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domenica 25 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 1964 Cassius Clay conquista la corona mondiale dei pesi massimi a soli 22 anni.
Quello che è considerato il più grande pugile di tutti i tempi, Cassius Clay alias Muhammad Ali (nome che ha adottato dopo essersi convertito alla religione islamica) è nato il 17 gennaio del 1942 a Louisville, Kentucky e ha iniziato a tirare di boxe per un caso fortuito, dopo essere capitato in una palestra mentre, bambino, era alla ricerca della sua bicicletta rubata.
Iniziato alla boxe da un poliziotto di origini irlandesi, a soli dodici anni il futuro campione del mondo Cassius Marcellus Clay Jr. cominciò ben presto a raccogliere trionfi nelle categorie dilettantistiche. Campione olimpico a Roma nel 1960, si trovò però nel suo paese d'origine, gli Stati Uniti d'America, a combattere con un avversario ben più temibile di chiunque potesse incontrare sul ring: la segregazione razziale. Molto sensibile al problema e trascinato dal suo spirito battagliero ed indomito, Alì prese subito a cuore le tematiche che colpivano in prima persona i fratelli neri meno fortunati di lui.
Proprio a causa di un episodio di razzismo il giovane pugile arriverà a gettare il proprio oro olimpico nelle acque del fiume Ohio (solo nel 1996 ad Atlanta il CIO - Comitato Olimpico Internazionale - gli riconsegnò una medaglia sostitutiva).
Allenato da Angelo Dundee, Muhammad Ali arrivò al mondiale a ventidue anni battendo in sette riprese Sonny Liston. Fu in quel periodo che Cassius Clay cominciò a farsi conoscere anche per le sue dichiarazioni provocatorie e sopra le righe che ebbero l'inevitabile conseguenza di far parlare molto di lui. Cosa che forse non sarebbe comunque successa se Alì, grazie al suo enorme carisma anche mediatico, non avesse avuto una reale presa sul pubblico. In effetti il suo modo di essere, spavaldo fino ad arrivare alla spacconeria, era una notevole novità "spettacolare" per quei tempi, esercitando un fascino immediato sul pubblico, sempre più assetato, grazie a quel meccanismo, di notizie e di informazioni sulla sua attività.
Immediatamente dopo aver conquistato la corona, Cassius Clay annunciò di essersi convertito all'Islam e di aver assunto il nome di Muhammad Ali. Da quell'istante cominciarono anche i suoi guai che culminarono nella chiamata alle armi nel 1966 dopo essere stato riformato quattro anni prima. Affermando di essere un "ministro della religione islamica" si definì "obiettore di coscienza" rifiutandosi di partire per il Vietnam ("Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro", dichiarò alla stampa per giustificare la propria decisione) e venne condannato da una giuria composta di soli bianchi a cinque anni di reclusione.
Fu quello uno dei momenti più bui della vita del campione. Decise di ritirarsi e venne attaccato per il suo impegno nelle lotte condotte da Martin Luther King e Malcolm X. Poté tornare a combattere nel 1971 quando fu assolto grazie a una irregolarità nelle indagini svolte su di lui.
Persa la sfida con Joe Frazier ai punti, riuscì a tornare campione del mondo AMB solo nel 1974 mettendo al tappeto George Foreman a Kinshasa, in un incontro passato alla storia e ad oggi ricordato sui manuali come uno dei più grandi eventi sportivi di sempre (celebrato fedelmente, dal film-documentario "Quando eravamo re").
Da quando però nel 1978 il giovane Larry Holmes lo sconfisse per K.O. tecnico all'11a ripresa, iniziò la parabola discendente di Muhammad Ali. Disputò il suo ultimo incontro nel 1981 e da allora iniziò a impegnarsi sempre più nella diffusione dell'Islam e nella ricerca della pace.
Nel 1991 Muhammad Ali si recò a Bagdad per parlare personalmente con Saddam Hussein, allo scopo di evitare la guerra con gli Stati Uniti ormai alle porte.
Colpito negli ultimi anni di vita dal terribile morbo di Parkinson, Muhammad Ali ha commosso l'opinione pubblica di tutto il mondo, turbata dal violento contrasto esistente fra le immagini esuberanti e piene di vita di un tempo e l'uomo sofferente e privato delle sue forze che si presentava ora al mondo.
Alle Olimpiadi americane di Atlanta 1996, Muhammad Ali sorprese e allo stesso tempo commosse il mondo intero accendendo la fiamma olimpica che inaugurava i giochi: le immagini mostrarono ancora una volta gli evidenti segni dei tremori dovuti alla sua malattia. Il grande atleta, dotato di una forza di volontà e di un carattere d'acciaio, non si fece moralmente sconfiggere dalla malattia che lo accompagnò per trent'anni e continuò a combattere le sue battaglie di pace, in difesa dei diritti civili, rimanendo sempre e comunque un simbolo per la popolazione di colore americana.
Muhammad Ali si è spento il 3 giugno 2016 a Phoenix, all'età di 74 anni, ricoverato in ospedale a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni.

martedì 8 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 marzo.
L'8 marzo 1971 a New York, al Madison Square Garden, si consumò quello che venne ribattezzato "Il match del secolo", tra Joe Frazier e Mohammed Alì.
Sul palcoscenico del Madison Square Garden quella notte vinse il migliore, il più forte e insieme il più povero e il più assetato di vittorie. Quella sera Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Alì,  fece piangere molta gente. Dei 20.000 spettatori che avevano pagato il biglietto per entrare al Garden la maggior parte era venuta per vederlo volare come una farfalla e pungere come una ape, ma quella sua eleganza, quel suo essere un artista unico durò pochi minuti. Davanti aveva una macchina di rabbia, un  treno distruttore che si era alimentato con gli insulti che Clay (In Italia lo chiamavano ancora tutti così) gli aveva appiccicato addosso.
Clay lo apostrofò "zio Tom" lo accusò di essere un servo dei bianchi e soprattutto gli aveva promesso che l'avrebbe messo ko entro la sesta ripresa. Una promessa azzardata da parte di un atleta rimasto fuori dal ring per 40  mesi, a causa del noto rifiuto di partire per il Vietnam, armi in pugno? Forse sì. Senza sminuire la vittoria di Frazier al culmine della sua potenzialità, quella lunga lontananza dal quadrato pesò sulla performance di Alì. "Smoking" Joe attaccò subito con una furia sovrumana mettendo in mostra un tremendo sinistro che fu la chiave vincente del match. L’obiettivo principale del campione dei pesi massimi era uno solo: smantellare la difesa di Clay colpendolo ai fianchi, allo stomaco, al fegato. Una tattica che riuscì perfettamente, culminata in quello spettacolare atterramento che è entrato nella storia.  Molti scrissero che Frazier, nelle ultime riprese, rallentò per non mettere ko Clay, ma forse aveva esaurito la sua tremenda carica agonistica che, a cinque riprese dalla fine, andava già a braccetto con la vittoria, poi sancita dai giudici. Quando l’arbitro Arthur Mercante raccolse i cartellini, Aidala aveva dato 9 riprese a Frazier e 6 a Clay; Recht 11 a Joe e 4 a Cassius; nel suo cartellino, Mercante aveva assegnato l'8 a 6 per il campione. Il momento più drammatico, comunque, lo vissero coloro che accompagnarono Muhammad Alì all’ospedale. Il famoso corrispondente dagli Usa Lino Mannocchia scrisse: "Clay aveva un viso simile a un pallone da football. La sua mascella sembrava volesse schizzare fuori dalla testa".
E in Italia, come vivemmo quella magica notte? Furono milioni gli italiani che seguirono per radio o televisione il match. Allora non esisteva la parola “share” ma un dato certo fa pensare. Tra le 4.30 e le 5.45 i chilowatt in Italia  aumentarono di 1.200.000 rispetto al solito. La Sip fece 10.000 chiamate, prenotate per dare la sveglia (duemila solo a Milano che solitamente, durante la notte, ne faceva registrare una trentina). La Radio effettuò un servizio speciale denominato “Notte e Sport” con la telecronaca in diretta da New York e con un collegamento con Nino Benvenuti, che si trovava al Centro Tecnico di Fiuggi con i suoi istruttori  Caneo e Zuliani, e con Bruno Arcari a Genova.  Fu un evento davvero planetario e Joe Frazier, la sera dopo quell’ 8 Marzo, festeggiò allo Statler Hilton la vittoria, cantando diverse canzoni con il suo complesso musicale, gli Knock-outs.
Joe Frazier si spense nelle prime ore di lunedì 7 novembre 2011 per un cancro al fegato. Al suo funerale, svoltosi nella chiesa battista di Enon Tabernacle, erano presenti Larry Holmes e Michael Spinks; Muhammad Alì ha ricordato così l'amico e rivale: «Il mondo ha perso un grande campione, ricorderò sempre Joe con rispetto ed ammirazione: il mio pensiero va alla sua famiglia e a coloro che l'hanno amato».
Mohammed Alì, per oltre 30 anni affetto dal morbo di Parkinson, si è spento a Scottsdale il 3 giugno 2016.

venerdì 1 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo ottobre.
Il primo ottobre 1975 si disputa a Manila il terzo incontro di pugilato tra Mohammed Alì e Joe Frazier.
Sono passati quasi 50 anni, ma per chi ama la boxe quel giorno non si può dimenticare. Fu chiamato "Thrilla in Manila", Muhammad Ali contro Joe Frazier, il terzo incontro della loro serie, e fu uno dei combattimenti più belli fra pesi massimi (molti sostengono il migliore in assoluto) nella storia del pugilato.
L'idolo dei neri e "ribelle" che si era rifiutato di andare in Vietnam, che non stava mai zitto ed era già il più grande, contro il rivale "Smokin' Joe" di umilissime origini, oro olimpico a Tokyo come l'ex Cassius Clay a Roma 4 anni prima, tranquillo fuori dal ring quanto cattivo dentro, potente e autore di KO spettacolari al punto di farsi amare perfino dai banchieri di Wall Street. Proprio per questo prima dell'incontro il campione in carica, "The Greatest", lo accusò di "essersi messo al soldo dei bianchi".
Ali-Frazier a Manila fu davvero un thriller, come da slogan inventato da Don King, che l'anno prima aveva organizzato un altro evento da leggenda e lo aveva chiamato "Rumble in the jungle", Muhammad Ali che mise KO George Foreman a Kinshasa mentre la gente gli gridava "Ali boma ye", ovvero "ammazzalo".
Una mattanza fu invece il terzo Ali-Frazier, ancora più bello delle due sfide precedenti. Che cosa fu quell'incontro lo spiegò alla fine Ali, che pure aveva vinto: "è stato quanto di più vicino alla morte".
Frazier venne fatto rimanere all'angolo dai suoi all'inizio della 15/a ed ultima ripresa: Joe era stremato, una maschera di sangue, distrutto dai jab dell'avversario che gli avevano "chiuso" gli occhi. Ma al limite era arrivato anche l'uomo che prima della conversione all'Islam si chiamava Cassius Clay, non proprio il prototipo del campione umile, che però quella volta ammise: "se Joe non si fosse ritirato, non so se avrei potuto continuare".
Quel combattimento fu talmente duro, anzi brutale, e quel successo per abbandono talmente "sudato", che Ferdie Pacheco, il medico di Muhammad Ali, si convinse che alla base del morbo di Parkinson che ha tormentato la vita del Campione dei campioni ci furono i danni cerebrali riportati sul ring di Manila, per i colpi, in particolare quei ganci di sinistro, che Frazier scagliò sul rivale. "Lui mi pensa, ogni giorno quando scende dal letto mi pensa", ha detto molti anni dopo lo stesso Frazier per sostenere che Pacheco aveva ragione. Di sicuro "Thrilla in Manila" se non fu l'incontro del secolo, poco ci manca.

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