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domenica 19 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.

Il 19 ottobre 202 a.C. ebbe luogo la battaglia di Zama tra le forze romane di Scipione e quelle cartaginesi di Annibale, che decretò la fine della Seconda Guerra Punica.

Ci restano due tradizioni sulla battaglia di Zama:

- una di Tito Livio (Patavium, 59 a.c. – Patavium, 17) e una di Polibio (Megalopoli, 206 a.c. – Grecia, 124 a.c.), seguita dalla maggior parte degli storici moderni,

- l'altra di Appiano (Alessandria d'Egitto, 95 – 165) e Cassio Dione ( Nicea, 155 – 235), meno attendibile e meno seguita.

Le differenze tra le due versioni sono notevoli, differendo per i luoghi, i tempi, le strategie e i numeri. I testi storici antichi, ma pure quelli moderni, non sempre erano attendibili, perché ciò che è riferito muta nel tempo arricchendosi di variazioni anche inventate, ma pure quando si tratti di documenti scritti da generali, la tentazione di incensarsi un po' era grande, o perché volevano osannare i romani per far piacere agli imperatori. Nei resoconti di Zama si ha qualche perplessità.

Scipione era un genio della strategia, forse pari o comunque vicino al grande Giulio Cesare. Anche Annibale però fu un grandissimo stratega e tra i due uomini vi fu sempre un grande rispetto reciproco, non consueto per Annibale che spesso disprezzava i suoi nemici romani.

Scipione si recò fino ai pressi di Narraggara, vicino Zama, e annunciò ad Annibale che si poteva iniziare a discutere del luogo migliore per i colloqui. Annibale seguì Scipione verso ovest, spostando il proprio campo nei pressi di Sicca Veneria. Entrambe le armate erano lontanissime dalle loro basi, ma mentre per Annibale Hadrumentum sarebbe stata un rifugio sicuro in caso di sconfitta, per Scipione i Castra Cornelia erano solo un punto di imbarco.

Come narrano Polibio e Livio, Annibale cerca di convincere Scipione a non rischiare una sconfitta, ma di stipulare una pace più giusta per Cartagine, perché "oggi sei tu quello che io fui a Trasimeno e a Canne" (Livio XXX 30 12).

Annibale ha 45 anni, con molta più esperienza di Scipione che ha solo 33 anni, ma che in realtà sta nell'esercito da 16 anni. E' giovane, risoluto, ammira Annibale di cui riconosce il valore tattico ma comunque è certo di poterlo battere. Scipione chiede la guerra e guerra fu…

Il luogo della battaglia di Zama non è certo; è stata di recente collocata a Naraggara (per es. da De Sanctis) o a Margaron (da Veith); ma senza prove inoppugnabili.

La legione romana era generalmente schierata “a scacchiera” su tre file di combattimento divise in manipoli. La prima fila era formata dai manipoli degli hastati, intervallati dallo spazio di un manipolo; dietro al quale si locavano i manipoli dei principes, che si schieravano sulla seconda fila; l’ultima fila era formata dai triarii che coprivano gli intervalli lasciati vuoti dai manipoli dei principes.

Gli hastati e i principes, sempre piuttosto giovani, erano equipaggiati con un elmo di bronzo, una corazza e un grande scudo ovale. L'armamento era composto di due giavellotti di peso diverso (s. pilum - pl. pila) e da una spada corta per il corpo a corpo dopo avere scagliato i giavellotti.

La fanteria leggera era costituita dai velites, soldati giovanissimi a supporto del manipolo. Portavano un elmo di bronzo, spesso coperto da una pelle di lupo, uno scudo rotondo (Parma), alcuni giavellotti leggeri e una corta spada di tipo italico o spagnolo come quella dei fanti pesanti.

I legionari meno giovani formavano i manipoli dei triarii che nello schieramento della legione erano disposti in terza fila. Erano equipaggiati come i principes e gli hastati, ma al posto del pilum avevano una lunga lancia di tipo oplitico. I triarii erano una riserva mobile alle spalle della legione, o per respingere con le lunghe aste gli attacchi dei cavalieri nemici, o per attaccare i fianchi o il retro delle formazioni avversarie.

L’esercito cartaginese era formato da truppe mercenarie reclutate tra le popolazioni soggette al dominio cartaginese. Popoli diversi con lingue diverse e diversi stili di combattimento. Nella II guerra punica vennero reclutati nell’entroterra africano, come i famosi cavalieri leggeri numidi, e la fanteria pesante libo-fenicia, nonché i coloni iberici, con un'ottima fanteria medio-leggera e una buona cavalleria.

Le vittorie di Annibale in Italia fecero accorrere nel suo esercito i Galli della pianura padana e molti Italici del centro-sud.

Nel corso della campagna di Annibale, le sue truppe spesso si riequipaggiarono con il materiale catturato ai Romani sul campo di battaglia, e saranno questi i suoi “veterani” a Zama.

Annibale, come Scipione aveva previsto, lanciò la carica degli elefanti. 

Però i romani avevano avevano già avuto a che fare con questi giganteschi animali; che se da un lato si lanciavano pungolati dai loro padroni, dall'altro si frastornavano se udivano suoni forti e acuti.

Infatti i romani iniziarono a trarre suoni acutissimi dalle trombe, batterono sugli scudi e innalzarono alte grida, al che gli elefanti si imbizzarrirono.

Così gli animali fuggirono volgendosi contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra cartaginese che si scompaginò. Scipione ne approfittò mandando Massinissa, che era stato posto di fronte a questa, con i suoi cavalieri, per sbaragliare gli avversari già disorientati..

Tuttavia qualche elefante non imbizzarrito proseguì la corsa iniziale avventandosi sui romani. Subentrarono allora i veliti a bersagliare da distanza i pachidermi, che per sfuggire ai dardi, cercarono di fuggire, trovando aperti gli spazi che i manipoli degli hastati romani avevano liberato, tirandosi di lato e creando dei corridoi nello schieramento romano.

Una strategia simile a quella di Annibale l'aveva usata il re indiano Poro contro l'esercito macedone di Alessandro Magno nella battaglia di Idaspe, ponendo gli elefanti in prima linea.

Comunque i Romani già conoscevano gli elefanti: infatti, nella battaglia di Benevento (275 a.c.) riuscirono ad avere la meglio sulle truppe epirote e tarantine, facendo scagliare dai propri arcieri frecce infuocate e torce contro le torri montate dagli elefanti, in modo da far imbizzarrire i pachidermi e creare così scompiglio tra le stesse truppe amiche (Floro, I, XVIII).

(Livio e Polibio riferiscono che ottanta elefanti furono utilizzati da Annibale nella battaglia di Zama, undici dei quali furono poi portati a Roma. Tra le condizioni di pace imposte ai Cartaginesi, Polibio ci informa che era richiesta anche la consegna di tutti gli elefanti.)

Colpiti dai veliti, che si erano riparati dietro le file degli hastati, e dai principes, questi elefanti fuggirono addosso all'altra ala della cavalleria cartaginese.

Le prime file di Annibale come previsto arretrarono fra le seconde file, mentre la cavalleria fuggì inseguita da Massinissa e Lelio.

La cavalleria romana in effetti non temeva rivali, i cavalieri sapevano tirare da cavallo, salire o scendere al volo, sapevano far fare grossi salti ai cavalli e pure comandarli con la voce.

Gli astati romani ebbero la meglio sulla prima linea cartaginese (del resto erano quasi tutti mercenari), che iniziò ad arretrare. 

Ma la seconda linea formata dai veterani di Annibale resistette e ingaggiarono i corpo a corpo della fanteria. Alla fine gli astati di Scipione erano stanchi per cui subentrarono i principi che contrattaccarono seriamente.

Scipione tentò di ripetere la manovra dei Campi Magni e mosse le sue file di principi e triari sui fianchi per accerchiare le forze di Annibale, ma i veterani che Annibale teneva di riserva nella terza linea, ne rimasero fuori, e Inoltre lo spazio tra loro e i romani era disseminato di cadaveri, formando una barriera invalicabile.

Scipione dovette rinunciare e far retrocedere le seconde file per reggere l'urto dei cartaginesi. Inoltre i corridoi creati per far fuggire gli elefanti, non permettevano l'utilizzo della tattica manipolare, che necessitava di una disposizione a scacchiera. Perciò, gli hastati furono i più penalizzati nell'urto del combattimento. 

Ora la battaglia per i romani era diventata molto dura, e i fanti erano stanchi.

Aveva si fatto compiere ai suoi legionari il movimento sui fianchi, già utilizzato con successo in precedenza, ma questa volta solo per estendere da entrambi i lati il fronte degli hastati, non per aggirare il nemico.

Così il fronte romano risultò pari o di poco superiore a quello cartaginese ma con principes e triarii, finora poco impegnati, che si trovarono a combattere sulle ali contro forze più stanche, anche se gli hastati, impegnati finora nello scontro, dovevano ora vedersela con i veterani cartaginesi ancora freschi.

La manovra geniale di Scipione aveva esteso il suo fronte, assottigliando i ranghi fino a coprire tutto il fronte punico, evitando così un possibile accerchiamento da parte dei cartaginesi… Però ora i romani dovevano arrivare allo scontro frontale con un nemico che li soverchiava per numero e per la maggiore freschezza.

La cavalleria avversaria era dispersa, ma pure quella di Scipione che li inseguiva e che venne tosto richiamata. Finalmente tornarono Lelio e Massinissa con i loro cavalieri e si avventarono alle spalle delle forze cartaginesi, accerchiandoli e massacrandoli. Annibale aveva contato di poter fiaccare i romani sullo scontro con ben tre linee: elefanti, mercenari, e soldati cartaginesi, prima di arrivare al confronto decisivo con i veterani dell'ultima linea, dove i romani dovevano essere ormai stanchissimi.

Ma i legionari romani non erano soldati qualsiasi. Non era la leva dei contadini che abbandonavano il campo per una guerra tornandovi l'anno dopo. Erano volontari scelti e addestrati in tutti i modi e con tutti i tempi. 

Scipione, come Cesare, addestrava i suoi uomini col sole e con la pioggia, e magari con la neve, di giorno e di notte, con un compito molto specialistico per ciascuno ma in grande sintonia con gli altri.

La legione romana era un corpo unico e come tale funzionava senza personalismi o privilegi. 

I romani sapevano combattere bene e a lungo, e i veterani di Annibale non poterono competere con quelli di Scipione, seppure più stanchi. 

Come al solito i romani ebbero la meglio.

Finita la battaglia iniziò I 'inseguimento e il massacro, come era accaduto a Canne sui romani, ma stavolta era sui cartaginesi…

Annibale riuscì a fuggire verso Cartagine. Scipione aveva avuto la sua battaglia campale e come ne aveva avuto in anticipo la certezza, aveva vinto.

Cartagine era finita.

La vittoria di Zama pose fine alla II guerra punica (219-202 a.c.) e sancì il crollo della potenza cartaginese nel Mediterraneo.

Cartagine che per sessant’anni aveva conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era sconfitta per sempre.

Roma non fu tenera con la sua rivale:  le fece smantellare completamente la flotta da guerra, consentendole solo poche decine di navi, tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano al dominio romano; in più Cartagine doveva pagare un pesantissimo tributo che per cinquant'anni avrebbe gravato sulla sua economia.

Mezzo secolo dopo ci sarebbe stata una III guerra punica, culminata con la distruzione di Cartagine, ma fu la vendetta su di un rivale già distrutto.

Per paura della vendetta romana la città costrinse il grande Annibale, il vincitore di tante battaglie, ad andare in esilio presso il re di Siria Antioco III; ma dopo la sconfitta di quest'ultimo contro i Romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere consegnato a Roma.

lunedì 2 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 agosto.
Il 2 agosto 216 a.C. ebbe luogo la battaglia di Canne, la più grande battaglia della seconda guerra punica, considerata tuttora un capolavoro dell’arte militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari.
Gran parte degli storici identifica il luogo della battaglia vicino a Canne nei pressi del fiume Ofanto, poco distante dalla città di Barletta, in Puglia.
Alcuni esperti, in conformità a recenti studi basati sull’esame dei documenti storici sulla battaglia di Canne e dei rilevamenti archeologici, hanno dimostrato che il luogo della battaglia sia da identificarsi non a Canne bensì più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore in località Ischia Rotonda vicino a Carlantino al confine tra Puglia e Molise (dalla parte pugliese), non molto distante da Campobasso.
Altri storici localizzano il luogo della battaglia di Canne nella valle del Celone presso Castelluccio Valmaggiore, un po’ più a sud.
Dopo aver completato l'unificazione dell’Italia peninsulare, i Romani si dovettero confrontare con Cartagine, superiore a loro per ricchezze, organizzazione militare ed esperienza politica. Era in gioco il predominio nel Mediterraneo: Roma poteva trasformarsi in una repubblica imperiale padrona del Mediterraneo occidentale o sparire di scena senza quasi lasciare traccia.
La vittoria della prima guerra punica aveva evitato il pericolo di una caduta e rafforzato la Repubblica oltre ogni previsione del Senato e del popolo romano. La Sicilia era diventata la prima provincia romana e il crollo dell'egemonia cartaginese aveva fatto di Roma la maggiore potenza del mondo antico.
Cartagine, però, non si rassegnava alla sconfitta e per porre rimedio alle perdite subite si volse alla Spagna dove, sulle coste meridionali, i Fenici avevano da secoli le loro più ricche colonie. Aiutata dalla famiglia dei Barcidi, estese la sua egemonia all'interno della penisola iberica fino alla linea del fiume Ebro approfittando del fatto che Roma fosse impegnata su altri fronti. Preoccupata dei successi cartaginesi in Spagna la colonia greca di Marsiglia, nel 225 a.C. convinse i suoi alleati romani a inviare ambasciatori ad Asdrubale. Ne seguì un trattato il cosiddetto “trattato dell’Ebro” per stabilire le rispettive sfere d’influenza nella penisola iberica, secondo il quale Cartagine non avrebbe esteso la sua espansione sul territorio spagnolo oltre il limite segnato dal fiume Ebro e Roma avrebbe mantenuto il controllo del territorio spagnolo nord-orientale, a difesa delle colonie dei Marsigliesi. Roma, però, nello stesso tempo aveva stretto alleanza con Sagunto, città iberica posta a sud dell’Ebro e quindi nella sfera di egemonia cartaginese, e questa sarà la causa scatenante della seconda guerra punica.
Infatti, nel 221 a.C., il comando delle milizie puniche in Spagna passò ad Annibale, contrario agli accordi con Roma. Era convinto, a ragione, che se Cartagine voleva continuare a esistere doveva riprendere il dominio del mare occidentale, e quindi eliminare Roma trascinandola in guerra. Annibale attuò pertanto una decisa politica di aggressione e nel 220 a.C. mise sotto assedio la città di Sagunto che, pur situata a sud dell’Ebro e quindi in una zona d’influenza cartaginese, era anche alleata dei romani. Quando Sagunto cadde e Roma ne pretese I'immediata restituzione, il secco rifiuto cartaginese costrinse Roma a dichiarare guerra alla rivale: nel marzo del 218 a.C. Romani e Punici scendevano in armi per la seconda volta.
Anticipando i Romani che si preparavano a un’offensiva in Africa e in Spagna, Annibale con un imponente esercito di 26 mila uomini, rafforzato dalle eccellenti truppe spagnole ben allenate alla disciplina militare dalle dure campagne condotte nella penisola iberica e da più di trenta elefanti da guerra, passò l'Ebro, superò i Pirenei e si diresse verso le Alpi. Eludendo gli eserciti romani che cercarono di intercettarlo a Marsiglia, varcò le Alpi in appena quindici giorni, probabilmente attraverso il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il passo Clapier, con una marcia massacrante in cui andarono perduti uomini e animali, ma riscuotendo l’immediato sostegno dei Boi e degli Insubri. Nell'autunno del 218 a.C. si presentava nella pianura padana portando la guerra nei territori romani di più recente acquisizione.
Dopo l'inverno del 217 a.C. passato nell'Italia settentrionale, I'esercito cartaginese ruppe le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del console Gaio Flaminio. Annibale attaccò di sorpresa le truppe del console e le annientò la mattina del 22 giugno, lo stesso Flaminio fu tra le vittime, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo.
L'esercito cartaginese, ora, minacciava direttamente Roma. Vedendosi in pericolo il Senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo che evitò ogni scontro decisivo con i Cartaginesi, preferendo una tattica di contenimento e di logoramento e quindi accontentandosi di infastidire il nemico e di rendergli impossibile l'approvvigionamento.
Nel 216 a.C., scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli. Furono eletti Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. I due nuovi consoli, per non lasciare ancora a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell'esercito cartaginese, decisero di attaccare Annibale in Apulia, dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne. La sconfitta che i Romani subirono a Canne fu tremenda, la più grave che la storia della Repubblica registri.
La battaglia di Canne si aprì con una serie di schermaglie della cavalleria: sulla sinistra romana, i cavalieri italici non riuscirono ad agganciare gli elusivi Numidi, mentre sulla destra fu la cavalleria celtica e iberica a caricare.
La cavalleria pesante di Annibale a Canne compì un'azione non comune nella storia militare: fece ben tre cariche nell’arco della battaglia, dimostrando di essere non solo sotto controllo, ma eccezionalmente misurata nello sforzo. Innanzitutto sulla sua ala caricò la cavalleria romana che, stretta com'era tra il fiume e la fanteria che stava avanzando, cedette dandosi alla fuga.
Invece di mettersi all'inseguimento dei fuggitivi, si raccolse e, muovendo sul retro della fanteria romana che stava attaccando il centro avanzato dello schieramento cartaginese, con una seconda carica piombò addosso agli Italici ancora impegnati contro i Numidi. Nel frattempo il centro punico aveva già cominciato a indietreggiare lentamente, incalzato dalle pesanti colonne romane, sempre più compresse al centro a causa del progressivo convergere dei legionari all’istintiva ricerca di un contatto con il nemico.
Con il ripiegare lento e continuo di galli e iberici, lo schieramento mantenne la forma ad arco ma passò dall’arco convesso iniziale ad un arco concavo. Era quello che Annibale attendeva e sperava. La fanteria romana si era spinta troppo avanti e, senza la protezione della cavalleria ormai in fuga, si trovò ai lati i veterani africani che chiusero la morsa, con perfetto sincronismo. Operarono un cambio di fronte e caricarono con forza portando scompiglio nelle serrate formazioni romane. La trappola di Canne è chiusa. La cavalleria pesante cartaginese, che aveva avuto la meglio sui cavalieri italici, assesta il colpo mortale ai romani caricandoli alle spalle. I Numidi, intanto, si gettavano ali'inseguimento dei nemici in fuga. La fanteria romana era ormai circondata, costretta a combattere in spazi sempre più ridotti, comincia allora il massacro. Ogni elemento dell'esercito ha fornito un contributo essenziale ed irrinunciabile alla riuscita dell'impresa di Annibale a Canne.
Nonostante la superiorità numerica, a Canne le legioni romane furono letteralmente fatte a pezzi.
La battaglia di Canne fu la peggiore disfatta della storia di Roma, cadde il console Emilio Paolo; cadde il console dell'anno precedente, Gneo Servilio; cadde l’ex maestro dei cavalieri Minucio Rufo; e con essi, tra la folla dei morti anonimi, perirono entrambi i questori, ventinove tribuni militari, cioè quasi tutta l'ufficialità legionaria, ottanta senatori e un numero imprecisato di cavalieri. La grande armata romana, inviata a Canne per distruggere l'esercito di Annibale, è stata annientata: anche ad accettare non le cifre, spaventose e forse eccessive di Polibio, che parla di ben 70.000 morti, ma quelle più contenute di Tito Livio, Roma lascia sul campo della battaglia di Canne 47.500 fanti e 2.700 cavalieri, mentre 19.000 sono i prigionieri. Solo a 15.000 dei suoi uomini è possibile fuggire, tra cui il console Terenzio Varrone, responsabile del disastroso piano di battaglia.
Annibale a Canne perse 6.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e 200 cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia.
Roma assorbì il colpo della terribile sconfitta a Canne con insospettata energia. La sua immutata supremazia sul mare impediva che da Cartagine e dalla Spagna affluissero all'esercito di Annibale rifornimenti e truppe fresche, il conflitto, dopo Canne, si trasformò in una guerra di esaurimento.
Naturalmente la schiacciante vittoria cartaginese a Canne favorì alcune defezioni: Capua aprì le porte ad Annibale, Bruzi e Lucani abbandonarono Roma, come Siracusa. L’Italia centrale però restò fedele alla Repubblica e il ritorno alla strategia attendista di Fabio Massimo permise a Roma di riguadagnare gradualmente le posizioni perdute nel sud Italia.
Mentre Annibale si trovò in difficoltà, non riuscendo ad ottenere nuovi alleati e rinforzi per il suo esercito, Roma, con enorme sforzo, dopo la disfatta di Canne, riuscì a ricostruire il suo esercito fino ad avere ben 25 legioni.
Nel 214 a.C. Siracusa passò ad Annibale e contemporaneamente il re Filippo V di Macedonia si alleò con i cartaginesi contro Roma, ma nel 211 a.C. il console Claudio Marcello riconquistò Siracusa e l’intervento di Filippo V fu neutralizzato sul piano diplomatico.
Nel 210 a.C. il giovane generale Publio Cornelio Scipione, figlio del console che nel 218 a.C. era stato battuto sul Ticino, passò al contrattacco in Spagna, tra il 209 a.C. e il 208 a.C. batté ripetutamente ben tre eserciti cartaginesi.
Nel 207 a.C. Asdrubale, battuto da Scipione, riuscì ad attraversare le Alpi e a presentarsi nella pianura padana, con l’intenzione di unirsi al fratello Annibale. Ma i consoli in carica Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, riuscirono nella valle del Metauro a sbaragliarlo. Annibale non poteva più contare sui rinforzi dalla Spagna e disperando di ottenere soccorsi dalla madrepatria, si vide costretto a ritirarsi nel Bruzio.
Roma comprese che, se voleva costringere Annibale ad abbandonare l'Italia, doveva spostare la guerra in Africa. Così nel 204 a.C. Scipione, riprendendo il progetto fallito cinquant’anni prima ad Attilio Regolo, minacciò Cartagine direttamente in Africa. Guadagnatosi l'alleanza del principe Massinissa di Numidia, per tutto l'anno 203 a.C. vinse ripetutamente gli improvvisati eserciti cartaginesi. La città fenicia, subiti i primi scacchi, richiamò Annibale in patria.
Finalmente il 29 ottobre del 202 a.C. Annibale e Scipione si affrontarono a Zama che, diversamente da Canne, segnò la definitiva sconfitta di Cartagine.
Il trattato di pace imposto da Roma era durissimo, anche se non tale da annientare del tutto Cartagine: le clausole fondamentali prevedevano la consegna di tutta la flotta, tranne dieci navi e il pagamento di una fortissima indennità; Cartagine inoltre doveva rinunciare a tutti i suoi possedimenti al di fuori dell’Africa e riconoscere ai suoi confini un potente regno di Numidia governato da Massinissa, una sorta di gendarme di Roma in Africa; ai Cartaginesi inoltre non era concesso dichiarare guerra senza il permesso di Roma.
Da quel momento Roma poteva guardare al di fuori d'Italia non più come una delle potenze del Mediterraneo, ma come la potenza egemone del mare interno. Di lì a poco altre sfide, con gli eredi ellenistici del grande Alessandro aspettavano la Repubblica: la via dell'Impero era segnata.

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