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domenica 2 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 agosto.
Il 2 agosto 1998, 33 anni dopo Gimondi, Pantani vinceva il Tour de France, dopo aver vinto anche il Giro d'Italia.
Il miracolo è lì, la prima domenica di agosto. Pantani vestito da atleta, Gimondi in abito borghese, sul gradino più alto del podio del Tour. Insieme. Il miracolo è lì, 33 anni dopo, come una pietra miliare che fa da bivio, Pantani non era ancora nato nel 1965, pensateci. Ma ora hanno la stessa età che ha la felicità.
Nell'apoteosi del più sontuoso boulevard della storia, senza l'obbligo romantico del giro di onore al Parco dei Principi, come fu allora per Gimondi, i fiori hanno lo stesso profumo di sempre. E' un profumo di ginestre, certo, di gladioli.
Il miracolo si schiude lì, il pizzetto e la maglia dipinti di giallo, quando un cielo di Francia da piovoso sa diventare trepidamente solare e poi d'un tratto, come fosse un arcobaleno, si vernicia di tricolore: bianco rosso verde, come la maglia di Tafi.
Sui Campi Elisi, sotto l'Arco di Trionfo, dove si aspettava a luglio una Nazionale di calcio (che aveva invece perso ai quarti di finale dei campionati del mondo con la Francia, battuta solo ai rigori), è arrivato in testa per distacco l'Internazionale del ciclismo.
Primo, Pantani, il resto è disperso per i tornanti del colle, il resto è un elenco telefonico, il resto, non solo quello del ciclismo, è il Resto del Mondo: ed il sogno ha il sospeso spessore di quando ci si ridesta nella realtà. Sogno o son desto?
Primo, Pantani. Primo, al Giro ed al Tour in uno stesso anno. Arriva secondo, per modo di dire, fra gli italiani. Mai secondo, però, se il primo si chiamava Coppi, ed era 'hors categorie', Pantani...Era il 1952.
E quel due agosto il tempo si alzava in piedi di fronte alle note di una canzone maestosa. L'inno di Mameli non è un contratto miliardario, sul viso e nello sguardo di quello che chiamarono un giorno 'Elefantino' ed un altro giorno 'Pirata', ma è la chiave di lettura meravigliosa di quegli occhi che diventano lucidi, gioiosi, bambini. Italiani.
Primo, primissimo, Pantani, pure così minuto, a Parigi, lui tra Ullrich ed Julich...
E oggi, Marco, ha le ali spiegate, battezzate di un condor, che un giorno era solo un passerotto fragile. Ed il suo volo a planare, però, è un volo a salire. La sua bicicletta, in un angolo come la nostra, sta imparando a scalare il cielo.

domenica 27 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 luglio.

Il 27 luglio 2014 Vincenzo Nibali vince il Tour de France.

 Il romantico tramonto parigino accoglie un eroe sportivo. Mancano tre km alla fine del Tour de France, in attesa dello sprint finale, poi vinto del tedesco Marcel Kittel, il tempo viene neutralizzato. Significa che per Vincenzo Nibali suona il gong nella storia: è il settimo italiano a vincere il Tour de France dopo Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi e Pantani. Una vittoria perentoria, una missione meditata da un paio d'anni, forse da una vita, di una portata enorme per il ciclismo e per tutto lo sport italiano. La maglia gialla nella marcia di avvicinamento a Parigi, ma anche negli ultimi metri della passerella finale, viene scortata da tutti i compagni dell'Astana. E stavolta è una scorta dolce, priva dell'agonismo della gara, a volte talmente feroce da appiattire l'umanità. Scarponi e compagni hanno faticato tutti i giorni per tenere il capitano in rampa di lancio, ma quando non ci sono riusciti lui ha fatto da solo, applicando una ricetta straordinariamente difficile nella sua semplicità: ha fatto valere la legge del più forte. 

Ore 19,10 del 27 luglio 2014, inizia una festa senza fine: l'Arco di Trionfo, le note dell'inno di Mameli che inebriano gli Champs Elysées. Vincenzo le vive intimamente, è preda di una commozione genuina, le lacrime ne segnano il volto. Ci sono i genitori, la moglie Rachele, l'ultima arrivata Emma, tenerissima, che sembra quasi capire con fierezza il capolavoro del papà. Non è neanche semplice aggiungere altro ai fiumi di inchiostro versati nel mondo per la maglia gialla. I termini più usati in queste tre settimane sono stati 'normale', ' comune' ecc. Vero, viene da associarsi. Vincenzo Nibali è il ragazzo della porta accanto che va fortissimo in bicicletta. Ma non cambia mai atteggiamento verso il prossimo. Forse è per questo che in fase di avvicinamento al Tour ci siamo preoccupati che non ce la potesse fare. C'era il timore che quella serenità potesse soccombere di fronte alla brutale voglia di riscatto di Contador o alle scariche adrenaliniche dell'allampanato Froome. Nibali con le sue imprese ha ribaltato tutto, e anche senza controprova è lecito affermare che lo Squalo questo Tour lo avrebbe vinto lo stesso anche se il pistolero e il britannico non si fossero massacrate le ossa sull'asfalto. Magari con distacchi più contenuti, ma avrebbe vinto lo stesso. Nibali lo ha fatto capire a Sheffield nel secondo giorno, quando l'Inghilterra sembrava la Vallonia e lui ha piazzato una rasoiata da classica fulminando i suoi rivali.

A pensarci bene però, anche quel 'comune' va riveduto e corretto. Basta analizzare i distacchi inflitti. Peraud e Pinot, giusto orgoglio di una Francia che torna a respirare il podio con due atleti dopo 30 anni, sono dietro di otto minuti. Il decimo, Bauke Mollema, addirittura a ventuno minuti e mezzo. Il tutto tenendo presente che, a parte la cavalcata selvaggia scatenata nell'ultima tappa pirenaica verso Hautacam, Nibali ha sempre tenuto benzina nel serbatoio, dando la sensazione di spingere meno rispetto alle potenzialità. Avrà pure la faccia del ragazzo della porta accanto, ma comune... Proprio no. Entra in un club che più esclusivo non si può: ci sono Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Bernard Hinault e Alberto Contador. Sono gli unici nella storia del ciclismo che hanno vinto almeno una edizione delle maggiori corse a tappe, Tour, Giro, Vuelta.

Nel Tour ha dimostrato una completezza impressionante. Di Sheffield abbiamo detto, ma è stato solo l'inizio. Il capolavoro Nibali lo compie sul pavè della Roubaix, più odiato che amato dai big: Froome sulle pietre della leggenda neanche ci arriva, Contador naufraga nel fango, Vincenzo si prende la prima pagina de L'Equipe che sembra un tuono: 'Dantesque". E poi i Vosgi, la Plance des Belles filles, e le Alpi nel giorno dei 100 anni del mito Bartali, ed ancora sui Pirenei, quando chiude il poker perfetto. Ottavio Bottecchia, Gino Bartali, Fausto Coppi, Gastone Nencini, Felice Gimondi, Marco Pantani, i nostri eroi in giallo. Ora lo Squalo, di gran lunga il più meridionale di tutti, segnale di un ciclismo che cambia geografia non solo nel mondo, ma anche in Italia. Merci, Monsieur Nibalì.

mercoledì 4 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 giugno.

Il 4 giugno 1994 Marco Pantani vince la tappa Lienz - Merano del Giro d'Italia, la sua prima vittoria da ciclista professionista.

Il grande campione del ciclismo italiano Marco Pantani nasce il 13 gennaio 1970 a Cesena.

Vive a Cesenatico: esordisce come professionista il 5 agosto 1992 con la squadra "Carrera Tassoni", con cui correrà fino al 1996. La prima vittoria arriva nel 1994, al Giro d'Italia, nella tappa di Merano. Lo stesso anno Marco Pantani vince anche la tappa dell'Aprica, e il suo nome comincia a farsi conoscere.

Nel 1995 arriva la vittoria nella tappa di Flumsberg al Giro di Svizzera, ma sono le due tappe (Alpe D'Huez e Guzet Neige) al Tour de France a imporlo con forza all'attenzione del grande pubblico e dei media.

Anziché utilizzare il classico berrettino, Pantani corre con una bandana colorata sul capo: il mito del "Pirata" nasce lì, sulle salite del Tour.

Nello stesso anno vince il bronzo ai Campionati del mondo di Duitama in Colombia, ma è in agguato il primo dramma della sua carriera: il terribile incidente alla Milano-Torino. Le circostanze lo costringono a lunghe cure e a saltare un'intera stagione.

Torna nel 1997 e riprende le gare passando alla squadra Mercatone Uno. La sfortuna tuttavia sembra ancora perseguitarlo: una caduta al Giro d'Italia (25 Maggio, tappa di Cava dei Tirreni) lo costringe al ritiro. Si riprende in tempo per partecipare al Tour de France dove vince la tappa dell'Alpe D'Huez e di Morzine.

Il 1998 è l'anno di una straordinaria impresa: Marco Pantani, indomabile in salita, vince il Giro d'Italia (si impone nelle tappe di Piancavallo e Montecampione) e subito dopo vince il Tour de France. In Francia vince le tappe di Plateau de Beille e Les Deux Alpes, prima di arrivare al Parco dei Principi, a Parigi, da trionfatore in maglia gialla.

Con questa impresa Pantani entra a pieno merito nell'élite dei campionissimi che hanno vinto Giro e Tour nello stesso anno.

Il 1999 comincia alla grande: Pantani sembra destinato a dominare ancora in Italia e all'estero. Al Giro si prende la maglia rosa e vince quattro tappe (Gran Sasso, Oropa, Pampeago, Madonna di Campiglio).

Proprio sulle rampe della strada che sale da Pinzolo verso la località delle Dolomiti di Brenta se ne va solo, alla sua maniera, con uno scatto secco, per tutti irresistibile. Sarà l'ultimo vero, romantico, gesto atletico del vero Marco Pantani.

Il mattino successivo alla trionfale vittoria di Madonna di Campiglio, Pantani viene fermato: un controllo anti-doping rivela che il suo ematocrito è troppo alto, fuori norma.

Qui inizia il dramma personale dell'uomo Marco Pantani: l'atleta si proclama innocente, lascia la carovana del Giro che credeva già suo; la corsa riparte senza di lui.

La determinazione dell'atleta Pantani si rivelerà pari alla fragilità dell'uomo. Pantani è completamente distrutto. Inizia una parabola discendente che vede Pantani incapace di frenare la propria discesa verso una crisi interiore. La fatica di ritrovarsi è insostenibile.

L'inattività agonistica che va dal 5 giugno 1999 sino al 22 febbraio 2000 e dal 24 febbraio al 13 maggio 2001, sarà probabilmente la sua condanna. Tuttavia Marco non rinuncia: prova a reagire e a tornare come prima.

Rientra per il Giro del Giubileo con partenza da Roma, ma non riesce a terminarlo. Partecipa anche al Tour e vince le tappe del Mont Ventoux, cima leggendaria, e di Courchevel.

Poi ancora incertezze sul futuro. Dimostra di voler tornare a buoni livelli e chiude il suo ultimo Giro, nel 2003, al quattordicesimo posto, malgrado l'ennesima sfortuna di una brutta caduta.

Non partecipa al Tour successivo e si ricovera in una clinica vicino Padova, a Giugno, per disintossicarsi e per curare le sue frequenti crisi depressive.

Viene trovato morto il giorno 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, nel quale da alcuni giorni si era trasferito; la causa: overdose di eroina. La Gazzetta dello Sport titolava in modo semplice e rispettoso: "Se n'è andato". Il dramma dell'uomo e la sua tragica fine incontrano l'immenso cordoglio del mondo sportivo - e non solo - che unanimemente si trova d'accordo nel voler ricordare del grande campione le gesta sportive, le emozioni e l'orgoglio.

Il 4 giugno 2005 è stata inaugurata in piazza Marconi a Cesenatico la statua in bronzo, a grandezza naturale, che ritrae il campione Marco Pantani mentre pedala in salita. A causa di una legge datata 1923 che non permette di intitolare monumenti a personaggi scomparsi da meno di 10 anni, la statua non riportava alcuna targa. In seguito il monumento gli è stato definitivamente dedicato.

All'inizio del mese di agosto 2014 viene riaperta l'inchiesta sulla morte del Pirata: il campione romagnolo non si sarebbe suicidato, così la procura indaga per omicidio pur non essendovi alcun indiziato.

lunedì 1 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1903 Maurice Garin vince la prima tappa del primo Tour de France.
Il Tour de France è una delle competizioni ciclistiche più importanti d’Europa, ma è molto famosa anche nel Mondo. La storia di questa gara inizia il secolo scorso, il giorno 1 luglio 1903, vicino a Parigi a Mongeron.
Il primo percorso è organizzato su sei tappe, per 2.428 chilometri attraverso le città più importanti del Paese: Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Nantes e Parigi.
Oggi non è più questo l’itinerario: la competizione è molto più lunga perché sfiora i 4.000 chilometri, ma l’entusiasmo e il calore con cui i francesi accolgono il Tour non è mai cambiato.
Vince la prima edizione lo spazzacamino valdostano Maurice Garin di Arvier. E da allora questa competizione è nel cuore non solo del popolo di Francia, ma anche di tutti gli amanti dello sport. La storia del Tour, chiamato anche Grande Boucle (grande boccolo), per l’originale forma a ricciolo, inizia alla fine dell’Ottocento e affonda le sue radici in uno scandalo politico enorme: il famoso Affaire Dreyfus, durante cui l’ufficiale Alfred Dreyfus viene accusato ingiustamente di aver venduto alla rivale Germania alcuni segreti militari.  Come può quest’avvenimento toccare il Giro, una semplice competizione sportiva?
Numerose persone – in questo periodo storico – decidono di scendere in piazza, per difendere la loro tesi (colpevolista o innocentista che sia). Tra i manifestanti, c’è anche il Marchese Albert de Dion, proprietario dell’omonima casa automobilistica, sfavorevole all’ufficiale Dreyfus e sponsor di un importante giornale sportivo Le Vélo (la sua caratteristica principale è la carta verde). Questa testata e il suo editore, però, commettono un grave errore: dare voce a opinioni differenti a quella di de Dion e considerare innocente Dreyfus. Per questo motivo l’imprenditore, con l’aiuto di altri nomi importanti come Edouard Michelin (fratello di André) e il finanziere Henri Desgrange, nel 1900, fondano un nuovo giornale L’Auto-Vélo, su carta gialla, proprio per differenziarsi da Le Vèlo.  Non vogliono finanziare una stampa, secondo loro, poco rappresentativa.
Questo quotidiano inizialmente non ha un gran successo. Si sa che un prodotto editoriale prima di affermarsi richiede anni e soprattutto la fidelizzazione del suo lettore. Per risollevare le sorti della testata, decidono di organizzare una gara di ciclismo lunghissima, la più lunga della storia di Francia. Inizialmente Desgrange, nonostante la sua passione per la bicicletta, non è convinto che la cosa possa riuscire, ma si trova in una situazione davvero problematica.
Il giornale è costretto a cambiare nome, diventando solo L’Auto e questo evento può mettere ancora più a repentaglio le vendite. Per questo motivo il 19 gennaio 1903, L’Auto annuncia il primo Tour De France, realizzato su un’idea di Georges Lefèvre, redattore per il ciclismo. Il primo premio è di 12 mila franchi, mentre il premio per ogni tappa è di 3 mila. Cifre importanti che fanno gola agli sportivi e danno grande richiamo al Giro che raccoglie ben 78 iscrizioni, tra professionisti e amatori. La corsa è da subito un enorme successo e L’Auto ne beneficia in vendite, tanto da portare nel giro di pochi anni a far crescere in modo esponenziale la tiratura e a costringere Le Vélo al fallimento.
Oggi l’organizzazione è gestita dalla Société du Tour de France, una società riconducibile al gruppo L’Équipe. Il Grande Boucle non attraversa solo un secolo, ma anche periodi storici molto duri per la Francia e per l’Europa intera. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a causa dell’occupazione tedesca del Paese, per esempio, viene interrotto per questioni territoriali. Purtroppo nel 1944 L’Auto chiude i battenti e il Governo sequestra tutti i possedimenti del giornale, incluso il Tour. Il motivo? Secondo i francesi, ha l’abitudine di pubblicare articoli troppo vicino ai tedeschi.
Jacques Goddet, che negli ultimi anni si è occupato del Tour personalmente, apre un nuovo quotidiano sportivo, il famoso L’Équipe (ecco che si può iniziare a capire da dove nasce la gestione di oggi). Purtroppo però l’organizzazione del Giro è molto ambita, perché sinonimo di fama ma anche di grande ritorno economico, e per questo motivo viene istituito una sorta di bando: i due rivali principali, L’Équipe e Le Parisien Libéré  contro Sports e Miroir Sprint, devono organizzare due competizioni ciclistiche: alla migliore verrà data in gestione la Grande Boucle. Neanche a dirlo, grazie alla grande esperienza di Jacques Goddet, L’Équipe si aggiudica l’onore nel 1947.
Il Giro nasce come gara maschile e resta tale per circa 80 anni, poi nel 1984 viene aperto anche alle donne e prende ufficialmente il via il Giro di Francia femminile ovvero la Grande Boucle Féminine Internationale, caratterizzata dall’avere tappe un po’ più brevi.
Nel 2013, in occasione del 100° anniversario del Tour de France, Google dedica un logo animato a questa importante gara ciclistica.
Tra gli italiani che hanno indossato la Maglia Gialla e salito il gradino più alto del podio alla fine del Tour de France, ci sono Gino Bartali, Fausto Coppi, Felice Gimondi e in anni più recenti Marco Pantani (1998) e Vincenzo Nibali (2014).

lunedì 3 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 giugno.
Il 3 giugno 1927 il grande ciclista Ottavio Bottecchia viene ritrovato agonizzante sulla strada.
Quel giorno di giugno del 1927 un agricoltore, certo Lorenzo di Santolo, vede dalla finestra di casa il corpo agonizzante di un corridore. Siamo vicino a Peonis, al crocevia del Cornino. Quell'uomo è ormai morente. Perde sangue dalla testa, dal naso e da un occhio. Il contadino si carica il corpo sulle spalle e lo porta al paese. Non sa che sta trascinando il grande Botescià, Ottavio Bottecchia, da Borgo Minelle di San Martino Colle Umberto. Dopo qualche giorno Botescià muore all'Ospedale di Gemona per "frattura della volta e della base cranica". Lo avevano messo al mondo un mugnaio e una contadina, ottavo e ultimo di una bella nidiata che, nel 1894, voleva dire un paio di braccia per i lavori nei campi e nel mulino. Sua prima occupazione è il calzolaio. Ma dura poco. Scopre la bicicletta seguendo il fratello Giovanni; durante la prima guerra mondiale si distingue e si merita la medaglia di bronzo al valor militare. Motivazione: ha catturato da solo un ufficiale austriaco. Nel 1921, da isolato, vince quattro delle cinque corse disputate. Lo nota Ganna che lo ingaggia e lo iscrive al Giro del '23, per i colori della Maino. Si classificherà quinto a quasi un'ora dal vincitore, certo Girardengo Costante.
Si sistema in Francia nel '23 e si allena nei pressi di Clermond Ferrand: il Puy de Dome costituisce il suo allenamento quotidiano. Nel '23 corre anche il Tour e si fa notare per le continue battaglie con un campione già affermato, Henry Pellissier. Del giovane Bottecchia di quell'anno alcuni record straordinari: primo a portare la maglia gialla dall'inizio alla fine della Grand Boucle; Vince la prima e l'ultima tappa; primo a transitare sul Col d'Aubisque che fu inserito proprio in quell'anno da Henry Desgrange fra gli arrivi in salita. Nel '25 è ancora primo e entra nella leggenda con quei tre chilometri dell'Izoard superati a piedi: per la gente di Francia non è più solo un contadino, ma ormai per tutti lui è l'eroe Botescià.
Con le vittorie arrivano anche il "lusso" e la celebrità. Va ad abitare a Pordenone e, come Creso, tutto quello che tocca diventa oro. Grandi auto, villa padronale e grande magnanimità con tutti. Ci chiediamo. La sua tragica fine fu solo un incidente in allenamento? La tipologia delle fratture subite dal campione commisurate con la geografia de luogo fanno propendere per una risposta negativa. E poi, quando avvenne il fatto Bottecchia era solo, e tutti sapevano che lui amava allenarsi in compagnia. Perché il suo amico Piccin, gregario fidato, quella mattina gli aveva detto che non poteva accompagnarlo? Allora fu un agguato? Chi avrebbe voluto una morte così "teatrale" di un campione che pareva non avere nemici? Il racconto del fatto di sangue riempì le pagine dei quotidiani e dei rotocalchi. Tutti volevano dire la loro e, come spesso succede in questi casi, le opinioni divennero mito e leggenda. Erano quelli gli anni di Lindberg e della prima trasvolata atlantica. Gli anni in cui Guglielmo Marconi stabilì il primo collegamento radio fra Londra e l'Australia. Gli anni in cui si consumò il delitto del deputato Matteotti, inviso al regime di Mussolini per la sua continua ricerca della verità. Il caso Bottecchia si tinge ancor più di giallo se si pensa che una decina di giorni prima un'auto pirata aveva travolto e ucciso il fratello di Ottavio, quel Giovanni che aveva contribuito col suo esempio a creare il campione Bottecchia. Giuseppina, la cognata di Ottavio si ritrovò improvvisamente sola a dover crescere i tre figli, ma Botescià il generoso, le promise il suo aiuto e, si racconta, le disse che conosceva il nome di colui che aveva spezzato la vita del fratello. Il mistero si infittisce ancora di più. Le opinioni si accavallano, i pareri si sprecano, fatto sta che la fine di questo grande del ciclismo rimane un enigma. Dopo la seconda guerra mondiale è nata una ricchissima bibliografia sulla fine di Bottecchia. Molti hanno voluto regalarci la loro interpretazione dei fatti. Giulio Crosti, Rosalina Salemi, Giorgio Garatti, Rino Negri, Duilio Chiaradia, Guido Giardini e molti altri ne hanno parlato. Fra le ipotesi più accreditate quella di Crosti parla della volontà di far arenare le indagini da parte della pubblica autorità. Sembra che un capomanipolo abbia "convinto" il Comando dei Carabinieri di Gemona, già certo di una azione chiaramente delittuosa, che si trattava invece solo di un incidente, "doveva" trattarsi solo di un incidente. Lo Spitaleri invece ipotizza che Bottecchia fosse finito come Matteotti, ucciso da emissari del regime. C'è chi parla anche di questione di corna, e di un marito che aggredisce con un bastone il malcapitato ciclista. Addirittura qualcuno azzarda un accostamento col racket delle scommesse. In questa agorà di pareri rimangono in piedi anche quelli che ribattono sui frequenti malori dei quali soffriva Bottecchia e che non poche volte lo avevano messo in ginocchio. Resta però il fatto che le fratture erano eccessivamente gravi nell'ipotesi di un incidente. A fare forse un po' di luce su questo caso da Perry Mason ecco uscire il Bollettino Parrocchiale di Peonis del novembre del 1973. Sul periodico si riapre in un certo senso il caso in quanto si racconta che il vecchio prete del paese, morente, confida al nuovo parroco che la verità sta tutta nel convinto antifascismo di Ottavio Bottecchia, e prima di morire il religioso vuole che si sappia la verità. Ma dove sono finiti gli atti ufficiali dei Carabinieri? Quando lo trovarono il suo corpo era devastato, ma la sua bicicletta, poi scomparsa nel nulla, non aveva nemmeno un graffio. Semplice combinazione? Fatalità? Forse la verità se ne è andata con lui, in quel lontano 3 giugno del 1927, al crocevia del Cornino.

venerdì 11 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 1902 nasce a Cittiglio (VA) Alfredo Binda.
Tra gli sportivi che hanno dato prestigio all'Italia nel corso del XX secolo, ad Alfredo Binda deve essere riservato -senza ombra di dubbio- un posto in prima fila. Nato l'11 agosto del 1902 in quel di Cittiglio, ameno borgo del varesotto, si distinse per le strabilianti vittorie conseguite negli anni venti e trenta e per il ruolo di commissario tecnico dei Coppi e dei Bartali che moltiplicavano i trionfi in terra di Francia. Come corridore, Binda ha una storia inimitabile. Persino Gianni Brera riconobbe in uno scritto: "Alfredo è stato per me il maggior prodotto del ciclismo italiano. Debbo tenere a bada la mia anima coppiana per far posto una volta alla ratio".
Cinque Giri d'Italia stravinti: un dominio assoluto, al punto che nel 1930 venne pagato dagli organizzatori (22.500 lire) per starsene a casa ed evitare l'esito scontato della corsa. Per tre volte Campione del Mondo, col suo nome che apre l'albo d'oro del Mondiale essendo sua la vittoria nella prima edizione del campionato (Adenau 1927).  Alfredo Binda ha conquistato tutte le classiche più famose, rendendosi protagonista di record statistici e record agonistici (come il primato mondiale dei 50 km.). Una carriera piena di storie, di avventure: la più famosa la galoppata per dominare il Lombardia del '26 dopo aver trangugiato ventotto uova e lasciando il secondo classificato a ventinove minuti. L'ex trombettiere di Cittiglio, emigrato diciassettenne a Nizza per fare lo stuccatore, ha occupato il proscenio dello sport sfidando (e battendo) un Girardengo sulla via del tramonto e un Guerra nel vigore delle forze. Vinceva senza apparente fatica, mulinando le gambe senza strappi. I giornalisti inventarono allora, osservandolo in fuga solitaria, l'espressione "pedalata rotonda". Binda potrebbe essere ricordato soltanto per queste imprese. Invece vogliamo pensare a lui anche come a un grande dirigente sportivo e a un uomo ammirevole. Sapiente, pacato, teso a risolvere problemi e ad appianare le asprezze delle grandi rivalità. Uno stratega benvoluto da tutti e stimato in Italia e all'estero. Con lui sull'ammiraglia (camiciola, foulard, megafono in mano), Bartali vinse il leggendario Tour del '48 e Coppi s'aggiudicò i Tour del '49 e del '52. Binda era alla guida anche del Coppi vittorioso al Mondiale di Lugano del '53, di Baldini al Mondiale del '58 e di  Nencini il Tour del '60.
La terza fase della vita di Alfredo Binda è non meno interessante delle precedenti: amato padre di due figlie e nonno, affrontò incarichi di rappresentanza in organismi sportivi nazionali e internazionali con spirito di servizio. Pur continuando a risiedere a Milano, volle  dedicare del tempo anche al proprio paese d'origine impegnandosi come consigliere comunale. Mito e maestro dello sport, Binda fu punto di riferimento per il ciclismo intero e per i giovani che vedevano in lui l'interprete dei valori autentici dello sport. Dopo la morte, avvenuta nel 1986,  il ricordo è mantenuto vivo dal Museo, voluto dall'amministrazione comunale di Cittiglio e dalla famiglia e da manifestazioni e iniziative, oltre che da gare, che continuano a essere organizzate nel suo nome.  Ora, dopo anni e anni, si potrebbe immaginare che la figura del grande Alfredo risulti un po' sfocata, che piano piano dimenticanza e oblio prendano piede. Eppure recenti sondaggi, realizzati anche in campo nazionale, testimoniano che il suo nome è ancora molto considerato dal pubblico degli sportivi e che nella classifica dei più grandi italiani di tutti i tempi lui è ancora presente. Si aggiunga poi che il Museo attira centinaia e centinaia di visitatori ogni anno.
Vivere in modo sereno l'agonismo, rispettare gli avversari, mai esasperare i toni della sfida, saper comprendere uomini e situazioni: questi gli insegnamenti che Binda consegna al mondo di oggi, allo sport del XXI secolo.  Principi e comportamenti sempre più rari.

lunedì 29 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1940 Fausto Coppi, vincendo la tappa Firenze-Modena con quasi 4 minuti di vantaggio sul secondo, indossa per la prima volta in carriera la maglia rosa del Giro d'Italia.
Fausto Angelo Coppi nasce a Castellania, in provincia di Alessandria, il 15 settembre 1919 in una famiglia di modeste origini. Trascorre la vita a Novi Ligure, prima in viale Rimembranza, poi a Villa Carla sulla strada per Serravalle. Poco più che adolescente è costretto a trovarsi un lavoro come garzone di salumeria. Ragazzo a modo ed educato è subito apprezzato per la sua dedizione, il suo fare introverso e la sue naturale gentilezza.
Per hobby scorrazza qua e là su di una rudimentale bicicletta regalatagli dallo zio. Si distende dal lavoro con lunghe scampagnate, dove si inebria al contatto con l'aria aperta e la natura.
Nel luglio 1937 disputa la sua prima corsa. Il tracciato non è facile, anche se si svolge tutto in prevalenza da un paese di provincia all'altro. Purtroppo a metà gara è costretto a ritirarsi poiché una gomma si sgonfia inaspettatamente.
Gli inizi non sono quindi promettenti, malgrado il ritiro sia da attribuire al caso e alla sfortuna più che alle doti atletiche del giovane Fausto.
Mentre Coppi pensa al ciclismo sopra la sua testa scoppia la seconda guerra mondiale. Militare a Tortona, Caporale della terza squadra di un plotone in quadrato nella compagnia agli ordini di Fausto Bidone, viene fatto prigioniero degli inglesi in Africa, a Capo Bon.
Il 17 maggio 1943 viene internato a Megez el Bab e poi trasferito al campo di concentramento di Blida, nei pressi di Algeri.
Fortunatamente esce incolume da questa esperienza e, una volta tornato a casa, ha modo di riprendere i suoi allenamenti in bicicletta. Il 22 novembre 1945, a Sestri Ponente, si unisce in matrimonio con Bruna Ciampolini, che gli darà Marina, la prima dei suoi figli (Faustino, nascerà in seguito alla scandalosa relazione con la Dama Bianca).
Poco dopo, qualche osservatore, convintosi del suo talento, lo chiama alla Legnano, che diventa di fatto la prima squadra professionistica a cui prende parte. In seguito difenderà i colori delle seguenti squadre: Bianchi, Carpano, Tricofilina (alle ultime due abbinò il proprio nome). Alla fine del 1959 si lega alla S. Pellegrino.
Al primo anno di professionismo, arrivando con 3'45" di vantaggio nella tappa Firenze-Modena del Giro d'Italia, conquista una vittoria che gli consente di smentire le previsioni generali che volevano Gino Bartali vincitore della corsa rosa. A Milano in rosa giunse infatti lui, Fausto Angelo Coppi.
Alcune delle altre cavalcate solitarie che fecero scorrere fiumi d'inchiostro furono: quella di 192 Km nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d'Italia del 1949 (vantaggio 11'52"), quella di 170 Km del Giro del Veneto (vantaggio 8') e quella di 147 Km della Milano-Sanremo del '46 (vantaggio 14').
Il Campionissimo del ciclismo, vinse 110 corse di cui 53 per distacco. Il suo arrivo solitario sui grandi traguardi era annunciato con una frase, coniata da Mario Ferretti in una famosa radiocronaca dell'epoca: "Un uomo solo al comando!" (a cui Ferretti aveva aggiunto: "[...], la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi!").
Il grande ciclista si aggiudicò due volte il Tour de France nel 1949 e nel 1952 e cinque volte il Giro d'Italia (1940, 1947, 1949, 1952 e 1953) ed entrò nella storia per essere uno dei pochi ciclisti al mondo ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno (tra cui ricordiamo anche Marco Pantani, 1998).
Al suo attivo vi furono tre volte la Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), cinque Giri di Lombardia (1946-1949, 1954), due Gran premi delle Nazioni (1946, 1947), una Parigi-Roubaix (1950) e una Freccia vallone (1950).
La sua fama di ciclista, caratterizzata dalla rivalità-alleanza con Gino Bartali, fu parzialmente oscurata dalle sue vicende private, in particolare dalla scandalosa relazione segreta con la "dama bianca", che nell'Italia degli anni 50 destò scalpore più delle sue vittorie in solitaria.
Era in agosto, a Lugano. Anno 1953. Faceva un caldo infernale, nonostante qualche strisciolina di brezza che arrivava dal Lago. Lui, come sempre, aveva corso da grande e quando, con passo deciso, si era inerpicato sulle scalette della tribuna, con quelle gambe lunghe e magre, era sembrato un uccellaccio intento a saltabeccare fuori zona. Gli occhi erano spalancati, i capelli spettinati, il profilo duro e la bocca chiusa da un vago sorriso, come se le labbra fossero serrata da un pacco di spilli. Fausto, il campionissimo, il Coppi di sempre, timido e un po' a disagio, si era fatto al centro della tribuna tra le autorità sportive. Qualcuno si era presentato davanti a lui con la maglia iridata in mano, quella di campione del mondo e l'aveva infilata sulla testa del vincitore che, con grande sforzo, alla fine, era riuscito ad infilarla.
Poi, da un angolo, era sbucata una signora con un vestito bianco, leggero e vaporoso e un gran mazzo di fiori in mano. Quella signora, presa dall'entusiasmo sportivo, aveva abbracciato il campione sporco e sudaticcio e aveva stampato un paio di baci sulla bocca di Fausto, porgendo i fiori. Il campionissimo, per la prima volta, non si era schernito come faceva sempre. Lei, per moltissimi minuti, era rimasta accanto a lui guardandolo con un sorriso dolcissimo. Tanto dolce che tutti avevano capito. I fotografi si erano precipitati e avevano fatto scattare i flash. Anche i giornalisti sportivi, nella confusione, si erano fatti intorno ai due. Tutti sapevano che Fausto era sposato da molti anni con Bruna Ciampolini, una donna silenziosa e schiva come il marito. E quella chi era? Lei aveva risposto, con un sorriso niente affatto timido: «Sono una vecchia amica di Fausto e una grande tifosa. Che volete farci. È un gran campione e come si fa a non ammirarlo?». Da quel momento e da quel giorno era nata la leggenda della «dama Bianca» ed erano stati i giornalisti francesi a battezzare così quella donna che aveva osato baciare in pubblico «le phenomene», «l'airone delle salite», il campione dei campioni, l'inafferrabile, quello che le suonava a Bartali.
Poco, troppo poco, invece, è stato raccontato sull'amore di Fausto e Giulia Occhini, sulla loro vita privata al di fuori dei miti e delle leggende. E anche sulle sofferenze che una Italia bacchettona, retriva, bigotta e poco disposta ad uscire, in qualche modo, dai canoni della vita e dell'amore fissati da una religiosità crudele, inflisse all'uomo Coppi e alla sua compagna. Fu quel giorno d'agosto, a Lugano che tutta l'Italia, per la prima volta, seppe. Seppe di un amore «proibito» per la morale comune del tempo e seppe di quei «due pubblici concubini» e peccatori «pericolosi».
Cerchiamo di capire un po' meglio l'amore di Fausto per la «dama Bianca», o meglio per Giulia Occhini e vedere come andarono le cose: l'arresto di lei, il processo, la condanna di tutti e due, la nascita del loro bambino in Argentina. Gli emigranti dell'amore, che ormai si sentivano perseguitati in Italia, erano, infatti, finiti laggiù.
Fausto, come abbiamo visto, si sposa con Bruna Ciampolini che, più tardi, darà alla luce la figlia Marina. Che donna è Bruna? Una cara e dolce moglie, silenziosa e modesta. Di quelle che si sposano perché c'è un rapporto fin da ragazzini. Di quelle donne, insomma, che piacciono tanto ad una famiglia di contadini che vuole mogli, semplici, concrete, senza grilli per la testa. Una donna che garantisca sempre, al futuro marito, un posto sicuro dove «appoggiarsi» nei momenti più duri e difficili della vita. Bruna è così e piace tanto alla famiglia di Fausto. Lui continua a correre con quel suo sguardo triste da «eterno povero».
Eppure vince, eccome. Incassa anche molti soldi. Un giorno fa amicizia con un suo tifoso, il dottor Enrico Locatelli che è sposato con Giulia Occhini, una bella ragazza che viene da una famiglia agiata. Hanno due figli, Maurizio e Loli, ma nonostante questo, ogni tanto seguono Coppi. Non si è mai saputo quando e come sia nato l'amore tra il campionissimo e Giulia. Insomma la storia sarà nata in segreto e in segreto continuata. Cose eterne come il mondo.
Ma c'è quel benedetto giorno a Lugano, quando tutti capiscono. La moglie di Coppi, la signora Bruna, dicono che aveva subito capito come stavano andando le cose perché, per un paio di volte, Giulia era andata, con il marito, in casa Coppi, così per «approfondire l'amicizia». Giulia era sempre elegante, sapeva muoversi senza timidezze ed era abituata a vedere gente, a leggere libri e giornali, a spostarsi da una città all'altra e a vivere in albergo. Tutto il contrario della signora Bruna. I giornalisti, dopo i baci di Lugano, ricordano di aver visto Coppi, durante una tappa del Tour, rallentare quando aveva visto lei a lato della strada e ricordano anche di una volta che Bruna Ciampolini, moglie di Fausto e il dottor Locatelli, marito di Giulia, si erano precipitati insieme sul Garda, durante una tappa del Giro.
Il caso Coppi-«Dama Bianca», esplode come una bomba nell'Italia delle scomuniche Vaticane ai comunisti o contro chi non si sposava in chiesa, della mancanza di divorzio, delle mamme fattrici ad ogni costo, della famiglia come unica possibilità, per un uomo e una donna di vivere il loro rapporto. I giornali parlano subito di «amore scandaloso» e «lei», la «cattiva» viene indicata come una «rovina famiglie» e l'esempio di «tutto quello che le donne non dovrebbero essere». Pare che persino il Papa in persona (Pio XII) sia intervenuto per invitare Coppi a pensare bene a quel che andava facendo. Non si trattava di minacce, ovviamente.
Rimane il fatto che il codice Rocco, il vecchio codice fascista, prevedeva i reati di abbandono del tetto coniugale e di adulterio ed è in questo senso che si muovono subito i magistrati. Coppi e Giulia Occhini, nel frattempo, erano andati a vivere insieme nella villa di Novi Ligure, acquistata da Fausto al momento della separazione dalla moglie Bruna, separazione che datava già da qualche tempo. Giulia Occhini, in quei mesi aveva 26 anni ed era una splendida signora sempre elegante, ben truccata, sicura. Quella di sempre, insomma. Chi è cambiato, invece, è Fausto. Ha lasciato i panni dell'eterno poveraccio. Non è più un rozzo ex contadino. Veste con proprietà, giacca doppio petto e cravatta, cappotti ben tagliati e fatti su misura. È diventato un «signore» e nei nuovi panni si sente bene. Sembra non aver paura di nulla. Si potrebbe dire, con l'aiuto di un po' di psicologia, che Fausto ha raggiunto il mondo e il modo di vita al quale, da eterno morto di fame, aspirava da tutta una vita. Giulia Occhini, dunque, lo aveva trasformato in profondità. Ma gli attacchi del perbenismo ufficiale e non ufficiale, non cessano un attimo e tutto diventa crudele, umiliante, cattivo. L'Italia si divide in due: chi è solidale con Fausto e chi lo condanna senza appello. A Coppi, il campionissimo, viene ritirato il passaporto. È soltanto la prima mossa. Una notte, nella villa di Novi Ligure, arrivano i carabinieri che procedono ad una serie di «costatazioni di legge». Cercano la prova dell'adulterio e la trovano. Come? Lo raccontano, senza vergogna o imbarazzo gli uomini dei verbali conservati negli atti del processo. Un brigadiere mette le mani nel letto della coppia e lo trova ancora caldo. Dunque, i due, non potevano certo più dire che stavano semplicemente bevendo insieme un caffè: erano a letto insieme e basta.
Che Italia incredibile, barbara e medievale. Lei finisce subito ammanettata. Nella notte, viene trasferita nel carcere di Alessandria. È donna e quindi, evidentemente, doveva pagare ancora più dell'uomo. Fausto è disperato e tenta di tutto per liberarla. Ma non è così semplice. Passano più di 96 ore prima che lei torni a casa. Nel marzo del 1955, il processo. Lei è accusata di aver abbandonato il marito e i figli. Lui, oltre che di adulterio deve rispondere anche di violazione degli obblighi di assistenza familiare. A Fausto, i giudici infliggono due mesi di carcere e tre a lei. Giulia Occhini viene, però, anche «confinata» ad Ancona in casa di una zia. I giudici le vietano, inoltre, di vedere i figli e tornare a Novi Ligure. Giulia, incinta di Fausto, decide allora insieme al suo uomo, di andare a partorire a Buenos Aires. In Italia, chissà cosa avrebbe potuto accadere al piccolo, figlio di «pubblici peccatori» e concubini. Fausto, durante il Giro, riceve a Venezia la prima foto del bambino al quale è stato messo il nome di Faustino. Il campionissimo piange. Poi, in cima allo Stelvio, lancia un urlo di saluto al bambino e si butta nella discesa come un pazzo. Forse è l'unico urlo che sia mai uscito dalla sua bocca in tutta la sua vita. Una coppia, comunque, che ha avuto certamente periodi felici. Lo raccontano tutti: Giulia e Fausto erano davvero fatti l'uno per l'altro. Ma anche l'angoscia e i dolori non hanno mai avuto fine per loro. Lui, in gara, è caduto mille volte e mille volte ha riportato fratture gravi. A lei è morta, giovane, la figlia Lolli. Poi la fine terribile e beffarda di Fausto. Il campionissimo parte per una esibizione nell'Alto Volta: in realtà una scusa per una grande partita di caccia, insieme a colleghi e amici. Ha appena 40 anni.
Torna e racconta a Giulia che quel viaggio è stato come una straordinaria e indimenticabile avventura. Due giorni dopo è a letto con una febbre terribile. «È un virus, un brutto virus», dicono i medici. Non si accorgono che si tratta di un terribile attacco di malaria. Il 2 gennaio 1960, alle 8.45 è la fine. Una agenzia di stampa diffonde una notizia agghiacciante, terribile. Eccola: «Essendo il campione un pubblico peccatore a causa delle sue vicende coniugali, ha potuto ricevere l'estrema unzione solo a patto di una solenne rinuncia della sua donna ai legami con lui in caso di guarigione». C'è una foto straordinaria scattata ai funerali e lungo la stradina in salita che da Castellania porta alla casa dei Coppi. Si vede una bellissima campagna maculata di neve e un corteo di migliaia di persone che salgono lassù, per rendere l'ultimo saluto al campionissimo. In un'altra foto scattata in casa ci sono tre grandi campioni di quelli che arrivavano al traguardo con la faccia coperta di fango. I loro nomi? Girardengo, Binda e Bartali. Già, Bartali. Alcuni anno fa disse: «Io, terziario francescano, bacchettone e bigotto, come avete sempre scritto su l'Unità, ho voluto molto bene a Coppi. Ora potete anche scriverlo. Sono stato proprio io ad accompagnarlo più di una volta in Vaticano per risolvere la sua situazione con la Occhini. L'ho fatto parlare anche con il Papa... Non è stato possibile far niente..». Giulia Occhini, invece, muore a 69 anni, nel 1993, dopo 510 giorni di coma. Era rimasta gravemente ferita in un incidente stradale davanti a «Villa Coppi», dove viveva con il figlio di quel suo grande e famosissimo amore.

sabato 13 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1909 parte da Milano il primo Giro d'Italia.
E’ in una poetica quanto convulsa Milano d’inizio secolo, più precisamente da Piazzale Loreto, che una manciata di 127 ciclisti, alle 2:35 della mattina, hanno dato vita ad una delle più belle e longeve manifestazioni nella storia del ciclismo.
Di quei pionieri solo 49 atleti terminarono i 2448 Km delle otto tappe previste.
A dispetto di tutti i pronostici e di tutti gli scettici, che davano già per scontata la vittoria della kermesse da parte di uno dei tanti ciclisti transalpini partecipanti, è stato il muratore di Induno Olona, Luigi Ganna, a far proprio il primo posto ed il ricco montepremi di 5.325 lire.
E’ cominciata così, con un pizzico di sorpresa e con una bella favola dettata dal sacrificio, l’avventura di una delle più importanti manifestazioni nella storia di questo sport.
Della kermesse ideata da Armando Cougnet, allora collaboratore della Gazzetta dello Sport, pur essendo cambiate le formule, i punteggi e la metodologia delle gare, è rimasto comunque intatto lo spirito, tanto da riuscire a superare i due eventi bellici che hanno sconvolto l’Europa ed il Mondo intero ed il più attuale e meschino scandalo doping.
L’istituzione della mitica “Maglia Rosa” nel ‘31, in onore della “rosea” Gazzetta , la creazione del “Gran Premio della Montagna” e nel ‘74 della “Maglia Verde”, la “Maglia Rossa” nel ‘66 sostituita poi dalla “Ciclamino”, che dal 2011 è tornata ad essere Rossa, e l’introduzione nel ‘76 della “Maglia Bianca”, dall’edizione del 2009 intitolata a Candido Cannavò, sono quindi solo innovazioni tecniche della manifestazione.
Come è stata innovativa, quasi rivoluzionaria, l’introduzione nel 1933 della prima tappa a cronometro, la Bologna – Ferrara (62 Km) e nel 1935 della prima crono scalata, la Rieti – Terminillo.
Ma l’immortalità del Giro e la sua quasi sacralità gli è stata conferita dai grandi protagonisti, dalle loro storie, dalle vicende quasi epiche che appartengono a questi mostri sacri del ciclismo nazionale ed internazionale.
Stiamo parlando dell’immortale Alfredo Binda che, con i suoi cinque Giri vinti (1925, 1927, 1928, 1929, 1933), è stato certamente tra i più grandi ed indiscussi protagonisti di questa manifestazione. La manifesta superiorità del ciclista di Cittiglio ha indotto gli organizzatori nel 1930, quasi forzando l’ideale sportivo, a pagare lo stesso atleta per non partecipare alla corsa.
Solo altre due leggendarie figure del Giro sono riuscite ad eguagliare il primato di Binda:
il popolarissimo quanto discusso Fausto Coppi (1940, 1947, 1949, 1952, 1953) ed il belga Eddy Merckx (1968, 1970, 1972, 1973, 1974).
Coppi, conosciuto anche come “l’Airone”, è entrato di diritto e in modo indelebile nella storia del Giro anche per gli epici duelli con l’antagonista di sempre, il rude “toscanaccio” Gino Bartali.
Un “duello” d’altri tempi, quello tra i due campioni, che ebbe inizio proprio durante l’Edizione del 1940, quando “l’Airone”, partito come gregario di Bartali, è finito poi col vincere la manifestazione.
Dalla metà degli anni settanta ad oggi si annoverano una serie di avvicendamenti sul gradino più alto del podio:
da Saronni (1979 – 1983) ad Indurain (1992-1993) sono molti i ciclisti che sono riusciti ad aggiudicarsi il Giro d’Italia o comunque a lasciare un’impronta indelebile nella storia della “corsa rosa” e nel cuore degli appassionati.
Tra i tanti spicca il “Re Leone”, Mario Cipollini, che, pur non avendo mai vinto un’edizione, detiene il record di vittorie di tappa: 42 tutte in volata.
Dal ‘97 al 2007, compreso, il Giro “parla” solo italiano: Gotti, Simoni, Savoldelli, Cunego, lo sfortunato “Pirata” Marco Pantani e Garzelli faranno propria la manifestazione.
Solo dal 2008, con la vittoria dello spagnolo Alberto Contador, s’interromperà la lunga serie positiva degli atleti del bel paese.
Nel 2009, a ribadire l’internazionalità del Giro, si registra il successo del russo Denis Menchov.
Il Giro del 2010 vede il trionfo di Ivan Basso che, dopo due anni, riporta il tricolore sul gradino più alto del podio.
L’atleta gallaratese dopo aver stravinto la 15a Tappa (Mestre - Monte Zoncolan), lasciandosi alle spalle il campione del mondo in carica Cadel Evans, il 30 maggio 2010 vince la novantatreesima edizione del Giro ripetendo il successo del 2006.
La “corsa rosa” del 2010 sarà anche ricordata per il suo retrogusto amaro perché, se da una parte si festeggia il successo di Basso, dall’altra si piange la dipartita di due grandi amici del giro: il Ct della nazionale Franco Ballerini e l’indimenticabile Raimondo Vianello.

mercoledì 31 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 agosto.
Il 31 agosto 1958 Ercole Baldini vince a Reims il campionato mondiale su strada.
A questo sanguigno romagnolo è bastata una sola stagione, quella irripetibile del 1958, per trovare posto tra i più grandi della bicicletta. Si era alla fine degli anni Cinquanta: il ciclismo italiano aspettava da tempo il successore di un Fausto Coppi che correva ancora, ma che si avviava a grandi passi verso i quarant’anni e, inconsciamente, il suo tragico destino. Alla ribalta s’erano affacciati già molti pretendenti, ma nessuno ai tecnici era parso in possesso di tante credenziali come questo possente forlivese, che proprio in coppia con Coppi, nel 1957, aveva vinto – in un ideale passaggio di consegne – una magnifica edizione del “Trofeo Baracchi”.
Di che pasta fosse fatto quest’Ercole, di nome e d’aspetto (alto 1.80 per un peso forma di 78/80 chili), l’aveva già dimostrato nell’autunno precedente, ancora da dilettante, quando aveva suscitato sensazione impadronendosi del prestigioso record mondiale dell’Ora, record che nel passato era appartenuto proprio a Coppi. Il campionissimo, in un tentativo senza clamori effettuato durante l’oscuro 1942, aveva pedalato per km 45,858, poco di più di quanto era riuscito cinque anni prima al francese Maurice Archambaud. Quel primato di guerra resistette per moltissimi anni e tornò in Francia nel 1956 per merito di un passista tra i più grandi, quel Jacques Anquetil che sempre al Vigorelli fu il primo a bucare, sia pure per soli 159 metri, il muro dei 46 chilometri.
Un record che si riteneva insuperabile in tempi brevi, destinato invece a durare pochi mesi. In autunno infatti Baldini, che nel frattempo aveva vinto a Copenaghen il titolo mondiale dilettanti nell’Inseguimento, attaccò senza reverenza alcuna il limite raggiunto del campione francese. Era il 19 settembre 1956 e il teatro scelto per la prova era ancora una volta la magica pista milanese. Nato il 26 gennaio del 1933, Baldini aveva al tempo 23 anni, la stessa età di Coppi all’epoca del suo tentativo: allo scoccare dell’Ora la ruota della sua bicicletta toccava i 46 chilometri e 393 metri del nuovo primato mondiale assoluto, che così tornava in Italia.
Con quella eccezionale credenziale, Baldini si presentò ai Giochi Olimpici di Melbourne come favorito assoluto della prova su strada. Conscio della difficoltà dell’impegno, s’era trasferito in Australia quaranta giorni prima della gara in cerca di una acclimatazione resa necessaria dalla data molto avanzata e dalle paventate torride temperature. La corsa olimpica, lunga 187 chilometri, rispecchiò a pieno le previsioni della vigilia: il romagnolo, che pedalò sempre in testa limitandosi a controllare gli avversari, prese il largo dopo un centinaio di chilometri e, sul passo, scavò l’abisso di quasi 2’ nei confronti del secondo, aggiungendo ai suoi freschi allori anche la medaglia olimpica. Era la seconda volta che un italiano vinceva la prova olimpica su strada: in precedenza, nel 1932, c’era riuscito solo Attilio Pavesi.
Il passaggio al professionismo fu una formalità. Avvenne alla fine del 1956 con il passaggio – come Gino Bartali – ai verde-oliva della “Legnano” il cui DS era il saggio Eberardo Pavesi. Possente passista da cronometro, implacabile sul ritmo, capace di tenere altissime velocità per lunghe distanze, Baldini fu la rivelazione del Giro d’Italia del 1957, dove aveva esordito con un sorprendente terzo posto alle spalle di Gastone Nencini e di Louison Bobet. Ma a consacrarlo grande campione fu il Giro dell’anno seguente, dominato in lungo e in largo per tutte le ventidue tappe e illuminato da due grandi acuti: il primo sul circuito di Viareggio, il secondo nella difficile Cesena-Boscochiesanuova quando la sua potenza sbaragliò in salita ogni opposizione. Non ebbe avversari in quel Giro: il belga Jean Brankart e il lussemburghese Charly Gaul finirono alle sue spalle con oltre 4’ di ritardo, e la popolarità di Baldini raggiunse una intensità che in Italia avevano conosciuto solo Bartali e Coppi.
Quel magico 1958 si concluse per Baldini sul circuito di Reims, titolo mondiale su strada in palio. A 25 anni, all’apice della carriera e nella forma della vita, si presentò al via convinto dei suoi mezzi e fiducioso nelle sue possibilità. Il risultato fu conseguenza delle premesse. Conquistò la maglia iridata con una facilità irridente staccando gli avversari al momento prescelto, nel finale della corsa, sulla salita di Quarryhill, e presentandosi solo all’arrivo, come aveva preventivato. Ma quella fu anche la sua ultima grande affermazione. Una serie di infortuni e di malanni fisici ne limitarono in seguito l’attività costringendolo a chiudere prima dei trent’anni, con largo anticipo, una carriera breve quanto straordinaria.
Professionista dal 1957 al 1964, due anni con la “Legnano” e fino al termine con la “Ignis”, da professionista Baldini ha vinto 37 corse. Ha disputato sei Giri d’Italia, vestendo sette volte la maglia rosa, e tre Tour (miglior piazzamento il 6° posto del 1959). La sua ultima vittoria la ha ottenuta al Trofeo Cougnet del 1963.
Dopo essere stato direttore sportivo per alcune formazioni professionistiche, è stato scelto come Presidente dell'Associazione Ciclisti e infine Presidente della Lega. È stato poi anche collaboratore del presidente dell'Unione Ciclistica Internazionale (UCI) Hein Verbruggen.
E' oggi, a 89 anni, il più anziano vincitore del Giro d'Italia ancora in vita.

domenica 18 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1995 durante una tappa del Tour de France, muore il ciclista italiano Fabio Casartelli.
Fabio Casartelli, a una lunga serie di vittorie nelle categorie giovanili, fece seguire un'altrettanto ricca carriera nei Dilettanti che, nel 1992, gli valse la convocazione per la prova su strada dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona: Casartelli si aggiudicò la medaglia d'oro, primo italiano a riuscire nell'impresa dal 1968. Nel 1993 ottenne il primo contratto da professionista con la Ceramiche Ariostea di Giancarlo Ferretti, con la quale vinse una tappa alla Settimana Ciclistica Bergamasca e la classifica finale del Gran Premio Lotteria al "Giro d'Italia". Nel 1994 passò alla ZG Mobili e l'anno successivo alla statunitense Motorola, dove aveva tra i compagni di squadra Lance Armstrong. Il 18 luglio 1995, durante la quindicesima tappa del Tour de France (Saint-Girons-Cauterets), cadde lungo la discesa del Colle di Portet-d'Aspet, battendo violentemente la testa contro un paracarro: morì durante il trasporto in elicottero all'ospedale di Tarbes, senza aver mai ripreso conoscenza. Lasciò la moglie romagnola Annalisa, ex ciclista, sposata nell'autunno del 1993, e il figlio Marco, nato il 13 maggio 1995, con i quali viveva ad Albese con Cassano, sulle colline tra Erba e Como. Il giorno successivo, dopo un minuto di silenzio, partì la sedicesima tappa della corsa, che venne neutralizzata: in un mesto trasferimento, il gruppo rimase compatto e a bassa andatura; al traguardo, davanti al resto del gruppo, passarono affiancati tutti i ciclisti della Motorola, squadra di Casartelli. Primo, soltanto per la cronaca, concluse Andrea Peron. Due giorni dopo, all'arrivo della diciottesima tappa, tagliando per primo il traguardo, Lance Armstrong alzò le dita al cielo dedicando la vittoria di tappa allo sfortunato compagno di squadra. Nel 1997 venne eretta una stele nel luogo della tragedia, di fronte alla quale i corridori del Tour de France si fermano in raccoglimento in un minuto di silenzio in memoria di Casartelli, ogni qual volta il percorso del Tour passa per il Colle di Portet-d'Aspet. Al momento della caduta, Fabio non indossava nessun tipo di casco di protezione. La sua morte provocò una forte commozione nel mondo del Ciclismo professionistico ed iniziò una discussione sull'introduzione di norme che rendessero obbligatorio l'utilizzo del casco, il che avvenne però soltanto nel 2003 dopo la morte di un altro corridore: Andrei Kivilev.

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