Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Il 27 giugno 1991, 2 giorni dopo la dichiarazione d'Indipendenza, la Slovenia viene invasa dalle truppe federali jugoslave. Ha inizio la guerra dei dieci giorni.
Quando si entra, oggi, in territorio sloveno si ha quasi l’impressione che questa giovane repubblica sia sempre stata europea.
Superati i valichi con l’Italia, si vede sventolare sopra i vecchi edifici delle dogane la bandiera a dodici stella dell’Unione Europea. E ci si sente a casa. Gli stessi iugoslavi, al tempo della repubblica socialista, sostenevano che gli sloveni erano «un popolo germanofilo, impregnato di militarismo e indottrinato di spirito antijugoslavo».
La Slovenia, però, non è stata sempre un territorio così tranquillo e pacifico. Fu questa, infatti, - una delle sei repubbliche socialiste costituenti la ex- Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia – a dare il via al sgretolamento dello stato voluto e creato da Tito nel 1945.
Già dal gennaio 1990, i dirigenti della repubblica slovena predisposero il nuovo assetto per il futuro stato. Lo strappo con la Lega comunista jugoslava, causato dall’abbandono della delegazione slovena dei lavori, capeggiata da Milan Kučan, dell’ultimo congresso della Lega a Belgrado, fu l’inizio della nuova stagione politica. D’ora in poi, la Lega comunista slovena avrebbe cambiato nome: si sarebbe chiamata “Partito della riforme”. Il nuovo slogan sarebbe stato “Europa adesso”.
Trascorsero solo tre mesi, e si tennero in Slovenia le prime elezioni libere dal dopoguerra. La vittoria, già annunciata da giorni dai sondaggi, andò al nuovo partito di Kučan. Egli divenne anche il nuovo presidente della piccola repubblica balcanica. A breve si sarebbe formato il primo governo non comunista della storia.
Nelle settimane successive, la Croazia, al fianco della Slovenia nel processo da lungo tempo avviato di indipendenza dal centralismo di Belgrado, elesse presidente Franjo Tudjman, ex generale dell’esercito e politicamente di destra. Anch’egli era pronto a formare un governo senza comunisti e che rilanciasse l’idea di una Croazia libera ed indipendente da Belgrado.
A dicembre, si svolsero le elezioni in Serbia: nuovo presidente divenne Slobodan Milošević, che formò un governo assieme ad altre formazioni nazionalistiche e cetniche. Nei piani del vozd serbo non c’era l’indipendenza né della Slovenia né della Croazia.
Con queste due repubbliche secessioniste che guardavano ad occidente e alla propria indipendenza da Belgrado, e la Serbia che si avviava verso un cammino di rivendicazioni nazionalistiche ed etniche, al progetto della «Grande Serbia» lontano dalle politiche di Tito, la Jugoslavia sembrò avere un destino già tristemente segnato.
Il 23 dicembre del 1990, con un referendum che ottenne l’88% dei “si”, la Slovenia si dichiarò indipendente dalla Federazione Socialista di Jugoslavia. Fu l’inizio della fine, dello smembramento di uno stato e del ritorno della guerra in Europa, quasi quarant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
L’indipendenza, tuttavia, avvenne concretamente solo il 25 giugno del 1991: nella piazza principale di Lubiana, la capitale, si svolse la solenne cerimonia che proclamò quanto già deciso con il referendum sei mesi prima. La bandiera tricolore, con la stella rossa, venne ammainata e sostituita con la nuova bandiera con al centro lo stemma araldico dei conti di Celje, con il monte tricorno. Questa fu la fine della Repubblica Socialista di Slovenia che lasciò il posto alla nuova repubblica, libera, autonoma ed europea.
Il clima di festa e gioia della popolazione in piazza, si contrappose al nervosismo e alla tensione che invece si aggirava nei palazzi della politica dei vertici militari belgradesi.
In poche ore, Lubiana venne sorvolata dai Mig dell’aviazione jugoslava e nelle strade intorno comparvero i primi carri armati dell’esercito federale. Il conflitto che iniziò il 25 giugno 1991 e che portò all’indipendenza della repubblica durò solo dieci giorni, tanto che gli storici lo chiamano “Guerra dei dieci giorni”.
Gli ordini arrivati da Belgrado per mettere fine a questo oltraggio erano chiari: unità meccanizzate e brigate corazzate dell’Armata Popolare Jugoslava di stanza in Croazia, a Jastrebarsko, Zagabria e Varaždin avrebbero dovuto prendere il controllo dei posti di frontiera tra le due repubbliche secessioniste, bloccare il porto di Capodistria con l’aiuto della marina e occupare l’aeroporto di Brnik, a Lubiana.
In questo modo, la Slovenia sarebbe stata isolata dal resto del mondo. L’intera operazione sarebbe dovuta durare 24 ore o poco più: la linea di repressione alla quale si guardava era quella attuata in Lituania dall’URSS di quarant’anni prima. Questa tattica, però, presupponeva la completa incapacità di un corpo paramilitare che in Slovenia, negli ultimi trent’anni, si era rafforzato e divenuto un vero esercito: la Difesa Territoriale.
Questa era una sorta di corpo militare parallelo voluto dallo stesso Tito nel 1968, dopo l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia. Avrebbe dovuto affiancare le attività dell’esercito federale in caso di attacco esterno alla Jugoslavia, per assicurare il controllo del territorio seguendo la tradizione dei miliziani partigiani di cui Tito fu comandante ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Dagli anni Settanta, le autorità slovene avevano iniziato ad organizzare ed armare seriamente questo loro esercito con l’afflusso di armi provenienti dall’estero, da paesi come Singapore e Israele, con l’assenso di Tito. Gli stessi appartenenti alla territoriale vennero istruiti e formati, nel corso degli anni, dai militari dell’esercito federale. Nei giorni dell’indipendenza slovena, la Difesa Territoriale poté contare su quasi 50 000 uomini, tra militari e poliziotti.
Già nei giorni seguenti al 25 giugno, gli uomini della territoriale predisposero posti di blocco con cavalli di frisia, ma anche con camion, autobus e trattori per bloccare l’avanzata dei mezzi blindati dell’Armata Popolare provenienti dalla Croazia. Si impadronirono soprattutto di molti valichi di frontiera internazionali con l’Italia, l’Austria e l’Ungheria.
I soldati dell’esercito federale venivano inviati in Slovenia con la motivazione che la Jugoslavia era stata attaccata dall’Italia e dall’Austria, affinché in loro crescesse l’orgoglio per la difesa del sacro suolo jugoslavo. Ben presto, però, ci si rese conto che la questione non si sarebbe risolta in breve tempo: i mezzi e gli uomini dell’Armata Popolare erano mal equipaggiati e quasi privi di munizioni di scorta, proprio perché i gerarchi e i comandanti di Belgrado credevano di poter sbarazzarsi dei territoriali sloveni in poche ore.
Nonostante l’esercito federale impiegò 115 carri armati, 32 cannoni semoventi, 82 veicoli blindati, 24 elicotteri ed effettuò 15 attacchi aerei, il morale degli sloveni non venne assolutamente scalfito. In tutto il paese ci furono scontri armati tra i due eserciti: Maribor, Lubiana, Nova Gorica, furono solo alcuni delle città coinvolte. Soprattutto per quest’ultima, situata a ridosso del confine, ci furono serie preoccupazioni per l’Italia: infatti alcuni colpi di mitragliatrice arrivarono sui palazzi limitrofi al valico confinario della Casa Rossa, provocando il panico tra la popolazione di Gorizia.
Non solo guerra reale, però: ci fu anche una guerra televisiva, mediatica. Il ministro dell’informazione, il giovane Jelko Kacin, organizzò ogni conferenza stampa come fosse uno spettacolo di teatro drammatico: si appellava alla comunità internazionale, affinché intervenisse, portando le immagini e le testimonianze degli eccidi compiuti dai soldati dell’Armata Popolare.
Come si aveva già avuto modo di vedere con la prima guerra del Golfo, la guerra in Slovenia fece molto leva sull’effetto televisivo: sfruttò al massimo le immagini, le riprese della televisioni per far si che la comunità internazionale, la Comunità Europea in primis, si interessasse del loro conflitto e intervenisse presso Belgrado.
Le conseguenze prodotte dalla internazionalizzazione del conflitto attraverso gli organi d’informazione furono principalmente due: i centralisti di Belgrado videro l’inefficienza del proprio esercito, incapace di reprimere gli attacchi della Difesa Territoriale; gli sloveni, invece, si sentirono “aggrediti” dal loro stesso esercito che vedevano come occupante e usurpatore.
Il 27 giugno il governo federale, guidato da Ante Markovič, propose l’immediata cessazione delle ostilità e il congelamento dell’indipendenza della Slovenia e della Croazia per tre mesi.
Così facendo, data la già riconosciuta debolezza di Markovič, il governo prendeva le distanze dalle azioni dell’Armata Popolare e si metteva al riparo da possibili accuse. Il 28 giugno alcuni Mig federali bombardarono l’aeroporto di Brnik e alcuni reparti cercarono di conquistare alcuni valichi confinari controllati dagli sloveni: l’effetto fu praticamente nullo.
Con il passare delle ore aumentavano sempre di più le diserzioni dei soldati federali, dei quali alcuni passarono alla territoriale, altri cercarono di tornare a casa propria. Tutte queste condizioni negative fecero emergere la paralisi strategica dell’esercito federale e la sua incapacità nel gestire la situazione in Slovenia.
Era ormai chiaro agli occhi di tutti che con le basi slovene circondati dalla Difesa Territoriale, che praticamente tenevano in ostaggio i soldati e i mezzi nelle caserme, con gli attacchi aerei e terrestri che portavano alcun risultato, la partita era ormai persa. Bisognava solo pensare ad una strategia d’uscita dal pantano sloveno.
Con la disfatta dell’Armata Popolare, la comunità internazionale si vide costretta ad intervenire. Le sue precedenti previsioni erano fallite: il governo di Markovič non era riuscito a tenere sotto controllo una situazione incandescente e c’era il concreto rischio che un gli scontri armati dilagassero anche nelle altre repubbliche jugoslave.
Una nuova guerra in Europa faceva paura a tutte le cancellerie. I primi che si sarebbero dovuti interessare alla faccenda jugoslava sarebbero dovuti essere gli europei, poiché il problema avveniva in casa loro: questo era infatti la linea diplomatica sostenuta dagli Stati Uniti, che non volevano impegnarsi in un altro conflitto bellico, dopo la guerra del Golfo, e desideravano mettere alla prova la comunità europea in politica estera.
Tuttavia, molti al Dipartimento di Stato erano convinti che l’Europa non avrebbe, anche questa volta, superato il test senza gli Stati Uniti.
Così, nei primi giorni di violenze in Slovenia, la Comunità Europea decise di costituire e inviare a Belgrado una «troika» diplomatica composta dal ministro degli Esteri del paese che aveva la presidenza della Comunità, dal suo predecessore e dal suo successore: andarono così in Jugoslavia il lussemburghese Jacques Poos, l’italiano Gianni De Michelis e l’olandese Hans Van den Broek.
Tutti e tre erano convinti che il momento fosse decisivo per la Comunità, per creare una politica estera indipendente da Washington. «Questa è l’ora dell’Europa. Non è l’ora degli americani» affermavano.
Giunti a Belgrado, la troika fu accolta dal presidente Markovič che comunicò loro di aver raggiunto una tregua con gli sloveni: un cessate il fuoco immediato e un congelamento dell’indipendenza per tre mesi di Slovenia e Croazia.
L’Europa, però, seguiva la linea del presidente francese Mitterand: non sarebbero dovuti nascere nuovi stati nel continente. Così, la troika ebbe come compito principale salvare l’integrità jugoslava.
Nei giorni seguenti, le trattative con i diplomatici sloveni, serbi e croati dimostrarono ben presto che era impossibile seguire questa linea. Inoltre, la Comunità Europea credeva che una nazione non avrebbe mai potuto provocarsi dei danni economici come quelli che un conflitto del genere comporta: si limitava a supporre che appena si fosse superata una soglia limite, oltre la quale non si sarebbe potuti andare, le acque si sarebbero calmate.
Gli europei, però, non fecero i conti con il nazionalismo serbo e la voglia di indipendenza e di libertà delle Slovenia e della Croazia, disposte a tutto pur di ottenere le loro richieste. E questa linea di pensiero rappresenterà il fallimento della diplomazia non solo europea, ma mondiale, nel fermare i combattimenti durante le guerre d’indipendenza della ex-Jugoslavia.
L’unico che fece un’analisi esatta del conflitto jugoslavo fu il ministro degli esteri tedesco Genscher, il 2 luglio a Klagenfurt, incontrandosi con il presidente sloveno Kučan e il ministro degli esteri Rupel: l’Armata Popolare e il governo di Belgrado avrebbero usato tutti i mezzi a disposizione per raggiungere i propri scopi in Slovenia.
Mentre questi si riunivano in Austria, a Belgrado cresceva la consapevolezza della crisi in atto: Miloševič, che ormai guardava «ad altre frontiere da controllare», quelle croate, prese in considerazione l’idea di abbandonare la Slovenia e ritirare l’esercito verso la Croazia, dato che la repubblica meno jugoslava era ormai persa.
Il presidente federale Mesič, in qualità anche di capo supremo delle forze armate, aveva ormai proclamato il blocco della ostilità da parte dell’Armata Popolare.
Il 3 luglio iniziò la ritirata dell’esercito federale dalla Slovenia verso Varaždin e Fiume, mentre altre unità corazzate partite dalla Serbia si fermarono nella Croazia orientale. Nelle ore successive, gli sloveni si ripresero i valichi di frontiera occupati dai federali e rafforzarono le loro posizioni nei territori sud-orientali.
Il 4 luglio la troika, i capi di governo della Slovenia, della Croazia e il capo di governo federale Markovič siglarono a Vienna un documento in otto punti dove si prevedeva la cessazione di ogni ostilità, la liberazione dei prigionieri, circa 5 000, la smobilitazione dei gruppi armati e il ritorno alla normalità delle comunicazioni.
L’ultima fase delle trattative di pace dell’indipendenza slovena si tenne il 6 luglio sull’arcipelago di Brioni, davanti a Pola, luogo di soggiorno preferito del maresciallo Tito, che qui trascorreva sei mesi all’anno.
Vi presero parte tutti i protagonisti di questo conflitto: la troika europea, il presidente del governo federale Markovič, il ministro degli esteri federale Lončar, i rappresentanti dello stato maggiore jugoslavo e i capi delle delegazioni slovena e croata, Kučan e Tudjman.
Le trattative durarono due giorni: alla fine, la Slovenia e la Croazia si proposero di partecipare a futuri colloqui sull’assetto della Jugoslavia, la Presidenza collettiva della Federazione venne reintegrata nella sua autorità, persa durante il conflitto, e tutte le parti in causa condannarono future ostilità reciproche.
La Slovenia, in particolare, con il memorandum di Brioni promise di ripristinare la situazione precedente al 25 giugno, giorno dell’indipendenza, per tre mesi, durante i quali si sarebbero decise le competenze dell’Armata Popolare sul territorio.
Nei giorni a seguire, il parlamento di Lubiana approvò il documento di Brioni, ma con molte riserve: infatti il presidente Kučan venne accusato in patria di aver gettato via il lavoro svolto nei dieci giorni del conflitto contro l’Armata Popolare, congelando l’indipendenza per tre mesi e non facendo espellere subito gli uomini e i mezzi dell’esercito federale dal territorio sloveno.
Ma il suo governo, con il fatto di essersi seduto ad un tavolo di trattative con la Comunità Europea, aveva già ricevuto un primo riconoscimento internazionale come soggetto autonomo. Inoltre, il 18 luglio, la Presidenza collettiva della Federazione si riunì a Belgrado e propose di ritirare completamente l’esercito dell’Armata Popolare dalla Slovenia nei successivi tre mesi.
Così di fatto, la Slovenia si ritrovò indipendente dalla Jugoslavia e dal centralismo dei socialisti di Belgrado, che ormai non consideravano più un problema l’indipendenza della piccola repubblica più europea che socialista.
Il ritiro iniziò ufficialmente il 29 luglio, e provocò una forte scosse tra i vertici militari: molti di loro videro andare in frantumi lo stato socialista che per decenni avevano servito e la decostruzione del sogno jugoslavo. I soldati serbi, per l’ennesima volta, avrebbero abbandonato la terra in cui vivevano per migrare verso un futuro incerto.
Alcuni scelsero di restare in Slovenia, subendo però la diffidenza del nuovo governo. Alcuni ufficiali sloveni abbandonarono la loro repubblica e si stabilirono a Belgrado: qui si ritrovarono ad essere uomini senza patria, senza onore, senza futuro e con una pensione da fame che il governo federale riconosceva loro come misero riconoscimento per il loro servizio svolto.
La “Guerra dei dieci giorni” costò la vita a 74 soldati e causò 280 feriti. La Difesa Territoriale fece 4782 prigionieri, catturò 31 carri armati, 4 elicotteri e 230 veicoli vari. Dei 25 000 soldati federali di stanza in Slovenia, quasi 8 000 disertarono o si arresero.
La perdita economica per la Slovenia fu di 3 miliardi di dollari. Nonostante questo buco di bilancio, il governo di Lubiana si preoccupò di rifocillare i soldati federali rimasti, fornirgli di biglietto ferroviario e rispedirli a casa loro.
Nei giorni del conflitto, alcuni autobus provenienti da Belgrado, pieni di madri di soldati, giunsero nelle caserme federali circondate dalla territoriale per poter visitare i propri figli e cercare anche di riportarli a casa. Quando arrivarono, trovarono un comitato di accoglienza di madri slovene che le accolse con fiori e generi di prima necessità.
La Comunità Europea si illuse, dopo la pace fredda di Brioni, che la bizzarra questione jugoslava, con alcune delle sue repubbliche riconosciutesi indipendenti in così breve tempo, si fosse chiuse. Ma si sbagliava: sarebbero trascorsi solo poche settimane prima che il conflitto si spostasse in Croazia e poi ancora in Bosnia. La guerra in Europa era davvero tornata.
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Jugoslavia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jugoslavia. Mostra tutti i post
giovedì 27 giugno 2024
lunedì 3 luglio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 luglio.
Il 3 luglio 2013 muore, all'età di 100 anni, Maria Pasquinelli.
Pola, 10 febbraio 1947, il brigadiere generale inglese Robert W. De Winton sta passando in rassegna i militari della guarnigione schierati davanti alla sede del comando: l’occasione è particolare, infatti è la giornata del passaggio dei poteri sulla città. Una piccola folla contrariata e preoccupata per l’imminente presa del potere da parte degli slavi titini presenzia all’evento, quando improvvisamente una donna staccatasi dal gruppo si avvicina al generale, estrae una pistola dalla borsetta e spara. Quattro colpi, tre di questi colpiscono a morte De Winton, il quarto ferisce un militare che probabilmente era intervenuto per prestare aiuto.
Subito dopo aver portato a termine il suo proposito la giovane donna si fa arrestare senza opporre resistenza, lasciando che fosse un biglietto - altre due lettere furono consegnate a uno sconosciuto che doveva spedirle: una per i Volontari Giuliani, l’altra per il Gruppo Esuli Istriani - a spiegare le ragioni del folle gesto:
« Seguendo l’esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibili come siamo all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt’oggi, solo perché rei d’italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, capitale dell’Istria martire, riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre-Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello con il proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli - ai Quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o - con la più fredda consapevolezza, che è correità - al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio ».
Maria Pasquinelli era nata nel 1913 a Firenze da madre bergamasca e padre jesino, e, sebbene all’epoca dei fatti fosse piuttosto giovane, aveva vissuto una vita molto intensa. Dopo essersi diplomata maestra elementare a diciassette anni, aveva intrapreso la carriera dell’insegnamento e contemporaneamente aveva conseguito la laurea in Pedagogia.
Fu iscritta al Partito Nazionale Fascista dal 1933 al 25 luglio 1943 (non aderì alla R.S.I.) e dal 1939 frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Allo scoppio della guerra, spinta dal desiderio di essere vicino ai nostri soldati, parte volontaria come crocerossina per il fronte dell’Africa settentrionale.
Nel 1941, a causa dell’andamento non favorevole del conflitto e della voglia di condividere le sofferenze dei combattenti, decide di tagliarsi i capelli e travestirsi da soldato per tentare di raggiungere la prima linea. Scoperta dopo 600 km fu rimpatriata e espulsa dalla Croce Rossa Italiana per indisciplina.
Su sua richiesta nel 1942 fu inviata come insegnante in Dalmazia, una zona molto calda soprattutto in questi anni in cui la comunità italiana deve subire le minacce jugoslave, sia dei rossi sia dei neri.
Dopo l’8 settembre ovviamente la situazione degenera, la lotta è un tutti contro tutti per diversi giorni. Ora i nemici erano diventati almeno tre: Titini, Ustascia e Tedeschi, con gli Alleati a guardare. Maria si impegnò nel documentare le violenze degli slavi, ma anche nel recupero delle salme dei militari uccisi e degli infoibati, e per questo fu prelevata dai partigiani di Tito.
La sua attività di denuncia fu ancor più forte dopo che si stabilì a Trieste, dove addirittura cercò di mettere in contatto la «Decima Mas» coi partigiani della «Franchi» (legati al Governo del Sud) e della «Osoppo» al solo scopo di mantenere intatti i confini italiani.
Proprio per il suo ruolo di collante tra opposte fazioni fu arrestata dai tedeschi e minacciata di deportazione, ma si salvò grazie all’intervento personale di Junio Valerio Borghese, il quale si era dimostrato molto interessato a raggiungere accordi per salvare l’italianità di quei territori. Questa intricata ragnatela di contatti è una delle cause che porterà alla tragedia di Porzus.
Nonostante la fine della guerra la situazione ai confini con la Jugloslavia non migliora, la politica si dimostra ancora una volta lontana dalla realtà e poco rispettosa della vita, le terre e le persone che vi abitano vengono usate come merce di scambio.
Ma torniamo al 10 febbraio 1947 e alle reazioni che destò quel fatto di sangue. Come sempre accade i fatti vennero interpretati in maniera molto diversa, mentre la stampa comunista parlò di «rigurgito fascista», l’Associated Press, per bocca dell’inviato Michael Goldsmith, preferì esprimersi in questo modo: «Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamente nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati».
Meno di due mesi dopo Maria viene processata dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Alla richiesta di spiegare il suo atto risponde in modo fermo e sincero, senza cercare scusanti. Sostiene con forza che la sua idea non era quella di colpire l’uomo ma ciò che rappresentava, e cioè colui che in quel momento e in quel posto simboleggiava i Quattro Grandi che stavano firmando il Trattato di Pace che mutilava l’Italia.
Leggendo gli atti del processo emerge la figura di una persona che, sebbene nutra rispetto per gli altri popoli e per coloro che li rappresentano (soprattutto se si tratta di uomini in divisa), si sente obbligata a fare un’azione cruenta, che essa stessa reputa non giusta, pur di porre in atto un estremo tentativo di protesta.
Di quel mattino tanto sconvolgente Maria non ricorda alcuni importanti particolari, come quello di aver sparato quattro colpi e di aver ferito un soldato accorso in aiuto del generale, ma ricorda di aver voluto compiere un gesto altamente significativo per dare voce a un popolo sofferente, impotente e tradito.
La difesa dell’avvocato Luigi Giannini (medaglia d'argento al valor militare) è un’appassionata esaltazione dell’italianità e del patriottismo, ma purtroppo fa presa solo sull’uditorio e non ha successo con la Corte. Il 10 aprile la sentenza: è una condanna a morte.
Maria reagisce con lo stesso coraggio che aveva contraddistinto la sua vita: «Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi; ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra».
Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto: «Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli».
Nel 1954 la pena capitale fu commutata in ergastolo, ma in totale Maria fece tre anni di carcere a Perugia, sei-sette mesi a Venezia e il resto dei diciassette anni, sette mesi e venti giorni a Santa Verdiana a Firenze.
Tornò libera del il 22 settembre del 1964.
Se ci fosse ancora bisogno di conferme sul carattere forte di questa donna, basti solamente ricordare ciò che rispondeva pochi anni fa a chi le chiedeva se avrebbe rifatto tutto: «A volte trovo qualcuno che mi chiede: se tornasse indietro? Io rispondo: se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quella».
Il 3 luglio 2013 muore, all'età di 100 anni, Maria Pasquinelli.
Pola, 10 febbraio 1947, il brigadiere generale inglese Robert W. De Winton sta passando in rassegna i militari della guarnigione schierati davanti alla sede del comando: l’occasione è particolare, infatti è la giornata del passaggio dei poteri sulla città. Una piccola folla contrariata e preoccupata per l’imminente presa del potere da parte degli slavi titini presenzia all’evento, quando improvvisamente una donna staccatasi dal gruppo si avvicina al generale, estrae una pistola dalla borsetta e spara. Quattro colpi, tre di questi colpiscono a morte De Winton, il quarto ferisce un militare che probabilmente era intervenuto per prestare aiuto.
Subito dopo aver portato a termine il suo proposito la giovane donna si fa arrestare senza opporre resistenza, lasciando che fosse un biglietto - altre due lettere furono consegnate a uno sconosciuto che doveva spedirle: una per i Volontari Giuliani, l’altra per il Gruppo Esuli Istriani - a spiegare le ragioni del folle gesto:
« Seguendo l’esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibili come siamo all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt’oggi, solo perché rei d’italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, capitale dell’Istria martire, riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre-Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello con il proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli - ai Quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o - con la più fredda consapevolezza, che è correità - al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio ».
Maria Pasquinelli era nata nel 1913 a Firenze da madre bergamasca e padre jesino, e, sebbene all’epoca dei fatti fosse piuttosto giovane, aveva vissuto una vita molto intensa. Dopo essersi diplomata maestra elementare a diciassette anni, aveva intrapreso la carriera dell’insegnamento e contemporaneamente aveva conseguito la laurea in Pedagogia.
Fu iscritta al Partito Nazionale Fascista dal 1933 al 25 luglio 1943 (non aderì alla R.S.I.) e dal 1939 frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Allo scoppio della guerra, spinta dal desiderio di essere vicino ai nostri soldati, parte volontaria come crocerossina per il fronte dell’Africa settentrionale.
Nel 1941, a causa dell’andamento non favorevole del conflitto e della voglia di condividere le sofferenze dei combattenti, decide di tagliarsi i capelli e travestirsi da soldato per tentare di raggiungere la prima linea. Scoperta dopo 600 km fu rimpatriata e espulsa dalla Croce Rossa Italiana per indisciplina.
Su sua richiesta nel 1942 fu inviata come insegnante in Dalmazia, una zona molto calda soprattutto in questi anni in cui la comunità italiana deve subire le minacce jugoslave, sia dei rossi sia dei neri.
Dopo l’8 settembre ovviamente la situazione degenera, la lotta è un tutti contro tutti per diversi giorni. Ora i nemici erano diventati almeno tre: Titini, Ustascia e Tedeschi, con gli Alleati a guardare. Maria si impegnò nel documentare le violenze degli slavi, ma anche nel recupero delle salme dei militari uccisi e degli infoibati, e per questo fu prelevata dai partigiani di Tito.
La sua attività di denuncia fu ancor più forte dopo che si stabilì a Trieste, dove addirittura cercò di mettere in contatto la «Decima Mas» coi partigiani della «Franchi» (legati al Governo del Sud) e della «Osoppo» al solo scopo di mantenere intatti i confini italiani.
Proprio per il suo ruolo di collante tra opposte fazioni fu arrestata dai tedeschi e minacciata di deportazione, ma si salvò grazie all’intervento personale di Junio Valerio Borghese, il quale si era dimostrato molto interessato a raggiungere accordi per salvare l’italianità di quei territori. Questa intricata ragnatela di contatti è una delle cause che porterà alla tragedia di Porzus.
Nonostante la fine della guerra la situazione ai confini con la Jugloslavia non migliora, la politica si dimostra ancora una volta lontana dalla realtà e poco rispettosa della vita, le terre e le persone che vi abitano vengono usate come merce di scambio.
Ma torniamo al 10 febbraio 1947 e alle reazioni che destò quel fatto di sangue. Come sempre accade i fatti vennero interpretati in maniera molto diversa, mentre la stampa comunista parlò di «rigurgito fascista», l’Associated Press, per bocca dell’inviato Michael Goldsmith, preferì esprimersi in questo modo: «Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamente nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati».
Meno di due mesi dopo Maria viene processata dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Alla richiesta di spiegare il suo atto risponde in modo fermo e sincero, senza cercare scusanti. Sostiene con forza che la sua idea non era quella di colpire l’uomo ma ciò che rappresentava, e cioè colui che in quel momento e in quel posto simboleggiava i Quattro Grandi che stavano firmando il Trattato di Pace che mutilava l’Italia.
Leggendo gli atti del processo emerge la figura di una persona che, sebbene nutra rispetto per gli altri popoli e per coloro che li rappresentano (soprattutto se si tratta di uomini in divisa), si sente obbligata a fare un’azione cruenta, che essa stessa reputa non giusta, pur di porre in atto un estremo tentativo di protesta.
Di quel mattino tanto sconvolgente Maria non ricorda alcuni importanti particolari, come quello di aver sparato quattro colpi e di aver ferito un soldato accorso in aiuto del generale, ma ricorda di aver voluto compiere un gesto altamente significativo per dare voce a un popolo sofferente, impotente e tradito.
La difesa dell’avvocato Luigi Giannini (medaglia d'argento al valor militare) è un’appassionata esaltazione dell’italianità e del patriottismo, ma purtroppo fa presa solo sull’uditorio e non ha successo con la Corte. Il 10 aprile la sentenza: è una condanna a morte.
Maria reagisce con lo stesso coraggio che aveva contraddistinto la sua vita: «Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi; ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra».
Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto: «Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli».
Nel 1954 la pena capitale fu commutata in ergastolo, ma in totale Maria fece tre anni di carcere a Perugia, sei-sette mesi a Venezia e il resto dei diciassette anni, sette mesi e venti giorni a Santa Verdiana a Firenze.
Tornò libera del il 22 settembre del 1964.
Se ci fosse ancora bisogno di conferme sul carattere forte di questa donna, basti solamente ricordare ciò che rispondeva pochi anni fa a chi le chiedeva se avrebbe rifatto tutto: «A volte trovo qualcuno che mi chiede: se tornasse indietro? Io rispondo: se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quella».
martedì 29 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1945 viene dichiarata la Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia (in seguito rinominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia).
La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fu lo stato principale dei Balcani dal 1943 al 1992, anno della sua dissoluzione.
Fondata nel 1943 sulle ceneri del Regno di Jugoslavia sotto il nome di Repubblica Democratica Jugoslava, nel 1945 cambiò il nome in Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia mentre nel 1963 assunse il suo nome definitivo.
La Jugoslavia confinava a nord-ovest con l'Italia e l'Austria, a nord con Ungheria e Romania, a est con la Bulgaria, a sud con l'Albania e la Grecia e ad ovest con il mar Adriatico.
Durante la Guerra fredda la Jugoslavia fu un importante membro dei paesi non allineati.
Nel 1945 il suo primo presidente fu Ivan Ribar mentre il Maresciallo Tito divenne Primo Ministro nel 1953. Tito venne eletto presidente, succedendo a Ribar, ed ottenne la carica vitalizia nel 1963.
Nel corso degli anni Settanta il modello jugoslavo di socialismo attraversò un periodo di crisi. La stagnazione economica ha fatto riemergere gli antichi conflitti nazionali che il federalismo e l'autogestione sembravano avere, se non risolto, certo affievolito. Aumentò la divaricazione tra le capacità produttive e il tenore di vita del nord e l'arretratezza e la miseria delle aree meridionali.
La crisi fu risolta da Tito accentuando la repressione e ampliando l'autonomia delle repubbliche. Accanto all'epurazione degli elementi critici e al rifiuto di incamminarsi sulla via della democrazia e del pluralismo, venne riformata la Costituzione con garanzie prevalentemente formali sulla collegialità del potere e la rotazione delle cariche tra i comunisti delle diverse repubbliche.
La morte di Tito nel 1980 coglie impreparata la dirigenza jugoslava. Negli ultimi anni il vecchio leader aveva favorito l'emergere di una classe dirigente più giovane, emarginando gli ultimi rappresentanti della propria generazione che si mostravano sempre più critici nei riguardi del suo potere personale. Questa nuova dirigenza non fu però capace di trovare una linea unitaria e di comprendere a fondo i guasti che si erano accumulati nella gestione economica. Il debito pubblico continuò a crescere. Nel marzo del 1981 si ebbe una prima esplosione del nazionalismo del Kosovo, dove la popolazione di origine albanese rivendicava maggiore autonomia e suscitava le proteste accompagnate dalle violenze dei serbi.
L'aggravarsi della crisi economica indusse i gruppi dirigenti delle repubbliche a lottare fra loro per difendere il livello di vita dei propri amministrati assicurando loro il massimo delle risorse disponibili. La burocrazia centrale, prevalentemente serba, come i vertici militari, non fece nulla per frenare il riacutizzarsi del già citato contrasto fra le zone settentrionali più agiate e quelle meridionali più povere. Pur appartenendo tutti alla Lega dei comunisti, i dirigenti delle singole repubbliche che cercano legittimazione e consenso accentuano la loro polemica in senso più decisamente nazionalistico. I rapporti tra serbi, sloveni e croati si deteriorano di anno in anno mentre le posizioni nazionalistiche ottengono maggiori consensi e iniziano a trovare forme stabili di organizzazione.
Nel 1990 la Lega dei comunisti si scioglie e al suo posto, spesso con le stesse personalità comuniste, sorgono partiti nazionalisti che puntano all'egemonia o alla secessione dell'Unione. Il 25 giugno del 1991 Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti, inutilmente contrastate dall'esercito federale, seguite una dopo l'altra da tutte le altre repubbliche federative.
L'origine della guerra civile fu la dichiarazione d'indipendenza con cui Croazia e Slovenia abbandonarono la Repubblica federativa jugoslava, mettendo in crisi l'assetto federale. Per contro i serbi, che furono al vertice dello stato, rivendicarono il diritto a essere gli unici rappresentanti del popolo jugoslavo, forti della loro presenza maggioritaria nelle forze armate. Il primo attacco fu sferrato contro la Slovenia e si risolse con il ritiro delle truppe in ottobre. In seguito il conflitto si estese alla Croazia, dove l'esercito ottenne l'appoggio della minoranza serba, e si concluse con un primo armistizio nel gennaio del 1992.
La situazione precipitò già il mese successivo con il voto per l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, invocata dai croati e musulmani. Allorché, il 6 aprile, anche la Comunità europea e gli USA riconobbero il nuovo stato bosniaco, la Repubblica cominciò l'assedio di Sarajevo. La guerra civile vide contrapposti croati, serbi e musulmani e ebbe come teatro soprattutto Croazia e Bosnia.
Né gli sforzi diplomatici dei paesi vicini, né l'invio di truppe dell'ONU riuscirono a mettere fine a una guerra caratterizzata da massacri e dalla creazione di veri e propri campi di concentramento per la popolazione civile. Questo drammatico decorso portò, il 22 aprile del 1994, all'intervento delle truppe NATO per proteggere le sei zone della Bosnia assegnate all'ONU. L'impotenza dell'ONU si manifestò nel luglio 1995 quando le truppe serbe occuparono queste zone.
Dopo una durissima parabola ascendente bellica si arrivò finalmente, grazie alla mediazione dello statunitense Richard Holbrooke, all'accordo di Dayton (21 novembre 1995) per la cessazione delle ostilità cui seguì un piano di pace che divise la Bosnia in due entità: la Federazione croato/musulmana che ricopriva il 51% del territorio, e la Repubblica serba di Bosnia, per il restante 49%.
Le ultime due repubbliche jugoslave, Serbia e Montenegro, formarono nel 1992 una nuova federazione denominata Repubblica Federale di Jugoslavia, la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro.
Nonostante le guerre civili nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, la Serbia rimase in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i Serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe.
Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di Liberazione Albanese (UÇK), riportati dai media occidentali, portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia (Operazione Allied Force), che durò per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica Federale di Jugoslavia.
Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni.
Nel 2003 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro. Tuttavia il Montenegro non cessò di battersi per la propria indipendenza, che ha raggiunto solo nell'Agosto 2006.
Il 29 novembre 1945 viene dichiarata la Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia (in seguito rinominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia).
La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fu lo stato principale dei Balcani dal 1943 al 1992, anno della sua dissoluzione.
Fondata nel 1943 sulle ceneri del Regno di Jugoslavia sotto il nome di Repubblica Democratica Jugoslava, nel 1945 cambiò il nome in Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia mentre nel 1963 assunse il suo nome definitivo.
La Jugoslavia confinava a nord-ovest con l'Italia e l'Austria, a nord con Ungheria e Romania, a est con la Bulgaria, a sud con l'Albania e la Grecia e ad ovest con il mar Adriatico.
Durante la Guerra fredda la Jugoslavia fu un importante membro dei paesi non allineati.
Nel 1945 il suo primo presidente fu Ivan Ribar mentre il Maresciallo Tito divenne Primo Ministro nel 1953. Tito venne eletto presidente, succedendo a Ribar, ed ottenne la carica vitalizia nel 1963.
Nel corso degli anni Settanta il modello jugoslavo di socialismo attraversò un periodo di crisi. La stagnazione economica ha fatto riemergere gli antichi conflitti nazionali che il federalismo e l'autogestione sembravano avere, se non risolto, certo affievolito. Aumentò la divaricazione tra le capacità produttive e il tenore di vita del nord e l'arretratezza e la miseria delle aree meridionali.
La crisi fu risolta da Tito accentuando la repressione e ampliando l'autonomia delle repubbliche. Accanto all'epurazione degli elementi critici e al rifiuto di incamminarsi sulla via della democrazia e del pluralismo, venne riformata la Costituzione con garanzie prevalentemente formali sulla collegialità del potere e la rotazione delle cariche tra i comunisti delle diverse repubbliche.
La morte di Tito nel 1980 coglie impreparata la dirigenza jugoslava. Negli ultimi anni il vecchio leader aveva favorito l'emergere di una classe dirigente più giovane, emarginando gli ultimi rappresentanti della propria generazione che si mostravano sempre più critici nei riguardi del suo potere personale. Questa nuova dirigenza non fu però capace di trovare una linea unitaria e di comprendere a fondo i guasti che si erano accumulati nella gestione economica. Il debito pubblico continuò a crescere. Nel marzo del 1981 si ebbe una prima esplosione del nazionalismo del Kosovo, dove la popolazione di origine albanese rivendicava maggiore autonomia e suscitava le proteste accompagnate dalle violenze dei serbi.
L'aggravarsi della crisi economica indusse i gruppi dirigenti delle repubbliche a lottare fra loro per difendere il livello di vita dei propri amministrati assicurando loro il massimo delle risorse disponibili. La burocrazia centrale, prevalentemente serba, come i vertici militari, non fece nulla per frenare il riacutizzarsi del già citato contrasto fra le zone settentrionali più agiate e quelle meridionali più povere. Pur appartenendo tutti alla Lega dei comunisti, i dirigenti delle singole repubbliche che cercano legittimazione e consenso accentuano la loro polemica in senso più decisamente nazionalistico. I rapporti tra serbi, sloveni e croati si deteriorano di anno in anno mentre le posizioni nazionalistiche ottengono maggiori consensi e iniziano a trovare forme stabili di organizzazione.
Nel 1990 la Lega dei comunisti si scioglie e al suo posto, spesso con le stesse personalità comuniste, sorgono partiti nazionalisti che puntano all'egemonia o alla secessione dell'Unione. Il 25 giugno del 1991 Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti, inutilmente contrastate dall'esercito federale, seguite una dopo l'altra da tutte le altre repubbliche federative.
L'origine della guerra civile fu la dichiarazione d'indipendenza con cui Croazia e Slovenia abbandonarono la Repubblica federativa jugoslava, mettendo in crisi l'assetto federale. Per contro i serbi, che furono al vertice dello stato, rivendicarono il diritto a essere gli unici rappresentanti del popolo jugoslavo, forti della loro presenza maggioritaria nelle forze armate. Il primo attacco fu sferrato contro la Slovenia e si risolse con il ritiro delle truppe in ottobre. In seguito il conflitto si estese alla Croazia, dove l'esercito ottenne l'appoggio della minoranza serba, e si concluse con un primo armistizio nel gennaio del 1992.
La situazione precipitò già il mese successivo con il voto per l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, invocata dai croati e musulmani. Allorché, il 6 aprile, anche la Comunità europea e gli USA riconobbero il nuovo stato bosniaco, la Repubblica cominciò l'assedio di Sarajevo. La guerra civile vide contrapposti croati, serbi e musulmani e ebbe come teatro soprattutto Croazia e Bosnia.
Né gli sforzi diplomatici dei paesi vicini, né l'invio di truppe dell'ONU riuscirono a mettere fine a una guerra caratterizzata da massacri e dalla creazione di veri e propri campi di concentramento per la popolazione civile. Questo drammatico decorso portò, il 22 aprile del 1994, all'intervento delle truppe NATO per proteggere le sei zone della Bosnia assegnate all'ONU. L'impotenza dell'ONU si manifestò nel luglio 1995 quando le truppe serbe occuparono queste zone.
Dopo una durissima parabola ascendente bellica si arrivò finalmente, grazie alla mediazione dello statunitense Richard Holbrooke, all'accordo di Dayton (21 novembre 1995) per la cessazione delle ostilità cui seguì un piano di pace che divise la Bosnia in due entità: la Federazione croato/musulmana che ricopriva il 51% del territorio, e la Repubblica serba di Bosnia, per il restante 49%.
Le ultime due repubbliche jugoslave, Serbia e Montenegro, formarono nel 1992 una nuova federazione denominata Repubblica Federale di Jugoslavia, la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro.
Nonostante le guerre civili nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, la Serbia rimase in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i Serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe.
Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di Liberazione Albanese (UÇK), riportati dai media occidentali, portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia (Operazione Allied Force), che durò per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica Federale di Jugoslavia.
Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni.
Nel 2003 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro. Tuttavia il Montenegro non cessò di battersi per la propria indipendenza, che ha raggiunto solo nell'Agosto 2006.
mercoledì 10 novembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 novembre.
Il 10 novembre 1975 a Osimo viene siglato il cosiddetto "trattato di Osimo" che regolava le diatribe sul passaggio di territorio tra Italia e Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale.
Il Trattato di Osimo sancisce la cessione della Zona B dell'ex Territorio libero di Trieste, ovvero dell'Istria nord-occidentale alla Jugoslavia, riconoscendo lo stato di fatto venutosi a realizzare dopo la fine della seconda guerra mondiale. Esso conclude la fase storica iniziata nel 1947 quando si decise la prima divisione dell'Istria con un trattato internazionale dopo l'occupazione della zona istriana, ancora nei confini dello Stato italiano, da parte dell'armata iugoslava nel 1945.
Nel trattato le questioni riguardanti la salvaguardia dell'identità della popolazione di lingua italiana in territorio jugoslavo (in gran parte diminuita dopo l'esodo della maggioranza degl'italiani) vengono demandate alla stesura di ulteriori protocolli d'intesa. Lo stesso vale anche per la popolazione di lingua e cultura slovena che vive in territorio italiano.
Per il suo contenuto venne avversato da parte delle popolazioni coinvolte, soprattutto dagli esuli italiani che hanno sempre sostenuto di essere stati abbandonati dall'Italia e che aspettano ancora in molti casi un equo indennizzo od una equa soluzione per i loro beni immobili, spesso nazionalizzati. Al momento attuale la Croazia restituisce beni immobili nazionalizzati a cittadini croati, austriaci e israeliani, escludendo quelli italiani.
Morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell'Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall'Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d'italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall'accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L'Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all'atto del riconoscimento: l'impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l'unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerà, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverà a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all'ingresso di Lubiana nell'Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l'Italia.
Nel 1996 si giunge ormai all'ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l'on. Piero Fassino il quale consegna alla Slovenia la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d'Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni confiscati agli Esuli, Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli. Promessa mai mantenuta.
Il 10 novembre 1975 a Osimo viene siglato il cosiddetto "trattato di Osimo" che regolava le diatribe sul passaggio di territorio tra Italia e Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale.
Il Trattato di Osimo sancisce la cessione della Zona B dell'ex Territorio libero di Trieste, ovvero dell'Istria nord-occidentale alla Jugoslavia, riconoscendo lo stato di fatto venutosi a realizzare dopo la fine della seconda guerra mondiale. Esso conclude la fase storica iniziata nel 1947 quando si decise la prima divisione dell'Istria con un trattato internazionale dopo l'occupazione della zona istriana, ancora nei confini dello Stato italiano, da parte dell'armata iugoslava nel 1945.
Nel trattato le questioni riguardanti la salvaguardia dell'identità della popolazione di lingua italiana in territorio jugoslavo (in gran parte diminuita dopo l'esodo della maggioranza degl'italiani) vengono demandate alla stesura di ulteriori protocolli d'intesa. Lo stesso vale anche per la popolazione di lingua e cultura slovena che vive in territorio italiano.
Per il suo contenuto venne avversato da parte delle popolazioni coinvolte, soprattutto dagli esuli italiani che hanno sempre sostenuto di essere stati abbandonati dall'Italia e che aspettano ancora in molti casi un equo indennizzo od una equa soluzione per i loro beni immobili, spesso nazionalizzati. Al momento attuale la Croazia restituisce beni immobili nazionalizzati a cittadini croati, austriaci e israeliani, escludendo quelli italiani.
Morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell'Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall'Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d'italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall'accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L'Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all'atto del riconoscimento: l'impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l'unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerà, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverà a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all'ingresso di Lubiana nell'Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l'Italia.
Nel 1996 si giunge ormai all'ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l'on. Piero Fassino il quale consegna alla Slovenia la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d'Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni confiscati agli Esuli, Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli. Promessa mai mantenuta.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(255)
-
▼
settembre
(11)
- 33 anni di Amico Rom
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
settembre
(11)



