte, nella villa di Novi Ligure, arrivano i carabinieri che procedono ad una serie di «costatazioni di legge». Cercano la prova dell'adulterio e la trovano. Come? Lo raccontano, senza vergogna o imbarazzo gli uomini dei verbali conservati negli atti del processo. Un brigadiere mette le mani nel letto della coppia e lo trova ancora caldo. Dunque, i due, non potevano certo più dire che stavano semplicemente bevendo insieme un caffè: erano a letto insieme e basta.
Che Italia incredibile, barbara e medievale. Lei finisce subito ammanettata. Nella notte, viene trasferita nel carcere di Alessandria. È donna e quindi, evidentemente, doveva pagare ancora più dell'uomo. Fausto è disperato e tenta di tutto per liberarla. Ma non è così semplice. Passano più di 96 ore prima che lei torni a casa. Nel marzo del 1955, il processo. Lei è accusata di aver abbandonato il marito e i figli. Lui, oltre che di adulterio deve rispondere anche di violazione degli obblighi di assistenza familiare. A Fausto, i giudici infliggono due mesi di carcere e tre a lei. Giulia Occhini viene, però, anche «confinata» ad Ancona in casa di una zia. I giudici le vietano, inoltre, di vedere i figli e tornare a Novi Ligure. Giulia, incinta di Fausto, decide allora insieme al suo uomo, di andare a partorire a Buenos Aires. In Italia, chissà cosa avrebbe potuto accadere al piccolo, figlio di «pubblici peccatori» e concubini. Fausto, durante il Giro, riceve a Venezia la prima foto del bambino al quale è stato messo il nome di Faustino. Il campionissimo piange. Poi, in cima allo Stelvio, lancia un urlo di saluto al bambino e si butta nella discesa come un pazzo. Forse è l'unico urlo che sia mai uscito dalla sua bocca in tutta la sua vita. Una coppia, comunque, che ha avuto certamente periodi felici. Lo raccontano tutti: Giulia e Fausto erano davvero fatti l'uno per l'altro. Ma anche l'angoscia e i dolori non hanno mai avuto fine per loro. Lui, in gara, è caduto mille volte e mille volte ha riportato fratture gravi. A lei è morta, giovane, la figlia Lolli. Poi la fine terribile e beffarda di Fausto. Il campionissimo parte per una esibizione nell'Alto Volta: in realtà una scusa per una grande partita di caccia, insieme a colleghi e amici. Ha appena 40 anni.
Torna e racconta a Giulia che quel viaggio è stato come una straordinaria e indimenticabile avventura. Due giorni dopo è a letto con una febbre terribile. «È un virus, un brutto virus», dicono i medici. Non si accorgono che si tratta di un terribile attacco di malaria. Il 2 gennaio 1960, alle 8.45 è la fine. Una agenzia di stampa diffonde una notizia agghiacciante, terribile. Eccola: «Essendo il campione un pubblico peccatore a causa delle sue vicende coniugali, ha potuto ricevere l'estrema unzione solo a patto di una solenne rinuncia della sua donna ai legami con lui in caso di guarigione». C'è una foto straordinaria scattata ai funerali e lungo la stradina in salita che da Castellania porta alla casa dei Coppi. Si vede una bellissima campagna maculata di neve e un corteo di migliaia di persone che salgono lassù, per rendere l'ultimo saluto al campionissimo. In un'altra foto scattata in casa ci sono tre grandi campioni di quelli che arrivavano al traguardo con la faccia coperta di fango. I loro nomi? Girardengo, Binda e Bartali. Già, Bartali. Alcuni anno fa disse: «Io, terziario francescano, bacchettone e bigotto, come avete sempre scritto su l'Unità, ho voluto molto bene a Coppi. Ora potete anche scriverlo. Sono stato proprio io ad accompagnarlo più di una volta in Vaticano per risolvere la sua situazione con la Occhini. L'ho fatto parlare anche con il Papa... Non è stato possibile far niente..». Giulia Occhini, invece, muore a 69 anni, nel 1993, dopo 510 giorni di coma. Era rimasta gravemente ferita in un incidente stradale davanti a «Villa Coppi», dove viveva con il figlio di quel suo grande e famosissimo amore.

sabato 13 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1909 parte da Milano il primo Giro d'Italia.
E’ in una poetica quanto convulsa Milano d’inizio secolo, più precisamente da Piazzale Loreto, che una manciata di 127 ciclisti, alle 2:35 della mattina, hanno dato vita ad una delle più belle e longeve manifestazioni nella storia del ciclismo.
Di quei pionieri solo 49 atleti terminarono i 2448 Km delle otto tappe previste.
A dispetto di tutti i pronostici e di tutti gli scettici, che davano già per scontata la vittoria della kermesse da parte di uno dei tanti ciclisti transalpini partecipanti, è stato il muratore di Induno Olona, Luigi Ganna, a far proprio il primo posto ed il ricco montepremi di 5.325 lire.
E’ cominciata così, con un pizzico di sorpresa e con una bella favola dettata dal sacrificio, l’avventura di una delle più importanti manifestazioni nella storia di questo sport.
Della kermesse ideata da Armando Cougnet, allora collaboratore della Gazzetta dello Sport, pur essendo cambiate le formule, i punteggi e la metodologia delle gare, è rimasto comunque intatto lo spirito, tanto da riuscire a superare i due eventi bellici che hanno sconvolto l’Europa ed il Mondo intero ed il più attuale e meschino scandalo doping.
L’istituzione della mitica “Maglia Rosa” nel ‘31, in onore della “rosea” Gazzetta , la creazione del “Gran Premio della Montagna” e nel ‘74 della “Maglia Verde”, la “Maglia Rossa” nel ‘66 sostituita poi dalla “Ciclamino”, che dal 2011 è tornata ad essere Rossa, e l’introduzione nel ‘76 della “Maglia Bianca”, dall’edizione del 2009 intitolata a Candido Cannavò, sono quindi solo innovazioni tecniche della manifestazione.
Come è stata innovativa, quasi rivoluzionaria, l’introduzione nel 1933 della prima tappa a cronometro, la Bologna – Ferrara (62 Km) e nel 1935 della prima crono scalata, la Rieti – Terminillo.
Ma l’immortalità del Giro e la sua quasi sacralità gli è stata conferita dai grandi protagonisti, dalle loro storie, dalle vicende quasi epiche che appartengono a questi mostri sacri del ciclismo nazionale ed internazionale.
Stiamo parlando dell’immortale Alfredo Binda che, con i suoi cinque Giri vinti (1925, 1927, 1928, 1929, 1933), è stato certamente tra i più grandi ed indiscussi protagonisti di questa manifestazione. La manifesta superiorità del ciclista di Cittiglio ha indotto gli organizzatori nel 1930, quasi forzando l’ideale sportivo, a pagare lo stesso atleta per non partecipare alla corsa.
Solo altre due leggendarie figure del Giro sono riuscite ad eguagliare il primato di Binda:
il popolarissimo quanto discusso Fausto Coppi (1940, 1947, 1949, 1952, 1953) ed il belga Eddy Merckx (1968, 1970, 1972, 1973, 1974).
Coppi, conosciuto anche come “l’Airone”, è entrato di diritto e in modo indelebile nella storia del Giro anche per gli epici duelli con l’antagonista di sempre, il rude “toscanaccio” Gino Bartali.
Un “duello” d’altri tempi, quello tra i due campioni, che ebbe inizio proprio durante l’Edizione del 1940, quando “l’Airone”, partito come gregario di Bartali, è finito poi col vincere la manifestazione.
Dalla metà degli anni settanta ad oggi si annoverano una serie di avvicendamenti sul gradino più alto del podio:
da Saronni (1979 – 1983) ad Indurain (1992-1993) sono molti i ciclisti che sono riusciti ad aggiudicarsi il Giro d’Italia o comunque a lasciare un’impronta indelebile nella storia della “corsa rosa” e nel cuore degli appassionati.
Tra i tanti spicca il “Re Leone”, Mario Cipollini, che, pur non avendo mai vinto un’edizione, detiene il record di vittorie di tappa: 42 tutte in volata.
Dal ‘97 al 2007, compreso, il Giro “parla” solo italiano: Gotti, Simoni, Savoldelli, Cunego, lo sfortunato “Pirata” Marco Pantani e Garzelli faranno propria la manifestazione.
Solo dal 2008, con la vittoria dello spagnolo Alberto Contador, s’interromperà la lunga serie positiva degli atleti del bel paese.
Nel 2009, a ribadire l’internazionalità del Giro, si registra il successo del russo Denis Menchov.
Il Giro del 2010 vede il trionfo di Ivan Basso che, dopo due anni, riporta il tricolore sul gradino più alto del podio.
L’atleta gallaratese dopo aver stravinto la 15a Tappa (Mestre - Monte Zoncolan), lasciandosi alle spalle il campione del mondo in carica Cadel Evans, il 30 maggio 2010 vince la novantatreesima edizione del Giro ripetendo il successo del 2006.
La “corsa rosa” del 2010 sarà anche ricordata per il suo retrogusto amaro perché, se da una parte si festeggia il successo di Basso, dall’altra si piange la dipartita di due grandi amici del giro: il Ct della nazionale Franco Ballerini e l’indimenticabile Raimondo Vianello.

mercoledì 31 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 agosto.
Il 31 agosto 1958 Ercole Baldini vince a Reims il campionato mondiale su strada.
A questo sanguigno romagnolo è bastata una sola stagione, quella irripetibile del 1958, per trovare posto tra i più grandi della bicicletta. Si era alla fine degli anni Cinquanta: il ciclismo italiano aspettava da tempo il successore di un Fausto Coppi che correva ancora, ma che si avviava a grandi passi verso i quarant’anni e, inconsciamente, il suo tragico destino. Alla ribalta s’erano affacciati già molti pretendenti, ma nessuno ai tecnici era parso in possesso di tante credenziali come questo possente forlivese, che proprio in coppia con Coppi, nel 1957, aveva vinto – in un ideale passaggio di consegne – una magnifica edizione del “Trofeo Baracchi”.
Di che pasta fosse fatto quest’Ercole, di nome e d’aspetto (alto 1.80 per un peso forma di 78/80 chili), l’aveva già dimostrato nell’autunno precedente, ancora da dilettante, quando aveva suscitato sensazione impadronendosi del prestigioso record mondiale dell’Ora, record che nel passato era appartenuto proprio a Coppi. Il campionissimo, in un tentativo senza clamori effettuato durante l’oscuro 1942, aveva pedalato per km 45,858, poco di più di quanto era riuscito cinque anni prima al francese Maurice Archambaud. Quel primato di guerra resistette per moltissimi anni e tornò in Francia nel 1956 per merito di un passista tra i più grandi, quel Jacques Anquetil che sempre al Vigorelli fu il primo a bucare, sia pure per soli 159 metri, il muro dei 46 chilometri.
Un record che si riteneva insuperabile in tempi brevi, destinato invece a durare pochi mesi. In autunno infatti Baldini, che nel frattempo aveva vinto a Copenaghen il titolo mondiale dilettanti nell’Inseguimento, attaccò senza reverenza alcuna il limite raggiunto del campione francese. Era il 19 settembre 1956 e il teatro scelto per la prova era ancora una volta la magica pista milanese. Nato il 26 gennaio del 1933, Baldini aveva al tempo 23 anni, la stessa età di Coppi all’epoca del suo tentativo: allo scoccare dell’Ora la ruota della sua bicicletta toccava i 46 chilometri e 393 metri del nuovo primato mondiale assoluto, che così tornava in Italia.
Con quella eccezionale credenziale, Baldini si presentò ai Giochi Olimpici di Melbourne come favorito assoluto della prova su strada. Conscio della difficoltà dell’impegno, s’era trasferito in Australia quaranta giorni prima della gara in cerca di una acclimatazione resa necessaria dalla data molto avanzata e dalle paventate torride temperature. La corsa olimpica, lunga 187 chilometri, rispecchiò a pieno le previsioni della vigilia: il romagnolo, che pedalò sempre in testa limitandosi a controllare gli avversari, prese il largo dopo un centinaio di chilometri e, sul passo, scavò l’abisso di quasi 2’ nei confronti del secondo, aggiungendo ai suoi freschi allori anche la medaglia olimpica. Era la seconda volta che un italiano vinceva la prova olimpica su strada: in precedenza, nel 1932, c’era riuscito solo Attilio Pavesi.
Il passaggio al professionismo fu una formalità. Avvenne alla fine del 1956 con il passaggio – come Gino Bartali – ai verde-oliva della “Legnano” il cui DS era il saggio Eberardo Pavesi. Possente passista da cronometro, implacabile sul ritmo, capace di tenere altissime velocità per lunghe distanze, Baldini fu la rivelazione del Giro d’Italia del 1957, dove aveva esordito con un sorprendente terzo posto alle spalle di Gastone Nencini e di Louison Bobet. Ma a consacrarlo grande campione fu il Giro dell’anno seguente, dominato in lungo e in largo per tutte le ventidue tappe e illuminato da due grandi acuti: il primo sul circuito di Viareggio, il secondo nella difficile Cesena-Boscochiesanuova quando la sua potenza sbaragliò in salita ogni opposizione. Non ebbe avversari in quel Giro: il belga Jean Brankart e il lussemburghese Charly Gaul finirono alle sue spalle con oltre 4’ di ritardo, e la popolarità di Baldini raggiunse una intensità che in Italia avevano conosciuto solo Bartali e Coppi.
Quel magico 1958 si concluse per Baldini sul circuito di Reims, titolo mondiale su strada in palio. A 25 anni, all’apice della carriera e nella forma della vita, si presentò al via convinto dei suoi mezzi e fiducioso nelle sue possibilità. Il risultato fu conseguenza delle premesse. Conquistò la maglia iridata con una facilità irridente staccando gli avversari al momento prescelto, nel finale della corsa, sulla salita di Quarryhill, e presentandosi solo all’arrivo, come aveva preventivato. Ma quella fu anche la sua ultima grande affermazione. Una serie di infortuni e di malanni fisici ne limitarono in seguito l’attività costringendolo a chiudere prima dei trent’anni, con largo anticipo, una carriera breve quanto straordinaria.
Professionista dal 1957 al 1964, due anni con la “Legnano” e fino al termine con la “Ignis”, da professionista Baldini ha vinto 37 corse. Ha disputato sei Giri d’Italia, vestendo sette volte la maglia rosa, e tre Tour (miglior piazzamento il 6° posto del 1959). La sua ultima vittoria la ha ottenuta al Trofeo Cougnet del 1963.
Dopo essere stato direttore sportivo per alcune formazioni professionistiche, è stato scelto come Presidente dell'Associazione Ciclisti e infine Presidente della Lega. È stato poi anche collaboratore del presidente dell'Unione Ciclistica Internazionale (UCI) Hein Verbruggen.
E' oggi, a 89 anni, il più anziano vincitore del Giro d'Italia ancora in vita.

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