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domenica 2 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 agosto.
Il 2 agosto 1998, 33 anni dopo Gimondi, Pantani vinceva il Tour de France, dopo aver vinto anche il Giro d'Italia.
Il miracolo è lì, la prima domenica di agosto. Pantani vestito da atleta, Gimondi in abito borghese, sul gradino più alto del podio del Tour. Insieme. Il miracolo è lì, 33 anni dopo, come una pietra miliare che fa da bivio, Pantani non era ancora nato nel 1965, pensateci. Ma ora hanno la stessa età che ha la felicità.
Nell'apoteosi del più sontuoso boulevard della storia, senza l'obbligo romantico del giro di onore al Parco dei Principi, come fu allora per Gimondi, i fiori hanno lo stesso profumo di sempre. E' un profumo di ginestre, certo, di gladioli.
Il miracolo si schiude lì, il pizzetto e la maglia dipinti di giallo, quando un cielo di Francia da piovoso sa diventare trepidamente solare e poi d'un tratto, come fosse un arcobaleno, si vernicia di tricolore: bianco rosso verde, come la maglia di Tafi.
Sui Campi Elisi, sotto l'Arco di Trionfo, dove si aspettava a luglio una Nazionale di calcio (che aveva invece perso ai quarti di finale dei campionati del mondo con la Francia, battuta solo ai rigori), è arrivato in testa per distacco l'Internazionale del ciclismo.
Primo, Pantani, il resto è disperso per i tornanti del colle, il resto è un elenco telefonico, il resto, non solo quello del ciclismo, è il Resto del Mondo: ed il sogno ha il sospeso spessore di quando ci si ridesta nella realtà. Sogno o son desto?
Primo, Pantani. Primo, al Giro ed al Tour in uno stesso anno. Arriva secondo, per modo di dire, fra gli italiani. Mai secondo, però, se il primo si chiamava Coppi, ed era 'hors categorie', Pantani...Era il 1952.
E quel due agosto il tempo si alzava in piedi di fronte alle note di una canzone maestosa. L'inno di Mameli non è un contratto miliardario, sul viso e nello sguardo di quello che chiamarono un giorno 'Elefantino' ed un altro giorno 'Pirata', ma è la chiave di lettura meravigliosa di quegli occhi che diventano lucidi, gioiosi, bambini. Italiani.
Primo, primissimo, Pantani, pure così minuto, a Parigi, lui tra Ullrich ed Julich...
E oggi, Marco, ha le ali spiegate, battezzate di un condor, che un giorno era solo un passerotto fragile. Ed il suo volo a planare, però, è un volo a salire. La sua bicicletta, in un angolo come la nostra, sta imparando a scalare il cielo.

domenica 27 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 luglio.

Il 27 luglio 2014 Vincenzo Nibali vince il Tour de France.

 Il romantico tramonto parigino accoglie un eroe sportivo. Mancano tre km alla fine del Tour de France, in attesa dello sprint finale, poi vinto del tedesco Marcel Kittel, il tempo viene neutralizzato. Significa che per Vincenzo Nibali suona il gong nella storia: è il settimo italiano a vincere il Tour de France dopo Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi e Pantani. Una vittoria perentoria, una missione meditata da un paio d'anni, forse da una vita, di una portata enorme per il ciclismo e per tutto lo sport italiano. La maglia gialla nella marcia di avvicinamento a Parigi, ma anche negli ultimi metri della passerella finale, viene scortata da tutti i compagni dell'Astana. E stavolta è una scorta dolce, priva dell'agonismo della gara, a volte talmente feroce da appiattire l'umanità. Scarponi e compagni hanno faticato tutti i giorni per tenere il capitano in rampa di lancio, ma quando non ci sono riusciti lui ha fatto da solo, applicando una ricetta straordinariamente difficile nella sua semplicità: ha fatto valere la legge del più forte. 

Ore 19,10 del 27 luglio 2014, inizia una festa senza fine: l'Arco di Trionfo, le note dell'inno di Mameli che inebriano gli Champs Elysées. Vincenzo le vive intimamente, è preda di una commozione genuina, le lacrime ne segnano il volto. Ci sono i genitori, la moglie Rachele, l'ultima arrivata Emma, tenerissima, che sembra quasi capire con fierezza il capolavoro del papà. Non è neanche semplice aggiungere altro ai fiumi di inchiostro versati nel mondo per la maglia gialla. I termini più usati in queste tre settimane sono stati 'normale', ' comune' ecc. Vero, viene da associarsi. Vincenzo Nibali è il ragazzo della porta accanto che va fortissimo in bicicletta. Ma non cambia mai atteggiamento verso il prossimo. Forse è per questo che in fase di avvicinamento al Tour ci siamo preoccupati che non ce la potesse fare. C'era il timore che quella serenità potesse soccombere di fronte alla brutale voglia di riscatto di Contador o alle scariche adrenaliniche dell'allampanato Froome. Nibali con le sue imprese ha ribaltato tutto, e anche senza controprova è lecito affermare che lo Squalo questo Tour lo avrebbe vinto lo stesso anche se il pistolero e il britannico non si fossero massacrate le ossa sull'asfalto. Magari con distacchi più contenuti, ma avrebbe vinto lo stesso. Nibali lo ha fatto capire a Sheffield nel secondo giorno, quando l'Inghilterra sembrava la Vallonia e lui ha piazzato una rasoiata da classica fulminando i suoi rivali.

A pensarci bene però, anche quel 'comune' va riveduto e corretto. Basta analizzare i distacchi inflitti. Peraud e Pinot, giusto orgoglio di una Francia che torna a respirare il podio con due atleti dopo 30 anni, sono dietro di otto minuti. Il decimo, Bauke Mollema, addirittura a ventuno minuti e mezzo. Il tutto tenendo presente che, a parte la cavalcata selvaggia scatenata nell'ultima tappa pirenaica verso Hautacam, Nibali ha sempre tenuto benzina nel serbatoio, dando la sensazione di spingere meno rispetto alle potenzialità. Avrà pure la faccia del ragazzo della porta accanto, ma comune... Proprio no. Entra in un club che più esclusivo non si può: ci sono Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Bernard Hinault e Alberto Contador. Sono gli unici nella storia del ciclismo che hanno vinto almeno una edizione delle maggiori corse a tappe, Tour, Giro, Vuelta.

Nel Tour ha dimostrato una completezza impressionante. Di Sheffield abbiamo detto, ma è stato solo l'inizio. Il capolavoro Nibali lo compie sul pavè della Roubaix, più odiato che amato dai big: Froome sulle pietre della leggenda neanche ci arriva, Contador naufraga nel fango, Vincenzo si prende la prima pagina de L'Equipe che sembra un tuono: 'Dantesque". E poi i Vosgi, la Plance des Belles filles, e le Alpi nel giorno dei 100 anni del mito Bartali, ed ancora sui Pirenei, quando chiude il poker perfetto. Ottavio Bottecchia, Gino Bartali, Fausto Coppi, Gastone Nencini, Felice Gimondi, Marco Pantani, i nostri eroi in giallo. Ora lo Squalo, di gran lunga il più meridionale di tutti, segnale di un ciclismo che cambia geografia non solo nel mondo, ma anche in Italia. Merci, Monsieur Nibalì.

mercoledì 4 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 giugno.

Il 4 giugno 1994 Marco Pantani vince la tappa Lienz - Merano del Giro d'Italia, la sua prima vittoria da ciclista professionista.

Il grande campione del ciclismo italiano Marco Pantani nasce il 13 gennaio 1970 a Cesena.

Vive a Cesenatico: esordisce come professionista il 5 agosto 1992 con la squadra "Carrera Tassoni", con cui correrà fino al 1996. La prima vittoria arriva nel 1994, al Giro d'Italia, nella tappa di Merano. Lo stesso anno Marco Pantani vince anche la tappa dell'Aprica, e il suo nome comincia a farsi conoscere.

Nel 1995 arriva la vittoria nella tappa di Flumsberg al Giro di Svizzera, ma sono le due tappe (Alpe D'Huez e Guzet Neige) al Tour de France a imporlo con forza all'attenzione del grande pubblico e dei media.

Anziché utilizzare il classico berrettino, Pantani corre con una bandana colorata sul capo: il mito del "Pirata" nasce lì, sulle salite del Tour.

Nello stesso anno vince il bronzo ai Campionati del mondo di Duitama in Colombia, ma è in agguato il primo dramma della sua carriera: il terribile incidente alla Milano-Torino. Le circostanze lo costringono a lunghe cure e a saltare un'intera stagione.

Torna nel 1997 e riprende le gare passando alla squadra Mercatone Uno. La sfortuna tuttavia sembra ancora perseguitarlo: una caduta al Giro d'Italia (25 Maggio, tappa di Cava dei Tirreni) lo costringe al ritiro. Si riprende in tempo per partecipare al Tour de France dove vince la tappa dell'Alpe D'Huez e di Morzine.

Il 1998 è l'anno di una straordinaria impresa: Marco Pantani, indomabile in salita, vince il Giro d'Italia (si impone nelle tappe di Piancavallo e Montecampione) e subito dopo vince il Tour de France. In Francia vince le tappe di Plateau de Beille e Les Deux Alpes, prima di arrivare al Parco dei Principi, a Parigi, da trionfatore in maglia gialla.

Con questa impresa Pantani entra a pieno merito nell'élite dei campionissimi che hanno vinto Giro e Tour nello stesso anno.

Il 1999 comincia alla grande: Pantani sembra destinato a dominare ancora in Italia e all'estero. Al Giro si prende la maglia rosa e vince quattro tappe (Gran Sasso, Oropa, Pampeago, Madonna di Campiglio).

Proprio sulle rampe della strada che sale da Pinzolo verso la località delle Dolomiti di Brenta se ne va solo, alla sua maniera, con uno scatto secco, per tutti irresistibile. Sarà l'ultimo vero, romantico, gesto atletico del vero Marco Pantani.

Il mattino successivo alla trionfale vittoria di Madonna di Campiglio, Pantani viene fermato: un controllo anti-doping rivela che il suo ematocrito è troppo alto, fuori norma.

Qui inizia il dramma personale dell'uomo Marco Pantani: l'atleta si proclama innocente, lascia la carovana del Giro che credeva già suo; la corsa riparte senza di lui.

La determinazione dell'atleta Pantani si rivelerà pari alla fragilità dell'uomo. Pantani è completamente distrutto. Inizia una parabola discendente che vede Pantani incapace di frenare la propria discesa verso una crisi interiore. La fatica di ritrovarsi è insostenibile.

L'inattività agonistica che va dal 5 giugno 1999 sino al 22 febbraio 2000 e dal 24 febbraio al 13 maggio 2001, sarà probabilmente la sua condanna. Tuttavia Marco non rinuncia: prova a reagire e a tornare come prima.

Rientra per il Giro del Giubileo con partenza da Roma, ma non riesce a terminarlo. Partecipa anche al Tour e vince le tappe del Mont Ventoux, cima leggendaria, e di Courchevel.

Poi ancora incertezze sul futuro. Dimostra di voler tornare a buoni livelli e chiude il suo ultimo Giro, nel 2003, al quattordicesimo posto, malgrado l'ennesima sfortuna di una brutta caduta.

Non partecipa al Tour successivo e si ricovera in una clinica vicino Padova, a Giugno, per disintossicarsi e per curare le sue frequenti crisi depressive.

Viene trovato morto il giorno 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, nel quale da alcuni giorni si era trasferito; la causa: overdose di eroina. La Gazzetta dello Sport titolava in modo semplice e rispettoso: "Se n'è andato". Il dramma dell'uomo e la sua tragica fine incontrano l'immenso cordoglio del mondo sportivo - e non solo - che unanimemente si trova d'accordo nel voler ricordare del grande campione le gesta sportive, le emozioni e l'orgoglio.

Il 4 giugno 2005 è stata inaugurata in piazza Marconi a Cesenatico la statua in bronzo, a grandezza naturale, che ritrae il campione Marco Pantani mentre pedala in salita. A causa di una legge datata 1923 che non permette di intitolare monumenti a personaggi scomparsi da meno di 10 anni, la statua non riportava alcuna targa. In seguito il monumento gli è stato definitivamente dedicato.

All'inizio del mese di agosto 2014 viene riaperta l'inchiesta sulla morte del Pirata: il campione romagnolo non si sarebbe suicidato, così la procura indaga per omicidio pur non essendovi alcun indiziato.

lunedì 1 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1903 Maurice Garin vince la prima tappa del primo Tour de France.
Il Tour de France è una delle competizioni ciclistiche più importanti d’Europa, ma è molto famosa anche nel Mondo. La storia di questa gara inizia il secolo scorso, il giorno 1 luglio 1903, vicino a Parigi a Mongeron.
Il primo percorso è organizzato su sei tappe, per 2.428 chilometri attraverso le città più importanti del Paese: Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Nantes e Parigi.
Oggi non è più questo l’itinerario: la competizione è molto più lunga perché sfiora i 4.000 chilometri, ma l’entusiasmo e il calore con cui i francesi accolgono il Tour non è mai cambiato.
Vince la prima edizione lo spazzacamino valdostano Maurice Garin di Arvier. E da allora questa competizione è nel cuore non solo del popolo di Francia, ma anche di tutti gli amanti dello sport. La storia del Tour, chiamato anche Grande Boucle (grande boccolo), per l’originale forma a ricciolo, inizia alla fine dell’Ottocento e affonda le sue radici in uno scandalo politico enorme: il famoso Affaire Dreyfus, durante cui l’ufficiale Alfred Dreyfus viene accusato ingiustamente di aver venduto alla rivale Germania alcuni segreti militari.  Come può quest’avvenimento toccare il Giro, una semplice competizione sportiva?
Numerose persone – in questo periodo storico – decidono di scendere in piazza, per difendere la loro tesi (colpevolista o innocentista che sia). Tra i manifestanti, c’è anche il Marchese Albert de Dion, proprietario dell’omonima casa automobilistica, sfavorevole all’ufficiale Dreyfus e sponsor di un importante giornale sportivo Le Vélo (la sua caratteristica principale è la carta verde). Questa testata e il suo editore, però, commettono un grave errore: dare voce a opinioni differenti a quella di de Dion e considerare innocente Dreyfus. Per questo motivo l’imprenditore, con l’aiuto di altri nomi importanti come Edouard Michelin (fratello di André) e il finanziere Henri Desgrange, nel 1900, fondano un nuovo giornale L’Auto-Vélo, su carta gialla, proprio per differenziarsi da Le Vèlo.  Non vogliono finanziare una stampa, secondo loro, poco rappresentativa.
Questo quotidiano inizialmente non ha un gran successo. Si sa che un prodotto editoriale prima di affermarsi richiede anni e soprattutto la fidelizzazione del suo lettore. Per risollevare le sorti della testata, decidono di organizzare una gara di ciclismo lunghissima, la più lunga della storia di Francia. Inizialmente Desgrange, nonostante la sua passione per la bicicletta, non è convinto che la cosa possa riuscire, ma si trova in una situazione davvero problematica.
Il giornale è costretto a cambiare nome, diventando solo L’Auto e questo evento può mettere ancora più a repentaglio le vendite. Per questo motivo il 19 gennaio 1903, L’Auto annuncia il primo Tour De France, realizzato su un’idea di Georges Lefèvre, redattore per il ciclismo. Il primo premio è di 12 mila franchi, mentre il premio per ogni tappa è di 3 mila. Cifre importanti che fanno gola agli sportivi e danno grande richiamo al Giro che raccoglie ben 78 iscrizioni, tra professionisti e amatori. La corsa è da subito un enorme successo e L’Auto ne beneficia in vendite, tanto da portare nel giro di pochi anni a far crescere in modo esponenziale la tiratura e a costringere Le Vélo al fallimento.
Oggi l’organizzazione è gestita dalla Société du Tour de France, una società riconducibile al gruppo L’Équipe. Il Grande Boucle non attraversa solo un secolo, ma anche periodi storici molto duri per la Francia e per l’Europa intera. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a causa dell’occupazione tedesca del Paese, per esempio, viene interrotto per questioni territoriali. Purtroppo nel 1944 L’Auto chiude i battenti e il Governo sequestra tutti i possedimenti del giornale, incluso il Tour. Il motivo? Secondo i francesi, ha l’abitudine di pubblicare articoli troppo vicino ai tedeschi.
Jacques Goddet, che negli ultimi anni si è occupato del Tour personalmente, apre un nuovo quotidiano sportivo, il famoso L’Équipe (ecco che si può iniziare a capire da dove nasce la gestione di oggi). Purtroppo però l’organizzazione del Giro è molto ambita, perché sinonimo di fama ma anche di grande ritorno economico, e per questo motivo viene istituito una sorta di bando: i due rivali principali, L’Équipe e Le Parisien Libéré  contro Sports e Miroir Sprint, devono organizzare due competizioni ciclistiche: alla migliore verrà data in gestione la Grande Boucle. Neanche a dirlo, grazie alla grande esperienza di Jacques Goddet, L’Équipe si aggiudica l’onore nel 1947.
Il Giro nasce come gara maschile e resta tale per circa 80 anni, poi nel 1984 viene aperto anche alle donne e prende ufficialmente il via il Giro di Francia femminile ovvero la Grande Boucle Féminine Internationale, caratterizzata dall’avere tappe un po’ più brevi.
Nel 2013, in occasione del 100° anniversario del Tour de France, Google dedica un logo animato a questa importante gara ciclistica.
Tra gli italiani che hanno indossato la Maglia Gialla e salito il gradino più alto del podio alla fine del Tour de France, ci sono Gino Bartali, Fausto Coppi, Felice Gimondi e in anni più recenti Marco Pantani (1998) e Vincenzo Nibali (2014).

sabato 23 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1978 Bernard Hinault vince il suo primo Tour de France.
Lo chiamavano “le blaireau“, il tasso, per la sua capacità di afferrare la preda e non lasciarne più la presa. E di prede, lungo tutto l’arco di una carriera monumentale, Bernard Hinault, bretone di Yffiniac, ne ha colte tante, ma proprio tante.
Correva l’anno 1978 quando un transalpino incendiava d’entusiasmo le strade per altro bollenti del Tour de France. Hinault era il talento in divenire che la Francia attendeva al decollo da qualche tempo; guidato in ammiraglia da quella vecchia volpe di Cyrille Guimard – ex buon ciclista di qualche anno addietro – andava di fretta e già vantava alcuni successi di prestigio come la doppietta ravvicinata Gand-Wevelgem/Liegi-Bastogne-Liegi del 1977, stagione chiusa col primo successo allo storico Gran Premio delle Nazioni, vero e proprio mondiale per specialisti nell’esercizio della cronometro. Ma quel mese di luglio fu per Bernard la definitiva consacrazione a punto di riferimento del ciclismo che si avviava verso gli anni Ottanta, proprio nei giorni in cui arrivava al capolinea la carriera del più grande di sempre, Eddy Merckx. In maglia Renault si presentò al via della Grand Boucle tra i favoriti dopo il successo in primavera – allora si correva ad aprile – della Vuelta. E non fallì l’appuntamento strappando la maglia gialla all’olandese Zoetemelk nella tappa contro il tempo di Nancy a tre giorni dalla conclusione della corsa. Era il 21 luglio 1978 ed iniziava, a tutti gli effetti, l’era-Hinault.
Il bretone non aveva punti deboli. Veloce e fantasioso, tenace e scaltro, quasi invulnerabile a cronometro, difficile da staccare in salita, fu il prototipo del perfetto corridore da corse a tappe. Vinse cinque Tour de France, come solo Anquetil e Merckx prima e Indurain dopo di lui seppero fare, uscendone sconfitto solo per una tendinite al ginocchio che lo costrinse al ritiro mentre stava dominando nel 1980, e scavalcato dai due delfini Fignon nel 1983 e Lemond nel 1986. Venne in Italia, al Giro, e completò un tre su tre memorabile nel 1980 battendo Panizza, nel 1982 anticipando lo svedese Prim, infine nel 1985 negando a Moser il bis dell’anno prima. Sorte analoga in Spagna, dove la Vuelta lo incoronò vincitore nel 1978 e nel 1983.
Non di meno conobbe giorni gloriosi anche nelle classiche più prestigiose. Rimane tra le imprese più formidabili del ciclismo moderno la seconda vittoria ottenuta alla Liegi-Bastogne-Liegi corsa sotto una bufera di neve nel 1980 e portata a termine con nove minuti di vantaggio sul secondo dei soli 21 arrivati al traguardo, Hennie Kuiper. Le côtes delle Ardenne gli erano amiche, e vinse due volte la Freccia Vallone, così come i saliscendi del Limburgo, e trionfò all’Amstel Gold Race nel 1981, affrontò le asperità del Giro di Lombardia, e per due volte salì sul gradino più alto del podio. Dichiarò che la Parigi-Roubaix “c’est un connairie“, una cretinata, ma nel 1981 indossando la maglia con i colori dell’iride l’aggiunse al suo fantastico palmares infilando in volata nel velodromo più famoso al mondo due tipi che di pietre se ne intendevano proprio, De Vlaminck e Moser.
Già, il campionato del mondo. Una corsa che provò a sedurre fin dal primo incontro, 1976, quando neppure ventiduenne terminò sesto ad Ostuni nel giorno in cui Maertens superò Moser. Fu 8° l’anno dopo a San Cristobal, 5° al Nurburgring nel 1978, 3°  a Praga nel 1981 battuto in volata ancora da Maertens e Saronni. Nel mezzo una delle giornate più radiose di una carriera coronata da 216 vittorie, il Campionato del Mondo del 1980 disputato sul circuito più duro, Sallanches in Savoia. Era l’anno dell’abbandono notturno al Tour, era l’anno dei dubbi sulla sua reale consistenza nei momenti in cui c’era da soffrire, e Hinault una volta per tutte mise a tacere i detrattori: dominò la corsa dai primi chilometri, disintegrò il plotone costringendo al ritiro gran parte degli avversari, selezionò i pochi superstiti e sull’ultima salita di Domancy staccò uno stoico Gianbattista Baronchelli, ultimo ad arrendersi. Vinse per distacco a braccia alzate e gridò al mondo, sono io il più forte di tutti. E che a quel tempo sia stato davvero l’indiscusso padrone del gruppo lo certifica l’albo d’oro del Superprestige Pernod, una sorta di classifica a punti, che lo vide primeggiare ininterrottamente dal 1979 al 1982.
Fedele al personaggio schivo, mai fuori dalle righe, poco avvezzo alla conversazione ma non per questo meno carismatico, programmò scientificamente l’uscita di scena quando, ancora competitivo ai massimi livelli, il giorno del suo trentaduesimo compleanno, 14 novembre 1986, salutò il ciclismo ed appese la bicicletta al gancio. Son passati oltre trent’anni e la Francia, così come tutto il mondo del pedale, attende un fuoriclasse di pari valore… ma ne dovrà scorrere ancora di acqua sotto i ponti per riaverne uno così. Chapeau Bernard.

domenica 18 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1995 durante una tappa del Tour de France, muore il ciclista italiano Fabio Casartelli.
Fabio Casartelli, a una lunga serie di vittorie nelle categorie giovanili, fece seguire un'altrettanto ricca carriera nei Dilettanti che, nel 1992, gli valse la convocazione per la prova su strada dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona: Casartelli si aggiudicò la medaglia d'oro, primo italiano a riuscire nell'impresa dal 1968. Nel 1993 ottenne il primo contratto da professionista con la Ceramiche Ariostea di Giancarlo Ferretti, con la quale vinse una tappa alla Settimana Ciclistica Bergamasca e la classifica finale del Gran Premio Lotteria al "Giro d'Italia". Nel 1994 passò alla ZG Mobili e l'anno successivo alla statunitense Motorola, dove aveva tra i compagni di squadra Lance Armstrong. Il 18 luglio 1995, durante la quindicesima tappa del Tour de France (Saint-Girons-Cauterets), cadde lungo la discesa del Colle di Portet-d'Aspet, battendo violentemente la testa contro un paracarro: morì durante il trasporto in elicottero all'ospedale di Tarbes, senza aver mai ripreso conoscenza. Lasciò la moglie romagnola Annalisa, ex ciclista, sposata nell'autunno del 1993, e il figlio Marco, nato il 13 maggio 1995, con i quali viveva ad Albese con Cassano, sulle colline tra Erba e Como. Il giorno successivo, dopo un minuto di silenzio, partì la sedicesima tappa della corsa, che venne neutralizzata: in un mesto trasferimento, il gruppo rimase compatto e a bassa andatura; al traguardo, davanti al resto del gruppo, passarono affiancati tutti i ciclisti della Motorola, squadra di Casartelli. Primo, soltanto per la cronaca, concluse Andrea Peron. Due giorni dopo, all'arrivo della diciottesima tappa, tagliando per primo il traguardo, Lance Armstrong alzò le dita al cielo dedicando la vittoria di tappa allo sfortunato compagno di squadra. Nel 1997 venne eretta una stele nel luogo della tragedia, di fronte alla quale i corridori del Tour de France si fermano in raccoglimento in un minuto di silenzio in memoria di Casartelli, ogni qual volta il percorso del Tour passa per il Colle di Portet-d'Aspet. Al momento della caduta, Fabio non indossava nessun tipo di casco di protezione. La sua morte provocò una forte commozione nel mondo del Ciclismo professionistico ed iniziò una discussione sull'introduzione di norme che rendessero obbligatorio l'utilizzo del casco, il che avvenne però soltanto nel 2003 dopo la morte di un altro corridore: Andrei Kivilev.

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