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sabato 3 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio 1833 le forze militari britanniche presero possesso delle Isole Malvine, un arcipelago di alcune isole, di cui 2 maggiori, al largo della costa Argentina, dette anche Falkland.
La storia di queste isole fu da allora parecchio travagliata, con l'Argentina che ha sempre voluto appropriarsi della loro sovranità, e con il Regno Unito a negarla.
Nel 1982 lo stato sudamericano si trovava nel pieno di una devastante crisi economica e di una contestazione civile su larga scala contro la Giunta militare che governava il Paese. Il governo, guidato dal generale Leopoldo Galtieri, l'allora presidente, decise di giocare la carta del sentimento nazionalistico lanciando quella che considerava una guerra facile e veloce per reclamare le isole Malvine. La tensione col Regno Unito crebbe verso un punto di non ritorno a partire da quando, il 19 marzo, cinquanta argentini sbarcarono sulla dipendenza britannica della Georgia del Sud (una delle due isole maggiori) e piantarono la loro bandiera , un atto che viene considerato la prima azione offensiva della guerra. Il 2 aprile, Galtieri ordinò l'invasione delle Malvine.
Nonostante fosse stato colto di sorpresa dall'attacco sulle isole dell'Atlantico meridionale, il Regno Unito organizzò una task force navale per scacciare le forze argentine che avevano occupato gli arcipelaghi, e riconquistò le isole con un assalto anfibio. Dopo pesanti combattimenti, i britannici prevalsero e le isole rimasero sotto controllo del Regno Unito. A tutt'oggi l'Argentina reclama la sovranità sulle Falkland.
Le conseguenze politiche della guerra furono profonde. In Argentina crebbero dissenso e proteste contro il governo militare, avviandolo verso la caduta definitiva, mentre un'ondata di patriottismo si diffuse per il Regno Unito, ridando forza al governo del primo ministro Margaret Thatcher.
Il vittorioso conflitto diede fiato alle ambizioni britanniche di potenza post imperiale (dopo la grave delusione seguita alla decolonizzazione e alla sconfitta nel conflitto di Suez), dimostrando che il Regno Unito aveva ancora la capacità di proiettare con successo la propria potenza militare anche in una guerra ad enorme distanza dalla madrepatria.
Il 19 febbraio 2010 il presidente venezuelano Hugo Chávez ha dichiarato che il Regno Unito deve restituire le Falkland all'Argentina, aggiungendo "che l'occupazione inglese delle isole è antistorica e dovuta unicamente all'avidità degli inglesi in quanto nel sottosuolo delle Malvine si trova un ricchissimo giacimento di petrolio e gas naturale". Tale affermazione è dubbia, e sarebbe giustificata dalle recenti scoperte di importanti giacimenti petroliferi in altre zone della placca continentale americana, come in Brasile o in Venezuela. Tali scoperte non riguardano però per ora la regione delle Falkland.
Il 3 luglio dello stesso anno le autorità della Siria si dichiararono impegnate nel difendere il diritto di sovranità argentino delle Malvine. Inoltre dall'agosto 2010 il Mercosur, l'Unasur, l'Alleanza Bolivariana per le Americhe, l'OEA e il Marocco appoggiano il reclamo argentino delle isole.
Con il referendum del 10 marzo 2013 il 99.8% della popolazione locale ha votato per mantenere sull'arcipelago lo status politico di territorio britannico d'oltremare. Infatti dei 1517 votanti (il 92% degli aventi diritto), solo tre hanno risposto in modo negativo alla richiesta di conferma della situazione attuale[. Il governo argentino ha reagito al risultato disconoscendo la validità dell'esito del voto, giudicato dalla Presidente argentina Kirchner come una "parodia".
La lotta per il controllo di queste piccole isole la cui superficie totale è di poco superiore ai 12000 km quadrati (meno della regione Trentino-Alto Adige) dal clima di tipo quasi alpino, freddo, con venti violenti e frequenti, scarse precipitazioni, abitata da poco più di 3000 persone, non è ancora terminata.

giovedì 29 marzo 2012

#Economia #Giorgio Ruffolo #Paolo Sylos Labini #Capitalismo è morto


http://espresso.repubblica.it
Ma questo capitalismo è morto
di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini

Il sistema basato sulla finanza ha dimostrato di essere insostenibile. E' la fine dell'epoca iniziata con Reagan e Thatcher, che ha creato un enorme divario tra profitti e salari, costringendo tutti a contrarre debiti da far pagare ai posteri. E ora i posteri siamo noi
(26 marzo 2012)
Si riparla molto, in giro, di capitalismo. Per quanto strano possa sembrare Marx non usò mai questo nome. Di capitale sì, parlò molto. E la madre se ne doleva: ah, se Karl avesse parlato un po' meno di capitale e se ne fosse messo un po' da parte!

Ne parlano i grandi organi dell'informazione capitalistica come "the Economist" e il "Financial Times", che gli ha dedicato una serie di articoli. Per chiedersi se la grande crisi economica che ancora ci sovrasta non lo stia mettendo in pericolo.

Continuiamo a credere che il capitalismo ha i secoli contati. Per mancanza di alternative. La più possente, quella comunista, è disastrosamente fallita. Ma crediamo anche che la sua fase storica più recente, del capitalismo finanziario, abbia dimostrato la sua insostenibilità.

Siamo ben consapevoli del ruolo prezioso della finanza non solo nel convogliare i risparmi verso gli investimenti, ma anche nel facilitare il passaggio da un ciclo di investimenti all'altro, dando luogo a una fase di "accantonamenti" finanziari. Ma si tratta in questo caso di una stagione transitoria (Braudel la chiama l'autunno del capitalismo). Oggi quella stagione è diventata permanente e dominante. E l'antica accusa teologica che non si debba produrre moneta con moneta (ancheSchumpeter la riteneva fondata) riacquista credito.

Il predominio attuale della finanza ha una causa e una data determinate: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale promossa dai due dioscuri del capitalismo finanziario,Thatcher e Reagan, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Questa ha rovesciato i rapporti di forza tra capitale e lavoro, determinando un enorme divario tra profitti e salari che si sarebbe tradotto in una crisi di sottoconsumo se non si fosse ricorsi a un gigantesco indebitamento. Anziché sfruttare il lavoro, come il vecchio capitalismo, quello nuovo sfrutta i posteri, impegnandone i redditi. Non è corretto? Ma, Woody Allen, che hanno fatto i posteri per noi?

Non solo: quell'indebitamento, promosso dalle banche e da nuovi aggressivi intermediari finanziari è stato continuamente rinnovato, trasformando il capitalismo, come è stato detto, in un regime in cui i debiti non si pagano mai (ricordate Totò? Il cameriere gli dice: ieri mi avete promesso di pagarmi domani. E te lo confermo: ti pagherò domani. Ma domani è oggi. Non scherziamo giovanotto: oggi è oggi e domani è domani).

Non solo, il credito, ingigantendosi, prolifera mutando natura: non più un rapporto personale, ma una compravendita. Si monetizza in titoli. E i titoli proliferano. Generano titoli "derivati" da titoli, in una catena di Sant'Antonio che inonda l'economia di liquidità.

Proprio alla vigilia dell'esplosione della crisi, in America, la liquidità, espressa in svariate forme di moneta, raggiungeva un livello dodici volte superiore a quello del prodotto reale.

Dice: ma come mai questo mostruoso divario non si traduce in inflazione?
Il fatto è che l'espansione della liquidità ha effetti diversi nel settore dei beni reali e in quello delle attività finanziarie. In linea generale, un aumento del prezzo dei beni reali ne frena la domanda mentre un aumento del prezzo dei titoli l'aumenta a causa dei guadagni speculativi che se ne traggono. In linea di fatto, poi, non vi è stato un aumento della domanda di beni reali così rilevante, anche a causa del ristagno dei salari, mentre c'è stato un eccesso di capacità produttiva a causa della comparsa di nuove grandi aree produttive come la Cina, l'India e il Brasile. Ciò ha provocato una contrazione dei rendimenti del settore produttivo rispetto a quelli del settore finanziario e quindi un massiccio spostamento degli investimenti dal primo al secondo.

Non è che questo spostamento sia privo di conseguenze negative. Le ondate successive di debiti che si accavallano le une alle altre finiscono prima o poi per infrangersi sulla riva: ed è crisi, generale e violenta come quella che ci ha colpito. Nella quale, come diceva Galbraith, i più sciocchi perdono il loro denaro ma anche i più incolpevoli il loro lavoro.

Dalla Rassegna Stampa del 29.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

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