Buongiorno, oggi è il 12 marzo.
Il 12 Marzo 1921 nasce a Torino Giovanni Agnelli detto Gianni, meglio conosciuto come "l'Avvocato", per molti anni il vero e proprio emblema del capitalismo italiano. I genitori lo chiamano con il nome del suo mitico nonno, il fondatore della Fiat, quella "Fabbrica Italiana Automobili Torino" che lo stesso Gianni porterà ai suoi massimi fulgori dopo gli anni passati come apprendistato, in qualità di vicepresidente, all'ombra di Vittorio Valletta, altra grande figura manageriale che ha saputo guidare l'azienda torinese con sagacia ed eccellenza dopo la scomparsa del fondatore avvenuta nel 1945.
Valletta aveva posto delle basi solidissime per la crescita della Fiat (favorendo l'immigrazione dal Mezzogiorno e conducendo con pugno di ferro le trattative con i sindacati), in un'Italia uscita provata e martoriata dall'esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Grazie al boom economico e al rapido sviluppo, poi, gli italiani poterono permettersi i prodotti sfornati dalla casa torinese, che vanno da celebri scooter come la Lambretta ad altrettanto indimenticate autovetture come la Seicento, facendo della Fiat un marchio diffusissimo.
L'entrata di Gianni Agnelli nella stanza dei bottoni, quella che gli conferirà il potere assoluto, è datata 1966, quando gli viene finalmente conferito l'incarico di Presidente. Da quel momento in poi per molti, Agnelli è stato il vero monarca italiano, quello che nell'immaginario collettivo ha fatto le veci della famiglia reale esiliata da un decreto costituzionale.
Ma la conduzione Agnelli non si rivelerà per nulla facile. Anzi, a differenza dei suoi predecessori, l'Avvocato si troverà ad affrontare quello che forse è stato il momento più difficile in assoluto per il capitalismo italiano, quello contrassegnato dalla contestazione studentesca prima e delle lotte operaie poi, fomentate e incentivate in modo virulento dall'esplosione rivoluzionaria. Sono gli anni in cui si susseguono i cosiddetti "autunni caldi", un ribollire di scioperi e di picchetti che mettono in grave difficoltà la produzione industriale e la competitività della Fiat.
Agnelli, però, ha dalla sua parte un carattere forte e comprensivo, tendente alla mediazione delle parte sociali e alla ricomposizione delle contraddizioni: tutti elementi che gli permettono una gestione lungimirante e ottimale delle contestazioni, evitando di esasperare gli scontri.
In mezzo a tutte queste difficoltà riesce dunque a traghettare la Fiat verso porti dalle acque tutto sommato sicure. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e dal 1974 al 1976 è eletto a gran voce Presidente della Confindustria, in nome di una guida che gli industriali vogliono sicura e autorevole. Anche questa volta, il suo nome è visto come garanzia di equilibrio e di conciliazione, alla luce della ingarbugliata situazione politica italiana, simbolo evidente delle più clamorose contraddizioni.
Unico fra i paesi europei, nella penisola si stava consumando il cosiddetto "compromesso storico", ossia quella specie di accordo bifronte che vedeva alleati il partito cattolico per eccellenza, quindi visceralmente anticomunista, come la Democrazia cristiana e il Partito Comunista Italiano, portavoce del socialismo reale e dell'alleanza ideale con la Russia (sebbene criticata e per certi versi ripudiata).
A corollario di questo quadro già incerto, vanno annoverate anche altre emergenze interne ed esterne di tutto rilievo, come l'endemica crisi economica e il sempre più articolato e incisivo terrorismo rosso di quegli anni, un movimento rivoluzionario che traeva forza da un certo consenso non così poco diffuso. Ovvio dunque che il "metodo Valletta" fosse ormai inconcepibile. Impossibile fare la voce grossa con il sindacato, nè era ormai pensabile usare quel "pugno di ferro" con cui il manager successore di Giovanni Agnelli era noto. Serviva invece un lavoro di concertazione tra governo, sindacati e confindustria: i responsabili di queste tre forze, saggiamente, sposeranno questa linea "morbida".
Ma la crisi economica, malgrado le buone intenzioni, non lascia scampo. Le feree leggi del mercato piegano le buone intenzioni e, alla fine degli anni '70, la Fiat si trova nel bel mezzo di una terribile tempesta. In Italia imperversa una fortissima crisi, la produttività cala spaventosamente e i tagli all'occupazione sono alle porte. Discorso che vale per tutti e non solo per la Fiat, solo che quest'ultima è un colosso e quando si muove, in questo caso negativamente, mette paura. Per fronteggiare l'emergenza si parla di qualcosa come quattordicimila licenziamenti, un vero e proprio terremoto sociale, se realizzato. Si apre dunque una dura fase di scontro sindacale, forse il più caldo dal dopoguerra, passato alla storia grazie a record assoluti come il famoso sciopero dei 35 giorni.
Fulcro della protesta diventano i cancelli dei nevralgici stabilimenti di Mirafiori. La trattativa è in mano completamente alla sinistra, che egemonizza lo scontro, ma a sorpresa il segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer promette il sostegno del Pci in caso di occupazione delle fabbriche. Il braccio di ferro si conclude il 14 ottobre, con la "marcia dei quarantamila" quando, del tutto inaspettatamente, i quadri della Fiat scendono in piazza contro il sindacato (caso unico di tutta la storia legata agli scioperi).
La Fiat, sotto pressione, rinuncia ai licenziamenti e mette in cassa integrazione ventitremila dipendenti. Per il sindacato e la sinistra italiana è una sconfitta storica. Per la Fiat è una svolta decisiva.
L'azienda torinese è pronta dunque a ripartire di slancio e su nuove basi. Agnelli, affiancato da Cesare Romiti, rilancia la Fiat in campo internazionale e, in pochi anni, la trasforma in una holding con interessi assai differenziati, che non si limitano più al solo settore dell'auto (in cui fra l'altro aveva ormai assorbito anche l'Alfa Romeo e la Ferrari), ma vanno dall'editoria alle assicurazioni.
La scelta, al momento, risulta vincente e gli anni '80 si rivelano fra i più riusciti di tutta la storia aziendale. Agnelli si consolida sempre di più come il re virtuale d'Italia. I suo vezzi, i suoi nobili tic vengono assunti come modelli di stile, come garanzia di raffinatezza: a cominciare dal celebre orologio sopra il polsino, fino all'imitatissima erre moscia e alle scarpe scamosciate.
Intervistato dalle riviste di mezzo mondo, si può permettere giudizi taglienti, a volte solo affettuosamente ironici, su tutti, dai politici in carica, agli amati giocatori dell'altrettanto amata Juventus, la passione parallela di una vita (dopo la Fiat, si capisce); squadra di cui, curiosamente, ha l'abitudine di guardare prevalentemente un solo tempo, il primo.
Nel 1991 è nominato senatore a vita da Francesco Cossiga mentre, nel 1996 passa la mano a Cesare Romiti (rimasto in carica fino al 1999). E' poi la volta di Paolo Fresco presidente e del ventiduenne John Elkann (nipote di Gianni) consigliere d'amministrazione, succeduto all'altro nipote, Giovannino (figlio di Umberto e Presidente Fiat in pectore), scomparso prematuramente in modo drammatico per un tumore al cervello. Brillante e assai capace, doveva essere lui la futura guida dell'impero Fiat. La sua morte ha sconvolto non poco non solo lo stesso Avvocato, ma tutti i piani di successione dell'immensa azienda familiare. In seguito, un altro grave lutto colpirà il già provato Avvocato, il suicidio del quarantaseienne figlio Edoardo, vittima di un dramma personale in cui forse si mescolano (stabilito che è sempre impossibile calarsi nella psiche altrui), crisi esistenziali e difficoltà a riconoscersi come un Agnelli a tutti gli affetti, con gli onori ma anche gli oneri che questo comporta.
Il 24 gennaio 2003 Gianni Agnelli, dopo una lunga malattia si spegne. La camera ardente viene allestita nella pinacoteca del Lingotto, secondo il cerimoniale del Senato, mentre i funerali si svolgono nel Duomo di Torino in forma ufficiale e trasmessi in diretta da Rai Uno. Seguiti con commozione da un enorme folla, le cerimonie hanno incoronato definitivamente Gianni Agnelli come il vero monarca italiano.
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giovedì 12 marzo 2026
mercoledì 18 settembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Il 18 settembre 1873 ebbe inizio il cosiddetto "Panico del 1873".
Il panico del 1873, noto anche come la Depressione del 1873, è stato un grande evento economico che ha colpito gli Stati Uniti e molti altri paesi in Europa, come la Germania, la Gran Bretagna e anche l’Austria. Questa crisi è durata per circa 6 anni (1873 – 1879). Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo evento, primo dei quali la bancarotta dell'azienda "Jay Cooke and Company" .
Prima di andare sulle cause e il suo impatto in dettaglio, vediamo una sintesi in modo da avere un’idea di quello che è accaduto in realtà. Gli Stati Uniti si erano appena ripresi dalla guerra civile e il paese era ormai impegnato nella costruzione di grandi ferrovie. Negli anni tra il 1866 al 1873, erano stati posate circa 35.000 miglia di binari in tutto il continente. La situazione economica in USA era forte e nessuno si aspettava una crisi come questa. Queste ferrovie furono costruite con denaro preso in prestito da diverse banche e industrie e tutti credevano che avrebbero realmente prosperato, visto che questo era considerato come il settore non agricolo più importante finanziariamente. Ma i problemi sono sorti quando il mercato azionario di Vienna andò in crisi e una delle principali banche degli Stati Uniti, la Jay Cooke and Company di New York, fallì. I primi paesi ad essere colpiti da questa crisi sono stati l’Austria e gli Stati Uniti. L’attività delle ferrovie negli Stati Uniti, che era in piena espansione, ebbe un arresto, e metà delle attività di trasporto degli Stati Uniti venne colpita. Le persone erano senza lavoro, le aziende hanno iniziato a chiudere, l’istruzione ne soffrì e il passaggio del governo dalle mani dei repubblicani a quelle dei democratici, sogno di riforma sociale degli afro-americani, divenne un'utopia.
Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo disastro. Alcuni di questi fattori sono già stati discussi in precedenza in breve. Vediamo ora ciascuno di loro in dettaglio.
Nel mese di settembre 1873, la Jay Cooke & Company, che era un componente importante dell'establishment bancario in America, si trovò con milioni di dollari in titoli Northern Pacific Railway col valore azzerato a causa del suo fallimento, e questo a sua volta ha portato a una serie di questioni economiche. Il New York Stock Exchange (NYSE, la Borsa di New York) rimase chiusa per quasi 10 giorni. Diverse fabbriche chiusero a loro volta e la disoccupazione divenne un grosso problema. Infine il 18 settembre, la Jay Cooke stessa venne dichiarata fallita.
Un’altra causa è stata la legge sulla coniatura. L’impero tedesco, nel 1871, decise di cessare il conio dei Talleri, monete d’argento. Questo a sua volta ha portato ad una diminuzione della domanda di monete d’argento e a una conseguente pressione sul valore di questo elemento prezioso. Una grande quantità di argento veniva estratta in USA e un calo della domanda di argento ovviamente influenzò la situazione economica. Da ciò venne introdotta la legge sulla coniatura e questo atto ha cambiato la politica del paese verso l’argento.
Prima di introdurre questa legge, l’America coniava sia monete d'oro che d'argento, ma l’approvazione della legge ha fatto sì che l’America potesse solo coniare monete d’oro. Di conseguenza, il prezzo dell'argento scese a spirale verso il basso influenzando gli interessi dei minatori occidentali. Essi etichettarono la legge come Il crimine del 73. Venne ridotta l’offerta di moneta, che a sua volta colpì i contadini e tutti coloro che erano in debito, e alcuni investitori iniziarono a fuggire dalle obbligazioni a lungo termine.
Oltre agli Stati Uniti, ci furono altri paesi europei profondamente colpiti dalla crisi. Prima che la società Jay Cooke fallisse, nel mese di giugno 1873, il mercato azionario di Vienna si bloccò e questo portò ad una serie di ricadute nei mercati di Germania, Gran Bretagna e nel resto d’Europa. Negli Stati Uniti, oltre alla Jay Cooke, diverse altre banche e fabbriche cominciarono a chiudere. I salari si ridussero, i lavoratori vennero licenziati dai loro posti di lavoro, molte persone divennero disoccupate, un gran numero di compagnie ferroviarie andarono in bancarotta e si ebbe persino un calo del mercato immobiliare. I sindacati delle ferrovie americane entrarono in sciopero nel 1877 (il grande sciopero delle Ferrovie) e i treni si fermarono ovunque.
La crisi economica portò la gente a rivoltarsi contro il governo repubblicano, che a quel tempo era guidato dal presidente Ulysses S. Grant. Si rivolsero ai democratici per chiedere aiuto. I neri del Sud furono quelli che hanno sofferto di più. I nordisti, preoccupati della propria condizione economica, ebbero meno a cuore i diritti degli afro americani. Le organizzazioni soppresse come il Ku Klux Klan, ripresero le loro campagne di terrore contro gli afro-americani. A causa della crisi, i bianchi del Sud stavano già riprendendo il controllo.
La crisi ha prevalso per circa 6 anni, fino al 1879. Poi, con grande difficoltà il popolo d’America e quello europeo vennero fuori da questa depressione.
Il 18 settembre 1873 ebbe inizio il cosiddetto "Panico del 1873".
Il panico del 1873, noto anche come la Depressione del 1873, è stato un grande evento economico che ha colpito gli Stati Uniti e molti altri paesi in Europa, come la Germania, la Gran Bretagna e anche l’Austria. Questa crisi è durata per circa 6 anni (1873 – 1879). Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo evento, primo dei quali la bancarotta dell'azienda "Jay Cooke and Company" .
Prima di andare sulle cause e il suo impatto in dettaglio, vediamo una sintesi in modo da avere un’idea di quello che è accaduto in realtà. Gli Stati Uniti si erano appena ripresi dalla guerra civile e il paese era ormai impegnato nella costruzione di grandi ferrovie. Negli anni tra il 1866 al 1873, erano stati posate circa 35.000 miglia di binari in tutto il continente. La situazione economica in USA era forte e nessuno si aspettava una crisi come questa. Queste ferrovie furono costruite con denaro preso in prestito da diverse banche e industrie e tutti credevano che avrebbero realmente prosperato, visto che questo era considerato come il settore non agricolo più importante finanziariamente. Ma i problemi sono sorti quando il mercato azionario di Vienna andò in crisi e una delle principali banche degli Stati Uniti, la Jay Cooke and Company di New York, fallì. I primi paesi ad essere colpiti da questa crisi sono stati l’Austria e gli Stati Uniti. L’attività delle ferrovie negli Stati Uniti, che era in piena espansione, ebbe un arresto, e metà delle attività di trasporto degli Stati Uniti venne colpita. Le persone erano senza lavoro, le aziende hanno iniziato a chiudere, l’istruzione ne soffrì e il passaggio del governo dalle mani dei repubblicani a quelle dei democratici, sogno di riforma sociale degli afro-americani, divenne un'utopia.
Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo disastro. Alcuni di questi fattori sono già stati discussi in precedenza in breve. Vediamo ora ciascuno di loro in dettaglio.
Nel mese di settembre 1873, la Jay Cooke & Company, che era un componente importante dell'establishment bancario in America, si trovò con milioni di dollari in titoli Northern Pacific Railway col valore azzerato a causa del suo fallimento, e questo a sua volta ha portato a una serie di questioni economiche. Il New York Stock Exchange (NYSE, la Borsa di New York) rimase chiusa per quasi 10 giorni. Diverse fabbriche chiusero a loro volta e la disoccupazione divenne un grosso problema. Infine il 18 settembre, la Jay Cooke stessa venne dichiarata fallita.
Un’altra causa è stata la legge sulla coniatura. L’impero tedesco, nel 1871, decise di cessare il conio dei Talleri, monete d’argento. Questo a sua volta ha portato ad una diminuzione della domanda di monete d’argento e a una conseguente pressione sul valore di questo elemento prezioso. Una grande quantità di argento veniva estratta in USA e un calo della domanda di argento ovviamente influenzò la situazione economica. Da ciò venne introdotta la legge sulla coniatura e questo atto ha cambiato la politica del paese verso l’argento.
Prima di introdurre questa legge, l’America coniava sia monete d'oro che d'argento, ma l’approvazione della legge ha fatto sì che l’America potesse solo coniare monete d’oro. Di conseguenza, il prezzo dell'argento scese a spirale verso il basso influenzando gli interessi dei minatori occidentali. Essi etichettarono la legge come Il crimine del 73. Venne ridotta l’offerta di moneta, che a sua volta colpì i contadini e tutti coloro che erano in debito, e alcuni investitori iniziarono a fuggire dalle obbligazioni a lungo termine.
Oltre agli Stati Uniti, ci furono altri paesi europei profondamente colpiti dalla crisi. Prima che la società Jay Cooke fallisse, nel mese di giugno 1873, il mercato azionario di Vienna si bloccò e questo portò ad una serie di ricadute nei mercati di Germania, Gran Bretagna e nel resto d’Europa. Negli Stati Uniti, oltre alla Jay Cooke, diverse altre banche e fabbriche cominciarono a chiudere. I salari si ridussero, i lavoratori vennero licenziati dai loro posti di lavoro, molte persone divennero disoccupate, un gran numero di compagnie ferroviarie andarono in bancarotta e si ebbe persino un calo del mercato immobiliare. I sindacati delle ferrovie americane entrarono in sciopero nel 1877 (il grande sciopero delle Ferrovie) e i treni si fermarono ovunque.
La crisi economica portò la gente a rivoltarsi contro il governo repubblicano, che a quel tempo era guidato dal presidente Ulysses S. Grant. Si rivolsero ai democratici per chiedere aiuto. I neri del Sud furono quelli che hanno sofferto di più. I nordisti, preoccupati della propria condizione economica, ebbero meno a cuore i diritti degli afro americani. Le organizzazioni soppresse come il Ku Klux Klan, ripresero le loro campagne di terrore contro gli afro-americani. A causa della crisi, i bianchi del Sud stavano già riprendendo il controllo.
La crisi ha prevalso per circa 6 anni, fino al 1879. Poi, con grande difficoltà il popolo d’America e quello europeo vennero fuori da questa depressione.
domenica 15 settembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 2008 la banca d'affari americana Lehman Brothers fallisce, dando inizio alla grande crisi economica che investì l'intero pianeta.
La mattina di lunedì 15 settembre 2008, il Wall Street Journal titolava a sei colonne in prima pagina: «Crisi a Wall Street, Lehman in bilico Merrill in vendita e AIG in cerca di soldi». Per sua sfortuna, il quotidiano era andato in stampa poco prima che Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, entrasse ufficialmente sotto tutela fallimentare, il che era avvenuto esattamente all’una e quarantacinque di notte. La mattina, quando gli operatori di borsa si resero conto con orrore che il Wall Streett Journal, e quasi tutti gli altri quotidiani finanziari, avevano mancato la notizia del decennio, il Dow Jones (il principale indice della borsa di New York) perse più di 504 punti, il crollo più alto dal 17 settembre 2001, il primo giorno di scambi dopo l’attentato alle Torri gemelle. Anche se il fallimento di Lehman Brothers non fu la causa principale della crisi, quel giorno fu il momento in cui divenne chiaro che, molto presto, la crisi avrebbe raggiunto proporzioni globali.
Lehman Brothers era stata fondata nel 1850 da Henry Lehman, un emigrato tedesco di origine ebraica, e i suoi discendenti mantennero il controllo della banca fino al 1969. Dopo più di un secolo di storia gloriosa, dal 1984 al 1994, la banca fu sotto il controllo di American Express. Quando riacquistò l’indipendenza, sotto la guida di Richard Fuld (l’amministratore delegato che l’avrebbe portata al fallimento) Lehman divenne in breve una delle più importanti e spregiudicate banche d’affari del paese. Per la precisione, divenne la quarta in ordine di grandezza: davanti a Bear Stearns e dietro, nell’ordine, a Goldman Sachs, Morgan Stanley e Merrill Lynch. A differenza delle banche commerciali, che raccolgono il risparmio dei privati e concedono prestiti, Lehman, come le altre banche d’affari, faceva soprattutto consulenza ad altre società, le aiutava nel collocamento di azioni o di obbligazioni in borsa e investiva il proprio denaro e il denaro altrui.
Nonostante avesse alle spalle una storia secolare, nell’ambiente di Wall Street Lehman aveva l’immagine di una banca giovane e spregiudicata e gli operatori di banche come JP Morgan, più antiche e prestigiose, guardavano a Lehman con la sufficienza riservata ai parvenu senza stile. Richard Fuld, per esempio, era soprannominato “il Gorilla”, mentre la sala operativa della banca era un caos di pile di carte, posaceneri pieni e nuvole di fumo. I trader e gli altri impiegati di Lehman facevano spesso una bandiera della loro trasandatezza e volgarità, in contrasto con le pose aristocratiche degli altri lavoratori nel settore. Oggi sappiamo che la crisi che portò al fallimento di Lehman fu causata da tre fattori legati insieme: le politiche monetarie della FED (la banca centrale americana), la deregolamentazione di Wall Street e le scelte di Fuld, per le quali conquistò il soprannome di “peggior amministratore delegato di sempre“.
Per spiegare il primo di questi fattori bisogna fare un piccolo passo indietro. Tutte le banche centrali del mondo hanno la missione fondamentale di mantenere sotto controllo l’inflazione. Questo obiettivo viene perseguito tramite le cosiddette politiche monetarie, la principale delle quali è la regolazione dei tassi di interesse con cui prestano soldi alle altre banche. Più questi tassi sono bassi, più le banche chiedono soldi a prestito e più denaro circola nel sistema. La difficoltà nel lavoro di banchiere centrale consiste nel trovare il tasso giusto per accompagnare la crescita economica, senza però causare troppa inflazione.
La FED, la banca centrale americana, si comportò in maniera piuttosto conservatrice, cioè tenendo i tassi bassi, dagli anni Ottanta fino ai primi anni duemila, quando scoppiò la bolla economica delle “dotcom”. Poco dopo si verificò l’attentato dell’11 settembre a New York. La risposta della FED a questi due eventi fu abbassare moltissimo i tassi di interesse, inondando il mercato di dollari. Quando i tassi di interesse fissati da una banca centrale sono bassi, significa che “gira” molto denaro: è più facile ottenere prestiti e anche i tassi di interessi praticati ai clienti delle banche si abbassano (per questo si dice anche che le banche centrali “abbassano il costo del denaro”). Per tutto il periodo dei bassi tassi di interesse le banche hanno fatto molta fatica ad ottenere guadagni interessanti, visto che erano costrette dal costo basso del denaro a concedere prestiti a pochi soldi. In quel periodo, scommettere in operazioni molto rischiose, ma che consentivano forti guadagni, fu particolarmente attraente per i banchieri.
Il secondo fattore che contribuì al fallimento di Lehman fu la deregolamentazione di Wall Street, avvenuta negli anni 2000 sotto la presidenza di Bush. Questa permise in sostanza alle banche di fare cose molto più rischiose e di indebitarsi molto più di quanto potessero fare prima. I tassi bassi e i magri ritorni economici che causavano le incentivarono ad essere sempre più spericolate. Da qui nasce la bolla dei mutui subprime, che in poche parole si può riassumere così: le banche avevano talmente tanti soldi fermi che non rendevano nulla (o che rendevano poco) che cominciarono a prestare denaro a chiunque, anche a chi non aveva le carte in regola per restituire il prestito.
Molti mutui erogati significava molte case comprate e molte case comprate significava aumento costante del valore delle case per via della legge della domanda e dell’offerta. Quando la FED decise finalmente di alzare di nuovo i tassi l’intero meccanismo si inceppò di colpo. Le rate dei mutui a tasso variabile (cioè legati all’andamento di un tasso di interesse, come per esempio il tasso di interesse praticato dalla FED) aumentarono e molti americani non furono in grado di ripagarli. Le banche e le altre società finanziarie si ripresero le case messe a garanzia dei prestiti e cercarono di venderle per rientrare del loro investimento, ma con migliaia di casa rimesse improvvisamente sul mercato, il loro valore crollò di colpo, lasciando enormi vuoti nei bilanci delle società finanziarie.
Per scelta di Richard Fuld e degli altri dirigenti di Lehman, la banca era stata molto attiva in tutto questo processo. Lehman, come le altre banche d’affari, non erogava mutui. Però acquistava regolarmente i mutui emessi dalle piccole società finanziarie e dalle banche di provincia. Le piccole finanziarie così si liberavano di un credito che pesava sul loro bilancio, ottenevano nuovi liquidi con cui fare nuovi prestiti, mentre Lehman e le altre banche d’affari usavano quei mutui come garanzie per costruire complicati titoli derivati che poi vendevano sul mercato (in fondo quei mutui erano garantiti da qualcosa di tangibile come una casa, un bene in teoria sicuro). Fino al 2007, la divisione titoli immobiliari di Lehman era la branca di Lehman che produceva più utile.
Nel corso del 2008, dopo che la FED ebbe cominciato ad alzare i tassi, la bolla immobiliare scoppiò. Il valore delle case precipitò e così fece il valore dei titoli derivati che erano garantiti dai mutui su quelle stesse abitazioni. Il crollo non riguardò l’intero mercato immobiliare e non tutti coloro che avevano ricevuto un mutuo si trovarono nell’impossibilità di ripagarlo. Il problema fu che era divenuto impossibile distinguere i titoli legati a mutui solidi da quelli legati a mutui divenuti spazzatura, i cosiddetti “titoli tossici”. Le varie banche d’affari aveva impacchettato, spezzettato e impacchettato di nuovo i mutui iniziali in titoli derivati (che non a caso venivano chiamati “salsicce”). Si trattava di titoli estremamente complicati di cui era quasi impossibile capire con facilità quale fosse la base che li garantiva all’origine. Questi titoli comparivano sui libri contabili delle banche con un certo valore, ma nessuno sapeva a che prezzo davvero sarebbero riusciti a venderli se avessero provato a metterli sul mercato. Tra le varie banche si diffuse il sospetto e ad ogni trattativa i banchieri non potevano fare a meno di domandarsi: «Quanta parte del bilancio della mia controparte è composta da questi titoli tossici?». La risposta spesso era impossibile da trovare: questo significa interrompere ogni trattativa con la controparte e iniziare a vivere in una sorta di “stato di quarantena”. Ma le moderne istituzioni finanziarie hanno bisogno di fidarsi l’una dell’altra continuamente, perché tra loro prestiti e scambi sono continui. La sfiducia nella moderna economia finanziaria significa la fine per i più deboli. La prima banca a crollare a causa di questo clima di paranoia fu la più piccola delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street: Bear Stearns. Venne acquisita per due dollari ad azione da Morgan Stanley e il governo americano garantì i debiti della banca per facilitare l’acquisizione ed evitare un fallimento che avrebbe ulteriormente peggiorato il clima di sfiducia.
Il panico però non si fermò. Caduta Bear Stearns, l’attenzione si spostò sulla seconda banca nella lista: Lehman Brothers. Tutti sapevano che Lehman aveva i libri contabili pieni di titoli tossici, ma dopo il “salvataggio” di Bear Sterns pensare di salvare anche Lehman era divenuto politicamente impraticabile. Per i Democratici salvarla avrebbe significato salvare gente ricchissima con i soldi dei contribuenti. Per i Repubblicani un altro salvataggio sarebbe stata una seconda e intollerabile intromissione dello stato nei meccanismi dell’economia («Mi sembra di essermi svegliato in Francia», disse un senatore repubblicano quando venne a sapere del salvataggio di Bear Stearns).
Ma senza una garanzia del governo, nessuna banca era disposta a comprarsi Lehman. Bank of America si fece avanti con un’offerta, ma alla fine, dopo qualche giorno di trattative, scelse invece di acquistare Merril Lynch («Allora sono io il coglione!» è la famosa frase pronunciata da Fuld quando lo venne a sapere). L’ultima speranza per Lehman era Barclays, una banca inglese, ma anche questa chiedeva che qualcuno garantisse i debiti di Lehman, come lo stato americano aveva fatto pochi giorni prima per Bear Stearns. Il 13 e il 14 settembre 2008, quando oramai era chiaro che Lehman avrebbe dovuto dichiarare bancarotta la settimana successiva, Hank Paulson, il segretario del tesoro (cioè il ministro dell’economia americano) riunì tutti i principali banchieri del paese. Disse che lui non poteva garantire i debiti di Lehman e che quindi dovevano farlo loro, i banchieri di Wall Street. In altre parole, Paulson stava chiedendo ai banchieri di salvare un loro concorrente. Inizialmente sembrava che nessuno fosse disposto a garantire i debiti di Lehman, ma dopo due giorni in cui i banchieri rimasero chiusi nel palazzo della FED, si arrivò a un accordo: ognuno di loro avrebbe garantito debiti per l’equivalente di un miliardo di euro.
Quando la cosa sembrava fatta, Paulson ricevette una telefonata dal Cancelliere dello scacchiere (il ministro del tesoro britannico). Il Cancelliere gli disse che il Regno Unito non voleva importare “il cancro di Lehman” e Barclays, quindi, non avrebbe ricevuto il permesso del governo britannico per l’acquisizione. Disperato, Paulson provò a chiamare Warren Buffett, il più grande finanziere del paese e secondo uomo più ricco del mondo, ma Buffet risultò irrintracciabile. Per Lehman non c’erano più speranze: l’unica soluzione era farla fallire nella maniera più ordinata possibile, e per fare questo c’era bisogno che dichiarasse la bancarotta prima dell’apertura della borsa di New York.
Il governo però non poteva decretare il fallimento di una banca: doveva deciderlo il consiglio di amministrazione della banca, che era in riunione proprio quella sera. La responsabilità di chiamare Lehman ricadeva sul capo della SEC, il regolatore della borsa americana. Secondo i testimoni, Paulson disse al capo della SEC, che non voleva fare quella telefonata dato che sarebbe stato un gesto molto irrituale: «Voi ragazzi sembrate gangster che non hanno il coraggio di sparare!». Alla fine, il capo della SEC accettò di chiamare.
La telefonata, arrivata durante il consiglio di amministrazione, fu registrata. Il capo della SEC consigliò balbettando che la bancarotta era l’opzione migliore e venne ascoltato in un gelido silenzio. Il consiglio votò sì all’unanimità, compreso Richard Fuld, che, raccontano i testimoni, aveva le lacrime agli occhi. Quella sera, sul tardi, Warren Buffett venne a sapere che Lehman era ormai arrivata al fallimento mentre era a cena con il cofondatore di Google, Sergey Brin, e sua moglie. «Se non avessi avuto paura di arrivare a cena in ritardo, avrei rischiato di comprarmi qualcosa questa sera», disse loro.
Il 15 settembre 2008 la banca d'affari americana Lehman Brothers fallisce, dando inizio alla grande crisi economica che investì l'intero pianeta.
La mattina di lunedì 15 settembre 2008, il Wall Street Journal titolava a sei colonne in prima pagina: «Crisi a Wall Street, Lehman in bilico Merrill in vendita e AIG in cerca di soldi». Per sua sfortuna, il quotidiano era andato in stampa poco prima che Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, entrasse ufficialmente sotto tutela fallimentare, il che era avvenuto esattamente all’una e quarantacinque di notte. La mattina, quando gli operatori di borsa si resero conto con orrore che il Wall Streett Journal, e quasi tutti gli altri quotidiani finanziari, avevano mancato la notizia del decennio, il Dow Jones (il principale indice della borsa di New York) perse più di 504 punti, il crollo più alto dal 17 settembre 2001, il primo giorno di scambi dopo l’attentato alle Torri gemelle. Anche se il fallimento di Lehman Brothers non fu la causa principale della crisi, quel giorno fu il momento in cui divenne chiaro che, molto presto, la crisi avrebbe raggiunto proporzioni globali.
Lehman Brothers era stata fondata nel 1850 da Henry Lehman, un emigrato tedesco di origine ebraica, e i suoi discendenti mantennero il controllo della banca fino al 1969. Dopo più di un secolo di storia gloriosa, dal 1984 al 1994, la banca fu sotto il controllo di American Express. Quando riacquistò l’indipendenza, sotto la guida di Richard Fuld (l’amministratore delegato che l’avrebbe portata al fallimento) Lehman divenne in breve una delle più importanti e spregiudicate banche d’affari del paese. Per la precisione, divenne la quarta in ordine di grandezza: davanti a Bear Stearns e dietro, nell’ordine, a Goldman Sachs, Morgan Stanley e Merrill Lynch. A differenza delle banche commerciali, che raccolgono il risparmio dei privati e concedono prestiti, Lehman, come le altre banche d’affari, faceva soprattutto consulenza ad altre società, le aiutava nel collocamento di azioni o di obbligazioni in borsa e investiva il proprio denaro e il denaro altrui.
Nonostante avesse alle spalle una storia secolare, nell’ambiente di Wall Street Lehman aveva l’immagine di una banca giovane e spregiudicata e gli operatori di banche come JP Morgan, più antiche e prestigiose, guardavano a Lehman con la sufficienza riservata ai parvenu senza stile. Richard Fuld, per esempio, era soprannominato “il Gorilla”, mentre la sala operativa della banca era un caos di pile di carte, posaceneri pieni e nuvole di fumo. I trader e gli altri impiegati di Lehman facevano spesso una bandiera della loro trasandatezza e volgarità, in contrasto con le pose aristocratiche degli altri lavoratori nel settore. Oggi sappiamo che la crisi che portò al fallimento di Lehman fu causata da tre fattori legati insieme: le politiche monetarie della FED (la banca centrale americana), la deregolamentazione di Wall Street e le scelte di Fuld, per le quali conquistò il soprannome di “peggior amministratore delegato di sempre“.
Per spiegare il primo di questi fattori bisogna fare un piccolo passo indietro. Tutte le banche centrali del mondo hanno la missione fondamentale di mantenere sotto controllo l’inflazione. Questo obiettivo viene perseguito tramite le cosiddette politiche monetarie, la principale delle quali è la regolazione dei tassi di interesse con cui prestano soldi alle altre banche. Più questi tassi sono bassi, più le banche chiedono soldi a prestito e più denaro circola nel sistema. La difficoltà nel lavoro di banchiere centrale consiste nel trovare il tasso giusto per accompagnare la crescita economica, senza però causare troppa inflazione.
La FED, la banca centrale americana, si comportò in maniera piuttosto conservatrice, cioè tenendo i tassi bassi, dagli anni Ottanta fino ai primi anni duemila, quando scoppiò la bolla economica delle “dotcom”. Poco dopo si verificò l’attentato dell’11 settembre a New York. La risposta della FED a questi due eventi fu abbassare moltissimo i tassi di interesse, inondando il mercato di dollari. Quando i tassi di interesse fissati da una banca centrale sono bassi, significa che “gira” molto denaro: è più facile ottenere prestiti e anche i tassi di interessi praticati ai clienti delle banche si abbassano (per questo si dice anche che le banche centrali “abbassano il costo del denaro”). Per tutto il periodo dei bassi tassi di interesse le banche hanno fatto molta fatica ad ottenere guadagni interessanti, visto che erano costrette dal costo basso del denaro a concedere prestiti a pochi soldi. In quel periodo, scommettere in operazioni molto rischiose, ma che consentivano forti guadagni, fu particolarmente attraente per i banchieri.
Il secondo fattore che contribuì al fallimento di Lehman fu la deregolamentazione di Wall Street, avvenuta negli anni 2000 sotto la presidenza di Bush. Questa permise in sostanza alle banche di fare cose molto più rischiose e di indebitarsi molto più di quanto potessero fare prima. I tassi bassi e i magri ritorni economici che causavano le incentivarono ad essere sempre più spericolate. Da qui nasce la bolla dei mutui subprime, che in poche parole si può riassumere così: le banche avevano talmente tanti soldi fermi che non rendevano nulla (o che rendevano poco) che cominciarono a prestare denaro a chiunque, anche a chi non aveva le carte in regola per restituire il prestito.
Molti mutui erogati significava molte case comprate e molte case comprate significava aumento costante del valore delle case per via della legge della domanda e dell’offerta. Quando la FED decise finalmente di alzare di nuovo i tassi l’intero meccanismo si inceppò di colpo. Le rate dei mutui a tasso variabile (cioè legati all’andamento di un tasso di interesse, come per esempio il tasso di interesse praticato dalla FED) aumentarono e molti americani non furono in grado di ripagarli. Le banche e le altre società finanziarie si ripresero le case messe a garanzia dei prestiti e cercarono di venderle per rientrare del loro investimento, ma con migliaia di casa rimesse improvvisamente sul mercato, il loro valore crollò di colpo, lasciando enormi vuoti nei bilanci delle società finanziarie.
Per scelta di Richard Fuld e degli altri dirigenti di Lehman, la banca era stata molto attiva in tutto questo processo. Lehman, come le altre banche d’affari, non erogava mutui. Però acquistava regolarmente i mutui emessi dalle piccole società finanziarie e dalle banche di provincia. Le piccole finanziarie così si liberavano di un credito che pesava sul loro bilancio, ottenevano nuovi liquidi con cui fare nuovi prestiti, mentre Lehman e le altre banche d’affari usavano quei mutui come garanzie per costruire complicati titoli derivati che poi vendevano sul mercato (in fondo quei mutui erano garantiti da qualcosa di tangibile come una casa, un bene in teoria sicuro). Fino al 2007, la divisione titoli immobiliari di Lehman era la branca di Lehman che produceva più utile.
Nel corso del 2008, dopo che la FED ebbe cominciato ad alzare i tassi, la bolla immobiliare scoppiò. Il valore delle case precipitò e così fece il valore dei titoli derivati che erano garantiti dai mutui su quelle stesse abitazioni. Il crollo non riguardò l’intero mercato immobiliare e non tutti coloro che avevano ricevuto un mutuo si trovarono nell’impossibilità di ripagarlo. Il problema fu che era divenuto impossibile distinguere i titoli legati a mutui solidi da quelli legati a mutui divenuti spazzatura, i cosiddetti “titoli tossici”. Le varie banche d’affari aveva impacchettato, spezzettato e impacchettato di nuovo i mutui iniziali in titoli derivati (che non a caso venivano chiamati “salsicce”). Si trattava di titoli estremamente complicati di cui era quasi impossibile capire con facilità quale fosse la base che li garantiva all’origine. Questi titoli comparivano sui libri contabili delle banche con un certo valore, ma nessuno sapeva a che prezzo davvero sarebbero riusciti a venderli se avessero provato a metterli sul mercato. Tra le varie banche si diffuse il sospetto e ad ogni trattativa i banchieri non potevano fare a meno di domandarsi: «Quanta parte del bilancio della mia controparte è composta da questi titoli tossici?». La risposta spesso era impossibile da trovare: questo significa interrompere ogni trattativa con la controparte e iniziare a vivere in una sorta di “stato di quarantena”. Ma le moderne istituzioni finanziarie hanno bisogno di fidarsi l’una dell’altra continuamente, perché tra loro prestiti e scambi sono continui. La sfiducia nella moderna economia finanziaria significa la fine per i più deboli. La prima banca a crollare a causa di questo clima di paranoia fu la più piccola delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street: Bear Stearns. Venne acquisita per due dollari ad azione da Morgan Stanley e il governo americano garantì i debiti della banca per facilitare l’acquisizione ed evitare un fallimento che avrebbe ulteriormente peggiorato il clima di sfiducia.
Il panico però non si fermò. Caduta Bear Stearns, l’attenzione si spostò sulla seconda banca nella lista: Lehman Brothers. Tutti sapevano che Lehman aveva i libri contabili pieni di titoli tossici, ma dopo il “salvataggio” di Bear Sterns pensare di salvare anche Lehman era divenuto politicamente impraticabile. Per i Democratici salvarla avrebbe significato salvare gente ricchissima con i soldi dei contribuenti. Per i Repubblicani un altro salvataggio sarebbe stata una seconda e intollerabile intromissione dello stato nei meccanismi dell’economia («Mi sembra di essermi svegliato in Francia», disse un senatore repubblicano quando venne a sapere del salvataggio di Bear Stearns).
Ma senza una garanzia del governo, nessuna banca era disposta a comprarsi Lehman. Bank of America si fece avanti con un’offerta, ma alla fine, dopo qualche giorno di trattative, scelse invece di acquistare Merril Lynch («Allora sono io il coglione!» è la famosa frase pronunciata da Fuld quando lo venne a sapere). L’ultima speranza per Lehman era Barclays, una banca inglese, ma anche questa chiedeva che qualcuno garantisse i debiti di Lehman, come lo stato americano aveva fatto pochi giorni prima per Bear Stearns. Il 13 e il 14 settembre 2008, quando oramai era chiaro che Lehman avrebbe dovuto dichiarare bancarotta la settimana successiva, Hank Paulson, il segretario del tesoro (cioè il ministro dell’economia americano) riunì tutti i principali banchieri del paese. Disse che lui non poteva garantire i debiti di Lehman e che quindi dovevano farlo loro, i banchieri di Wall Street. In altre parole, Paulson stava chiedendo ai banchieri di salvare un loro concorrente. Inizialmente sembrava che nessuno fosse disposto a garantire i debiti di Lehman, ma dopo due giorni in cui i banchieri rimasero chiusi nel palazzo della FED, si arrivò a un accordo: ognuno di loro avrebbe garantito debiti per l’equivalente di un miliardo di euro.
Quando la cosa sembrava fatta, Paulson ricevette una telefonata dal Cancelliere dello scacchiere (il ministro del tesoro britannico). Il Cancelliere gli disse che il Regno Unito non voleva importare “il cancro di Lehman” e Barclays, quindi, non avrebbe ricevuto il permesso del governo britannico per l’acquisizione. Disperato, Paulson provò a chiamare Warren Buffett, il più grande finanziere del paese e secondo uomo più ricco del mondo, ma Buffet risultò irrintracciabile. Per Lehman non c’erano più speranze: l’unica soluzione era farla fallire nella maniera più ordinata possibile, e per fare questo c’era bisogno che dichiarasse la bancarotta prima dell’apertura della borsa di New York.
Il governo però non poteva decretare il fallimento di una banca: doveva deciderlo il consiglio di amministrazione della banca, che era in riunione proprio quella sera. La responsabilità di chiamare Lehman ricadeva sul capo della SEC, il regolatore della borsa americana. Secondo i testimoni, Paulson disse al capo della SEC, che non voleva fare quella telefonata dato che sarebbe stato un gesto molto irrituale: «Voi ragazzi sembrate gangster che non hanno il coraggio di sparare!». Alla fine, il capo della SEC accettò di chiamare.
La telefonata, arrivata durante il consiglio di amministrazione, fu registrata. Il capo della SEC consigliò balbettando che la bancarotta era l’opzione migliore e venne ascoltato in un gelido silenzio. Il consiglio votò sì all’unanimità, compreso Richard Fuld, che, raccontano i testimoni, aveva le lacrime agli occhi. Quella sera, sul tardi, Warren Buffett venne a sapere che Lehman era ormai arrivata al fallimento mentre era a cena con il cofondatore di Google, Sergey Brin, e sua moglie. «Se non avessi avuto paura di arrivare a cena in ritardo, avrei rischiato di comprarmi qualcosa questa sera», disse loro.
mercoledì 21 febbraio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 2012 l'Eurogruppo concede alla Grecia ulteriori 130 miliardi di euro in aiuti, scongiurando così il default dell'economia ellenica.
Nel 2009, la Grecia ha dato il via alla crisi annunciando che il suo deficit di bilancio sarebbe stato del 12,9 per cento del PIL, che è più di quattro volte il limite del 3 per cento imposto dall’UE. Le agenzie di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor hanno subito tagliato il rating della Grecia, spaventando gli investitori e aumentando il costo dei prestiti futuri. Il tutto ha reso sempre più difficile che la Grecia potesse trovare i fondi per rimborsare i suoi titoli di Stato.
Nel 2010, la Grecia ha annunciato un pacchetto di austerità per abbassare il deficit al 3 per cento del PIL in due anni, progettato per rassicurare le agenzie e i mercati. Appena quattro mesi dopo, la Grecia ha avvertito che sarebbe andata in default, lo stesso.
L’UE e il FMI hanno fornito 240 miliardi di euro in fondi di emergenza in cambio di ulteriori misure di austerità. Questo ha dato alla Grecia abbastanza soldi solo per pagare gli interessi sul proprio debito già esistente e mantenere le banche capitalizzate.
Le misure di austerità hanno rallentato ulteriormente l’economia greca riducendo le entrate fiscali necessarie per ripagare il debito. La disoccupazione è salita al 25 per cento e numerose rivolte sono esplose per le strade. Il sistema politico greco è entrato in un periodo di profonda crisi.
Nel 2011, l’European Financial Stability Facility (EFSF), un altro strumento di prestito finanziato dai paesi dell’UE, ha aggiunto altri 190 miliardi di euro al piano di salvataggio. Nel 2012, il rapporto debito-PIL della Grecia era salito al 175 per cento, quasi tre volte il limite del 60 per cento indicato dall’UE. Gli obbligazionisti finalmente accettano un taglio sull’investimento, accettando una svalutazione del 75 per cento sui 77 miliardi di dollari del valore del debito.
Ma come è stato possibile arrivare fino a questo punto?
I semi della crisi greca sono stati piantati nel 2001, quando la Grecia ha adottato l’euro come moneta. La Grecia era un membro dell’Unione Europea dal 1981, ma non poteva entrare nella zona euro. Il suo deficit di bilancio era stato troppo alto per i criteri di Maastricht.
Tutto è andato bene per i primi anni. Come altri paesi della zona euro, la Grecia ha beneficiato del potere della moneta unica, che permetteva tassi di interesse più bassi e un afflusso di capitali di investimento e prestiti.
Nel 2004, la Grecia ha annunciato di aver mentito per poter aggirare i criteri di Maastricht. L’UE, tuttavia, non ha imposto delle sanzioni. Perché no?
Per tre cause principali:
1. Anche Francia e Germania stavano spendendo di sopra del limite nello stesso momento, sarebbe stato ipocrita sanzionare la Grecia.
2. C’era forte incertezza su quali sanzioni esattamente applicare. Potevano espellere la Grecia, ma sarebbe stata una decisione dirompente che avrebbe indebolito l’euro.
3. L’UE era impegnata a rafforzare il potere della moneta unica sui mercati valutari internazionali. Un euro forte avrebbe potuto convincere altri paesi dell’UE, come il Regno Unito, Danimarca e Svezia, ad adottare l’euro.
Di conseguenza, il debito greco ha continuato a crescere fino a quando la crisi è scoppiata nel 2009. Ora, l’UE deve stare dietro alla Grecia. In caso contrario, dovrà affrontare le conseguenze della Grexit, e non solo.
La Grecia è diventata l’epicentro della crisi del debito in Europa dopo l’implosione di Wall Street nel 2008. Con i mercati finanziari globali ancora in ripresa, la Grecia ha annunciato nell’ottobre 2009 di aver rivisto al rialzo le cifre del deficit per anni, sollevando allarmismi circa la solidità del sistema finanziario greco.
Improvvisamente, la Grecia è rimasta fuori dai prestiti sui mercati finanziari. Dalla primavera del 2010, ha iniziato ad avvicinarsi alla bancarotta che minacciava di scatenare una nuova crisi finanziaria.
Per scongiurare una simile calamità, la cosiddetta Troika - il FMI, la Banca centrale europea e la Commissione europea - ha messo in campo il primo dei due piani di salvataggio internazionali per la Grecia, per un totale di più di 240 miliardi di euro. Naturalmente, il piano di salvataggio aveva delle sue condizioni.
Le istituzioni creditrici hanno imposto condizioni di austerità che hanno richiesto tagli drastici e aumenti sulle tasse. Quest’ultime hanno inoltre spinto la Grecia a rivedere la conformazioni della propria economia, semplificando le dinamiche di governo, dando fine all’evasione fiscale e rendendo la Grecia un Paese più attraente per gli investimenti dall’estero.
I finanziamenti avrebbero dovuto far guadagnare tempo alla Grecia per stabilizzare le proprie finanze e sedare i timori del mercato su una possibile rottura nell’Unione.
Nonostante il piano di salvataggio abbia aiutato, i problemi economici della Grecia non sono scomparsi. La crescita economica si è ridotta di un quarto in cinque anni e la disoccupazione è al di sopra del 25 per cento.
I fondi di salvataggio servivano - e servono tutt’ora - soprattutto a ripagare i prestiti internazionali della Grecia piuttosto che a sostenere la sua economia. E il governo ha ancora una carico di debito sconcertante che non sarà in grado di ripagare senza una ripresa nel Paese.
Molti economisti e molti greci danno la colpa alle misure di austerità per gran parte dei problemi del paese. Il partito di sinistra Syriza ha vinto di nuovo le elezioni promettendo di rinegoziare il piano di salvataggio; Tsipras infatti sosteneva già che l’austerità aveva creato una «crisi umanitaria» in Grecia.
Ma anche i creditori hanno di che rimproverare alla Grecia: Atene non ha condotto le revisioni economiche necessarie e previste dal piano di salvataggio.
Mentre il dibattito infuria, l’unico punto su cui tutti concordano è che la Grecia è ancora una volta andata a corto di liquidità.
Il 20 agosto 2022, dopo 12 anni, si è conclusa la sorveglianza europea nei confronti della Grecia. Alla fine di giugno la Commissione europea ha deciso che lo stretto controllo imposto nei confronti di Atene dal 2010 non è più giustificato, dopo che a fine aprile il governo ha restituito in anticipo al Fondo monetario internazionale (Fmi) l’ultima tranche (1,58 miliardi di dollari) del prestito ricevuto. “Dopo dodici anni […] si chiude un capitolo difficile per il nostro paese”, ha dichiarato il ministro delle finanze Christos Staikouras. “La Grecia torna a una normalità europea e non sarà più un’eccezione nell’eurozona”.
Nonostante le rassicurazioni offerte dal primo ministro di destra Kyriakos Mitsotakis, i greci non credono a un ritorno alla normalità e non riescono a cancellare dalla memoria un decennio che per loro è sinonimo di crollo, impoverimento, regressione e umiliazione. Ci vorranno decenni prima che il paese si riprenda dalla terapia d’urto che gli è stata imposta e che ha portato danni colossali.
La Commissione europea, dal canto suo, si limita a ignorare il problema. In una lettera firmata dal vicepresidente Valdis Dombrovskis e dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, Bruxelles sottolinea che il governo greco ha rispettato la maggior parte degli impegni presi. Questo è l’elemento essenziale per l’Europa, che per quanto riguarda tutto il resto non ha voglia di dilungarsi sull’argomento.
Il 21 febbraio 2012 l'Eurogruppo concede alla Grecia ulteriori 130 miliardi di euro in aiuti, scongiurando così il default dell'economia ellenica.
Nel 2009, la Grecia ha dato il via alla crisi annunciando che il suo deficit di bilancio sarebbe stato del 12,9 per cento del PIL, che è più di quattro volte il limite del 3 per cento imposto dall’UE. Le agenzie di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor hanno subito tagliato il rating della Grecia, spaventando gli investitori e aumentando il costo dei prestiti futuri. Il tutto ha reso sempre più difficile che la Grecia potesse trovare i fondi per rimborsare i suoi titoli di Stato.
Nel 2010, la Grecia ha annunciato un pacchetto di austerità per abbassare il deficit al 3 per cento del PIL in due anni, progettato per rassicurare le agenzie e i mercati. Appena quattro mesi dopo, la Grecia ha avvertito che sarebbe andata in default, lo stesso.
L’UE e il FMI hanno fornito 240 miliardi di euro in fondi di emergenza in cambio di ulteriori misure di austerità. Questo ha dato alla Grecia abbastanza soldi solo per pagare gli interessi sul proprio debito già esistente e mantenere le banche capitalizzate.
Le misure di austerità hanno rallentato ulteriormente l’economia greca riducendo le entrate fiscali necessarie per ripagare il debito. La disoccupazione è salita al 25 per cento e numerose rivolte sono esplose per le strade. Il sistema politico greco è entrato in un periodo di profonda crisi.
Nel 2011, l’European Financial Stability Facility (EFSF), un altro strumento di prestito finanziato dai paesi dell’UE, ha aggiunto altri 190 miliardi di euro al piano di salvataggio. Nel 2012, il rapporto debito-PIL della Grecia era salito al 175 per cento, quasi tre volte il limite del 60 per cento indicato dall’UE. Gli obbligazionisti finalmente accettano un taglio sull’investimento, accettando una svalutazione del 75 per cento sui 77 miliardi di dollari del valore del debito.
Ma come è stato possibile arrivare fino a questo punto?
I semi della crisi greca sono stati piantati nel 2001, quando la Grecia ha adottato l’euro come moneta. La Grecia era un membro dell’Unione Europea dal 1981, ma non poteva entrare nella zona euro. Il suo deficit di bilancio era stato troppo alto per i criteri di Maastricht.
Tutto è andato bene per i primi anni. Come altri paesi della zona euro, la Grecia ha beneficiato del potere della moneta unica, che permetteva tassi di interesse più bassi e un afflusso di capitali di investimento e prestiti.
Nel 2004, la Grecia ha annunciato di aver mentito per poter aggirare i criteri di Maastricht. L’UE, tuttavia, non ha imposto delle sanzioni. Perché no?
Per tre cause principali:
1. Anche Francia e Germania stavano spendendo di sopra del limite nello stesso momento, sarebbe stato ipocrita sanzionare la Grecia.
2. C’era forte incertezza su quali sanzioni esattamente applicare. Potevano espellere la Grecia, ma sarebbe stata una decisione dirompente che avrebbe indebolito l’euro.
3. L’UE era impegnata a rafforzare il potere della moneta unica sui mercati valutari internazionali. Un euro forte avrebbe potuto convincere altri paesi dell’UE, come il Regno Unito, Danimarca e Svezia, ad adottare l’euro.
Di conseguenza, il debito greco ha continuato a crescere fino a quando la crisi è scoppiata nel 2009. Ora, l’UE deve stare dietro alla Grecia. In caso contrario, dovrà affrontare le conseguenze della Grexit, e non solo.
La Grecia è diventata l’epicentro della crisi del debito in Europa dopo l’implosione di Wall Street nel 2008. Con i mercati finanziari globali ancora in ripresa, la Grecia ha annunciato nell’ottobre 2009 di aver rivisto al rialzo le cifre del deficit per anni, sollevando allarmismi circa la solidità del sistema finanziario greco.
Improvvisamente, la Grecia è rimasta fuori dai prestiti sui mercati finanziari. Dalla primavera del 2010, ha iniziato ad avvicinarsi alla bancarotta che minacciava di scatenare una nuova crisi finanziaria.
Per scongiurare una simile calamità, la cosiddetta Troika - il FMI, la Banca centrale europea e la Commissione europea - ha messo in campo il primo dei due piani di salvataggio internazionali per la Grecia, per un totale di più di 240 miliardi di euro. Naturalmente, il piano di salvataggio aveva delle sue condizioni.
Le istituzioni creditrici hanno imposto condizioni di austerità che hanno richiesto tagli drastici e aumenti sulle tasse. Quest’ultime hanno inoltre spinto la Grecia a rivedere la conformazioni della propria economia, semplificando le dinamiche di governo, dando fine all’evasione fiscale e rendendo la Grecia un Paese più attraente per gli investimenti dall’estero.
I finanziamenti avrebbero dovuto far guadagnare tempo alla Grecia per stabilizzare le proprie finanze e sedare i timori del mercato su una possibile rottura nell’Unione.
Nonostante il piano di salvataggio abbia aiutato, i problemi economici della Grecia non sono scomparsi. La crescita economica si è ridotta di un quarto in cinque anni e la disoccupazione è al di sopra del 25 per cento.
I fondi di salvataggio servivano - e servono tutt’ora - soprattutto a ripagare i prestiti internazionali della Grecia piuttosto che a sostenere la sua economia. E il governo ha ancora una carico di debito sconcertante che non sarà in grado di ripagare senza una ripresa nel Paese.
Molti economisti e molti greci danno la colpa alle misure di austerità per gran parte dei problemi del paese. Il partito di sinistra Syriza ha vinto di nuovo le elezioni promettendo di rinegoziare il piano di salvataggio; Tsipras infatti sosteneva già che l’austerità aveva creato una «crisi umanitaria» in Grecia.
Ma anche i creditori hanno di che rimproverare alla Grecia: Atene non ha condotto le revisioni economiche necessarie e previste dal piano di salvataggio.
Mentre il dibattito infuria, l’unico punto su cui tutti concordano è che la Grecia è ancora una volta andata a corto di liquidità.
Il 20 agosto 2022, dopo 12 anni, si è conclusa la sorveglianza europea nei confronti della Grecia. Alla fine di giugno la Commissione europea ha deciso che lo stretto controllo imposto nei confronti di Atene dal 2010 non è più giustificato, dopo che a fine aprile il governo ha restituito in anticipo al Fondo monetario internazionale (Fmi) l’ultima tranche (1,58 miliardi di dollari) del prestito ricevuto. “Dopo dodici anni […] si chiude un capitolo difficile per il nostro paese”, ha dichiarato il ministro delle finanze Christos Staikouras. “La Grecia torna a una normalità europea e non sarà più un’eccezione nell’eurozona”.
Nonostante le rassicurazioni offerte dal primo ministro di destra Kyriakos Mitsotakis, i greci non credono a un ritorno alla normalità e non riescono a cancellare dalla memoria un decennio che per loro è sinonimo di crollo, impoverimento, regressione e umiliazione. Ci vorranno decenni prima che il paese si riprenda dalla terapia d’urto che gli è stata imposta e che ha portato danni colossali.
La Commissione europea, dal canto suo, si limita a ignorare il problema. In una lettera firmata dal vicepresidente Valdis Dombrovskis e dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, Bruxelles sottolinea che il governo greco ha rispettato la maggior parte degli impegni presi. Questo è l’elemento essenziale per l’Europa, che per quanto riguarda tutto il resto non ha voglia di dilungarsi sull’argomento.
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