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giovedì 6 marzo 2014

#SopravvireAlle #Crisi - di Jacques Attali








Ecco sette principi  applicabili a qualsiasi epoca, qualsiasi minaccia e qualsiasi tipo di crisi: che si tratti di una crisi economica come quella di oggi, di una carestia, di una guerra, dell’avvento di una dittatura, di uno tsunami, di una valanga, o anche di una crisi sentimentale o di un collasso cardiaco. A condizione, però, di applicarli ogni volta con approcci diversi e con metodi specifici, utilizzando, naturalmente, alleati e consigli differenti a seconda della natura delle minacce.

1. IL RISPETTO DI SÉ: 

Innanzitutto, voler vivere, e non soltanto sopravvivere. Quindi, prendere pienamente coscienza di sé, attribuire importanza alla propria sorte, non provare né vergogna né odio verso se stessi. Rispettarsi e dunque cercare la propria ragione di vivere, imporsi un desiderio d’eccellenza in relazione al proprio corpo, alla propria conservazione, al proprio aspetto, alla realizzazione delle proprie aspirazioni. Per raggiungere questo scopo, non bisogna attendersi nulla da nessuno; occorre contare soltanto su se stessi per definirsi; non bisogna avere paura davanti a una crisi, quale che sia la sua natura; occorre accettare la verità anche se non è piacevole da ammettere; e bisogna voler essere protagonisti, né ottimisti né pessimisti, del proprio futuro.

2. L’INTENSITÀ: 

Proiettarsi sul lungo periodo; formarsi una visione di sé, per sé, da qui a vent’anni, da reinventare incessantemente; saper scegliere di compiere un sacrificio immediato se può rivelarsi benefico sulla lunga distanza; nello stesso tempo, non dimenticare mai che il tempo è prezioso, perché si vive una volta sola, e che bisogna vivere ogni momento come se fosse l’ultimo.

3. L’EMPATIA: 

In ogni crisi e di fronte a ogni minaccia, a ogni cambiamento radicale, bisogna mettersi al posto degli altri, avversari o potenziali alleati; comprendere le loro culture, i loro modi di ragionare, le loro motivazioni; anticipare i loro comportamenti per identificare tutte le minacce possibili e distinguere tra amici e potenziali nemici; bisogna essere amabili con gli altri, accoglierli per stringere con loro le alleanze durature, praticare un altruismo interessato e, a tale scopo, fare mostra di una grande umiltà e di una piena disponibilità intellettuale; essere in particolare capaci di ammettere che un nemico può avere ragione senza provare vergogna o rabbia per questo.

4. LA RESILIENZA: 

Una volta identificate le minacce, diverse per ogni tipo di crisi, occorre prepararsi a resistere — mentalmente, moralmente, fisicamente, materialmente, finanziaramente — se una di esse dovesse concretizzarsi. Di conseguenza, bisogna pensare a costituire difese, riserve, piani sicurezza a sufficienza, ancora una volta a seconda del tipo di crisi da affrontare.

5. LA CREATIVITÀ:

 Se gli attacchi persistono e diventano strutturali, se la crisi si radicalizza o si iscrive in una tendenza irreversibile, bisogna imparare a trasformarli in opportunità; fare di una mancanza una fonte di progresso; volgere a proprio vantaggio la forza dell’avversario. Ciò esige un pensiero positivo, il rifiuto della rassegnazione, un coraggio e una creatività pratica. Queste qualità si forgiano e si allenano come i muscoli.

6. L’UBIQUITÀ: 

Se gli attacchi continuano, sempre più destabilizzanti, e non è possibile nessun loro impiego positivo, bisogna prepararsi a cambiare radicalmente, a imitare il migliore di quelli che sanno resistere, a rimodellare la rappresentazione di sé per poter passare nel campo dei vincitori senza perdere il rispetto di se stessi. Occorre imparare a essere mobili nella propria identità e, perciò, tenersi pronti a essere doppi, dentro l’ambiguità e l’ubiquità.

7. IL PENSIERO RIVOLUZIONARIO: 

Infine, occorre essere pronti, in una congiuntura estrema, in situazione di legittima difesa, a osare il tutto per tutto, a forzare se stessi, ad agire contro il mondo violando le regole del gioco, pur persistendo nel rispetto di sé. Quest’ultimo principio rinvia dunque al primo e tutti insieme formano così un sistema coerente, un cerchio.
Colui che metterà in atto questi principi, con qualsiasi tipo di crisi, e ne verificherà incessantemente l’applicazione, avrà più possibilità degli altri di sopravvivere.
Che sia un miserabile o che si ritenga un potente, nessuno potrà vivere e sopravvivere senza volerlo, senza operare la sua rivoluzione, così come nessuno potrà fare la rivoluzione senza sopravvivere. Come diceva il Mahatma Gandhi: «Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo».

 Jacques Attali, Sopravvivere alle Crisi

 

giovedì 29 marzo 2012

#Economia #Giorgio Ruffolo #Paolo Sylos Labini #Capitalismo è morto


http://espresso.repubblica.it
Ma questo capitalismo è morto
di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini

Il sistema basato sulla finanza ha dimostrato di essere insostenibile. E' la fine dell'epoca iniziata con Reagan e Thatcher, che ha creato un enorme divario tra profitti e salari, costringendo tutti a contrarre debiti da far pagare ai posteri. E ora i posteri siamo noi
(26 marzo 2012)
Si riparla molto, in giro, di capitalismo. Per quanto strano possa sembrare Marx non usò mai questo nome. Di capitale sì, parlò molto. E la madre se ne doleva: ah, se Karl avesse parlato un po' meno di capitale e se ne fosse messo un po' da parte!

Ne parlano i grandi organi dell'informazione capitalistica come "the Economist" e il "Financial Times", che gli ha dedicato una serie di articoli. Per chiedersi se la grande crisi economica che ancora ci sovrasta non lo stia mettendo in pericolo.

Continuiamo a credere che il capitalismo ha i secoli contati. Per mancanza di alternative. La più possente, quella comunista, è disastrosamente fallita. Ma crediamo anche che la sua fase storica più recente, del capitalismo finanziario, abbia dimostrato la sua insostenibilità.

Siamo ben consapevoli del ruolo prezioso della finanza non solo nel convogliare i risparmi verso gli investimenti, ma anche nel facilitare il passaggio da un ciclo di investimenti all'altro, dando luogo a una fase di "accantonamenti" finanziari. Ma si tratta in questo caso di una stagione transitoria (Braudel la chiama l'autunno del capitalismo). Oggi quella stagione è diventata permanente e dominante. E l'antica accusa teologica che non si debba produrre moneta con moneta (ancheSchumpeter la riteneva fondata) riacquista credito.

Il predominio attuale della finanza ha una causa e una data determinate: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale promossa dai due dioscuri del capitalismo finanziario,Thatcher e Reagan, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Questa ha rovesciato i rapporti di forza tra capitale e lavoro, determinando un enorme divario tra profitti e salari che si sarebbe tradotto in una crisi di sottoconsumo se non si fosse ricorsi a un gigantesco indebitamento. Anziché sfruttare il lavoro, come il vecchio capitalismo, quello nuovo sfrutta i posteri, impegnandone i redditi. Non è corretto? Ma, Woody Allen, che hanno fatto i posteri per noi?

Non solo: quell'indebitamento, promosso dalle banche e da nuovi aggressivi intermediari finanziari è stato continuamente rinnovato, trasformando il capitalismo, come è stato detto, in un regime in cui i debiti non si pagano mai (ricordate Totò? Il cameriere gli dice: ieri mi avete promesso di pagarmi domani. E te lo confermo: ti pagherò domani. Ma domani è oggi. Non scherziamo giovanotto: oggi è oggi e domani è domani).

Non solo, il credito, ingigantendosi, prolifera mutando natura: non più un rapporto personale, ma una compravendita. Si monetizza in titoli. E i titoli proliferano. Generano titoli "derivati" da titoli, in una catena di Sant'Antonio che inonda l'economia di liquidità.

Proprio alla vigilia dell'esplosione della crisi, in America, la liquidità, espressa in svariate forme di moneta, raggiungeva un livello dodici volte superiore a quello del prodotto reale.

Dice: ma come mai questo mostruoso divario non si traduce in inflazione?
Il fatto è che l'espansione della liquidità ha effetti diversi nel settore dei beni reali e in quello delle attività finanziarie. In linea generale, un aumento del prezzo dei beni reali ne frena la domanda mentre un aumento del prezzo dei titoli l'aumenta a causa dei guadagni speculativi che se ne traggono. In linea di fatto, poi, non vi è stato un aumento della domanda di beni reali così rilevante, anche a causa del ristagno dei salari, mentre c'è stato un eccesso di capacità produttiva a causa della comparsa di nuove grandi aree produttive come la Cina, l'India e il Brasile. Ciò ha provocato una contrazione dei rendimenti del settore produttivo rispetto a quelli del settore finanziario e quindi un massiccio spostamento degli investimenti dal primo al secondo.

Non è che questo spostamento sia privo di conseguenze negative. Le ondate successive di debiti che si accavallano le une alle altre finiscono prima o poi per infrangersi sulla riva: ed è crisi, generale e violenta come quella che ci ha colpito. Nella quale, come diceva Galbraith, i più sciocchi perdono il loro denaro ma anche i più incolpevoli il loro lavoro.

Dalla Rassegna Stampa del 29.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

#Società #Depressione #Crisi #Emergenza #Michele Tansella


http://espresso.repubblica.it
Così la crisi ci fa impazzire
di Michele Tansella
Depressione, ansia, alcolismo, psicosi, suicidi: decine di studi dimostrano il rapporto tra la recessione e l'aumento dei disagi psichiatrici. Prepariamoci, perché sarà un'emergenza sociale
(28 marzo 2012)
Un rapporto della Scuola di Sanità Pubblica di Harvard stima per il 2011-2030 gli effetti delle malattie sulla produzione: quelle mentali saranno responsabili del 35 per cento della perdita di produzione. Combatterle e finanziare la ricerca farebbe risparmiare enormi somme di denaro, oltre che enormi sofferenze. Invece, gli effetti dell'attuale recessione economica sulla salute mentale della popolazione saranno presto molto evidenti.

Basta guardare agli effetti che hanno avuto le crisi passate: aumento dei tassi di suicidio, delle malattie mentali stesse, dei disturbi legati all'uso di alcol e di sostanze. La Banca Mondiale ha stimato che la recessione provocherà un aumento di 30 milioni di disoccupati e che 90 milioni di persone arriveranno a vivere con 1,25 dollari al giorno. E dati europei dimostrano un aumento della disoccupazione dell'1 per cento che si associa a un proporzionale aumento dei suicidi delle persone sotto i 65 anni.

La recessione provoca anche un aumento dell'utilizzazione dei servizi di salute mentale, causati da un numero crescente di casi di depressione, di disturbi d'ansia e di abuso di alcol, a loro volta responsabili di un aumento delle violenze domestiche.

Per questo Brian Cooper, psichiatra epidemiologo inglese, suggerisce: progetti di re-training, programmi per chi lascia la scuola, per i meno abili; supporto alle famiglie a basso reddito; controlli sulla vendita e sui prezzi degli alcolici; potenziamento dei servizi di salute mentale di comunità.

E infine: supporto psicologico per le persone con debiti, poiché hanno un rischio 2-3 volte maggiore di depressione o psicosi e 4 volte maggiore di abuso di alcol o sostanze. Interventi sociali ad hoc, che devono però essere tempestivi. I pazienti con disturbi mentali sono spesso gli ultimi. Devono salire nella gerarchia delle priorità, specialmente nei periodi di recessione.

Michele Tansella è professore di Psichiatria, direttore del Centro Oms di Ricerca sulla salute mentale, Università di Verona

Dalla Rassegna Stampa del 29.3.2012, curata da Manlio Lo Presti 



venerdì 27 gennaio 2012

#shoa: la nostra memoria

 Un anno fa trasmettevamo sul nostro canale radio web una diretta dedicata al Giorno della memoria.


 Ascolta il podcast, apri i link, goditi i nostri luoghi virtuali!



 Era la nostra partecipazione a Memorie in piazza, la manifestazione organizzata dalla Compagnia dell'Attimo e che vide la partecipazione di numerose compagnie teatrali in italia che, tutte alla medesima ora, lessero alcuni brani dal libro di Irit Amiel Fratture.




 Oggi vi riproponiamo stralci di quella trasmissione radiofonica, pubblicate sul nostro Podcast Ufficiale.



 Fernando, Roberta, Elisa, Gaspare, Berta, Ipazia e Masaniello, Piera, Titina, Primula ed Ezio si alternarono nelle letture con la regia di Sophie.



 Furono scelte musiche di ispirazione ebraica, ma anche del panorama etnico europeo e mediterraneo, dalle contaminazioni balcaniche, arabe, zigane e manouche.



 Il libro di Irit Amiel propone momenti di vita di coloro che vissero le persecuzioni della Seconda Guerra Mondiale in Europa seguendo gli intrecci delle loro vicende con lo sterminio, la sopravvivenza, la rinascita d'Israele e l'attuale difficile coesistenza dei popoli ebraico e palestinese.



  Dedicata alla memoria dell'olocausto degli Ebrei, questa giornata vogliamo celebrarla per ricordare tutti i folli stermini che nella storia sono stati perpetrati ai danni anche di altre popolazioni.


 Solo guardando gli ultimi due secoli, hanno subito il genocidio operato dai colonizzatori europei le etnie native delle Americhe e dell'Africa; quest'ultimo continente è stato teatro ancora negli ultimi anni di sanguinosissime faide tra tribù contrapposte; in Asia i regimi totalitari hanno dato luogo a massacri di vario genere. Le cronache di queste settimane hanno riportato alla ribalta quello contro gli Armeni.


 In Europa l'olocausto ha perseguito Ebrei, ma anche genti di fede cristiana eretica, omosessuali di ogni etnia, zingari.


 Invitiamo a riflettere su questi fatti: episodi ricorrenti nella storia in cui la sofferenza di popoli è strumentalizzata e l'umore trascinato nell'odio contro il diverso, spingendo gente disperata alla follia collettiva quale passaggio necessario per superare le crisi. Vogliamo ricordarlo nel momento particolare che stiamo vivendo. Oggi cadere preda della crisi per cedere agli estremismi è un rischio concreto: ricordiamocene quando il nostro vicino indica l'altro come il capro espiatorio dei mali comuni.
 Il sacrificio di qualcuno è la vergogna umana di tutti gli altri e non è mai la  vera soluzione delle crisi.
 La solidarietà conseguente all'umiliazione estrema è stato il reale punto di partenza per il riscatto dei popoli sconfitti dalla propria follia e per la nuova crescita: ne è esempio proprio quel popolo tedesco che fu condannato per l'olocausto.
 Non dimentichiamo, ma soprattutto riflettiamo.

© 2012 Accademia dei Sensi - Licenza CC BY-NC-ND 3.0

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