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giovedì 13 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1998 vengono condannati a titolo definitivo alcuni dei massimi esponenti politici della prima repubblica, nell'ambito del processo Enimont.
Il 13 febbraio 1993 veniva inviato un avviso di garanzia nei confronti di Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni. Le accuse? Falso in bilancio, false comunicazioni sociali e peculato nell’ambito del processo ENIMONT .
Malgrado il maldestro (e malriuscito) tentativo del Governo Amato di ‘bloccare’ Mani Pulite attraverso il ‘colpo di spugna’ del decreto Conso, poi non firmato dal presidente della Repubblica Scalfaro, di lì a poche settimane tutto lo scandalo di Tangentopoli si sarebbe ‘mediaticamente’ concentrato proprio nell’affaire Enimont e sul processo ‘Cusani’, ad esso collegato. Facciamo un passo indietro per capire di cosa si tratta.
Alla fine degli anni 80 i due poli chimici nazionali, l‘Eni nel settore pubblico e la Montedison nel settore privato, decisero di accordarsi per far nascere un ‘polo unico’ della chimica, venne quindi creata la società Enimont, per il 40% a partecipazione ENI, quindi pubblica, per un altro 40% a partecipazione Montedison, quindi privata e per il restante 20% ai singoli azionisti nel mercato finanziario. All’epoca dell’accordo Gabriele Cagliari era Presidente dell’Eni e Raul Gardini era a capo di Montedison.
Il matrimonio tra i due colossi della chimica durò poco. Nel 1990 Gardini cercò di ‘scalare’ Enimont, tentando di acquistare il 20% delle azioni sul mercato. Tale decisione fu la causa della rottura dei rapporti con l’Eni. Gardini decise così di vendere il 40% di proprietà Montedison all’Eni, scelta che privò il colosso privato di quasi tutto il settore chimico che deteneva prima dell’accordo.
Da questa scelta di Gardini nacquero gran parte delle accuse dei magistrati, poi culminate nel Processo Enimont e nel più importante, almeno dal punto di vista mediatico, Processo Cusani.
Gardini, tramite il suo collaboratore di fiducia Sergio Cusani,  avrebbe pagato tangenti ( 150 miliardi di lire) ai partiti politici dell’epoca in modo da risparmiare sulle tasse sulla vendita delle attività chimiche della Montedison.
Il processo sull’affaire Enimont vede ‘stralciata’ la posizione di Sergio Cusani, per il quale viene celebrato un processo apposito, ovvero il cosiddetto ‘Processo Cusani‘:
La posizione di Cusani viene dunque stralciata dalla complessa vicenda Enimont (è stata infatti accettata la richiesta di un processo in tempi rapidi da parte dell’avvocato difensore), ponendo l’imputato come l’unico protagonista in attesa di giudizio, mentre gli altri soggetti coinvolti nella vicenda (dai manager del Gruppo Ferruzzi ai politici) entrano in aula solo in veste di testimoni, per di più imputati di reato connesso.
Telegiornali, trasmissioni politiche, quotidiani e tutti i mezzi di informazione iniziarono quindi a concentrare le loro attenzioni sul cosiddetto “ padre dei processi di Tangentopoli per la madre di tutte le tangenti”, come fu ribattezzato il Processo Cusani dall’allora Pm accusatore, Antonio Di Pietro.
I principali attori dell’affaire Enimont non videro mai le aule di tribunale. Gabriele Cagliari, arrestato a marzo, dopo quattro mesi di carcerazione preventiva, si suicidò in carcere. Era il 20 luglio 1993.
Dopo tre giorni Raul Gardini si uccise sparandosi un colpo di pistola alla testa. Su ambedue i suicidi rimasero  forti dubbi.
Il dibattimento comunque si aprì il 28 ottobre 1993, sotto accusa era l’intera classe politica della prima Repubblica. Cusani quindi diventava il ‘simbolo’ di Mani Pulite, l’agnello sacrificale dal punto di vista mediatico (e non solo).
il dibattimento durò sei mesi esatti per un totale di 51 udienze, 400 ore di dibattimento, 117 testimoni (la maggior parte indagati di reato connesso) tra cui due ex presidenti del Consiglio, Craxi e Forlani, e 7 ministri nella Prima Repubblica. Furono compilate 20.000 pagine di documenti e 7.000 pagine di verbali.
I principali politici accusati nel Processo ‘principale’, ovvero quello legato ad Enimont, sfilarono come ‘testimoni’ o comunque come ‘accusati di reato connesso’ proprio nel Processo a Cusani, mandati in ‘pasto’ alle Telecamere di tutto il mondo.
Tra gli imputati figuravano noti esponenti politici, come Renato Altissimo (segretario del PLI ed ex ministro della sanità), Bettino Craxi (segretario del PSI e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987), Gianni De Michelis (ministro degli esteri dal 1989 al 1992), Arnaldo Forlani (segretario della DC e presidente del Consiglio tra il 1980 e il 1981), Giorgio La Malfa, Claudio Martelli (vice segretario del PSI e ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993), Carlo Vizzini (segretario del PSDI). Personaggi dell’opposizione come Bossi e Patelli della Lega Nord e Primo Greganti del PDS erano ugualmente imputati.
Il processo fu trasmesso in diretta dalla Rai, registrando ascolti record: celebri furono gli accesi scontri verbali fra Di Pietro e l’avvocato di Cusani, Giuliano Spazzali, durante i quali il magistrato impiegava il suo colorito linguaggio popolare (il cosiddetto “dipietrese“), che ne aumentarono la popolarità e l’affetto del popolo e sarebbero diventate una delle sue caratteristiche più famose.
Cusani non era una figura di primo piano, ma nell’affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente «Non ricordo». Nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della goccia di saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo dell’assenza di self control di chi era per la prima volta chiamato a rendere conto delle proprie azioni e produsse anche icasticamente un moto di disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto i fondi illegali, anche se negò che ammontassero a 93 milioni di dollari. La sua difesa fu ancora una volta che «lo facevano tutti» ma la sua deposizione, al contrario delle precedenti, non venne interrotta dal pubblico ministero d’udienza, Antonio Di Pietro, il quale reagì alle critiche per questa sua inusuale condotta processuale dichiarando alla stampa che per la prima volta vi era stata una piena confessione.
Anche la Lega Nord e il disciolto PCI, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nelle chiamate in correità: sulla base di queste, nel successivo processo ENIMONT Umberto Bossi e l’ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali, mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel processo emerse anche che una valigia con del denaro era pervenuta a Via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro disse: «La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome». Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il PM non abbia fatto il possibile per individuare i componenti del PCI responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come «un’autentica falsità».
Il processo si concluse con la condanna di Cusani  a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Ne scontò in cella quattro. Nel corso del processo di primo grado aveva restituito 35 miliardi di lire. Il 30 marzo 2001 aveva finito di scontare la sua pena.
Per quanto concerne il Processo Enimont, dove erano imputati politici e faccendieri della Prima Repubblica, la sentenza definitiva arrivò nel 1998.
Il 13 giugno arrivarono le altre condanne definitive;
Arnaldo Forlani: 2 anni e 4 mesi.
Severino Citaristi: 3 anni.
Giuseppe Garofano: 3 anni.
Carlo Sama: 3 anni.
Luigi Bisignani: 2 anni e 6 mesi.
Romano Venturi: 1 anno e 8 mesi.
Alberto Grotti: 1 anno e 4 mesi.
Renato Altissimo: 8 mesi.
Umberto Bossi: 8 mesi.
Alessandro Patelli: 8 mesi.
Giorgio La Malfa: 6 mesi e 20 giorni.
Egidio Sterpa: 6 mesi.
Il 10 luglio venne confermata la condanna di 1 anno e 8 mesi per Paolo Cirino Pomicino, mentre per Bettino Craxi e Claudio Martelli venne deciso che si doveva rifare il processo d’appello; Craxi venne condannato a 3 anni in 2º grado il 1º ottobre 1999 ma la Cassazione non si pronunciò perché pochi mesi dopo, il 19 gennaio 2000 morì in Tunisia. Per quanto riguarda la posizione di Martelli, il 21 marzo 2000 la Cassazione lo condannò definitivamente ad 8 mesi, confermando la sentenza d’appello.

mercoledì 27 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 aprile.
Il 27 aprile 1981 a Palermo, al congresso del Partito Socialista, Bettino Craxi viene riconfermato segretario col 74% dei voti.
Storico leader socialista, Bettino Craxi pronuncia il suo ultimo discorso da deputato, un deputato sotto accusa, il 29 aprile del 1993. Poi ci saranno le monetine, i processi, le condanne, il triste rifugio ad Hammameth, la malattia, la morte. Una parabola che in sedici anni lo porterà dall'altare al fango.
Benedetto (Bettino) Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934, in un periodo in cui il fascismo andava rapidamente affermandosi, richiamando consensi sempre più espliciti da parte di tutto il popolo italiano. Primo di tre figli di Vittorio Craxi, avvocato siciliano trasferitosi al Nord (tanto da diventare prefetto di Milano e poi Prefetto a Como ), e di Maria Ferrari una popolana originaria di Sant'Angelo Lodigiano, Bettino è invece allevato nei valori dell'antifascismo e del socialismo liberale.
Iscritto alla Gioventù socialista, entra nella Federazione milanese durante le scuole superiori. Negli anni '50 è funzionario a Sesto S. Giovanni. Entrerà nel Comitato Centrale del Psi al congresso di Venezia del '57. A ventitre anni il suo campo di azione sono le università. Lo confessò lui stesso che da ragazzo non amava studiare. Al liceo rimediava promozioni a fatica. Ottiene comunque la maturità classica, ma all'Università non avrà uguale fortuna: frequenta sia la Facoltà di Giurisprudenza a Milano che quella di Scienze Politiche di Perugia. A diciannove anni l'incontro con Anna Maria Moncini, la donna che diventerà sua moglie.
Nenniano di ferro e anticomunista convinto, prosegue come consigliere comunale a Milano dove, nel 1965, entra nella Direzione del Partito. Tre anni dopo, Craxi viene eletto deputato e passa nella Segreteria Nazionale come vice segretario di Giacomo Mancini, poi di Francesco De Martino. In quegli anni allaccia rapporti con i Partiti fratelli europei, mentre in seguito, nei primi anni '70 sosterrà e finanzierà tutti i partiti socialisti sottoposti a regimi dittatoriali (Grecia, Spagna, Portogallo).
Nel '76 viene eletto Segretario del Psi al posto di De Martino, indicato come un segretario di transizione. Invece Craxi dimostra non solo di avere numerosi assi nella manica, ma anche idee innovative e per nulla acquiescenti nei confronti dello status quo politico italiano. Al congresso di Torino del 1978, ad esempio, contrappone la "Strategia dell'alternativa" al "Compromesso storico" enunciato dal leader del Pci Enrico Berlinguer, un partito col quale Craxi avvierà una feroce polemica.
Nel '78 matura un altro avvenimento fondamentale per la carriera dell'uomo politico italiano più decisionista degli ultimi decenni: si tratta dello scandalo Lockheed, scandalo che costrinse l'allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone a dimettersi anticipatamente e a fare sì che il Psi riesca a imporre, per la prima volta nella sua storia, un socialista al Quirinale: Sandro Pertini. Lo scontro con i comunisti va avanti. Mentre Berlinguer opera lo strappo con Mosca, avviando la "terza via", nello stesso periodo Craxi abbandona Lenin e Marx per esaltare il pensiero di Proudhon e cambia il simbolo del Partito: non più falce e martello su libro e sole nascente, bensì un garofano rosso.
Durante il rapimento di Moro, Democrazia cristiana e Pci non ne vogliono sapere di intavolare una trattativa per la liberazione di Aldo Moro. La linea scelta dai due maggiori partiti per affrontare i drammatici 55 giorni del sequestro dello statista Dc è quella della fermezza: nessuna concessione alle Brigate Rosse. Bettino Craxi opterà invece per la linea della trattativa, ma inutilmente.
Il 4 agosto del 1983 forma il suo primo governo: un pentapartito composto da Dc Psi, Psdi, Pri e Pli. Resterà in carica fino al 27 giugno 1986. Un periodo che rimarrà il più lungo mai registrato nella storia della Repubblica, fino all'avvento di Berlusconi. Oltre al record di permanenza, Craxi fu il primo socialista a diventare Primo Ministro in Italia. Nel 1984 (il 18 febbraio) si firma la revisione del Concordato tra Italia e Vaticano. Sparisce la "congrua" e viene introdotto l' 8 per mille e le offerte deducibili per il Clero. Con il Premier, a siglare l'intesa, il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli.
L'altro strappo col Pci è del 1984 quando, su sua proposta, viene approvato il decreto legge per il taglio di alcuni punti della scala mobile, senza il consenso dei sindacati.
Il 10 settembre del 1985 un aereo egiziano che trasporta Abu Abbas, esponente dell'OLP, un suo aiutante e i 4 dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, è intercettato dall'aviazione militare Usa che ne impone l'atterraggio a Sigonella (Sicilia). Craxi rifiuta di consegnare agli Usa i sequestratori palestinesi dell'Achille Lauro affermando che i reati sono stati commessi su suolo italiano e, quindi, compete all'Italia perseguire i reati. I militari italiani di Sigonella si oppongono, con le armi, alle truppe speciali statunitensi.
L' 8 dicembre 1989 il Segretario Generale dell'ONU lo nomina suo Rappresentante personale per il debito dei Paesi in via di sviluppo. Nel '90 presenta il suo rapporto all'Assemblea.
Il Segretario Generale lo nomina Consigliere Speciale per lo sviluppo e il consolidamento per la pace e della sicurezza. Per firmare i suoi interventi sull' "Avanti!" Craxi inizia a usare lo pseudonimo affibbiatogli dal direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, ispirato al "masnadiero di Radicofani": Ghino di Tacco.
Non è per la verità un soprannome lusinghiero, visto che si trattava di un brigante (anche se c'è chi sostiene che fosse una sorta di Robin Hood), ma Craxi con molto senso dell'umorismo, accetta il dileggio.
Craxi prosegue comunque la sua opera di avvicinamento del Partito Socialista al centro, con l'intento di farne l'ago della bilancia della politica italiana. Sono gli anni del celeberrimo CAF, l'asse Craxi-Andreotti-Forlani, il governo pentapartito dei primi anni '90. I tre rovesciano il leader irpino Ciriaco De Mita togliendogli la Segreteria Dc e il governo. Ma Craxi non riuscirà più a riprendere le redini del governo. L'inizio della crisi politica di Bettino Craxi è datata 1992.
La valanga inizia con l'arresto dell'amministratore socialista di una casa di riposo per anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio: Mario Chiesa, che viene bloccato mentre incassa una tangente da una ditta di pulizie. Craxi lo definisce "un mariuolo", un ladruncolo che non ha nulla a che fare con il Psi. Ma da quell'episodio parte Mani Pulite, inchiesta condotta dal pm Antonio Di Pietro. Inizia Tangentopoli. Il 15 dicembre 92 arriva il primo avviso di garanzia per l'inchiesta sulla Metropolitana di Milano. Il Pool, guidato da Francesco Saverio Borrelli, invia al leader socialista, il primo avviso di garanzia.
Nell'agosto del '93, davanti ad un Parlamento ammutolito, fa lo storico discorso che suona come una sfida a tutta la classe politica italiana: "Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese". Poi ricorda i soldi versati dai sovietici al Pci e l'apparato paramilitare del KGB in Italia.
Tuttavia, travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi decide di non affrontare i processi e nel 1994 fugge nella sua villa di Hammamet, in Tunisia, presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare.
Muore in Tunisia il 20 gennaio 2000 da latitante.
La sua tomba, nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, è orientata in direzione dell'Italia.
Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a:
    5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI il 12 novembre 1996;
    4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile 1999.
Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell'imputato. Fino a quel momento Craxi era stato condannato a:
    4 anni e una multa di 20 miliardi di lire in primo grado per il caso All Iberian il 13 luglio 1998, pena poi prescritta in appello il 26 ottobre 1999.
    5 anni e 5 mesi in primo grado per tangenti ENEL il 22 gennaio 1999;
    5 anni e 9 mesi in appello per il conto protezione, sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno 1999;
    3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1º ottobre 1999;
Craxi fu anche rinviato a giudizio il 25 marzo 1998 per i fondi neri Montedison e il 30 novembre 1998 per i fondi neri Eni.

martedì 27 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 luglio.
Nella notte del 27 luglio 1993 esplode una autobomba a Milano nei giardini di Via Palestro, provocando 6 morti. Altre due a Roma, danneggiando la chiesa di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.
La primavera-estate del '93, ormai quasi del tutto dimenticata e forse rimossa, fu per l'Italia una nuova stagione di sangue. Forse, in quel complicato intrigo che sono i misteri d'Italia, fu proprio quella la stagione più misteriosa e, non a caso, quella che ha trovato una definitiva, quanto poco credibile (anzi assolutamente incredibile), sistematizzazione giudiziaria.
14 maggio 1993: un'autobomba esplode a tarda sera in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli, uno dei più esclusivi della capitale, a due passi dal teatro Parioli. L'esplosione avviene al passaggio di un'auto con a bordo Maurizio Costanzo e sua moglie, Maria De Filippi, che dopo la registrazione del "Maurizio Costanzo show", una trasmissione della rete televisiva Canale 5, stanno facendo ritorno a casa. Nessuna vittima.
27 maggio 1993: Un'altra autobomba, questa volta piazzata a Firenze, in via dei Georgofili, sotto la Torre del Pulci, non distante dalla Galleria degli Uffizi, esplode provocando 5 morti.
Notte tra il 27 e il 28 luglio 1993: Ancora un autobomba piazzata in via Palestro a Milano provoca cinque morti. Autobombe esplodono anche a Roma davanti al vicariato, in piazza San Giovanni e di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro: nessuna vittima. Poi il silenzio torna a pesare come una cappa di piombo. Che il Partito della Tensione, da quasi due decenni disattivo, sia tornato in azione? Che ancora una volta, dopo gli anni dello stragismo, una nuova minaccia stia sovrastando il Paese? E con quali finalità? Certamente quei micidiali strumenti di morte (10 vittime, montagne di macerie) sembrano soprattutto precisi avvertimenti lanciati, come segnali di condizionamento, contro il cambiamento che l'Italia sta vivendo in quel periodo: l'inchiesta Mani Pulite sta facendo piazza pulita della classe dirigente nazionale, un referendum ha appena introdotto un nuovo sistema elettorale basato sul principio del maggioritario, c'è già chi (avventatamente) parla di Seconda Repubblica. I messaggi sono lampanti, quelle autobombe sono ordigni dialoganti, in tutti gli attentati emergono simbologie massoniche precise. Eppure la magistratura batterà, senza prendere in considerazione alcuna alternativa, la sola pista della mafia siciliana. Con un teorema quanto mai fantasioso: Salvatore Riina, simpaticamente chiamato dai suoi "Totò u curtu", avrebbe ordinato quegli attentati per colpire delle opere d'arte nazionali, obiettivi che, semmai, appaiono solo sullo sfondo, quasi un obiettivo collaterale, in appena tre dei cinque episodi stragistici.
Oggi una pietra tombale giudiziaria è stata posta sulle stragi della primavera-estate 1993. Ma, verdetti della magistratura a parte, i misteri restano tutti. Nessuno ha voluto ancora svelarli.

mercoledì 17 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1992 viene arrestato a Milano, mentre incassa una tangente di sette milioni di Lire al Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, presidente dell'Istituto. E' l'inizio di Mani Pulite, l'inchiesta che travolgerà la politica della prima repubblica.
Fu la prima inchiesta di Antonio Di Pietro. Le notizie della corruzione in politica cominciarono ad essere pubblicate dai giornali. Il leader del Psi, primo ad essere colpito dall'inchiesta, Bettino Craxi, negò subito l'esistenza di corruzione a livello nazionale, definendo Mario Chiesa un mariuolo, una "scheggia impazzita" dell'altrimenti integro Partito Socialista.
Nell'aprile 1992 le indagini, iniziate a Milano, si propagarono velocemente ad altre città, grazie alle confessioni degli arrestati e molti industriali e politici, specialmente della maggioranza ma anche dell'opposizione, furono arrestati con l'accusa di corruzione. Una situazione grottesca accadde quando un politico socialista confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri che erano arrivati a casa sua, per poi scoprire che erano venuti semplicemente per notificargli una multa.
Il 2 settembre 1992, il politico socialista Sergio Moroni, accusato di corruzione, si uccise. Lasciò una lettera in cui si dichiarava colpevole, dichiarando che i crimini non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti. Fondamentale per questa espansione esponenziale delle indagini fu la diffusa tendenza dei leader politici di privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di loro si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.
Nelle elezioni locali di dicembre, la DC perse metà dei voti. Craxi, dopo aver ricevuto tanti avvisi di garanzia, inerenti anche reati di corruzione, rassegnò in febbraio le dimissioni da segretario del Psi. Nelle nuove elezioni amministrative del 6 giugno 1993 la DC perse nuovamente metà dei voti, e il Partito Socialista praticamente sparì. La Lega Nord divenne la maggior forza politica dell'Italia settentrionale. L'opposizione di sinistra si avvicinò alla maggioranza, ma mancava ancora di unità e di leadership.
Il 5 marzo 1993, il governo presieduto da Giuliano Amato, e in particolare il Ministro della Giustizia Luigi Conso, cercarono di trovare una "soluzione politica" con una nuova legge sul finanziamento dei partiti: il decreto Conso, che fu definito criticamente "il colpo di spugna", il quale prevedeva la rimozione delle pene per molti crimini e introduceva al loro posto piccole infrazioni civili; il risultato sarebbe stato una sorta di amnistia per la maggior parte delle accuse di corruzione. Tra l'indignazione della gente e sollevazioni a livello nazionale, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiutò di firmare la legge, definendola incostituzionale.
Durante il governo di Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d'Italia, le indagini su Craxi furono bloccate dal Parlamento: ad aprile la Camera dei deputati negò la autorizzazione a procedere per Craxi. Quattro ministri del governo, pur essendo in carica da soli tre giorni, diedero le dimissioni per protesta il 29 Aprile: tra di loro c'era Francesco Rutelli, Ministro dell'Ambiente.
A metà marzo fu reso pubblico uno scandalo per 250 milioni di dollari, riguardante l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI): questo scandalo si risolse tragicamente quando, il 20 luglio 1993, l'ex-presidente dell'ENI, Gabriele Cagliari, si uccise in carcere. In seguito, sua moglie restituì oltre 6 miliardi di lire di fondi illegali.
Nel frattempo iniziò il processo a Sergio Cusani il quale era accusato di crimini collegati ad una joint venture tra ENI e Montedison (la più antica industria di energia in Italia, Montecatini Edison Spa), chiamata Enimont. Il processo fu diffuso sulla televisione nazionale, e fu una specie di passerella di vecchi politici messi a confronto con le loro responsabilità.
Anche se Cusani non era una figura di primo piano, il fatto che i crimini di cui era accusato fossero collegati all'affare Enimont coinvolse come testimoni molti politici di primo piano. Il culmine del processo Cusani fu quando l'ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente "Non ricordo"; nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e non si rese conto della saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi illegali.
La sua difesa fu "lo facevano tutti". Persino la Lega Nord fu coinvolta nel processo; il suo segretario Umberto Bossi e l'ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali. Anche il Partito Comunista Italiano fu accusato di corruzione, ma non fu possibile provare chi avesse commesso i fatti: in proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro affermò che non si fece tutto il possibile per individuare i responsabili del Partito Comunista che avrebbero commesso i reati di corruzione.
In marzo, quando Di Pietro richiese una rogatoria internazionale ad Hong Kong sui conti di Craxi, ricevette contemporaneamente un messaggio dalla Falange armata: «a Di Pietro uccideremo il figlio».
In giugno Aldo Brancher è il primo manager Fininvest ad essere arrestato per tangenti.
Il 12 luglio Silvio Berlusconi invia un fax a Il Giornale, di cui è proprietario, ordinando di attaccare i magistrati del pool; ma Federico Orlando e Indro Montanelli si rifiutarono.
Vennero creati anche dossier e indagini contro il pool di magistrati protagonisti dell'indagine: il 17 luglio, Il Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, pubblica un dossier sulle presunte malefatte di Di Pietro (che verrà riproposto nel 1997); il Gico di Firenze (il Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) raccolse fuori verbale le confidenze di un pentito, Salvatore Maimone, sulle ipotetiche coperture offerte alla mafia dell'Autoparco dai pubblici ministeri Di Pietro, Spataro, Di Maggio e Nobili. Il processo Autoparco dimostrerà che l'indagine del Gico era costruita sul nulla.
Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica:
il 2 settembre 1993, fu arrestato il giudice milanese Diego Curtò.
Il 21 aprile 1994, 80 uomini della Guardia di Finanza (fu per questo coniato il termine fiamme sporche) e 300 personalità dell'industria furono accusate di corruzione. Alcuni giorni dopo, il segretario della Fiat ammise la corruzione con una lettera ad un giornale.
Nel 1994, Silvio Berlusconi entrò impetuosamente in politica e vinse le elezioni.
Il 13 luglio 1994, il governo Berlusconi promulgò un decreto legge (c.d. "decreto Biondi") che favoriva gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione. Sempre secondo i detrattori del premier, la tempistica di questa legge fu accuratamente studiata in modo che coincidesse con lo svolgimento dei mondiali di calcio negli Usa, e in particolare con la vittoria dell'Italia contro la Bulgaria, passando così in secondo piano rispetto all'opinione pubblica. Ciò non bastò, ma alimentò nuove voci di protesta contro il sistema politico. Le immagini di Francesco De Lorenzo, ex Ministro della Sanità accusato di furto di denaro dagli ospedali, ebbe comunque un grande effetto sul pubblico.
Solo pochi giorni prima, i poliziotti arrestati avevano parlato di corruzione nella Fininvest, la maggiore delle proprietà della famiglia Berlusconi. La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiararono che avrebbero rispettato le leggi dello stato, incluso il "decreto Biondi", ma che non potevano lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la loro coscienza, chiedendo quindi di essere riassegnati ad altri incarichi.
Forse perché il governo non poteva permettersi di essere visto come un avversario del popolare pool di giudici, il decreto fu frettolosamente ritirato; si parlò in effetti di un "malinteso", e lo stesso Ministro dell'Interno Roberto Maroni (Lega Nord) sostenne che non aveva nemmeno avuto la possibilità di leggerlo. Anche se il ministro della giustizia era Alfredo Biondi, molti sospettarono che il decreto fosse stato scritto da Cesare Previti, un avvocato della Fininvest di Berlusconi. Non vi è tuttavia alcuna prova a sostegno di tale affermazione.
Il 28 luglio, il fratello di Berlusconi fu arrestato e subito rilasciato.
Cominciò a questo punto quella che è stata definita come la "battaglia tra Berlusconi e Di Pietro".
Da una parte le indagini giudiziarie sulle aziende di Berlusconi, dall'altra il governo che mandava "ispettori" negli uffici dei giudici milanesi, alla ricerca di irregolarità formali. Questa tattica, insieme al contributo di media che sostenevano il premier e la sua azione nei confronti dei magistrati, contribuì secondo alcuni a creare una situazione che in altri contesti si definirebbe FUD (Fear, Uncertainty and Doubt, "paura, incertezza e dubbio"). La battaglia fu senza vincitori: il 6 dicembre Di Pietro si dimise dalla magistratura e due settimane dopo il governo si dimise, alla vigilia di un voto di fiducia critico in Parlamento che avrebbe potuto avere un esito sfavorevole a Berlusconi.
Dopo il 1994, il rischio che i processi venissero cancellati a causa della prescrizione divenne molto concreto, e la cosa era chiara sia ai giudici che ai politici. Questi ultimi (senza distinzioni tra la coalizione di Berlusconi e l'Ulivo, specialmente sotto la leadership di Massimo D'Alema) ignorarono le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare equipaggiamenti, e promulgarono leggi che, secondo molti critici, resero i già penosamente lenti processi italiani ancora più lenti, e soggetti a prescrizione più rapida.
Nel 1998 Cesare Previti, ex manager Fininvest e parlamentare nelle file di Berlusconi, evitò il carcere grazie all'intervento del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati erano all'opposizione. Craxi invece accumulò diversi anni di condanne definitive, e scelse la contumacia - secondo i suoi sostenitori, l'esilio volontario - ad Hammamet in Tunisia, dove risiedette dal 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000.
Dopo la vittoria di Berlusconi nelle elezioni politiche del 2001, l'atteggiamento dei media e dell'opinione pubblica nei confronti dei giudici si presentava molto diversa da quella dell'epoca di Mani pulite: non solo criticarono apertamente i giudici per il loro operato nell'inchiesta, ma divennero sempre più rare in televisione opinioni favorevoli al pool di Milano. Ovviamente, in molti sospettarono che questa inversione di marcia fosse legata al potere mediatico di Berlusconi. Persino Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, si sbilanciò mostrando in parlamento una corda da impiccagione a denuncia di quello che evidentemente considerava un atteggiamento giustizialista della giustizia (alla quale poco tempo prima aveva comunque plaudito per la "distruzione" del sistema politico tradizionale).
Chi ha immaginato di aver raggiunto un punto di non ritorno nella politica nazionale, però, sarà rimasto deluso. Il sistema politico, infatti, si è rapidamente ricomposto in forme nuove, che hanno tuttavia continuato a calpestare la volontà dei cittadini (ad esempio, aggirando il referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti) e le richieste di organi internazionali (ONU, UE, Consiglio d’Europa, FMI, OCSE) di ridare trasparenza alle istituzioni e al mercato italiano. È quella che potremmo definire una “restaurazione” durata vent’anni, e in corso tuttora, che rende Mani Pulite una storia assolutamente attuale.
Il primo passo è stato quello di diffondere, a mezzo stampa, l’idea che i magistrati avevano esagerato, che erano stati parziali, salvando alcune forze politiche, fino all’accusa di aver dato vita  a un vero e proprio “golpe”. Il secondo passo è stato promuovere una serie di iniziative legislative volte a proteggere i potentati politici ed economici, e in generale a rendere meno efficace il sistema della giustizia. Si è trattato di un processo sostanzialmente bipartisan. Leggi come quelle sui reati finanziari, ad esempio, sono state approvate da maggioranze di Centrosinistra; altre, come quelle sul reato di false comunicazioni sociali, o la devastante “ex Cirielli” – il taglio delle prescrizioni, che ha mandato in fumo decine di migliaia di processi – nonché le varie leggi ad personam, sono state volute da maggioranze di Centrodestra. Quanto alle istanze internazionali, è bastato non ratificare la Convenzione Penale sulla Corruzione del Consiglio d’Europa che, pure, l’Italia aveva firmato nel 1999.
Sono trascorsi ventiquattro anni, e di quell’inchiesta non si parla quasi più, o lo si fa in maniera distorta e semplicistica, attraverso il nuovo format televisivo – tipico delle tv commerciali, ma ampiamente trapiantato in Rai negli ultimi quindici anni – che prevede l’assoluta predominanza del commento sulla notizia, dell’opinione sui fatti. Sebbene una certa vulgata politico-giornalistica cerchi di far passare Mani Pulite per un’inchiesta faziosa o, nella migliore delle ipotesi, fallimentare, come se la maggioranza degli inquisiti fosse stata assolta, il compito di chi non vuole rinunciare alla propria memoria è di riportare i fatti in primo piano, rispetto alle opinioni.
Si scoprirebbe, infatti, che la percentuale di assoluzioni nel merito per i vari capi di imputazione è meno del 10%. I restanti proscioglimenti, circa il 35% degli indagati, sono avvenuti grazie alla prescrizione, ai cavilli procedurali o a modifiche legislative su misura. In ogni caso, a parte gli scomparsi, quasi tutti gli indagati del 1992-94 e degli anni successivi, comunque siano finiti i loro processi, sono rimasti o tornati rapidamente alla vita pubblica.
Mani Pulite ha avuto anche un’altra conseguenza sulla politica nazionale. Da circa venti anni assistiamo alla “discesa in politica” dei più brillanti magistrati che hanno condotto quella e altre inchieste successive che hanno coinvolto la “casta”. Gli ultimi, in ordine cronologico, sono Luigi De Magistris, Pietro Grasso, e Antonio Ingroia. Si tratta di un fatto assolutamente anomalo nel panorama delle democrazie occidentali.
L’idea stessa che debba esistere un partito, o un movimento, che fa della difesa della legalità la sua bandiera è, a ben vedere, incredibile. Significa affermare che gli altri partiti, anche i più importanti, non bastano a garantire il rispetto della giustizia, che dovrebbe essere, invece, uno dei valori in assoluto condivisi da tutte le istituzioni. Tutto questo, oltre ad alimentare dibattiti sulle presunte aspirazioni politiche dei pm nel corso della loro carriera, dovrebbe far riflettere sull’incapacità delle classi dirigenti di questo Paese di garantire, nelle loro forme tradizionali, un’autentica cultura legalitaria, e di creare le condizioni perché si possa vivere nel rispetto delle leggi. Leggi che ovviamente dovrebbero essere, a loro volta, giuste e eque.

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