Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post

venerdì 31 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 31 gennaio.

Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito esce in via definitiva dall'Unione Europea.

Per capire come si è giunti all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è necessario indagare in profondità le peculiarità britanniche riguardo al concetto di Europa politica. La posizione di Londra nei confronti del processo di integrazione europea è sempre stata scettica e persino ostile nelle sue fasi iniziali, ed è stata poi ulteriormente rafforzata, anche nel sentimento popolare, dall’ondata di ciò che etichettiamo come populismo e/o sovranismo.

Tale indirizzo politico ha origine ancor prima che l’Europa si costituisse come entità sovranazionale. Lo stato britannico infatti, uscito vittorioso dalla seconda guerra mondiale nel 1945, aveva un bisogno urgente di una ricostruzione totale e il Primo Ministro e volto della vittoria sul nazismo Winston Churchill sembrava inizialmente predisposto all’idea di Europa che stava nascendo in linea ancora teorica nell’immediato secondo dopoguerra.

Le elezioni del luglio del 1945 portarono tuttavia alla sorprendente vittoria del laburisti, guidati da Clement Attle, che si imposero grazie ad una campagna elettorale incentrata su un importante programma economico interventista che avrebbe portato alla nascita dello stato sociale anche oltremanica.

Parallelamente, l’incipiente raffreddamento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, condusse Londra a preferire la classica special relationship con Washington piuttosto che accodarsi agli altri paesi dell’Europa occidentale che di lì a poco avrebbero posto le prime basi del processo europeista.

Bisognerà attendere sino al 1973 per vedere Londra accedere a quello che allora era chiamata Comunità Economica Europea (CEE) e non dopo numerose schermaglie. La più importante fu senza dubbio la creazione nel 1960 di un’area di scambio alternativa a quella europea continentale.

Quando infine il veto francese del Presidente Charles De Gaulle cadde, il Regno Unito accedette alla CEE. Bisogna tuttavia notare che ciò dipese in gran parte dal fallimento economico dell’area di scambio atlantica creata da Londra e dal parallelo successo del mercato comune europeo. Non fu, in altre parole, dettato da un crescente sentimento europeistico dei britannici.

Successivamente Londra si schierò sempre in favore di una visione europeista moderata, avversando qualsiasi modifica in chiave sovranazionale delle sue istituzioni e dei suoi accordi (basti ricordare che il Regno Unito non ha mai fatto parte dell’area Schengen, né dell’unione monetaria, non avendo adottato l’euro).

Non appare così del tutto sorprendente il fatto che nel giugno del 2016 il 51,89 per cento dei britannici abbia optato per il leave, ovvero per abbandonare l’Unione Europea.

I motivi di questo risultato sono molteplici. Oltre allo storico scetticismo verso il concetto di Europa politica esistono ulteriori fattori altrettanto importanti. Innanzitutto la crisi economica scaturita nel 2008 ha lasciato ferite profonde che hanno portato, in linea generale, ad una maggior paura e chiusura nelle società occidentali. Non dimentichiamo infatti che buona parte della campagna elettorale pro Brexit è stata condotta tramite la propaganda avversa all’immigrazione europea in Gran Bretagna.

Altro fenomeno, collegato ai lasciti della grande crisi, è la sempre maggior diffusione delle idee portate avanti dai partiti cosiddetti populisti. Questo fenomeno in Gran Bretagna si è palesato principalmente attraverso il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP), guidato fino al 2016 da Nigel Farage. L’UKIP è nato nel 1993 da una costola del Partito Conservatore ed il suo obiettivo principale è da sempre stato il raggiungimento della Brexit. Non è infatti un caso che proprio in conseguenza della vittoria del leave Farage abbia deciso di dimettersi dopo dieci anni alla guida del partito.

Esistono tuttavia numerose differenze all’interno del Regno Unito. Le aree periferiche di Scozia, Irlanda del Nord e alcune province del Galles hanno infatti votato massicciamente per il remain. Edimburgo in particolare potrebbe riproporre il referendum per l’indipendenza già effettuato nel 2014 con un esito che questa volta potrebbe essere assai differente.

Altro elemento di grande interesse riguarda la città di Londra che, a differenza delle altre maggiori città inglesi, ha votato in maggioranza per rimanere in Europa. La city è il cuore economico e finanziario del Regno ed è anche il maggior esempio di metropoli multiculturale delle isole britanniche. Il peso dei suoi voti sulla bilancia è quindi molto elevato e un possibile accordo tra Bruxelles e il Governo di Johnson per l’uscita potrebbe avere inaspettate ripercussione sulla capitale.

In definitiva, nonostante Brexit si sia ormai verificata, le conseguenze all’interno del Regno Unito potrebbero essere imprevedibili.

Dal voto popolare all’attuazione della Brexit sono passati tre anni e mezzo. Tre anni e mezzo pieni di rinvii, colpi di scena, retromarce, situazioni anche piuttosto imbarazzanti. La difficoltà maggiore è stata trovare un accordo con l’Unione Europea sulle modalità di gestione di alcune questioni piuttosto delicate in seguito all’uscita del Regno Unito.

Dopo anni di lavori e negoziati un accordo era stato trovato ai tempi di Theresa May, ma il Parlamento britannico lo aveva più volte bocciato, rendendo inattuabile la Brexit. Secondo molti parlamentari della precedente legislatura, l’accordo avrebbe penalizzato eccessivamente Londra, soprattutto per quel che riguarda la libertà di manovra sul confine nordirlandese.

Dopo continui rinvii e il passaggio di testimone da May a Johnson, quest’ultimo aveva spergiurato che avrebbe portato a termine la missione entro il 31 ottobre 2019. Tuttavia, di nuovo, il Parlamento si è frapposto tra i desideri del primo ministro e la loro realizzazione.

Johnson non si è comunque scomposto, ha negoziato un rinvio al 31 gennaio 2020 e ha cominciato la sua battaglia per ottenere elezioni anticipate. E le ha ottenute.

Il 12 dicembre 2019 Boris Johnson ha ottenuto una larga vittoria alle elezioni parlamentari, battendo il candidato Laburista Jeremy Corbyn con ben il 43% dei voti. Johnson è quindi riuscito nel suo intento di disegnare un Parlamento fedele alla sua linea e pronto a dare il via libera all’accordo sulla Brexit, cosa che ha di fatto condotto alla realizzazione di Brexit il 31 gennaio.

I problemi cui deve far fronte Londra una volta ultimata l’uscita sono notevoli e sono suddivisibili in due categorie: problemi di natura interna e internazionale.

Le problematiche interne al Regno sono chiare già oggi e la più scottante è senza dubbio la questione del confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, unica frontiera terrestre tra Regno Unito ed Unione Europea. L’imposizione di un nuovo confine fisico tra le due aree dell’Irlanda contribuirebbe notevolmente a riaccendere le ceneri mai del tutto spente dell’indipendentismo. Inoltre tale decisione avrebbe una ricaduta economica notevole per quel che riguarda i lavoratori frontalieri che quotidianamente varcano il confine e, in particolar modo, ne risulterebbe danneggiata Dublino, essendo un esportatore netto di merci verso la Gran Bretagna.

Rimane sul tavolo l’ipotesi dell’abbattimento delle dogane, decisione che renderebbe immediatamente Belfast un’area economicamente integrata nell’Unione Europea. Risulta tuttavia difficile da credere che questa opzione venga approvata dagli esponenti più intransigenti della Brexit dura.

A ciò va aggiunta la componente scozzese che, data la forte connotazione europeista degli scozzesi, rende per il Governo di Edimburgo assai difficoltosa un’uscita indolore dall’Europa. A questo punto è chiaro che molto dipenderà dalle modalità della separazione.

Per quel che riguarda la collocazione internazionale, il Regno Unito si trova a dover ricostruire dalle fondamenta i rapporti con tutti i paesi europei continentali. Si dovrebbe rafforzare invece l’ormai datata relazione speciale con gli Stati Uniti. È tutto da vedere se il rapporto con Washington possa essere sufficiente, giacché in un mondo ogni giorno più globalizzato le dinamiche storicamente consolidate sembrano non bastare più.

Di tutt’altra natura sono le questioni che deve affrontare l’Unione Europea. Il principale dilemma è il possibile effetto valanga su altri stati membri. Ad oggi appare improbabile che un altro paese dell’Unione possa richiedere di uscire in tempi brevi, tuttavia il crescente consenso dei partiti euroscettici potrebbe vedersi ulteriormente incrementato dall’effetto Brexit.

In secondo luogo, Bruxelles si priva di uno dei maggiori membri sia per importanza internazionale che economica. Evidentemente non un buon biglietto da visita per l’Unione Europea a livello di politica internazionale. Il nodo principale resta quello delle centinaia di migliaia di cittadini europei che lavorano e risiedono nel Regno Unito. Molti di loro stanno già cercando mete alternative, mentre sarà compito dei governi e delle diplomazie trovare gli accordi per facilitare il più possibile il rilascio di un permesso di soggiorno per coloro che risiedono già da diversi anni nelle isole britanniche.

martedì 28 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.

Il 28 gennaio ricorre la Giornata Internazionale per la Protezione dei Dati Personali.

La Giornata internazionale della protezione dei dati, conosciuta come Data Privacy Day, è un’iniziativa promossa dal Consiglio d’Europa con il sostegno della Commissione Europea e di tutte le autorità europee per la protezione dei dati personali per offrire un ulteriore spunto di riflessione sul tema della sicurezza dei dati personali e sul Regolamento Europeo sulla privacy entrato in vigore il 25 maggio 2018.

Istituita nel 2006 con lo scopo di sensibilizzare e accrescere la consapevolezza dei diritti legati alla protezione dei dati giunge quest’anno alla 19.a edizione. A differenziare lo scenario odierno da quello di 19 anni fa ci sono però elementi come l’entrata in vigore di normative, in primis il GDPR, strutturate proprio in modo da far fronte alle criticità insite nelle nuove modalità di trattamento dei dati.

Perché il 28 gennaio?

La data del 28 gennaio per la “Giornata della protezione dei dati” non è stata scelta casualmente dal Consiglio d’Europa. Si tratta infatti del giorno in cui sono stati aperti i lavori che hanno poi portato alla firma della Convenzione 108 avvenuta nell’ormai lontano 1981 in cui si stabiliscono le modalità attraverso le quali garantire ad ogni persona fisica il “rispetto dei suoi diritti e delle sue libertà fondamentali, e in particolare del suo diritto alla vita privata, in relazione all’elaborazione automatica dei dati a carattere personale che riguardano la protezione dei dati”.

In occasione della giornata, si svolgono conferenze ed eventi dedicati alla divulgazione, sensibilizzazione e ricerca sul tema della privacy dei dati e loro processamento, indirizzati a istituzioni pubbliche, enti di ricerca, aziende e cittadini. Tra questi, uno degli eventi di maggiore rilevanza mondiale è il CPDP (Computers, Privacy and Data Protection) che si svolge annualmente in Bruxelles dal 2007.

lunedì 25 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 marzo.
Il 25 marzo 1957 vengono firmati i Trattati di Roma: nasce il Mercato Comune Europeo (MEC), antenato dell'Unione Europea.
I Trattati di Roma sono due tra i documenti più importanti della storia dell’Unione Europea. Furono firmati il 25 marzo del 1957 nella Sala degli Orazi e Curiazi di Palazzo dei Conservatori, a Roma, che attualmente ospita i Musei capitolini: erano presenti i rappresentanti dei governi di Francia, Repubblica Federale di Germania (la Germania Ovest), Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Fuori, sotto la pioggia, una folla di persone aspettava che la firma venisse ufficializzata per festeggiare. Fu un momento molto importante, da molti considerato alla stregua della nascita dell’Unione Europea, che si realizzò nel 1992 con il Trattato di Maastricht.
I Trattati di Roma furono il secondo grande passo avanti del processo d’integrazione europea. Il primo era stato completato sei anni prima, il 18 aprile 1951, a Parigi: quel giorno i governi di Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo – gli stessi che firmarono poi i Trattati di Roma – istituirono la CECA, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. L’idea che stava alla base della CECA si era sviluppata da un celebre discorso dell’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman, che l’anno precedente aveva parlato della necessità di mettere insieme le risorse industriali e minerarie di Francia e Germania, una delle ragioni che avevano portato i due paesi a farsi la guerra. Se si fosse sottratto il controllo esclusivo di queste risorse dai due governi, pensava Schuman, sarebbe stato possibile evitare altre guerre in Europa.
Da quel discorso nacque il cosiddetto “approccio funzionalista”, che caratterizzò per moltissimi anni il processo di integrazione europea: significa in sostanza spingere i paesi europei a mettere in comune alcuni settori delle loro economie nazionali, facendoli poi gestire da un’autorità imparziale e terza, l’Europa per l’appunto. Dopo la firma del trattato di Parigi, nel 1951, i paesi europei provarono però qualcosa di diverso, rispetto all’approccio funzionalista in ambito economico: tentarono di sviluppare l’idea di un progetto sovranazionale di stampo federalista – cioè un progetto con molta integrazione politica – e avviarono la creazione di un esercito comune, cioè una Comunità europea di difesa (Ced), due temi che periodicamente ritornano ancora oggi nel dibattito pubblico. Entrambi i tentativi però fallirono – la Ced fu affossata dal Parlamento francese – spingendo i paesi coinvolti nella CECA a riprendere “l’approccio funzionalista” e a concentrarsi sul mercato comune e sull’energia atomica. Fu così che si arrivò alla firma dei Trattati di Roma.
I Trattati di Roma sono due, e istituiscono rispettivamente la Comunità economica europea (Cee) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Il più importante è il primo: come suggerisce il nome, questo nuovo organismo avrebbe avuto un ruolo prevalentemente economico, e serviva a promuovere una crescita stabile e duratura dei paesi che vi avevano aderito attraverso la formazione del mercato comune e l’armonizzazione delle leggi economiche statali. Il provvedimento più importante previsto nel trattato fu l’eliminazione dei dazi doganali fra gli stati membri, cosa che consentì la creazione del cosiddetto “mercato unico” e fu la base per la successiva unità politica. Il trattato, considerato ancora oggi una delle “colonne” della legislazione europea, fu poi modificato una prima volta dopo il Trattato di Maastricht del 1992, e una seconda con il Trattato di Lisbona del 2007.
Il secondo trattato, quello che istituì l’Euratom, aveva invece come scopo quello di coordinare i programmi di ricerca degli stati membri relativi all’energia nucleare e assicurare che venisse usata per scopi pacifici: fu firmato dagli stessi stati che firmarono il primo ed è ancora vigente.

mercoledì 21 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 2012 l'Eurogruppo concede alla Grecia ulteriori 130 miliardi di euro in aiuti, scongiurando così il default dell'economia ellenica.
Nel 2009, la Grecia ha dato il via alla crisi annunciando che il suo deficit di bilancio sarebbe stato del 12,9 per cento del PIL, che è più di quattro volte il limite del 3 per cento imposto dall’UE. Le agenzie di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor hanno subito tagliato il rating della Grecia, spaventando gli investitori e aumentando il costo dei prestiti futuri. Il tutto ha reso sempre più difficile che la Grecia potesse trovare i fondi per rimborsare i suoi titoli di Stato.
Nel 2010, la Grecia ha annunciato un pacchetto di austerità per abbassare il deficit al 3 per cento del PIL in due anni, progettato per rassicurare le agenzie e i mercati. Appena quattro mesi dopo, la Grecia ha avvertito che sarebbe andata in default, lo stesso.
L’UE e il FMI hanno fornito 240 miliardi di euro in fondi di emergenza in cambio di ulteriori misure di austerità. Questo ha dato alla Grecia abbastanza soldi solo per pagare gli interessi sul proprio debito già esistente e mantenere le banche capitalizzate.
Le misure di austerità hanno rallentato ulteriormente l’economia greca riducendo le entrate fiscali necessarie per ripagare il debito. La disoccupazione è salita al 25 per cento e numerose rivolte sono esplose per le strade. Il sistema politico greco è entrato in un periodo di profonda crisi.
Nel 2011, l’European Financial Stability Facility (EFSF), un altro strumento di prestito finanziato dai paesi dell’UE, ha aggiunto altri 190 miliardi di euro al piano di salvataggio. Nel 2012, il rapporto debito-PIL della Grecia era salito al 175 per cento, quasi tre volte il limite del 60 per cento indicato dall’UE. Gli obbligazionisti finalmente accettano un taglio sull’investimento, accettando una svalutazione del 75 per cento sui 77 miliardi di dollari del valore del debito.
Ma come è stato possibile arrivare fino a questo punto?
I semi della crisi greca sono stati piantati nel 2001, quando la Grecia ha adottato l’euro come moneta. La Grecia era un membro dell’Unione Europea dal 1981, ma non poteva entrare nella zona euro. Il suo deficit di bilancio era stato troppo alto per i criteri di Maastricht.
Tutto è andato bene per i primi anni. Come altri paesi della zona euro, la Grecia ha beneficiato del potere della moneta unica, che permetteva tassi di interesse più bassi e un afflusso di capitali di investimento e prestiti.
Nel 2004, la Grecia ha annunciato di aver mentito per poter aggirare i criteri di Maastricht. L’UE, tuttavia, non ha imposto delle sanzioni. Perché no?
Per tre cause principali:
1. Anche Francia e Germania stavano spendendo di sopra del limite nello stesso momento, sarebbe stato ipocrita sanzionare la Grecia.
2. C’era forte incertezza su quali sanzioni esattamente applicare. Potevano espellere la Grecia, ma sarebbe stata una decisione dirompente che avrebbe indebolito l’euro.
3. L’UE era impegnata a rafforzare il potere della moneta unica sui mercati valutari internazionali. Un euro forte avrebbe potuto convincere altri paesi dell’UE, come il Regno Unito, Danimarca e Svezia, ad adottare l’euro.
Di conseguenza, il debito greco ha continuato a crescere fino a quando la crisi è scoppiata nel 2009. Ora, l’UE deve stare dietro alla Grecia. In caso contrario, dovrà affrontare le conseguenze della Grexit, e non solo.
La Grecia è diventata l’epicentro della crisi del debito in Europa dopo l’implosione di Wall Street nel 2008. Con i mercati finanziari globali ancora in ripresa, la Grecia ha annunciato nell’ottobre 2009 di aver rivisto al rialzo le cifre del deficit per anni, sollevando allarmismi circa la solidità del sistema finanziario greco.
Improvvisamente, la Grecia è rimasta fuori dai prestiti sui mercati finanziari. Dalla primavera del 2010, ha iniziato ad avvicinarsi alla bancarotta che minacciava di scatenare una nuova crisi finanziaria.
Per scongiurare una simile calamità, la cosiddetta Troika - il FMI, la Banca centrale europea e la Commissione europea - ha messo in campo il primo dei due piani di salvataggio internazionali per la Grecia, per un totale di più di 240 miliardi di euro. Naturalmente, il piano di salvataggio aveva delle sue condizioni.
Le istituzioni creditrici hanno imposto condizioni di austerità che hanno richiesto tagli drastici e aumenti sulle tasse. Quest’ultime hanno inoltre spinto la Grecia a rivedere la conformazioni della propria economia, semplificando le dinamiche di governo, dando fine all’evasione fiscale e rendendo la Grecia un Paese più attraente per gli investimenti dall’estero.
I finanziamenti avrebbero dovuto far guadagnare tempo alla Grecia per stabilizzare le proprie finanze e sedare i timori del mercato su una possibile rottura nell’Unione.
Nonostante il piano di salvataggio abbia aiutato, i problemi economici della Grecia non sono scomparsi. La crescita economica si è ridotta di un quarto in cinque anni e la disoccupazione è al di sopra del 25 per cento.
I fondi di salvataggio servivano - e servono tutt’ora - soprattutto a ripagare i prestiti internazionali della Grecia piuttosto che a sostenere la sua economia. E il governo ha ancora una carico di debito sconcertante che non sarà in grado di ripagare senza una ripresa nel Paese.
Molti economisti e molti greci danno la colpa alle misure di austerità per gran parte dei problemi del paese. Il partito di sinistra Syriza ha vinto di nuovo le elezioni promettendo di rinegoziare il piano di salvataggio; Tsipras infatti sosteneva già che l’austerità aveva creato una «crisi umanitaria» in Grecia.
Ma anche i creditori hanno di che rimproverare alla Grecia: Atene non ha condotto le revisioni economiche necessarie e previste dal piano di salvataggio.
Mentre il dibattito infuria, l’unico punto su cui tutti concordano è che la Grecia è ancora una volta andata a corto di liquidità.
Il 20 agosto 2022, dopo 12 anni, si è conclusa la sorveglianza europea nei confronti della Grecia. Alla fine di giugno la Commissione europea ha deciso che lo stretto controllo imposto nei confronti di Atene dal 2010 non è più giustificato, dopo che a fine aprile il governo ha restituito in anticipo al Fondo monetario internazionale (Fmi) l’ultima tranche (1,58 miliardi di dollari) del prestito ricevuto. “Dopo dodici anni […] si chiude un capitolo difficile per il nostro paese”, ha dichiarato il ministro delle finanze Christos Staikouras. “La Grecia torna a una normalità europea e non sarà più un’eccezione nell’eurozona”.
Nonostante le rassicurazioni offerte dal primo ministro di destra Kyriakos Mitsotakis, i greci non credono a un ritorno alla normalità e non riescono a cancellare dalla memoria un decennio che per loro è sinonimo di crollo, impoverimento, regressione e umiliazione. Ci vorranno decenni prima che il paese si riprenda dalla terapia d’urto che gli è stata imposta e che ha portato danni colossali.
La Commissione europea, dal canto suo, si limita a ignorare il problema. In una lettera firmata dal vicepresidente Valdis Dombrovskis e dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, Bruxelles sottolinea che il governo greco ha rispettato la maggior parte degli impegni presi. Questo è l’elemento essenziale per l’Europa, che per quanto riguarda tutto il resto non ha voglia di dilungarsi sull’argomento.

domenica 1 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo gennaio.
Il primo gennaio 2002 entra in circolazione in modo definitivo in 12 paesi europei la moneta unica Euro.
 La storia dell'euro comincia nel giugno 1988 quando il Consiglio Europeo, che riunisce i capi di Stato e di Governo della Comunità Europea, assegna a un Comitato composto dai governatori delle banche centrali nazionali della Comunità Europea, guidato da Jacques Delors, Presidente della Commissione, il compito di elaborare un progetto per la progressiva attuazione dell'Unione economica e monetaria.
Il Rapporto Delors, redatto a conclusione dei lavori nell’aprile 1989, proponeva di articolare la realizzazione dell'Unione Economica e Monetaria (UEM) in tre fasi distinte, che hanno portato da ultimo alla creazione della moneta unica: l'euro.
La prima fase dell'unione monetaria, fissata dal Consiglio Europeo di Madrid a partire dal 1° luglio 1990, prevedeva la liberalizzazione dei flussi di capitale, tramite l’abolizione di ogni restrizione alla libera circolazione dei capitali tra gli Stati membri.
La seconda fase, successiva al Trattato di Maastricht, entrava in vigore dal 1° novembre 1993 e prevedeva la creazione dell'Istituto Monetario Europeo (IME), finalizzato a rafforzare la cooperazione tra le banche centrali e coordinare le politiche monetarie, realizzando i preparativi necessari per l'istituzione del Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC), per la conduzione di una politica monetaria unica e per la creazione di una moneta unica nella terza fase.
La terza e ultima fase, a partire dal 1° gennaio 1999, prevedeva il progressivo passaggio alla moneta unica, tramite una politica monetaria unica sotto la responsabilità della BCE e fissazione irrevocabile dei tassi di cambio delle valute dei primi 11 Stati membri partecipanti all'Unione monetaria. Un euro valeva 1936,27 lire.
Il 1° gennaio 1999 cominciava un periodo transitorio in cui l’euro non era ancora in circolazione ma poteva essere usato come moneta scritturale (pagamenti con bancomat, carte di credito e debito, assegni, ecc.) per tutte le operazioni che non richiedevano l’uso di contante.
Il 1° gennaio 2002 entrava in circolazione l’euro. Dal 1° gennaio al 28 febbraio 2002 euro e lira circolavano insieme; dal 1° marzo 2002, la lira perdeva definitivamente corso legale, sostituita dall’euro.
Viene informalmente detta 'zona euro' (o, altrettanto frequentemente, 'Eurozona' o 'Eurolandia') l'insieme degli stati membri dell'Unione Europea che adottano l'euro come valuta ufficiale ovvero l'Unione economica e monetaria dell'Unione europea. Attualmente l'euro è la valuta ufficiale di 18 dei 28 stati membri dell'Unione Europea (27 se si considera la prevista uscita della Gran Bretagna).
Le politiche monetarie dell'Eurozona sono regolate esclusivamente dalla Banca Centrale Europea (BCE), con sede a Francoforte sul Meno. L'armonizzazione delle politiche fiscali è agevolata dalle periodiche riunioni dell'Eurogruppo, organismo composto dai ministri dell'economia e delle finanze degli Stati aderenti alla valuta comune.
L'euro è entrato in vigore per la prima volta il 1º gennaio 1999 in undici degli allora quindici stati membri dell'Unione. A questi si aggiunse la Grecia, che rientrò nei parametri economici richiesti nel 2000 e fu ammessa nell'Eurozona il 1º gennaio 2001. In questi primi dodici stati l'euro entrò ufficialmente in circolazione il 1º gennaio 2002 sotto forma di monete e banconote.
Nel 2006 un tredicesimo stato, la Slovenia, entrata nell'Unione europea nel 2004, dimostrò di possedere i parametri economici necessari per l'adesione alla divisa comune e fu ammessa nella zona euro il 1º gennaio 2007. Pochi giorni dopo, il 15 gennaio, il tallero sloveno fu ufficialmente considerato fuori corso.
Con procedura analoga, nel 2007 Malta e Cipro, in virtù dei propri parametri macroeconomici soddisfacenti, vennero a loro volta ammessi nella zona euro. L'introduzione della divisa comune nelle due isole mediterranee è avvenuta il 1º gennaio 2008. Il 31 gennaio la lira cipriota e la lira maltese furono ufficialmente considerate fuori corso.
Anche nelle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, nell'isola di Cipro, l'euro è usato dal 1º gennaio 2008.
Nel 2008 è stato il turno della Slovacchia. L'introduzione della divisa comune in questa nazione è avvenuta il 1º gennaio 2009. Il 15 gennaio la corona slovacca fu ufficialmente considerata fuori corso.
L'introduzione della divisa comune in Estonia, invece, è avvenuta il 1º gennaio 2011. Il 15 gennaio dello stesso anno, la corona estone è andata ufficialmente fuori corso.

domenica 7 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 febbraio.
Il 7 febbraio 1992 viene firmato a Maastricht, dai 12 membri della CEE, l'omonimo trattato per la creazione dell'Unione Europea.
Il trattato sull'Unione europea (TUE), firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992, è entrato in vigore il 1º novembre 1993. Fattori esterni e interni hanno contribuito alla sua nascita. Sotto il profilo esterno, il crollo del comunismo nell'Europa dell'Est e la prospettiva dell'unificazione tedesca hanno determinato l'impegno a rafforzare la posizione internazionale della Comunità. Sul piano interno, gli Stati membri intendevano estendere con altre riforme i progressi realizzati dall' Atto unico europeo.
Con il trattato di Maastricht, risulta chiaramente sorpassato l'obiettivo economico originale della Comunità - ossia la realizzazione di un mercato comune - e si afferma la vocazione politica.
In tale ambito, il trattato di Maastricht consegue cinque obiettivi essenziali:
    rafforzare la legittimità democratica delle istituzioni;
    rendere più efficaci le istituzioni;
    instaurare un'unione economica e monetaria;
    sviluppare la dimensione sociale della Comunità;
    istituire una politica estera e di sicurezza comune.
Il trattato ha una struttura complessa. Il preambolo è seguito da sette titoli. Il titolo I contiene le disposizioni comuni alle Comunità, alla politica esterna comune e alla cooperazione giudiziaria. Il titolo II contiene le disposizioni che modificano il trattato CEE e il titoli III e IV modificano rispettivamente i trattati CECA e CEEA. Il titolo V introduce le disposizioni relative alla politica estera e di sicurezza comune (PESC). Il titolo VI contiene le disposizioni relative alla cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (JAI). Le disposizioni finali figurano al titolo VII.
Il trattato di Maastricht crea l'Unione Europea, costituita da tre pilastri: le Comunità europee, la politica estera e di sicurezza comune, nonché la cooperazione di polizia e la cooperazione giudiziaria in materia penale.
Il primo pilastro è costituito dalla Comunità europea, dalla Comunità europea del carbone e dell'acciao (CECA) e dall' Euratom e riguarda i settori in cui gli Stati membri esercitano congiuntamente la propria sovranità attraverso le istituzioni comunitarie. Vi si applica il cosiddetto processo del metodo comunitario, ossia proposta della Commissione europea, adozione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo e controllo del rispetto del diritto comunitario da parte della Corte di giustizia.
Il secondo pilastro instaura la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) prevista al titolo V del trattato sull'Unione europea. Esso sostituisce le disposizioni contenute nell'Atto unico europeo e consente agli Stati membri di avviare azioni comuni in materia di politica estera. Tale pilastro prevede un processo decisionale intergovernativo, che fa ampiamente ricorso all'unanimità. La Commissione e il Parlamento svolgono un ruolo modesto e tale settore non rientra nella giurisdizione della Corte di giustizia.
Il terzo pilastro riguarda la cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (JAI), prevista al titolo VI del trattato sull'Unione europea. L'Unione deve svolgere un'azione congiunta per offrire ai cittadini un livello elevato di protezione in uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Anche in questo caso il processo decisionale è intergovernativo.
Sulla scia dell'Atto unico europeo, il ruolo del Parlamento europeo viene ulteriormente potenziato dal trattato di Maastricht. Il campo d'applicazione della procedura di cooperazione e della procedura di parere conforme viene esteso a nuovi settori. Inoltre, il trattato crea una nuova procedura di codecisione, che consente al Parlamento europeo di adottare atti insieme al Consiglio. Questa procedura comporta maggiori contatti tra il Parlamento e il Consiglio per giungere a un accordo. Inoltre, il trattato associa il Parlamento alla procedura d'investitura della Commissione. Viene riconosciuto il ruolo svolto nell'integrazione europea dai partiti politici europei, che contribuiscono alla formazione di una coscienza europea e all'espressione della volontà politica degli europei. Per quanto riguarda la Commissione, la durata del suo mandato passa da quattro a cinque anni per uniformarsi a quella del Parlamento europeo.
Come l'Atto unico, questo trattato potenzia il ricorso al voto a maggioranza qualificata in sede di Consiglio per la maggior parte delle decisioni contemplate dalla procedura di codecisione e per tutte le decisioni adottate secondo la procedura di cooperazione.
Per riconoscere l'importanza della dimensione regionale, il trattato istituisce il Comitato delle regioni. Composto da rappresentanti degli enti regionali, esso ha carattere consultivo.
Il trattato instaura politiche comunitarie in sei nuovi settori:
    reti transeuropee;
    politica industriale;
    tutela dei consumatori;
    istruzione e formazione professionale;
    gioventù;
    cultura.
Il mercato unico viene completato dall'instaurazione dell'UEM. La politica economica comporta tre elementi. Gli Stati membri devono garantire il coordinamento delle loro politiche economiche ed istituire una sorveglianza multilaterale di tale coordinamento, e sono soggetti a norme di disciplina finanziaria e di bilancio. La politica monetaria mira ad istituire una moneta unica e a garantirne la stabilità grazie alla stabilità dei prezzi e al rispetto dell'economia di mercato.
Il trattato prevede l'instaurazione di una moneta unica in tre fasi successive:
    la prima fase, che liberalizza la circolazione dei capitali, iniziata il 1º luglio 1990;
    la seconda fase, incominciata il 1º gennaio 1994, permette la convergenza delle politiche economiche degli Stati membri;
    la terza fase iniziò il 1º gennaio 1999 con la creazione di una moneta unica e la costituzione di una Banca centrale europea (BCE).
La politica monetaria poggia sul Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), costituito dalla BCE e dalle banche centrali nazionali. Tali istituzioni sono indipendenti dalle autorità politiche nazionali e comunitarie.
Esistono disposizioni particolari per due Stati membri. Il Regno Unito non si è impegnato a passare alla terza fase dell'UEM. La Danimarca ha ottenuto un protocollo che subordina il suo impegno nei confronti della terza fase all'esito di un referendum specifico, che finora ha dato esito negativo.
Con il protocollo sulla politica sociale allegato al trattato, le competenze comunitarie vengono estese al settore sociale. Il Regno Unito non aderisce al protocollo, che si prefigge gli obiettivi seguenti:
    promuovere l'occupazione;
    migliorare le condizioni di vita e di lavoro;
    garantire un'adeguata protezione sociale;
    promuovere il dialogo sociale;
    sviluppare le risorse umane per garantire un livello elevato e sostenibile d'occupazione;
    integrare le persone escluse dal mercato del lavoro.
Tra le grandi innovazioni del trattato figura l'istituzione di una cittadinanza europea, che si aggiunge a quella nazionale. Chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro è anche cittadino dell'Unione. Tale cittadinanza conferisce nuovi diritti degli europei, ossia:
    il diritto di circolare e risiedere liberamente nella Comunità;
    il diritto di votare e di essere eletti alle elezioni europee e comunali nello Stato di residenza;
    il diritto alla tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di uno Stato membro diverso da quello d'origine nel territorio di un paese terzo nel quale lo Stato membro di cui hanno la cittadinanza non è rappresentato;
    il diritto di petizione dinanzi al Parlamento europeo e il diritto di sporgere denuncia al mediatore europeo.
Il trattato sull'Unione adotta come norma generale il principio di sussidiarietà, applicato alla politica dell'ambiente nell'Atto unico europeo. Tale principio precisa che nei settori che non sono di sua esclusiva competenza, la Comunità interviene soltanto se gli obiettivi possono essere realizzati meglio a livello comunitario che a livello nazionale. L'articolo A prevede che l'Unione prenda decisioni "il più vicino possibile ai cittadini".
Il trattato di Maastricht rappresenta una tappa determinante della costruzione europea. Attraverso l'istituzione dell'Unione europea, la creazione di un'unione economica e monetaria e l'estensione dell'integrazione europea a nuovi settori, la Comunità entra in una dimensione politica.
Consapevoli dell'evoluzione dell'integrazione europea, degli ampliamenti futuri e delle necessarie modifiche istituzionali, gli Stati membri hanno inserito una clausola di revisione del trattato. A tal fine, l'articolo N prevede la convocazione di una conferenza intergovernativa nel 1996.
Tale conferenza è culminata nella firma del trattato di Amsterdam nel 1997.
    Il trattato di Amsterdam permette di rafforzare i poteri dell'Unione attraverso la creazione di una politica comunitaria in materia di occupazione, il trasferimento sotto competenza comunitaria di alcune materie precedentemente disciplinate dalla cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni, le misure volte ad avvicinare l'Unione ai suoi cittadini, la possibilità di una più stretta cooperazione tra alcuni Stati membri (cooperazioni rafforzate). Esso estende inoltre la procedura di codecisione e il voto a maggioranza qualificata e procede a una semplificazione e a una rinumerazione degli articoli dei trattati.
    Il successivo trattato di Nizza del 2001 è destinato essenzialmente a risolvere le questioni lasciate aperte dal trattato di Amsterdam nel 1997, ossia i problemi istituzionali legati all'ampliamento. Si tratta della composizione della Commissione, della ponderazione dei voti al Consiglio e dell'estensione del voto a maggioranza qualificata. Esso semplifica il ricorso alla procedura di cooperazione rafforzata e rende più efficace il sistema giurisdizionale.
    Il trattato di Lisbona del 2007 procede all’attuazione di vaste riforme. Esso pone fine alla Comunità europea, abolisce la precedente architettura dell’UE ed attua una nuova ripartizione delle competenze tra l’UE e Stati membri. Ha altresì modificato il funzionamento delle istituzioni europee e il processo decisionale. L’obiettivo è migliorare il processo decisionale in un’Unione allargata a 27 Stati membri. Il trattato di Lisbona riforma inoltre molte politiche interne ed esterne dell'UE. In particolare, esso consente alle istituzioni di legiferare e di adottare misure in nuovi settori politici.
Il trattato è stato modificato altresì dai seguenti trattati di adesione:
    Trattato di adesione di Austria, Finlandia e Svezia (1994), che porta a 15 il numero degli Stati membri della Comunità europea.
    Trattato di adesione di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria (2003)
    Tale trattato porta a 25 il numero degli Stati membri della Comunità europea.
    Trattato di adesione della Bulgaria e della Romania (2005).
    Questo trattato porta il numero degli Stati membri da 25 a 27.
Trattato di Adesione della Croazia (2011).
Il 1 gennaio 2021 il Regno Unito ha completato l'iter per uscire dall'Unione Europea, che oggi dunque conta nuovamente 27 membri.

Cerca nel blog

Archivio blog