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giovedì 16 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.

Il 16 gennaio 1994 il Presidente Oscar Luigi Scalfaro scioglie le Camere, ponendo fine così alla cosiddetta Prima Repubblica.

La penosa agonia vissuta dal complesso partitico italiano a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90 sembrò consumarsi all'insaputa dei suoi stessi protagonisti, incapaci di cogliere nell'indebolimento della coalizione governativa e nel vistoso calo fatto registrare dal PCI qualcosa di diverso da una semplice replica degli accadimenti verificatisi un ventennio prima. Eppure un inquietante campanello di allarme era arrivato già al termine di quello che era stato ribattezzato con prematura baldanza “il secondo miracolo economico, quando gli effetti destabilizzanti della crisi del debito pubblico uniti agli oneri assunti con la CEE per il passaggio alla moneta unica agitarono tra i cittadini l’antico spettro della recessione. Non è certo un caso che l'ipotesi di istituire un apposito governo tecnico, destinato nelle intenzioni dei suoi propugnatori a risolvere quei problemi accumulatisi nel corso delle decadi, abbia assunto a partire da questa delicatissima fase storica una crescente appetibilità. Altrettanto rilevante nel decidere le sorti della cosiddetta Prima Repubblica fu il repentino mutamento dello scenario internazionale in seguito al collasso dell'Unione Sovietica e all'esaurimento del confronto ideologico tra le due superpotenze, determinante nel rendere inattuali la conventio ad excludendum e il ruolo della D.C. come bastione inespugnabile dell’anticomunismo. Il declino di quest'ultima nelle vesti di garante del sistema politico fu per di più accelerato dalla progressiva perdita del sostegno della Santa Sede, imputabile all'ormai cronica emorragia degli iscritti dalle sue liste e ai frequenti episodi di collusione mafiosa che in quel periodo stavano giungendo all'attenzione del grande pubblico.

Il primo aspetto degno di menzione quando si parla della X legislatura fu il ritorno dei democristiani al timone dell'esecutivo, prospettiva obbligata a fronte di un PSI risalito ai livelli del 1958, ma impossibilitato nel compiere quel salto di qualità necessario a trasformarlo in una forza partitica di grandi dimensioni. Fra le conseguenze più immediate connesse all’approdo di De Mita a Palazzo Chigi occorre ricordare l’accantonamento di tutti i progetti di riforma istituzionale discussi nel lustro precedente, risultato di un'intesa più equilibrata con i socialisti in materia di lottizzazione delle cariche conosciuta, dalle iniziali dei suoi promotori (Craxi, Andreotti e Forlani), con l'acronimo di CAF. Nondimeno le logiche interne al partito, da sempre ostile alla concentrazione di ampi poteri nelle mani di un solo uomo, avrebbero giocato un ruolo chiave nel costringere il neo-Premier ad abbandonare la direzione del Paese e della stessa D.C. a vantaggio, rispettivamente, di Andreotti e Forlani.

Ancora più precarie apparivano le condizioni del PCI, vittima di uno stato di profondo smarrimento dopo la conclusione della parentesi della solidarietà nazionale e il processo di revisione dell’ortodossia sovietica inaugurato con l'ascesa di Michail Gorbačëv. A scuoterlo da questo insostenibile torpore contribuirono gli eventi che, a partire dall’estate del 1989, incrinarono irrimediabilmente la tenuta del blocco comunista rendendo di fatto obsoleto l'intero apparato dottrinario sul quale aveva costruito la propria identità. Di questo fu consapevole il giovane segretario Achille Occhetto, succeduto l’anno prima ad Alessandro Natta e persuaso della necessità di rifondare l’associazione alla luce del nuovo assetto internazionale che si stava profilando all'orizzonte: nella giornata del 12 Novembre 1989 si era infatti proceduto all’ufficializzazione di un nuovo corso politico, la cosiddetta Svolta della Bolognina, indirizzato al superamento del PCI e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana che potesse competere per il controllo dell’esecutivo. La vera sfida fu tuttavia quella costituita dal raggiungimento di un’intesa fra le diverse fazioni interne, risvegliatesi dopo decenni di rigido centralismo democratico e divise su innumerevoli questioni quali il nome da attribuire all’organizzazione (ribattezzata in modo non troppo scherzoso La cosa). Piuttosto lunga sarebbe stata la querelle tra gli esponenti dell'ex ala destra, i miglioristi, favorevoli ad una conversione alla socialdemocrazia senza per questo recidere ogni legame con le altre forze dell'Internazionale, e quegli intransigenti di sinistra che auspicavano un rilancio ideologico per raccogliere la pesante eredità accumulata sin dal 1921. L'impossibilità nell’armonizzare queste anime tra loro così diverse avrebbe avuto delle ricadute disastrose sul neonato Partito Democratico della Sinistra (PDS), la cui parabola politica fu quasi immediatamente segnata dalla scissione del gruppo egemonizzato da Sergio Garavini conosciuto come Partito della Rifondazione Comunista (12 Dicembre 1991).

Conscia dell’impossibilità di sbloccare dall’interno il cronico stallo istituzionale, una nutrita cerchia di uomini di cultura coagulatasi attorno alla figura del democristiano Mariotto Segni (figlio dell’ex Presidente della Repubblica Antonio Segni, in carica fra il 1962 e il 1964) individuò nello strumento referendario l'arma vincente per aggirare i veti imposti dalle varie forze politiche. Il successo del suo Manifesto dei 31 e delle proposte da esso avanzate fra il 1991 e il 1993 quali la riduzione del numero di preferenze esprimibili alla Camera e l’abrogazione di alcune parti della legge in vigore al Senato, rappresentarono l’inequivocabile spia dello scollamento in atto tra la società civile e quei vecchi partiti incapaci di dare soddisfazione alle reiterate istanze riformiste. I primi anni ‘90 si sarebbero inoltre caratterizzati per lo scontro frontale tra la magistratura e l'establishment sul tema della corruzione, dove le indagini condotte nel corso del decennio precedente avevano svelato una fitta trama di relazioni tra il mondo dell'imprenditoria, della politica e della malavita. Tale confronto si sarebbe colorato di tinte ancora più fosche in seguito all'intervento del Capo di Stato Francesco Cossiga, investitosi del compito di guidare la transizione del Paese verso nuovi assetti sistemici senza curarsi delle recriminazioni provenienti da Destra e da Sinistra.

La prova tangibile del declino vissuto dalla Democrazia Cristiana arrivò dai frequenti episodi di defezione ad opera di personalità di primo piano quali Leoluca Orlando, il popolare sindaco di Palermo ostracizzato per via delle denunce sulle infiltrazioni mafiose e sulla corruzione dilaganti in Sicilia, nonché il già citato Segni, il cui Movimento per la Riforma Elettorale aveva riscosso le simpatie di importanti associazioni laicali come l'Azione Cattolica. Non meno precaria risultava essere la posizione del Partito Socialista che, nonostante la lenta progressione fatta registrare nelle elezioni europee del 1989 e nelle amministrative dell'anno successivo, scontava il danno d'immagine derivante dalle accuse di appropriazione indebita di risorse finanziarie. È alla luce degli eventi poc’anzi descritti che bisogna interpretare la decisione di chiudere anticipatamente la legislatura, invero goffo escamotage per sottrarsi ad una tempesta oramai inevitabile di fronte all’uscita dei Repubblicani dalla maggioranza pentapartitica, all’approssimarsi della tornata elettorale del 1992 e, soprattutto, alla conflagrazione del caso Tangentopoli.

Termine coniato negli ambienti del giornalismo italiano per descrivere un sistema di corruzione politica così diffuso da rappresentare, nella memoria collettiva di coloro che vi assistettero, l’essenza più intima della Prima Repubblica, l’affare Tangentopoli esplose nella giornata del 17 Febbraio 1992 quando il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne un ordine di cattura per Mario Chiesa, presidente della casa di riposo Pio Albergo Trivulzio ed esponente di primo piano del PSI milanese. Grazie alle rivelazioni di Luca Magni, imprenditore la cui azienda aveva “vinto” una gara di appalto per un ammontare complessivo di centoquaranta milioni, Chiesa era stato infatti sorpreso nel momento di ricevere una tangente dell’ordine di sette milioni di Lire. Nonostante i tentativi di Craxi di minimizzare l’accaduto definendo il collega “un mariuolo isolato”, le indagini condotte nell’ambito di Mani pulite provarono l’esistenza di un vero e proprio circuito delinquenziale dove il versamento delle famigerate bustarelle era divenuto la conditio sine qua non per influenzare le delibere della pubblica amministrazione. Ormai stanchi dei continui scandali e delle promesse non mantenute per decenni, i cittadini trovarono nel voto di protesta l’espediente ideale per esprimere la loro frustrazione: ciò sarebbe risultato evidente durante le elezioni del 5-6 Aprile, segnate dal trionfo indiscusso dei movimenti più giovani come i Verdi e la Lega Nord. Quest’ultima in particolare, nata nel 1989 dalla fusione della Liga Veneta con la Lega Lombarda, aveva saputo sfruttare a proprio vantaggio le grane giudiziarie della D.C. grazie alla conduzione carismatica del suo leader Umberto Bossi (è di questo periodo l’iconico slogan Roma ladrona!). Fra le altre vittime illustri finite sotto la lente d’ingrandimento dei PM occorre menzionare non soltanto il PSI e il suo onnipotente segretario, il quale si era visto sfumare davanti agli occhi una probabile riconferma a Palazzo Chigi, ma anche quel Partito Socialdemocratico squassato dagli scandali finanziari e indebolito dalla copiosa emorragia verso l'area socialista. La frenetica evoluzione dello scenario politico nazionale e internazionale non avrebbe risparmiato nemmeno il MSI, impegnato in un'opera di estesa ristrutturazione ideologica sotto la vigile sorveglianza del nuovo segretario Giancarlo Fini.

Il tracollo dell’ormai decrepito edificio partitico fu sicuramente accelerato dall'offensiva scatenata dalla mafia contro diverse personalità appartenenti al mondo della politica e della giustizia. Le radici del sodalizio con la Repubblica italiana si perdono in quel fenomeno di speculazione edilizia cominciato a Palermo nei tardi anni’50 quando Salvo Lima e Vito Ciancimino, assessori ai lavori pubblici e membri della D.C., concessero migliaia di licenze ad esponenti legati al mondo della malavita organizzata. Nel ventennio successivo invece le attività criminose di Cosa Nostra si sarebbero orientate in direzione del traffico di stupefacenti e del riciclaggio di denaro grazie al sostegno di istituti di credito come lo IOR e il Banco Ambrosiano, attività che a cavallo del 1981 e del 1983 avrebbero permesso al clan dei Corleonesi di assumere una posizione di egemonia rispetto alle altre cosche rivali. Cruciale nel consentire l’attuazione di una simile strategia fu l’assassinio, grazie alla sostanziale impunità garantita dai propri referenti, di quelle figure passibili di interferire con gli interessi delle Famiglie (il pensiero non può che andare ai vari Peppino Impastato, Carlo Alberto dalla Chiesa, Carmine Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Pio la Torre e molti altri ancora).

Nondimeno sul finire degli anni ’80 l’accordo in vigore fra le parti sembrò essere entrato in una spirale negativa: la condanna di numerosi delinquenti al termine di quello che venne definito Maxiprocesso (1986-1992), l’esplosione del fenomeno del pentitismo e la maggior consapevolezza dimostrata dall’opinione pubblica nazionale avevano inferto un colpo durissimo alla Cupola guidata da Salvatore Riina, la quale nei mesi conclusivi del 1991 maturò la decisione di consegnare al Governo e alla società civile un messaggio inequivocabile. Il 12 Marzo 1992 il luogotenente di Andreotti sull’isola, Salvo Lima, venne ucciso a colpi d’arma da fuoco, mentre il 23 Maggio seguente le auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta saltarono in aria assieme ad un tratto della A29. Ad essi avrebbero fatto seguito, il 19 Luglio di quello stesso anno nei pressi di Via d’Amelio, il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di polizia incaricati di proteggerlo. La parabola dello stragismo mafioso proseguì con rinnovata intensità l’anno successivo quando un’autobomba avente per obiettivo il popolare conduttore televisivo Maurizio Costanzo deflagrò in Via Fauro senza uccidere nessuno, mentre nelle stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro fu il patrimonio culturale italiano a finire nel mirino degli attentatori. Il 27 Luglio due Fiat Uno imbottite di tritolo vennero fatte esplodere davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, trascinando nell’equazione anche la Santa Sede. L’atto finale di questa stagione luttuosa si consumò nella giornata del 31 Ottobre con la scoperta, nei pressi dello Stadio Olimpico di Roma, di un ordigno esplosivo il cui malfunzionamento scongiurò il ripetersi dell’ennesimo bagno di sangue. Poi, dopo un biennio costellato di decine di morti, rappresaglie contro bersagli strategici e liquidazioni di civili inermi, la quiete.

Come si spiega una simile inversione di rotta? Cosa può aver spinto la mafia ad arrestare di punto in bianco la propria offensiva ai danni dell’ordine costituito, ad abbandonare la linea dello scontro frontale per ritirarsi dietro una familiare cortina di silenzi assordanti? La risposta, per quanto incredibile possa sembrare, risiederebbe nel raggiungimento dei target prefissati alla vigilia dell’attacco. Stando infatti alle dichiarazioni rilasciate nel 2009 da Massimo Ciancimino, figlio del sopracitato Vito e testimone chiave nell’ambito della trattiva Stato-mafia, esponenti del mondo delle istituzioni e della malavita avrebbero aperto già nel corso dall’estate del 1992 dei canali di comunicazione informali per il raggiungimento di un'intesa duratura, un accordo (papello) di coesistenza più o meno pacifica basato su reciproche concessioni. Ed ecco che dai meandri della storia repubblicana emergerebbe, ancora una volta, un quadro a dir poco inquietante dove una potente organizzazione criminale sarebbe riuscita ad imporre le proprie condizioni innalzandosi ai livelli di un’entità politica sovrana: un obiettivo nel quale avevano fallito persino le Brigate Rosse ai tempi del caso Moro.

L'eco della strage di Capaci fu così vasto da spingere le diverse forze politiche ad avallare la nomina di Oscar Luigi Scalfaro alla Presidenza della Repubblica, investendolo del gravoso compito di selezionare il nuovo Presidente del Consiglio tra i papabili indicati da Craxi. La scelta sarebbe ricaduta su Giuliano Amato, leader di un esecutivo indebolito da faide interne e pesantemente criticato per il varo di misure impopolari come il prelievo forzoso del sei per mille dai conti correnti delle banche italiane e la manovra finanziaria da 100.000 miliardi di lire. L'abrogazione del meccanismo delle preferenze multiple alla Camera e di alcune parti della legge per il Senato aveva nel frattempo spianato la strada ad una riforma elettorale in senso maggioritario, propedeutica all'attivazione di quel circuito virtuoso per l’alternanza inutilmente perseguito nel decennio precedente: conosciuta con l’appellativo di Mattarellum dal nome del suo relatore Sergio Mattarella, le disposizioni n. 276 e 277 promulgate il 4 Agosto 1993 introdussero un modello misto per cui i 2/3 dei seggi sarebbero stati assegnati in base ad un sistema uninominale secco, i rimanenti tramite un proporzionale a liste bloccate.

Con le dimissioni di Amato nel mese di Aprile le redini del Paese passarono invece nelle mani dell’ex governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi, la cui investitura rappresentò una svolta epocale nella storia repubblicana in quanto aliena a tutti i principi che avevano regolato sino ad allora la formazione dei ministeri. La decisione di istituire un apposito governo tecnico può essere compresa solo tenendo conto della delegittimazione morale gravante sul cosiddetto Parlamento degli inquisiti, decimato dalle inchieste condotte dai pubblici ministeri nell'ambito di Mani Pulite, nonché del maggior coinvolgimento del Capo di Stato nella definizione delle intese. Fu in questo breve lasso di tempo che si consumò in via definitiva la parabola discendente delle Democrazia Cristiana, affossata dagli avvisi di garanzia diretti contro i suoi maggiori esponenti come Antonio Gava, Cirino Pomicino e Giulio Andreotti (processato fra il 1993 e il 2004 per collusione mafiosa ma prosciolto dalle accuse per decorrenza dei termini) oltre che dalla sonora sconfitta patita nelle elezioni amministrative di Giugno. La sommatoria di tali elementi aveva infatti palesato la necessità di rifondare il partito il quale, seppur ridimensionato dalla scissione di quel Centro Cristiano Democratico guidato da Pier Ferdinando Casini e da Clemente Mastella, sarebbe sopravvissuto al naufragio della Prima Repubblica riassumendo l’antica denominazione di Partito Popolare Italiano (PPI). Destino non condiviso dal vecchio PSI, condannato dalla strategia miope adottata dall’ex-segretario e dal clamore delle indagini aperte dalla magistratura ad una morte lenta e ingloriosa. Il colpo di grazia per qualunque velleità di rilancio sarebbe arrivato nel Maggio del ’94 quando Craxi, di fronte all’emergere di prove schiaccianti nei procedimenti istruiti a suo carico e all’ineluttabile perdita dell’immunità parlamentare, fuggì precipitosamente nella città tunisina di Hammamet per sottrarsi alla cattura. Un segnale inequivocabile circa l'esaurimento dell'esperienza partitocratica sarebbe infine arrivato dal Movimento Sociale Italiano, concorde durante il Congresso di Fiuggi del Gennaio di quello stesso anno nell’abbandonare gran parte dei propri riferimenti ideologici al fascismo trasformandosi in Alleanza Nazionale.

Il vuoto lasciato dalla conclusione anticipata dell'XI legislatura e dalla scomparsa di quegli attori che avevano animato il primo cinquantennio della storia repubblicana alimentò l'illusione di una drastica rottura con il recente passato, invero confutata dalla mancata alterazione degli assetti istituzionali nonostante l'incognita della nuova legge elettorale. Con grande sorpresa la tornata del Marzo del 1994 si concluse con la netta vittoria del partito Forza Italia e del suo leader, l'imprenditore milanese Silvio Berlusconi, il cui primo coinvolgimento nell'agone politico risaliva alle elezioni amministrative del 1993 con l'appoggio offerto al candidato missino Gianfranco Fini: determinante per il loro successo fu un insieme di fattori costituito dalla scelta di presentare due coalizioni fra loro collegate (il Polo delle Libertà e quello del Buon Governo), dalla sottovalutazione dell'avversario ad opera del PDS e, soprattutto, dall'impiego spregiudicato dei mass media come le emittenti televisive private. 

Quello della Prima Repubblica è stato il classico esempio di un edificio costruito su fondamenta troppo fragili per reggere il peso degli anni e degli agenti esterni, una costruzione instabile attraversata da crepe così profonde da richiedere una ristrutturazione estensiva e non una semplice passata di stucco in attesa dell’inevitabile crollo. È in queste anomalie croniche, nelle incoerenze riscontrabili tra la base e il vertice, tra le parole e le azioni, nell’eterna dicotomia fra ragion di Stato e moralità, che possiamo scorgere un interminabile filo conduttore a collegamento delle due Repubbliche. Sempre ammesso che, dopo il 1994, l’arena di gioco sia effettivamente cambiata.

giovedì 13 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1998 vengono condannati a titolo definitivo alcuni dei massimi esponenti politici della prima repubblica, nell'ambito del processo Enimont.
Il 13 febbraio 1993 veniva inviato un avviso di garanzia nei confronti di Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni. Le accuse? Falso in bilancio, false comunicazioni sociali e peculato nell’ambito del processo ENIMONT .
Malgrado il maldestro (e malriuscito) tentativo del Governo Amato di ‘bloccare’ Mani Pulite attraverso il ‘colpo di spugna’ del decreto Conso, poi non firmato dal presidente della Repubblica Scalfaro, di lì a poche settimane tutto lo scandalo di Tangentopoli si sarebbe ‘mediaticamente’ concentrato proprio nell’affaire Enimont e sul processo ‘Cusani’, ad esso collegato. Facciamo un passo indietro per capire di cosa si tratta.
Alla fine degli anni 80 i due poli chimici nazionali, l‘Eni nel settore pubblico e la Montedison nel settore privato, decisero di accordarsi per far nascere un ‘polo unico’ della chimica, venne quindi creata la società Enimont, per il 40% a partecipazione ENI, quindi pubblica, per un altro 40% a partecipazione Montedison, quindi privata e per il restante 20% ai singoli azionisti nel mercato finanziario. All’epoca dell’accordo Gabriele Cagliari era Presidente dell’Eni e Raul Gardini era a capo di Montedison.
Il matrimonio tra i due colossi della chimica durò poco. Nel 1990 Gardini cercò di ‘scalare’ Enimont, tentando di acquistare il 20% delle azioni sul mercato. Tale decisione fu la causa della rottura dei rapporti con l’Eni. Gardini decise così di vendere il 40% di proprietà Montedison all’Eni, scelta che privò il colosso privato di quasi tutto il settore chimico che deteneva prima dell’accordo.
Da questa scelta di Gardini nacquero gran parte delle accuse dei magistrati, poi culminate nel Processo Enimont e nel più importante, almeno dal punto di vista mediatico, Processo Cusani.
Gardini, tramite il suo collaboratore di fiducia Sergio Cusani,  avrebbe pagato tangenti ( 150 miliardi di lire) ai partiti politici dell’epoca in modo da risparmiare sulle tasse sulla vendita delle attività chimiche della Montedison.
Il processo sull’affaire Enimont vede ‘stralciata’ la posizione di Sergio Cusani, per il quale viene celebrato un processo apposito, ovvero il cosiddetto ‘Processo Cusani‘:
La posizione di Cusani viene dunque stralciata dalla complessa vicenda Enimont (è stata infatti accettata la richiesta di un processo in tempi rapidi da parte dell’avvocato difensore), ponendo l’imputato come l’unico protagonista in attesa di giudizio, mentre gli altri soggetti coinvolti nella vicenda (dai manager del Gruppo Ferruzzi ai politici) entrano in aula solo in veste di testimoni, per di più imputati di reato connesso.
Telegiornali, trasmissioni politiche, quotidiani e tutti i mezzi di informazione iniziarono quindi a concentrare le loro attenzioni sul cosiddetto “ padre dei processi di Tangentopoli per la madre di tutte le tangenti”, come fu ribattezzato il Processo Cusani dall’allora Pm accusatore, Antonio Di Pietro.
I principali attori dell’affaire Enimont non videro mai le aule di tribunale. Gabriele Cagliari, arrestato a marzo, dopo quattro mesi di carcerazione preventiva, si suicidò in carcere. Era il 20 luglio 1993.
Dopo tre giorni Raul Gardini si uccise sparandosi un colpo di pistola alla testa. Su ambedue i suicidi rimasero  forti dubbi.
Il dibattimento comunque si aprì il 28 ottobre 1993, sotto accusa era l’intera classe politica della prima Repubblica. Cusani quindi diventava il ‘simbolo’ di Mani Pulite, l’agnello sacrificale dal punto di vista mediatico (e non solo).
il dibattimento durò sei mesi esatti per un totale di 51 udienze, 400 ore di dibattimento, 117 testimoni (la maggior parte indagati di reato connesso) tra cui due ex presidenti del Consiglio, Craxi e Forlani, e 7 ministri nella Prima Repubblica. Furono compilate 20.000 pagine di documenti e 7.000 pagine di verbali.
I principali politici accusati nel Processo ‘principale’, ovvero quello legato ad Enimont, sfilarono come ‘testimoni’ o comunque come ‘accusati di reato connesso’ proprio nel Processo a Cusani, mandati in ‘pasto’ alle Telecamere di tutto il mondo.
Tra gli imputati figuravano noti esponenti politici, come Renato Altissimo (segretario del PLI ed ex ministro della sanità), Bettino Craxi (segretario del PSI e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987), Gianni De Michelis (ministro degli esteri dal 1989 al 1992), Arnaldo Forlani (segretario della DC e presidente del Consiglio tra il 1980 e il 1981), Giorgio La Malfa, Claudio Martelli (vice segretario del PSI e ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993), Carlo Vizzini (segretario del PSDI). Personaggi dell’opposizione come Bossi e Patelli della Lega Nord e Primo Greganti del PDS erano ugualmente imputati.
Il processo fu trasmesso in diretta dalla Rai, registrando ascolti record: celebri furono gli accesi scontri verbali fra Di Pietro e l’avvocato di Cusani, Giuliano Spazzali, durante i quali il magistrato impiegava il suo colorito linguaggio popolare (il cosiddetto “dipietrese“), che ne aumentarono la popolarità e l’affetto del popolo e sarebbero diventate una delle sue caratteristiche più famose.
Cusani non era una figura di primo piano, ma nell’affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente «Non ricordo». Nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della goccia di saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo dell’assenza di self control di chi era per la prima volta chiamato a rendere conto delle proprie azioni e produsse anche icasticamente un moto di disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto i fondi illegali, anche se negò che ammontassero a 93 milioni di dollari. La sua difesa fu ancora una volta che «lo facevano tutti» ma la sua deposizione, al contrario delle precedenti, non venne interrotta dal pubblico ministero d’udienza, Antonio Di Pietro, il quale reagì alle critiche per questa sua inusuale condotta processuale dichiarando alla stampa che per la prima volta vi era stata una piena confessione.
Anche la Lega Nord e il disciolto PCI, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nelle chiamate in correità: sulla base di queste, nel successivo processo ENIMONT Umberto Bossi e l’ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali, mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel processo emerse anche che una valigia con del denaro era pervenuta a Via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro disse: «La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome». Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il PM non abbia fatto il possibile per individuare i componenti del PCI responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come «un’autentica falsità».
Il processo si concluse con la condanna di Cusani  a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Ne scontò in cella quattro. Nel corso del processo di primo grado aveva restituito 35 miliardi di lire. Il 30 marzo 2001 aveva finito di scontare la sua pena.
Per quanto concerne il Processo Enimont, dove erano imputati politici e faccendieri della Prima Repubblica, la sentenza definitiva arrivò nel 1998.
Il 13 giugno arrivarono le altre condanne definitive;
Arnaldo Forlani: 2 anni e 4 mesi.
Severino Citaristi: 3 anni.
Giuseppe Garofano: 3 anni.
Carlo Sama: 3 anni.
Luigi Bisignani: 2 anni e 6 mesi.
Romano Venturi: 1 anno e 8 mesi.
Alberto Grotti: 1 anno e 4 mesi.
Renato Altissimo: 8 mesi.
Umberto Bossi: 8 mesi.
Alessandro Patelli: 8 mesi.
Giorgio La Malfa: 6 mesi e 20 giorni.
Egidio Sterpa: 6 mesi.
Il 10 luglio venne confermata la condanna di 1 anno e 8 mesi per Paolo Cirino Pomicino, mentre per Bettino Craxi e Claudio Martelli venne deciso che si doveva rifare il processo d’appello; Craxi venne condannato a 3 anni in 2º grado il 1º ottobre 1999 ma la Cassazione non si pronunciò perché pochi mesi dopo, il 19 gennaio 2000 morì in Tunisia. Per quanto riguarda la posizione di Martelli, il 21 marzo 2000 la Cassazione lo condannò definitivamente ad 8 mesi, confermando la sentenza d’appello.

mercoledì 27 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 aprile.
Il 27 aprile 1981 a Palermo, al congresso del Partito Socialista, Bettino Craxi viene riconfermato segretario col 74% dei voti.
Storico leader socialista, Bettino Craxi pronuncia il suo ultimo discorso da deputato, un deputato sotto accusa, il 29 aprile del 1993. Poi ci saranno le monetine, i processi, le condanne, il triste rifugio ad Hammameth, la malattia, la morte. Una parabola che in sedici anni lo porterà dall'altare al fango.
Benedetto (Bettino) Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934, in un periodo in cui il fascismo andava rapidamente affermandosi, richiamando consensi sempre più espliciti da parte di tutto il popolo italiano. Primo di tre figli di Vittorio Craxi, avvocato siciliano trasferitosi al Nord (tanto da diventare prefetto di Milano e poi Prefetto a Como ), e di Maria Ferrari una popolana originaria di Sant'Angelo Lodigiano, Bettino è invece allevato nei valori dell'antifascismo e del socialismo liberale.
Iscritto alla Gioventù socialista, entra nella Federazione milanese durante le scuole superiori. Negli anni '50 è funzionario a Sesto S. Giovanni. Entrerà nel Comitato Centrale del Psi al congresso di Venezia del '57. A ventitre anni il suo campo di azione sono le università. Lo confessò lui stesso che da ragazzo non amava studiare. Al liceo rimediava promozioni a fatica. Ottiene comunque la maturità classica, ma all'Università non avrà uguale fortuna: frequenta sia la Facoltà di Giurisprudenza a Milano che quella di Scienze Politiche di Perugia. A diciannove anni l'incontro con Anna Maria Moncini, la donna che diventerà sua moglie.
Nenniano di ferro e anticomunista convinto, prosegue come consigliere comunale a Milano dove, nel 1965, entra nella Direzione del Partito. Tre anni dopo, Craxi viene eletto deputato e passa nella Segreteria Nazionale come vice segretario di Giacomo Mancini, poi di Francesco De Martino. In quegli anni allaccia rapporti con i Partiti fratelli europei, mentre in seguito, nei primi anni '70 sosterrà e finanzierà tutti i partiti socialisti sottoposti a regimi dittatoriali (Grecia, Spagna, Portogallo).
Nel '76 viene eletto Segretario del Psi al posto di De Martino, indicato come un segretario di transizione. Invece Craxi dimostra non solo di avere numerosi assi nella manica, ma anche idee innovative e per nulla acquiescenti nei confronti dello status quo politico italiano. Al congresso di Torino del 1978, ad esempio, contrappone la "Strategia dell'alternativa" al "Compromesso storico" enunciato dal leader del Pci Enrico Berlinguer, un partito col quale Craxi avvierà una feroce polemica.
Nel '78 matura un altro avvenimento fondamentale per la carriera dell'uomo politico italiano più decisionista degli ultimi decenni: si tratta dello scandalo Lockheed, scandalo che costrinse l'allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone a dimettersi anticipatamente e a fare sì che il Psi riesca a imporre, per la prima volta nella sua storia, un socialista al Quirinale: Sandro Pertini. Lo scontro con i comunisti va avanti. Mentre Berlinguer opera lo strappo con Mosca, avviando la "terza via", nello stesso periodo Craxi abbandona Lenin e Marx per esaltare il pensiero di Proudhon e cambia il simbolo del Partito: non più falce e martello su libro e sole nascente, bensì un garofano rosso.
Durante il rapimento di Moro, Democrazia cristiana e Pci non ne vogliono sapere di intavolare una trattativa per la liberazione di Aldo Moro. La linea scelta dai due maggiori partiti per affrontare i drammatici 55 giorni del sequestro dello statista Dc è quella della fermezza: nessuna concessione alle Brigate Rosse. Bettino Craxi opterà invece per la linea della trattativa, ma inutilmente.
Il 4 agosto del 1983 forma il suo primo governo: un pentapartito composto da Dc Psi, Psdi, Pri e Pli. Resterà in carica fino al 27 giugno 1986. Un periodo che rimarrà il più lungo mai registrato nella storia della Repubblica, fino all'avvento di Berlusconi. Oltre al record di permanenza, Craxi fu il primo socialista a diventare Primo Ministro in Italia. Nel 1984 (il 18 febbraio) si firma la revisione del Concordato tra Italia e Vaticano. Sparisce la "congrua" e viene introdotto l' 8 per mille e le offerte deducibili per il Clero. Con il Premier, a siglare l'intesa, il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli.
L'altro strappo col Pci è del 1984 quando, su sua proposta, viene approvato il decreto legge per il taglio di alcuni punti della scala mobile, senza il consenso dei sindacati.
Il 10 settembre del 1985 un aereo egiziano che trasporta Abu Abbas, esponente dell'OLP, un suo aiutante e i 4 dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, è intercettato dall'aviazione militare Usa che ne impone l'atterraggio a Sigonella (Sicilia). Craxi rifiuta di consegnare agli Usa i sequestratori palestinesi dell'Achille Lauro affermando che i reati sono stati commessi su suolo italiano e, quindi, compete all'Italia perseguire i reati. I militari italiani di Sigonella si oppongono, con le armi, alle truppe speciali statunitensi.
L' 8 dicembre 1989 il Segretario Generale dell'ONU lo nomina suo Rappresentante personale per il debito dei Paesi in via di sviluppo. Nel '90 presenta il suo rapporto all'Assemblea.
Il Segretario Generale lo nomina Consigliere Speciale per lo sviluppo e il consolidamento per la pace e della sicurezza. Per firmare i suoi interventi sull' "Avanti!" Craxi inizia a usare lo pseudonimo affibbiatogli dal direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, ispirato al "masnadiero di Radicofani": Ghino di Tacco.
Non è per la verità un soprannome lusinghiero, visto che si trattava di un brigante (anche se c'è chi sostiene che fosse una sorta di Robin Hood), ma Craxi con molto senso dell'umorismo, accetta il dileggio.
Craxi prosegue comunque la sua opera di avvicinamento del Partito Socialista al centro, con l'intento di farne l'ago della bilancia della politica italiana. Sono gli anni del celeberrimo CAF, l'asse Craxi-Andreotti-Forlani, il governo pentapartito dei primi anni '90. I tre rovesciano il leader irpino Ciriaco De Mita togliendogli la Segreteria Dc e il governo. Ma Craxi non riuscirà più a riprendere le redini del governo. L'inizio della crisi politica di Bettino Craxi è datata 1992.
La valanga inizia con l'arresto dell'amministratore socialista di una casa di riposo per anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio: Mario Chiesa, che viene bloccato mentre incassa una tangente da una ditta di pulizie. Craxi lo definisce "un mariuolo", un ladruncolo che non ha nulla a che fare con il Psi. Ma da quell'episodio parte Mani Pulite, inchiesta condotta dal pm Antonio Di Pietro. Inizia Tangentopoli. Il 15 dicembre 92 arriva il primo avviso di garanzia per l'inchiesta sulla Metropolitana di Milano. Il Pool, guidato da Francesco Saverio Borrelli, invia al leader socialista, il primo avviso di garanzia.
Nell'agosto del '93, davanti ad un Parlamento ammutolito, fa lo storico discorso che suona come una sfida a tutta la classe politica italiana: "Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese". Poi ricorda i soldi versati dai sovietici al Pci e l'apparato paramilitare del KGB in Italia.
Tuttavia, travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi decide di non affrontare i processi e nel 1994 fugge nella sua villa di Hammamet, in Tunisia, presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare.
Muore in Tunisia il 20 gennaio 2000 da latitante.
La sua tomba, nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, è orientata in direzione dell'Italia.
Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a:
    5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI il 12 novembre 1996;
    4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile 1999.
Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell'imputato. Fino a quel momento Craxi era stato condannato a:
    4 anni e una multa di 20 miliardi di lire in primo grado per il caso All Iberian il 13 luglio 1998, pena poi prescritta in appello il 26 ottobre 1999.
    5 anni e 5 mesi in primo grado per tangenti ENEL il 22 gennaio 1999;
    5 anni e 9 mesi in appello per il conto protezione, sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno 1999;
    3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1º ottobre 1999;
Craxi fu anche rinviato a giudizio il 25 marzo 1998 per i fondi neri Montedison e il 30 novembre 1998 per i fondi neri Eni.

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