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venerdì 29 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1985 Bruxelles ospita per la quarta volta la finale della Coppa dei Campioni, il più importante torneo calcistico in Europa, dopo le edizioni del 1958, 1966 e 1974. A contendersi il trofeo sono il Liverpool, che intende riconfermare il titolo conquistato  nella stagione precedente, e la Juventus alla quale ancora manca un'affermazione in questa competizione. Entrambe le squadre possono vantare un imponente seguito di fedelissimi tifosi, che hanno accompagnato i propri beniamini durante i vittoriosi gironi attraverso il continente; ai già numerosi sostenitori della Juventus si aggiungono i tanti italiani emigrati in Belgio, mentre i supporters inglesi sbarcano eccitatissimi in un numero quasi altrettanto considerevole e forse carichi di rancore per gli incidenti che avevano segnato la pur fortunata finale del 1984, disputata allo stadio Olimpico contro la Roma. Voci in seguito smentite vorrebbero agguerriti gruppi ultras di altre squadre inglesi, lasciate da parte le tradizionali divergenze, giungere a Bruxelles per cercare insieme una vendetta.
L'organizzazione dell'evento lascia però a desiderare, dato che alcune rimostranze si manifestano ancora prima dell'incontro: sia i due club che i delegati UEFA si lamentano delle condizioni fatiscenti dell'impianto, dove pietre, travi e calcinacci sono disseminati per le curve e le tribune, e per la decisione presa dalle autorità belghe di lasciare la vendita di un cospicuo pacchetto di biglietti libera e non regolamentata, quindi non controllabile; se agli italiani sono riservati i settori N, M, O, e agli inglesi le opposte zone X e Y, l'assegnazione del settore Z ad un pubblico neutrale (nei fatti vanificata dai circuiti di vendita non ufficiali) lascia presagire il pericolo che un eventuale contatto tra le tifoserie avverse possa degenerare in scontri violenti.
La giornata trascorre in un clima di euforia, ma la tensione aumenta all'avvicinarsi del fischio d'inizio: già fuori dei cancelli dello stadio una folla si ammassa per accedere alle opposte tribune, nella coda non tutti possiedono un regolare biglietto. Circa venticinquemila persone per ognuna delle due squadre vanno ad assieparsi sui gradini.
Quando un gruppo di tifosi inglesi abbatte le fragili recinzioni di protezione per assaltare l'area del settore Z occupata dal pubblico italiano, la polizia si mostra incapace di intervenire; mentre continua il lancio di pietre tra gli spalti, gli juventini (che non sono accaniti ultras, ma perlopiù famiglie) si riversano terrorizzati contro un muro di recinzione in cerca di una via d'uscita. Solo in pochi riescono a scavalcare e mettersi in salvo, mentre la pressione della folla nel panico trasforma la tribuna in una trappola, dove chi non si getta nel vuoto è calpestato o schiacciato contro il muro. Quando infine il muro crolla, dopo interminabili e terribili minuti, si apre un varco che consente al pubblico di riversarsi in campo per sfuggire al massacro, ma le forze dell'ordine tentano addirittura di respingerlo. Sono appena passate le 19.30: in breve tempo perdono la vita 39 persone ed oltre 600 vengono ferite, ma nel resto degli spalti e negli spogliatoi è difficile realizzare le tragiche dimensioni dell'accaduto.
Circa un'ora prima dell'inizio della partita, prevista per le 21.30, le autorità trovandosi davanti ad uno scenario apocalittico decidono di rispettare il programma e far giocare ugualmente le squadre per evitare ulteriori disordini e compromettere irrimediabilmente la sicurezza dei sessantamila presenti. Le pur contrastanti testimonianze di giocatori e dirigenti juventini confermano la loro riluttanza ad una regolare discesa in campo: la confusione che regna nel rincorrersi delle notizie li convince però ad accettare la decisione degli organizzatori e del Liverpool, per cui le squadre si presentano sul terreno di gioco immerse in un'atmosfera quasi irreale.
E' solo un rigore di Platini, assegnato per un dubbio fallo su Boniek al sedicesimo minuto della ripresa, a decidere il risultato allontanando così l'incognita dei tempi supplementari che possono aggravare la sciagura. Dopo il triplice fischio finale, il disastro sembra già dimenticato: i festeggiamenti dei bianconeri, costretti probabilmente a rispettare la parte per non innervosire i tifosi, innescheranno nei mesi successivi un'accesa critica perché sono poi accompagnate da altrettanta esultanza al momento del ritorno a Torino con la coppa, tanto agognata e così amaramente conquistata. Ancora oggi non è chiaro cosa sapessero i giocatori circa le proporzioni della catastrofe.
Stilato un bilancio definitivo delle vittime, dopo una intera notte di soccorsi, non rimangono più scuse per gli hooligans, che sono ritenuti responsabili dell'ennesima brutalità, l'ultima di una lunga serie: la UEFA e poi la FIFA decidono così di bandire per cinque anni le squadre inglesi dalle competizioni internazionali, ed il Liverpool ne sconterà effettivamente sei.
La giustizia belga sembra però trascurare le necessarie indagini e solo nel 1989 si arriva ad un processo che condanna quattordici dei ventisette imputati; verranno sollevati numerosi dubbi sull'arbitrarietà di una tale selezione. Lo stadio Heysel viene riservato all'atletica e dopo una decennale chiusura alle competizioni calcistiche viene demolito per lasciare posto al nuovo impianto intitolato al Re Baldovino, inaugurato nel 1996, che ospiterà anche le partite del campionato europeo del 2000. Se il Belgio vuole dimenticare, Juventus e Liverpool non possono: le squadre, trascorsi dieci anni di contatti e collaborazione reciproca, si incontrano per la prima volta dopo la finale maledetta nell'aprile 2005 e le tifoserie si scambiano gesti di conciliazione.

giovedì 12 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 marzo.
Il 12 Marzo 1921 nasce a Torino Giovanni Agnelli detto Gianni, meglio conosciuto come "l'Avvocato", per molti anni il vero e proprio emblema del capitalismo italiano. I genitori lo chiamano con il nome del suo mitico nonno, il fondatore della Fiat, quella "Fabbrica Italiana Automobili Torino" che lo stesso Gianni porterà ai suoi massimi fulgori dopo gli anni passati come apprendistato, in qualità di vicepresidente, all'ombra di Vittorio Valletta, altra grande figura manageriale che ha saputo guidare l'azienda torinese con sagacia ed eccellenza dopo la scomparsa del fondatore avvenuta nel 1945.
Valletta aveva posto delle basi solidissime per la crescita della Fiat (favorendo l'immigrazione dal Mezzogiorno e conducendo con pugno di ferro le trattative con i sindacati), in un'Italia uscita provata e martoriata dall'esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Grazie al boom economico e al rapido sviluppo, poi, gli italiani poterono permettersi i prodotti sfornati dalla casa torinese, che vanno da celebri scooter come la Lambretta ad altrettanto indimenticate autovetture come la Seicento, facendo della Fiat un marchio diffusissimo.
L'entrata di Gianni Agnelli nella stanza dei bottoni, quella che gli conferirà il potere assoluto, è datata 1966, quando gli viene finalmente conferito l'incarico di Presidente. Da quel momento in poi per molti, Agnelli è stato il vero monarca italiano, quello che nell'immaginario collettivo ha fatto le veci della famiglia reale esiliata da un decreto costituzionale.
Ma la conduzione Agnelli non si rivelerà per nulla facile. Anzi, a differenza dei suoi predecessori, l'Avvocato si troverà ad affrontare quello che forse è stato il momento più difficile in assoluto per il capitalismo italiano, quello contrassegnato dalla contestazione studentesca prima e delle lotte operaie poi, fomentate e incentivate in modo virulento dall'esplosione rivoluzionaria. Sono gli anni in cui si susseguono i cosiddetti "autunni caldi", un ribollire di scioperi e di picchetti che mettono in grave difficoltà la produzione industriale e la competitività della Fiat.
Agnelli, però, ha dalla sua parte un carattere forte e comprensivo, tendente alla mediazione delle parte sociali e alla ricomposizione delle contraddizioni: tutti elementi che gli permettono una gestione lungimirante e ottimale delle contestazioni, evitando di esasperare gli scontri.
In mezzo a tutte queste difficoltà riesce dunque a traghettare la Fiat verso porti dalle acque tutto sommato sicure. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e dal 1974 al 1976 è eletto a gran voce Presidente della Confindustria, in nome di una guida che gli industriali vogliono sicura e autorevole. Anche questa volta, il suo nome è visto come garanzia di equilibrio e di conciliazione, alla luce della ingarbugliata situazione politica italiana, simbolo evidente delle più clamorose contraddizioni.
Unico fra i paesi europei, nella penisola si stava consumando il cosiddetto "compromesso storico", ossia quella specie di accordo bifronte che vedeva alleati il partito cattolico per eccellenza, quindi visceralmente anticomunista, come la Democrazia cristiana e il Partito Comunista Italiano, portavoce del socialismo reale e dell'alleanza ideale con la Russia (sebbene criticata e per certi versi ripudiata).
A corollario di questo quadro già incerto, vanno annoverate anche altre emergenze interne ed esterne di tutto rilievo, come l'endemica crisi economica e il sempre più articolato e incisivo terrorismo rosso di quegli anni, un movimento rivoluzionario che traeva forza da un certo consenso non così poco diffuso. Ovvio dunque che il "metodo Valletta" fosse ormai inconcepibile. Impossibile fare la voce grossa con il sindacato, nè era ormai pensabile usare quel "pugno di ferro" con cui il manager successore di Giovanni Agnelli era noto. Serviva invece un lavoro di concertazione tra governo, sindacati e confindustria: i responsabili di queste tre forze, saggiamente, sposeranno questa linea "morbida".
Ma la crisi economica, malgrado le buone intenzioni, non lascia scampo. Le feree leggi del mercato piegano le buone intenzioni e, alla fine degli anni '70, la Fiat si trova nel bel mezzo di una terribile tempesta. In Italia imperversa una fortissima crisi, la produttività cala spaventosamente e i tagli all'occupazione sono alle porte. Discorso che vale per tutti e non solo per la Fiat, solo che quest'ultima è un colosso e quando si muove, in questo caso negativamente, mette paura. Per fronteggiare l'emergenza si parla di qualcosa come quattordicimila licenziamenti, un vero e proprio terremoto sociale, se realizzato. Si apre dunque una dura fase di scontro sindacale, forse il più caldo dal dopoguerra, passato alla storia grazie a record assoluti come il famoso sciopero dei 35 giorni.
Fulcro della protesta diventano i cancelli dei nevralgici stabilimenti di Mirafiori. La trattativa è in mano completamente alla sinistra, che egemonizza lo scontro, ma a sorpresa il segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer promette il sostegno del Pci in caso di occupazione delle fabbriche. Il braccio di ferro si conclude il 14 ottobre, con la "marcia dei quarantamila" quando, del tutto inaspettatamente, i quadri della Fiat scendono in piazza contro il sindacato (caso unico di tutta la storia legata agli scioperi).
La Fiat, sotto pressione, rinuncia ai licenziamenti e mette in cassa integrazione ventitremila dipendenti. Per il sindacato e la sinistra italiana è una sconfitta storica. Per la Fiat è una svolta decisiva.
L'azienda torinese è pronta dunque a ripartire di slancio e su nuove basi. Agnelli, affiancato da Cesare Romiti, rilancia la Fiat in campo internazionale e, in pochi anni, la trasforma in una holding con interessi assai differenziati, che non si limitano più al solo settore dell'auto (in cui fra l'altro aveva ormai assorbito anche l'Alfa Romeo e la Ferrari), ma vanno dall'editoria alle assicurazioni.
La scelta, al momento, risulta vincente e gli anni '80 si rivelano fra i più riusciti di tutta la storia aziendale. Agnelli si consolida sempre di più come il re virtuale d'Italia. I suo vezzi, i suoi nobili tic vengono assunti come modelli di stile, come garanzia di raffinatezza: a cominciare dal celebre orologio sopra il polsino, fino all'imitatissima erre moscia e alle scarpe scamosciate.
Intervistato dalle riviste di mezzo mondo, si può permettere giudizi taglienti, a volte solo affettuosamente ironici, su tutti, dai politici in carica, agli amati giocatori dell'altrettanto amata Juventus, la passione parallela di una vita (dopo la Fiat, si capisce); squadra di cui, curiosamente, ha l'abitudine di guardare prevalentemente un solo tempo, il primo.
Nel 1991 è nominato senatore a vita da Francesco Cossiga mentre, nel 1996 passa la mano a Cesare Romiti (rimasto in carica fino al 1999). E' poi la volta di Paolo Fresco presidente e del ventiduenne John Elkann (nipote di Gianni) consigliere d'amministrazione, succeduto all'altro nipote, Giovannino (figlio di Umberto e Presidente Fiat in pectore), scomparso prematuramente in modo drammatico per un tumore al cervello. Brillante e assai capace, doveva essere lui la futura guida dell'impero Fiat. La sua morte ha sconvolto non poco non solo lo stesso Avvocato, ma tutti i piani di successione dell'immensa azienda familiare. In seguito, un altro grave lutto colpirà il già provato Avvocato, il suicidio del quarantaseienne figlio Edoardo, vittima di un dramma personale in cui forse si mescolano (stabilito che è sempre impossibile calarsi nella psiche altrui), crisi esistenziali e difficoltà a riconoscersi come un Agnelli a tutti gli affetti, con gli onori ma anche gli oneri che questo comporta.
Il 24 gennaio 2003 Gianni Agnelli, dopo una lunga malattia si spegne. La camera ardente viene allestita nella pinacoteca del Lingotto, secondo il cerimoniale del Senato, mentre i funerali si svolgono nel Duomo di Torino in forma ufficiale e trasmessi in diretta da Rai Uno. Seguiti con commozione da un enorme folla, le cerimonie hanno incoronato definitivamente Gianni Agnelli come il vero monarca italiano.

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