Buongiorno, oggi è il 2 agosto.
Il 2 agosto 216 a.C. ebbe luogo la battaglia di Canne, la più grande battaglia della seconda guerra punica, considerata tuttora un capolavoro dell’arte militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari.
Gran parte degli storici identifica il luogo della battaglia vicino a Canne nei pressi del fiume Ofanto, poco distante dalla città di Barletta, in Puglia.
Alcuni esperti, in conformità a recenti studi basati sull’esame dei documenti storici sulla battaglia di Canne e dei rilevamenti archeologici, hanno dimostrato che il luogo della battaglia sia da identificarsi non a Canne bensì più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore in località Ischia Rotonda vicino a Carlantino al confine tra Puglia e Molise (dalla parte pugliese), non molto distante da Campobasso.
Altri storici localizzano il luogo della battaglia di Canne nella valle del Celone presso Castelluccio Valmaggiore, un po’ più a sud.
Dopo aver completato l'unificazione dell’Italia peninsulare, i Romani si dovettero confrontare con Cartagine, superiore a loro per ricchezze, organizzazione militare ed esperienza politica. Era in gioco il predominio nel Mediterraneo: Roma poteva trasformarsi in una repubblica imperiale padrona del Mediterraneo occidentale o sparire di scena senza quasi lasciare traccia.
La vittoria della prima guerra punica aveva evitato il pericolo di una caduta e rafforzato la Repubblica oltre ogni previsione del Senato e del popolo romano. La Sicilia era diventata la prima provincia romana e il crollo dell'egemonia cartaginese aveva fatto di Roma la maggiore potenza del mondo antico.
Cartagine, però, non si rassegnava alla sconfitta e per porre rimedio alle perdite subite si volse alla Spagna dove, sulle coste meridionali, i Fenici avevano da secoli le loro più ricche colonie. Aiutata dalla famiglia dei Barcidi, estese la sua egemonia all'interno della penisola iberica fino alla linea del fiume Ebro approfittando del fatto che Roma fosse impegnata su altri fronti. Preoccupata dei successi cartaginesi in Spagna la colonia greca di Marsiglia, nel 225 a.C. convinse i suoi alleati romani a inviare ambasciatori ad Asdrubale. Ne seguì un trattato il cosiddetto “trattato dell’Ebro” per stabilire le rispettive sfere d’influenza nella penisola iberica, secondo il quale Cartagine non avrebbe esteso la sua espansione sul territorio spagnolo oltre il limite segnato dal fiume Ebro e Roma avrebbe mantenuto il controllo del territorio spagnolo nord-orientale, a difesa delle colonie dei Marsigliesi. Roma, però, nello stesso tempo aveva stretto alleanza con Sagunto, città iberica posta a sud dell’Ebro e quindi nella sfera di egemonia cartaginese, e questa sarà la causa scatenante della seconda guerra punica.
Infatti, nel 221 a.C., il comando delle milizie puniche in Spagna passò ad Annibale, contrario agli accordi con Roma. Era convinto, a ragione, che se Cartagine voleva continuare a esistere doveva riprendere il dominio del mare occidentale, e quindi eliminare Roma trascinandola in guerra. Annibale attuò pertanto una decisa politica di aggressione e nel 220 a.C. mise sotto assedio la città di Sagunto che, pur situata a sud dell’Ebro e quindi in una zona d’influenza cartaginese, era anche alleata dei romani. Quando Sagunto cadde e Roma ne pretese I'immediata restituzione, il secco rifiuto cartaginese costrinse Roma a dichiarare guerra alla rivale: nel marzo del 218 a.C. Romani e Punici scendevano in armi per la seconda volta.
Anticipando i Romani che si preparavano a un’offensiva in Africa e in Spagna, Annibale con un imponente esercito di 26 mila uomini, rafforzato dalle eccellenti truppe spagnole ben allenate alla disciplina militare dalle dure campagne condotte nella penisola iberica e da più di trenta elefanti da guerra, passò l'Ebro, superò i Pirenei e si diresse verso le Alpi. Eludendo gli eserciti romani che cercarono di intercettarlo a Marsiglia, varcò le Alpi in appena quindici giorni, probabilmente attraverso il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il passo Clapier, con una marcia massacrante in cui andarono perduti uomini e animali, ma riscuotendo l’immediato sostegno dei Boi e degli Insubri. Nell'autunno del 218 a.C. si presentava nella pianura padana portando la guerra nei territori romani di più recente acquisizione.
Dopo l'inverno del 217 a.C. passato nell'Italia settentrionale, I'esercito cartaginese ruppe le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del console Gaio Flaminio. Annibale attaccò di sorpresa le truppe del console e le annientò la mattina del 22 giugno, lo stesso Flaminio fu tra le vittime, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo.
L'esercito cartaginese, ora, minacciava direttamente Roma. Vedendosi in pericolo il Senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo che evitò ogni scontro decisivo con i Cartaginesi, preferendo una tattica di contenimento e di logoramento e quindi accontentandosi di infastidire il nemico e di rendergli impossibile l'approvvigionamento.
Nel 216 a.C., scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli. Furono eletti Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. I due nuovi consoli, per non lasciare ancora a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell'esercito cartaginese, decisero di attaccare Annibale in Apulia, dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne. La sconfitta che i Romani subirono a Canne fu tremenda, la più grave che la storia della Repubblica registri.
La battaglia di Canne si aprì con una serie di schermaglie della cavalleria: sulla sinistra romana, i cavalieri italici non riuscirono ad agganciare gli elusivi Numidi, mentre sulla destra fu la cavalleria celtica e iberica a caricare.
La cavalleria pesante di Annibale a Canne compì un'azione non comune nella storia militare: fece ben tre cariche nell’arco della battaglia, dimostrando di essere non solo sotto controllo, ma eccezionalmente misurata nello sforzo. Innanzitutto sulla sua ala caricò la cavalleria romana che, stretta com'era tra il fiume e la fanteria che stava avanzando, cedette dandosi alla fuga.
Invece di mettersi all'inseguimento dei fuggitivi, si raccolse e, muovendo sul retro della fanteria romana che stava attaccando il centro avanzato dello schieramento cartaginese, con una seconda carica piombò addosso agli Italici ancora impegnati contro i Numidi. Nel frattempo il centro punico aveva già cominciato a indietreggiare lentamente, incalzato dalle pesanti colonne romane, sempre più compresse al centro a causa del progressivo convergere dei legionari all’istintiva ricerca di un contatto con il nemico.
Con il ripiegare lento e continuo di galli e iberici, lo schieramento mantenne la forma ad arco ma passò dall’arco convesso iniziale ad un arco concavo. Era quello che Annibale attendeva e sperava. La fanteria romana si era spinta troppo avanti e, senza la protezione della cavalleria ormai in fuga, si trovò ai lati i veterani africani che chiusero la morsa, con perfetto sincronismo. Operarono un cambio di fronte e caricarono con forza portando scompiglio nelle serrate formazioni romane. La trappola di Canne è chiusa. La cavalleria pesante cartaginese, che aveva avuto la meglio sui cavalieri italici, assesta il colpo mortale ai romani caricandoli alle spalle. I Numidi, intanto, si gettavano ali'inseguimento dei nemici in fuga. La fanteria romana era ormai circondata, costretta a combattere in spazi sempre più ridotti, comincia allora il massacro. Ogni elemento dell'esercito ha fornito un contributo essenziale ed irrinunciabile alla riuscita dell'impresa di Annibale a Canne.
Nonostante la superiorità numerica, a Canne le legioni romane furono letteralmente fatte a pezzi.
La battaglia di Canne fu la peggiore disfatta della storia di Roma, cadde il console Emilio Paolo; cadde il console dell'anno precedente, Gneo Servilio; cadde l’ex maestro dei cavalieri Minucio Rufo; e con essi, tra la folla dei morti anonimi, perirono entrambi i questori, ventinove tribuni militari, cioè quasi tutta l'ufficialità legionaria, ottanta senatori e un numero imprecisato di cavalieri. La grande armata romana, inviata a Canne per distruggere l'esercito di Annibale, è stata annientata: anche ad accettare non le cifre, spaventose e forse eccessive di Polibio, che parla di ben 70.000 morti, ma quelle più contenute di Tito Livio, Roma lascia sul campo della battaglia di Canne 47.500 fanti e 2.700 cavalieri, mentre 19.000 sono i prigionieri. Solo a 15.000 dei suoi uomini è possibile fuggire, tra cui il console Terenzio Varrone, responsabile del disastroso piano di battaglia.
Annibale a Canne perse 6.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e 200 cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia.
Roma assorbì il colpo della terribile sconfitta a Canne con insospettata energia. La sua immutata supremazia sul mare impediva che da Cartagine e dalla Spagna affluissero all'esercito di Annibale rifornimenti e truppe fresche, il conflitto, dopo Canne, si trasformò in una guerra di esaurimento.
Naturalmente la schiacciante vittoria cartaginese a Canne favorì alcune defezioni: Capua aprì le porte ad Annibale, Bruzi e Lucani abbandonarono Roma, come Siracusa. L’Italia centrale però restò fedele alla Repubblica e il ritorno alla strategia attendista di Fabio Massimo permise a Roma di riguadagnare gradualmente le posizioni perdute nel sud Italia.
Mentre Annibale si trovò in difficoltà, non riuscendo ad ottenere nuovi alleati e rinforzi per il suo esercito, Roma, con enorme sforzo, dopo la disfatta di Canne, riuscì a ricostruire il suo esercito fino ad avere ben 25 legioni.
Nel 214 a.C. Siracusa passò ad Annibale e contemporaneamente il re Filippo V di Macedonia si alleò con i cartaginesi contro Roma, ma nel 211 a.C. il console Claudio Marcello riconquistò Siracusa e l’intervento di Filippo V fu neutralizzato sul piano diplomatico.
Nel 210 a.C. il giovane generale Publio Cornelio Scipione, figlio del console che nel 218 a.C. era stato battuto sul Ticino, passò al contrattacco in Spagna, tra il 209 a.C. e il 208 a.C. batté ripetutamente ben tre eserciti cartaginesi.
Nel 207 a.C. Asdrubale, battuto da Scipione, riuscì ad attraversare le Alpi e a presentarsi nella pianura padana, con l’intenzione di unirsi al fratello Annibale. Ma i consoli in carica Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, riuscirono nella valle del Metauro a sbaragliarlo. Annibale non poteva più contare sui rinforzi dalla Spagna e disperando di ottenere soccorsi dalla madrepatria, si vide costretto a ritirarsi nel Bruzio.
Roma comprese che, se voleva costringere Annibale ad abbandonare l'Italia, doveva spostare la guerra in Africa. Così nel 204 a.C. Scipione, riprendendo il progetto fallito cinquant’anni prima ad Attilio Regolo, minacciò Cartagine direttamente in Africa. Guadagnatosi l'alleanza del principe Massinissa di Numidia, per tutto l'anno 203 a.C. vinse ripetutamente gli improvvisati eserciti cartaginesi. La città fenicia, subiti i primi scacchi, richiamò Annibale in patria.
Finalmente il 29 ottobre del 202 a.C. Annibale e Scipione si affrontarono a Zama che, diversamente da Canne, segnò la definitiva sconfitta di Cartagine.
Il trattato di pace imposto da Roma era durissimo, anche se non tale da annientare del tutto Cartagine: le clausole fondamentali prevedevano la consegna di tutta la flotta, tranne dieci navi e il pagamento di una fortissima indennità; Cartagine inoltre doveva rinunciare a tutti i suoi possedimenti al di fuori dell’Africa e riconoscere ai suoi confini un potente regno di Numidia governato da Massinissa, una sorta di gendarme di Roma in Africa; ai Cartaginesi inoltre non era concesso dichiarare guerra senza il permesso di Roma.
Da quel momento Roma poteva guardare al di fuori d'Italia non più come una delle potenze del Mediterraneo, ma come la potenza egemone del mare interno. Di lì a poco altre sfide, con gli eredi ellenistici del grande Alessandro aspettavano la Repubblica: la via dell'Impero era segnata.
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lunedì 2 agosto 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
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domenica 18 ottobre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 202 a.C. si svolse, nei pressi di Zama, la battaglia che di fatto pose fine alla seconda guerra punica, tra Publio Cornelio Scipione ed Annibale.
Scipione poteva contare per la fanteria su 23.000 uomini tra Romani e Italici più 6.000 Numidi. La cavalleria poteva contare 2.400 tra Romani e Italici, 4.000 Numidi e 600 Berberi. Non era in superiorità numerica ma disponeva di una cavalleria superiore, i cavalieri numidi di Massinissa, che erano stati spesso decisivi a sostegno di Annibale in Italia, e un reparto di 300 cavalieri romani, particolarmente addestrati e molto ben equipaggiati, che Scipione aveva addestrato in Sicilia.
Annibale poteva contare sui 15.000 veterani d'Italia, molti dei quali Italici o Spagnoli, 15.000 fanti Libi e Cartaginesi, recentemente levati dal senato cartaginese e di dubbia utilità sul campo, 12.000 mercenari tra Liguri, Celti, Balearici e Mauritani più 4.000 Macedoni. La cavalleria contava 2.000 cartaginesi e 2.000 numidi. A questi si aggiungevano 80 elefanti africani delle foreste, più piccoli di quelli delle savane, ma comunque pericolosi.
I due eserciti si schierarono in una vasta piana priva d’impedimenti, luogo ideale per lo svolgimento di una grande battaglia campale.
Annibale schierò il suo esercito su tre linee, tenendo in considerazione la qualità delle sue truppe. Davanti all'esercito erano schierati gli elefanti da guerra nella speranza di mettere in disordine le prime linee della fanteria romana. In prima linea i vari nuclei di mercenari o alleati italici, galli e liguri, molti di questi erano sempre stati travolti dai legionari e avevano seguito a malincuore il condottiero cartaginese, ormai stanchi della guerra. A questi Annibale sapeva che poteva chiedere soltanto un impeto iniziale che si sommasse a quello degli elefanti, non certo una resistenza ad oltranza. La seconda fila, a poca distanza dalla prima, era formata dalle reclute africane, cioè da quei contingenti frettolosamente arruolati da Cartagine per fronteggiare l’invasione romana. Anche da questi non ci si poteva attendere molto, privi di esperienza e addestramento adeguati, erano in grado di affrontare i romani solo dopo l’intervento di elefanti e mercenari. In terza fila, distante oltre uno stadio dalle prime due (circa 178 metri), Annibale aveva tenuto i suoi veterani d'Italia pronti a intervenire anche con manovre tattiche più complesse e magari sferrare il colpo decisivo. Sulle ali la cavalleria, su cui Annibale non faceva molto affidamento se non quello di riuscire a neutralizzare e bloccare la cavalleria romana, superiore in numero e addestramento. Quindi uno schieramento differenziato tra le truppe opportunamente studiato, elefanti e mercenari costituiranno la prime due ondate in successione, le reclute africane costituiranno un sostegno e un rincalzo, in riserva i veterani per scontrarsi contro le forze romane ormai logore.
Anche Scipione aveva schierato le sue forze su tre linee, come di consueto. Ma, invece di alternare i manipoli nella solita formazione a scacchiera, dispose i manipoli in colonna per creare delle "corsie" di scorrimento in cui far incanalare il prevedibile attacco degli elefanti. Perciò in prima linea pose i manipoli degli hastati, coi velites che mascheravano gli intervalli delle "corsie" e a fare da esca: sarebbero stati loro ad assorbire il primo impatto con gli elefanti, avevano l’ordine di spostarsi quando gli elefanti fossero arrivati quasi a contatto con la fanteria lasciando così aperti i varchi e consentendo ai pachidermi di infilarsi nelle “corsie” per essere bersagliati anche ai fianchi. In seconda linea erano piazzati i manipoli dei principes, mentre quelli dei triarii, secondo la tradizione, erano di riserva in terza linea. La cavalleria romana di Caio Lelio era sulla sinistra mentre sulla destra stava la cavalleria numidica di Massinissa. Inoltre, tra le prime file dispose parecchi uomini con strumenti a percussione e trombe che avevano il compito di far rumore per spaventare gli elefanti.
La battaglia, come aveva previsto Scipione, fu aperta dalla carica degli elefanti da guerra cartaginesi.
I pachidermi però, sconvolti dal fitto lancio di giavellotti dei velites e spaventati dai suoni provenienti dalle fila romane, furono in parte ricacciati indietro e, scivolando sui fianchi delle fanterie cartaginesi, andarono a disordinare le ali di cavalleria. Vedendo la difficoltà delle ali di cavalleria cartaginesi, Caio Lelio e Massinissa ne approfittano attaccandole e, dopo una breve mischia, entrambi i contingenti della cavalleria di Annibale furono messi in fuga inseguiti da vicino dai cavalieri nemici. Gli altri elefanti ebbero più successo ma furono incanalati negli spazi lasciati dai manipoli, dove passarono senza procurare grossi danni per hastati, principes e triarii, solo i velites pagarono un prezzo pesante, messo comunque in conto da Scipione che ha ottenuto quello che voleva: la sua linea è rimasta ordinata, gli hastati sono integri e i principes non sono stati coinvolti.
A questo punto le fanterie avanzarono e vennero a contatto, tranne i veterani cartaginesi che mantennero la posizione.
Lo scontro fu molto violento e ne nacque una mischia confusa con grandi varchi che si aprivano nella formazione dei mercenari laddove alcuni si diedero alla fuga, inoltre, la linea delle reclute africane non intervenne subito a sostegno perché il fronte era occupato dai fuggitivi ai quali fu impedito di passare per non disordinare i ranghi. Appena ebbero il fronte sufficientemente libero alcuni reparti di reclute si unirono alla mischia entrando in contatto per primi con gli hastati che avevano lasciato la posizione gettandosi all'inseguimento dei fuggiaschi. Fu necessario il supporto dei principes nei punti in cui gli hastati non avevano recuperato la posizione. Nel disordine creatosi, i romani, meglio addestrati e armati, riescono a prevalere. Le prime due file cartaginesi, ora mischiate, cominciano a ripiegare abbandonando la linea di combattimento, alcuni fuggono.
Annibale riesce a riprendere il controllo di alcune unità di reclute e mercenari e le riorganizza ai lati dei veterani, cercando così di allargare il fronte per aggirare il fianco romano. Scipione, invece, riorganizzati gli hastati che già si erano gettati all'inseguimento dei fuggitivi, fece compiere ai suoi legionari il movimento sui fianchi, già utilizzato con successo in precedenza, ma questa volta solo per estendere da entrambi i lati il fronte degli hastati non per aggirare il nemico. Il fronte romano risultò così pari o di poco superiore a quello cartaginese ma con principes e triarii, finora poco impegnati, che si trovano a combattere sulle ali contro forze più stanche, anche se gli hastati, impegnati finora nello scontro, dovevano ora vedersela con i veterani cartaginesi ancora freschi.
Il combattimento tra le fanterie riprese e sembrava dovesse continuare ancora a lungo, con esito incerto, ma le cavallerie romane, che avevano ormai disperso i cavalieri nemici, fecero ritorno sul campo di battaglia attaccando alle spalle le truppe di Annibale. Queste, pressate da vicino dalla cavalleria romana, si diedero ben presto alla fuga. Come succedeva sempre nelle guerre dell'antichità, finita la battaglia iniziava I'inseguimento e con esso il massacro. Annibale riuscì a fuggire verso Cartagine ma aveva lasciato sul campo almeno 20.000 caduti e 10.000 prigionieri. Le perdite romane assommarono a un massimo di 4.000 uomini, metà dei quali numidi. Scipione aveva avuto la battaglia campale che cercava e con la vittoria aveva posto fine allo scontro mortale tra Roma e Cartagine.
La vittoria decisiva nella battaglia di Zama pose fine alla seconda guerra punica (219-202 a.C.) e sancì, di fatto, la fine della potenza cartaginese nel Mediterraneo. Cartagine, la grande città di origine fenicia che col suo impero commerciale per sessant'anni aveva conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era battuta. Roma costrinse la città rivale a una pace umiliante. Un trattato pesantissimo imponeva di smantellare completamente la flotta da guerra, solo poche decine di navi, infatti, erano consentite alla marina cartaginese dalle clausole del trattato; tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano sotto il controllo romano; la stessa politica estera di Cartagine doveva conformarsi a quella romana e la obbligava al pagamento di un pesantissimo tributo che per cinquant'anni avrebbe gravato sulla sua economia.
Mezzo secolo dopo ci sarebbe stata una terza guerra punica, culminata con la distruzione di Cartagine, ma si trattò più di una vendetta postuma da parte di Roma che di una conseguenza di un risorto pericolo cartaginese, che dopo Zama era definitivamente tramontato.
Per paura della vendetta romana la città costrinse Annibale, il suo più grande figlio, ad andare in esilio presso il re di Siria Antioco III; dopo la sconfitta di quest'ultimo contro i Romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere consegnato a Roma. La sconfitta di Cartagine costituisce il primo elemento nella costruzione di quell'egemonia romana che in qualche modo ancora segna la civiltà del nostro continente.
Il 18 ottobre 202 a.C. si svolse, nei pressi di Zama, la battaglia che di fatto pose fine alla seconda guerra punica, tra Publio Cornelio Scipione ed Annibale.
Scipione poteva contare per la fanteria su 23.000 uomini tra Romani e Italici più 6.000 Numidi. La cavalleria poteva contare 2.400 tra Romani e Italici, 4.000 Numidi e 600 Berberi. Non era in superiorità numerica ma disponeva di una cavalleria superiore, i cavalieri numidi di Massinissa, che erano stati spesso decisivi a sostegno di Annibale in Italia, e un reparto di 300 cavalieri romani, particolarmente addestrati e molto ben equipaggiati, che Scipione aveva addestrato in Sicilia.
Annibale poteva contare sui 15.000 veterani d'Italia, molti dei quali Italici o Spagnoli, 15.000 fanti Libi e Cartaginesi, recentemente levati dal senato cartaginese e di dubbia utilità sul campo, 12.000 mercenari tra Liguri, Celti, Balearici e Mauritani più 4.000 Macedoni. La cavalleria contava 2.000 cartaginesi e 2.000 numidi. A questi si aggiungevano 80 elefanti africani delle foreste, più piccoli di quelli delle savane, ma comunque pericolosi.
I due eserciti si schierarono in una vasta piana priva d’impedimenti, luogo ideale per lo svolgimento di una grande battaglia campale.
Annibale schierò il suo esercito su tre linee, tenendo in considerazione la qualità delle sue truppe. Davanti all'esercito erano schierati gli elefanti da guerra nella speranza di mettere in disordine le prime linee della fanteria romana. In prima linea i vari nuclei di mercenari o alleati italici, galli e liguri, molti di questi erano sempre stati travolti dai legionari e avevano seguito a malincuore il condottiero cartaginese, ormai stanchi della guerra. A questi Annibale sapeva che poteva chiedere soltanto un impeto iniziale che si sommasse a quello degli elefanti, non certo una resistenza ad oltranza. La seconda fila, a poca distanza dalla prima, era formata dalle reclute africane, cioè da quei contingenti frettolosamente arruolati da Cartagine per fronteggiare l’invasione romana. Anche da questi non ci si poteva attendere molto, privi di esperienza e addestramento adeguati, erano in grado di affrontare i romani solo dopo l’intervento di elefanti e mercenari. In terza fila, distante oltre uno stadio dalle prime due (circa 178 metri), Annibale aveva tenuto i suoi veterani d'Italia pronti a intervenire anche con manovre tattiche più complesse e magari sferrare il colpo decisivo. Sulle ali la cavalleria, su cui Annibale non faceva molto affidamento se non quello di riuscire a neutralizzare e bloccare la cavalleria romana, superiore in numero e addestramento. Quindi uno schieramento differenziato tra le truppe opportunamente studiato, elefanti e mercenari costituiranno la prime due ondate in successione, le reclute africane costituiranno un sostegno e un rincalzo, in riserva i veterani per scontrarsi contro le forze romane ormai logore.
Anche Scipione aveva schierato le sue forze su tre linee, come di consueto. Ma, invece di alternare i manipoli nella solita formazione a scacchiera, dispose i manipoli in colonna per creare delle "corsie" di scorrimento in cui far incanalare il prevedibile attacco degli elefanti. Perciò in prima linea pose i manipoli degli hastati, coi velites che mascheravano gli intervalli delle "corsie" e a fare da esca: sarebbero stati loro ad assorbire il primo impatto con gli elefanti, avevano l’ordine di spostarsi quando gli elefanti fossero arrivati quasi a contatto con la fanteria lasciando così aperti i varchi e consentendo ai pachidermi di infilarsi nelle “corsie” per essere bersagliati anche ai fianchi. In seconda linea erano piazzati i manipoli dei principes, mentre quelli dei triarii, secondo la tradizione, erano di riserva in terza linea. La cavalleria romana di Caio Lelio era sulla sinistra mentre sulla destra stava la cavalleria numidica di Massinissa. Inoltre, tra le prime file dispose parecchi uomini con strumenti a percussione e trombe che avevano il compito di far rumore per spaventare gli elefanti.
La battaglia, come aveva previsto Scipione, fu aperta dalla carica degli elefanti da guerra cartaginesi.
I pachidermi però, sconvolti dal fitto lancio di giavellotti dei velites e spaventati dai suoni provenienti dalle fila romane, furono in parte ricacciati indietro e, scivolando sui fianchi delle fanterie cartaginesi, andarono a disordinare le ali di cavalleria. Vedendo la difficoltà delle ali di cavalleria cartaginesi, Caio Lelio e Massinissa ne approfittano attaccandole e, dopo una breve mischia, entrambi i contingenti della cavalleria di Annibale furono messi in fuga inseguiti da vicino dai cavalieri nemici. Gli altri elefanti ebbero più successo ma furono incanalati negli spazi lasciati dai manipoli, dove passarono senza procurare grossi danni per hastati, principes e triarii, solo i velites pagarono un prezzo pesante, messo comunque in conto da Scipione che ha ottenuto quello che voleva: la sua linea è rimasta ordinata, gli hastati sono integri e i principes non sono stati coinvolti.
A questo punto le fanterie avanzarono e vennero a contatto, tranne i veterani cartaginesi che mantennero la posizione.
Lo scontro fu molto violento e ne nacque una mischia confusa con grandi varchi che si aprivano nella formazione dei mercenari laddove alcuni si diedero alla fuga, inoltre, la linea delle reclute africane non intervenne subito a sostegno perché il fronte era occupato dai fuggitivi ai quali fu impedito di passare per non disordinare i ranghi. Appena ebbero il fronte sufficientemente libero alcuni reparti di reclute si unirono alla mischia entrando in contatto per primi con gli hastati che avevano lasciato la posizione gettandosi all'inseguimento dei fuggiaschi. Fu necessario il supporto dei principes nei punti in cui gli hastati non avevano recuperato la posizione. Nel disordine creatosi, i romani, meglio addestrati e armati, riescono a prevalere. Le prime due file cartaginesi, ora mischiate, cominciano a ripiegare abbandonando la linea di combattimento, alcuni fuggono.
Annibale riesce a riprendere il controllo di alcune unità di reclute e mercenari e le riorganizza ai lati dei veterani, cercando così di allargare il fronte per aggirare il fianco romano. Scipione, invece, riorganizzati gli hastati che già si erano gettati all'inseguimento dei fuggitivi, fece compiere ai suoi legionari il movimento sui fianchi, già utilizzato con successo in precedenza, ma questa volta solo per estendere da entrambi i lati il fronte degli hastati non per aggirare il nemico. Il fronte romano risultò così pari o di poco superiore a quello cartaginese ma con principes e triarii, finora poco impegnati, che si trovano a combattere sulle ali contro forze più stanche, anche se gli hastati, impegnati finora nello scontro, dovevano ora vedersela con i veterani cartaginesi ancora freschi.
Il combattimento tra le fanterie riprese e sembrava dovesse continuare ancora a lungo, con esito incerto, ma le cavallerie romane, che avevano ormai disperso i cavalieri nemici, fecero ritorno sul campo di battaglia attaccando alle spalle le truppe di Annibale. Queste, pressate da vicino dalla cavalleria romana, si diedero ben presto alla fuga. Come succedeva sempre nelle guerre dell'antichità, finita la battaglia iniziava I'inseguimento e con esso il massacro. Annibale riuscì a fuggire verso Cartagine ma aveva lasciato sul campo almeno 20.000 caduti e 10.000 prigionieri. Le perdite romane assommarono a un massimo di 4.000 uomini, metà dei quali numidi. Scipione aveva avuto la battaglia campale che cercava e con la vittoria aveva posto fine allo scontro mortale tra Roma e Cartagine.
La vittoria decisiva nella battaglia di Zama pose fine alla seconda guerra punica (219-202 a.C.) e sancì, di fatto, la fine della potenza cartaginese nel Mediterraneo. Cartagine, la grande città di origine fenicia che col suo impero commerciale per sessant'anni aveva conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era battuta. Roma costrinse la città rivale a una pace umiliante. Un trattato pesantissimo imponeva di smantellare completamente la flotta da guerra, solo poche decine di navi, infatti, erano consentite alla marina cartaginese dalle clausole del trattato; tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano sotto il controllo romano; la stessa politica estera di Cartagine doveva conformarsi a quella romana e la obbligava al pagamento di un pesantissimo tributo che per cinquant'anni avrebbe gravato sulla sua economia.
Mezzo secolo dopo ci sarebbe stata una terza guerra punica, culminata con la distruzione di Cartagine, ma si trattò più di una vendetta postuma da parte di Roma che di una conseguenza di un risorto pericolo cartaginese, che dopo Zama era definitivamente tramontato.
Per paura della vendetta romana la città costrinse Annibale, il suo più grande figlio, ad andare in esilio presso il re di Siria Antioco III; dopo la sconfitta di quest'ultimo contro i Romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere consegnato a Roma. La sconfitta di Cartagine costituisce il primo elemento nella costruzione di quell'egemonia romana che in qualche modo ancora segna la civiltà del nostro continente.
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