Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
il 10 febbraio in Italia coincide con il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe.
Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua nell'altopiano del Carso, tra trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200 metri di profondità.
In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe.
Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”.
Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili parlano di 10-15.000 sfortunati.
Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.
Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno.
Un rituale tragico e barbarico (prevedeva anche il lancio finale, nella foiba, di un cane nero sgozzato) con il quale sono stati trucidate migliaia e migliaia di esseri umani: il tutto a guerra finita! Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le foibe – gli infoibati si è dovuti quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani.
Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. Una tragedia che ha segnato tante e tante famiglie triestine e che ha determinato un vero e proprio trauma psichico in tutta la città. Per anni si è vissuti in una sorta di incubo, nel quale incalzava, ossessiva, una domanda: e se tornano i Titini e riprende la tragedia delle Foibe?
Sarà solo dopo il 26 ottobre 1954, con il ritorno di Trieste all’Italia, che tale incubo inizierà a svanire.
La Foibe, se hanno costituito incubo per i Triestini, hanno parimenti rappresentato un raffinato ed efficace strumento di terrore per gli Istriani. Perché proprio la vicenda drammatica degli infoibamenti ha avuto un ruolo sicuramente determinante nel creare in Istria quell’atmosfera di paura, di terrore che ha convinto in trecento e cinquanta mila a lasciare case, paesi, cimiteri per sfuggire, in Italia, al regime liberticida ed assassino del comunismo jugoslavo. Perché tutti erano ben consapevoli che, a restare, bastava il fatto di non essere comunisti per rischiare di finire come gli infoibati.
Il Giorno del Ricordo è considerato una solennità civile, ai sensi dell'art. della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell'orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado. Sempre nella stessa legge, vengono istituiti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma.
Il Giorno del ricordo viene celebrato dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale al cospetto del Presidente della Repubblica. In contemporanea in molte città si tengono celebrazioni di commemorazione presso i monumenti e le piazze dedicate ai tragici avvenimenti.
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martedì 10 febbraio 2026
lunedì 3 luglio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 luglio.
Il 3 luglio 2013 muore, all'età di 100 anni, Maria Pasquinelli.
Pola, 10 febbraio 1947, il brigadiere generale inglese Robert W. De Winton sta passando in rassegna i militari della guarnigione schierati davanti alla sede del comando: l’occasione è particolare, infatti è la giornata del passaggio dei poteri sulla città. Una piccola folla contrariata e preoccupata per l’imminente presa del potere da parte degli slavi titini presenzia all’evento, quando improvvisamente una donna staccatasi dal gruppo si avvicina al generale, estrae una pistola dalla borsetta e spara. Quattro colpi, tre di questi colpiscono a morte De Winton, il quarto ferisce un militare che probabilmente era intervenuto per prestare aiuto.
Subito dopo aver portato a termine il suo proposito la giovane donna si fa arrestare senza opporre resistenza, lasciando che fosse un biglietto - altre due lettere furono consegnate a uno sconosciuto che doveva spedirle: una per i Volontari Giuliani, l’altra per il Gruppo Esuli Istriani - a spiegare le ragioni del folle gesto:
« Seguendo l’esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibili come siamo all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt’oggi, solo perché rei d’italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, capitale dell’Istria martire, riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre-Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello con il proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli - ai Quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o - con la più fredda consapevolezza, che è correità - al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio ».
Maria Pasquinelli era nata nel 1913 a Firenze da madre bergamasca e padre jesino, e, sebbene all’epoca dei fatti fosse piuttosto giovane, aveva vissuto una vita molto intensa. Dopo essersi diplomata maestra elementare a diciassette anni, aveva intrapreso la carriera dell’insegnamento e contemporaneamente aveva conseguito la laurea in Pedagogia.
Fu iscritta al Partito Nazionale Fascista dal 1933 al 25 luglio 1943 (non aderì alla R.S.I.) e dal 1939 frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Allo scoppio della guerra, spinta dal desiderio di essere vicino ai nostri soldati, parte volontaria come crocerossina per il fronte dell’Africa settentrionale.
Nel 1941, a causa dell’andamento non favorevole del conflitto e della voglia di condividere le sofferenze dei combattenti, decide di tagliarsi i capelli e travestirsi da soldato per tentare di raggiungere la prima linea. Scoperta dopo 600 km fu rimpatriata e espulsa dalla Croce Rossa Italiana per indisciplina.
Su sua richiesta nel 1942 fu inviata come insegnante in Dalmazia, una zona molto calda soprattutto in questi anni in cui la comunità italiana deve subire le minacce jugoslave, sia dei rossi sia dei neri.
Dopo l’8 settembre ovviamente la situazione degenera, la lotta è un tutti contro tutti per diversi giorni. Ora i nemici erano diventati almeno tre: Titini, Ustascia e Tedeschi, con gli Alleati a guardare. Maria si impegnò nel documentare le violenze degli slavi, ma anche nel recupero delle salme dei militari uccisi e degli infoibati, e per questo fu prelevata dai partigiani di Tito.
La sua attività di denuncia fu ancor più forte dopo che si stabilì a Trieste, dove addirittura cercò di mettere in contatto la «Decima Mas» coi partigiani della «Franchi» (legati al Governo del Sud) e della «Osoppo» al solo scopo di mantenere intatti i confini italiani.
Proprio per il suo ruolo di collante tra opposte fazioni fu arrestata dai tedeschi e minacciata di deportazione, ma si salvò grazie all’intervento personale di Junio Valerio Borghese, il quale si era dimostrato molto interessato a raggiungere accordi per salvare l’italianità di quei territori. Questa intricata ragnatela di contatti è una delle cause che porterà alla tragedia di Porzus.
Nonostante la fine della guerra la situazione ai confini con la Jugloslavia non migliora, la politica si dimostra ancora una volta lontana dalla realtà e poco rispettosa della vita, le terre e le persone che vi abitano vengono usate come merce di scambio.
Ma torniamo al 10 febbraio 1947 e alle reazioni che destò quel fatto di sangue. Come sempre accade i fatti vennero interpretati in maniera molto diversa, mentre la stampa comunista parlò di «rigurgito fascista», l’Associated Press, per bocca dell’inviato Michael Goldsmith, preferì esprimersi in questo modo: «Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamente nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati».
Meno di due mesi dopo Maria viene processata dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Alla richiesta di spiegare il suo atto risponde in modo fermo e sincero, senza cercare scusanti. Sostiene con forza che la sua idea non era quella di colpire l’uomo ma ciò che rappresentava, e cioè colui che in quel momento e in quel posto simboleggiava i Quattro Grandi che stavano firmando il Trattato di Pace che mutilava l’Italia.
Leggendo gli atti del processo emerge la figura di una persona che, sebbene nutra rispetto per gli altri popoli e per coloro che li rappresentano (soprattutto se si tratta di uomini in divisa), si sente obbligata a fare un’azione cruenta, che essa stessa reputa non giusta, pur di porre in atto un estremo tentativo di protesta.
Di quel mattino tanto sconvolgente Maria non ricorda alcuni importanti particolari, come quello di aver sparato quattro colpi e di aver ferito un soldato accorso in aiuto del generale, ma ricorda di aver voluto compiere un gesto altamente significativo per dare voce a un popolo sofferente, impotente e tradito.
La difesa dell’avvocato Luigi Giannini (medaglia d'argento al valor militare) è un’appassionata esaltazione dell’italianità e del patriottismo, ma purtroppo fa presa solo sull’uditorio e non ha successo con la Corte. Il 10 aprile la sentenza: è una condanna a morte.
Maria reagisce con lo stesso coraggio che aveva contraddistinto la sua vita: «Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi; ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra».
Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto: «Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli».
Nel 1954 la pena capitale fu commutata in ergastolo, ma in totale Maria fece tre anni di carcere a Perugia, sei-sette mesi a Venezia e il resto dei diciassette anni, sette mesi e venti giorni a Santa Verdiana a Firenze.
Tornò libera del il 22 settembre del 1964.
Se ci fosse ancora bisogno di conferme sul carattere forte di questa donna, basti solamente ricordare ciò che rispondeva pochi anni fa a chi le chiedeva se avrebbe rifatto tutto: «A volte trovo qualcuno che mi chiede: se tornasse indietro? Io rispondo: se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quella».
Il 3 luglio 2013 muore, all'età di 100 anni, Maria Pasquinelli.
Pola, 10 febbraio 1947, il brigadiere generale inglese Robert W. De Winton sta passando in rassegna i militari della guarnigione schierati davanti alla sede del comando: l’occasione è particolare, infatti è la giornata del passaggio dei poteri sulla città. Una piccola folla contrariata e preoccupata per l’imminente presa del potere da parte degli slavi titini presenzia all’evento, quando improvvisamente una donna staccatasi dal gruppo si avvicina al generale, estrae una pistola dalla borsetta e spara. Quattro colpi, tre di questi colpiscono a morte De Winton, il quarto ferisce un militare che probabilmente era intervenuto per prestare aiuto.
Subito dopo aver portato a termine il suo proposito la giovane donna si fa arrestare senza opporre resistenza, lasciando che fosse un biglietto - altre due lettere furono consegnate a uno sconosciuto che doveva spedirle: una per i Volontari Giuliani, l’altra per il Gruppo Esuli Istriani - a spiegare le ragioni del folle gesto:
« Seguendo l’esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibili come siamo all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt’oggi, solo perché rei d’italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, capitale dell’Istria martire, riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre-Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello con il proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli - ai Quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o - con la più fredda consapevolezza, che è correità - al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio ».
Maria Pasquinelli era nata nel 1913 a Firenze da madre bergamasca e padre jesino, e, sebbene all’epoca dei fatti fosse piuttosto giovane, aveva vissuto una vita molto intensa. Dopo essersi diplomata maestra elementare a diciassette anni, aveva intrapreso la carriera dell’insegnamento e contemporaneamente aveva conseguito la laurea in Pedagogia.
Fu iscritta al Partito Nazionale Fascista dal 1933 al 25 luglio 1943 (non aderì alla R.S.I.) e dal 1939 frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Allo scoppio della guerra, spinta dal desiderio di essere vicino ai nostri soldati, parte volontaria come crocerossina per il fronte dell’Africa settentrionale.
Nel 1941, a causa dell’andamento non favorevole del conflitto e della voglia di condividere le sofferenze dei combattenti, decide di tagliarsi i capelli e travestirsi da soldato per tentare di raggiungere la prima linea. Scoperta dopo 600 km fu rimpatriata e espulsa dalla Croce Rossa Italiana per indisciplina.
Su sua richiesta nel 1942 fu inviata come insegnante in Dalmazia, una zona molto calda soprattutto in questi anni in cui la comunità italiana deve subire le minacce jugoslave, sia dei rossi sia dei neri.
Dopo l’8 settembre ovviamente la situazione degenera, la lotta è un tutti contro tutti per diversi giorni. Ora i nemici erano diventati almeno tre: Titini, Ustascia e Tedeschi, con gli Alleati a guardare. Maria si impegnò nel documentare le violenze degli slavi, ma anche nel recupero delle salme dei militari uccisi e degli infoibati, e per questo fu prelevata dai partigiani di Tito.
La sua attività di denuncia fu ancor più forte dopo che si stabilì a Trieste, dove addirittura cercò di mettere in contatto la «Decima Mas» coi partigiani della «Franchi» (legati al Governo del Sud) e della «Osoppo» al solo scopo di mantenere intatti i confini italiani.
Proprio per il suo ruolo di collante tra opposte fazioni fu arrestata dai tedeschi e minacciata di deportazione, ma si salvò grazie all’intervento personale di Junio Valerio Borghese, il quale si era dimostrato molto interessato a raggiungere accordi per salvare l’italianità di quei territori. Questa intricata ragnatela di contatti è una delle cause che porterà alla tragedia di Porzus.
Nonostante la fine della guerra la situazione ai confini con la Jugloslavia non migliora, la politica si dimostra ancora una volta lontana dalla realtà e poco rispettosa della vita, le terre e le persone che vi abitano vengono usate come merce di scambio.
Ma torniamo al 10 febbraio 1947 e alle reazioni che destò quel fatto di sangue. Come sempre accade i fatti vennero interpretati in maniera molto diversa, mentre la stampa comunista parlò di «rigurgito fascista», l’Associated Press, per bocca dell’inviato Michael Goldsmith, preferì esprimersi in questo modo: «Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamente nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati».
Meno di due mesi dopo Maria viene processata dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Alla richiesta di spiegare il suo atto risponde in modo fermo e sincero, senza cercare scusanti. Sostiene con forza che la sua idea non era quella di colpire l’uomo ma ciò che rappresentava, e cioè colui che in quel momento e in quel posto simboleggiava i Quattro Grandi che stavano firmando il Trattato di Pace che mutilava l’Italia.
Leggendo gli atti del processo emerge la figura di una persona che, sebbene nutra rispetto per gli altri popoli e per coloro che li rappresentano (soprattutto se si tratta di uomini in divisa), si sente obbligata a fare un’azione cruenta, che essa stessa reputa non giusta, pur di porre in atto un estremo tentativo di protesta.
Di quel mattino tanto sconvolgente Maria non ricorda alcuni importanti particolari, come quello di aver sparato quattro colpi e di aver ferito un soldato accorso in aiuto del generale, ma ricorda di aver voluto compiere un gesto altamente significativo per dare voce a un popolo sofferente, impotente e tradito.
La difesa dell’avvocato Luigi Giannini (medaglia d'argento al valor militare) è un’appassionata esaltazione dell’italianità e del patriottismo, ma purtroppo fa presa solo sull’uditorio e non ha successo con la Corte. Il 10 aprile la sentenza: è una condanna a morte.
Maria reagisce con lo stesso coraggio che aveva contraddistinto la sua vita: «Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi; ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra».
Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto: «Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli».
Nel 1954 la pena capitale fu commutata in ergastolo, ma in totale Maria fece tre anni di carcere a Perugia, sei-sette mesi a Venezia e il resto dei diciassette anni, sette mesi e venti giorni a Santa Verdiana a Firenze.
Tornò libera del il 22 settembre del 1964.
Se ci fosse ancora bisogno di conferme sul carattere forte di questa donna, basti solamente ricordare ciò che rispondeva pochi anni fa a chi le chiedeva se avrebbe rifatto tutto: «A volte trovo qualcuno che mi chiede: se tornasse indietro? Io rispondo: se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quella».
domenica 10 febbraio 2013
Giorno del #Ricordo: per riflettere
| Wikimedia |
Se il 27 gennaio l’ONU celebra il Giorno della Memoria, il 10 febbraio la Repubblica Italiana onora il Giorno del ricordo. Cosa ne deduco? Che per gli italiani che notano e seguono queste ricorrenze possono essere due settimane di riflessione. Su cosa? Sulle pulizie etniche di metà secolo scorso? Sulle vittime della Seconda Guerra Mondiale? Sugli orrori cui è capace l’uomo contro se stesso sotto i regimi totalitari? Non soltanto.
Da molto tempo, negli ultimi anni con l’Accademia dei Sensi, invito a riflettere non solo sull’Olocausto ma su tutti i genocidi della storia, perché se lo sterminio degli Ebrei è caratterizzato contemporaneamente e in forma estrema da tutti gli elementi che qualificano il genocidio, tuttavia esso non resta il più grave per dimensioni ed effetti. Basti, solo a titolo esemplificativo, quello a danno dei nativi americani, che avrebbe riguardato circa 70 milioni di individui per diversi secoli e che ha cancellato civiltà e culture proprie in particolare del Nordamerica.
Da molto tempo, negli ultimi anni con l’Accademia dei Sensi, invito a riflettere non solo sull’Olocausto ma su tutti i genocidi della storia, perché se lo sterminio degli Ebrei è caratterizzato contemporaneamente e in forma estrema da tutti gli elementi che qualificano il genocidio, tuttavia esso non resta il più grave per dimensioni ed effetti. Basti, solo a titolo esemplificativo, quello a danno dei nativi americani, che avrebbe riguardato circa 70 milioni di individui per diversi secoli e che ha cancellato civiltà e culture proprie in particolare del Nordamerica.
La Seconda Guerra Mondiale, almeno a mio parere, al momento, rappresenta un picco assoluto
storico di conflitto tra i popoli di tutto il mondo che trova le proprie radici
nel colonialismo del secolo precedente, è l’effetto dell’evoluzione dei
nazionalismi e dell’economia moderna ed ha una importantissima premessa nella Grande Guerra.
Insomma: per quanto grave e trascorsa, essa è fase di un’epoca storica che
persiste.
Il totalitarismo è una forma
politica da cui ci siamo liberati da quasi settant’anni ma, almeno a mio
parere, cui siamo tutt’altro che immuni. In conseguenza, non saremmo neanche in
grado di scongiurare gli effetti più gravi che abbiamo già conosciuto.
Ma altro è quello che vorrei dire.
Anzitutto mi piace sottolineare la peculiarità
della successione temporale delle due commemorazioni: dalla più grave e universale
alla più particolare e domestica: essa traccia un itinerario mentale che
inesorabilmente arriva nella casa dei nostri nonni (quella del mio era al Pagliarone)
e la cui direzione attraversa l’animo di ciascuno di noi.
Se due settimane fa nel mio piccolo ho trovato
una sommaria convergenza di opinioni circa il ricordo della Shoah, oggi mi sono soffermato sui
differenti sentimenti che persistono circa la memoria delle Foibe.
«
Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza
fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto
politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare
soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità
personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo
stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori
reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime
comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo.
L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si
stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato
l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani. »
(Relazione
della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene
1880-1956, "Periodo 1941-1945", Paragrafo 11, Capodistria, 2000)
La ricerca su cui fondo questa riflessione è tratta
da Wikipedia e il lemma circa l massacri delle foibe
è ritenuta da controllare e non neutrale: già in questo si capisce come la
materia sia ancora lontana dalla storia e la recensione dei riferimenti
bibliografici, dai contenuti tra loro spesso controversi, insinua un clima di
dibattito acceso piuttosto che una condizione di lettura storica.
« ... va ricordato l'imperdonabile
orrore contro l'umanità costituito dalle foibe (...) e va ricordata (...) la
"congiura del silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più
amara e demoralizzante dell'oblio".
Anche di quella non dobbiamo
tacere, assumendoci la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare, la
verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa
per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. »
(Discorso del Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno
del ricordo". Roma, 10 febbraio 2007)
Il Presidente disse parole chiare in proposito:
in esse sono contenuti comprensione, moniti e motivi di riflessione per tutti:
protagonisti, vittime, responsabili, posteri. Trovo questo il discorso più
appropriato e auspicabile da un Capo dello Stato, che in qualche modo rompe la
linea del partito cui ha appartenuto ma anche ammonisce quanti hanno spinto la
denuncia per cercare di diminuire le responsabilità proprie e di coloro cui si
ispirano nell’orientamento ideologico.
«...l'eco delle stragi del 1943 e
del 1945 fu assai forte presso l'opinione pubblica italiana: da ciò
un'immediata esigenza di spiegare l'accaduto, che non poteva non inserirsi nel
clima di violente contrapposizioni nazionali e politiche del momento. Così,
quasi subito, presero corpo due opposte versioni dei fatti e due letture
antagoniste del loro significato, l'una italiana e l'altra jugoslava. Il
perdurare delle tensioni italo-jugoslave fino alla seconda metà degli anni
cinquanta (la "questione di Trieste" venne risolta nel 1954 e l'esodo
degli italiani dall'Istria si concluse non prima del 1956) fece sì che tali
interpretazioni "militanti", finalizzate cioè a mettere polemicamente
in crisi l'avversario, si consolidassero presso le forze politiche e la
pubblica opinione. A tutt'oggi, nonostante esse abbiano dimostrato tutta la
loro fragilità sul piano scientifico, continuano a essere largamente diffuse,
non solo perché ben radicate nella memoria locale, ma anche perché si prestano
a un uso politico che non è mai venuto meno, mentre le semplificazioni, spesso
assai grevi, di cui sono intessute, ne favoriscono l'utilizzo da parte dei
mezzi di comunicazione.»
(Pupo, Spazzali, Foibe, Bruno
Mondadori, 2003)
Scorrendo le opinioni in merito nel tempo, scrutando
tra le citazioni dei saggi scritti sull’argomento, resto perplesso su aspetti
quale la guerra dei numeri e la qualità delle vittime, così come lo sono quando
si parla dei fatti successivi all’armistizio che mise fine alla Seconda Guerra Mondiale. Ciò che
osservo è che dopo due generazioni da quell’epoca, nel corso di quella che
correntemente viene arbitrariamente chiamata Seconda Repubblica, la suggestione
che determinò la Prima è ancora insinuata nello stomaco, più che nella mente,
del popolo, alimentandone fobie che non gli appartengono più per distogliere l’attenzione
ai temi concreti del quotidiano contemporaneo.
Le sfide attuali in campo economico,
demografico, culturale hanno una dimensione internazionale ed è impensabile
seguitare a rivendicarne il valore sotto il profilo nazionalistico. L’unica via
di sviluppo possibile, a mio parere, è nella dimensione europea. La memoria degli
stermini del secolo scorso non serve a decidere quanto siano stati colpevoli
coloro che li hanno perpetrati, non serve a ricordare quanti morti hanno
insanguinato le bandiere, non è possibile distinguere tra caduti militari e
vittime civili, è inaccettabile discriminare gli uccisi tra persecutori e perseguitati:
i morti in guerra sono comunque morti e significano cessazione della civiltà,
non la sua rinascita.
Questi giorni servono per riflettere su
circostanze e cause dei conflitti, per capire come essi non scaturiscano da un
bisogno del popolo ma dall’ambizione dei potenti, di come questi evolvano nel
loro dominio, fino ad arrivare ad avvilire il proprio popolo, per cercare una
via alternativa, pacifica, umana. Per fermarci, liberi dall'odio, e pregare.
© 2013 Accademia dei Sensi - Licenza CC BY-NC-ND 3.0
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