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martedì 18 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.

Il 18 febbraio 1984 viene firmato l'Accordo di Villa Madama, un nuovo Concordato tra Santa Sede e Stato Italiano.

L'accordo costituisce una soluzione delle antinomie esistenti fra la Costituzione repubblicana e le norme pattizie del Concordato del 1929, resa necessaria anche dai cambiamenti che nel frattempo hanno interessato il tessuto sociale dell’Italia

Si articola in tre documenti:

Preambolo: la società italiana è cambiata, è stata promulgata una Costituzione repubblicana, il Concilio Vaticano II ha modificato i rapporti fra Stato e Chiesa.

Testo: 14 articoli.

Protocollo addizionale: lo scopo è di evitare eventuali successive difficoltà di applicazione.

I Patti lateranensi non dovevano prendere in considerazione una Costituzione rigida come quella del 1929: essi avevano chiuso la Questione Romana, mentre l’accordo di Palazzo Madama fa un ulteriore passo verso una visione più democratica dei rapporti fra Stato e Chiesa, adattabile alle nuove esigenze (concordato-cornice). Infatti, l’accordo di Palazzo Madama prevede numerosi stralci rinviati ad accordi successivi.

Gli aspetti più significativi sono:

Neutralità dello Stato: abolizione del termine “religione di Stato”. Lo Stato è neutrale, ma non agnostico nel senso che pur non facendo propria una scelta di fede precisa, tiene conto della rilevanza sociale del fenomeno religioso.

La Chiesa è autonoma nella sua organizzazione ed ha piena libertà nell’attribuzione degli incarichi degli uffici ecclesiastici, con l’obbligo di darne comunicazione alle autorità civili.

Lo stato garantisce assistenza spirituale e possibilità di culto in determinate strutture pubbliche, pur rispettando la libertà di ognuno.

Disciplina degli Enti ecclesiastici e impegno finanziario dello Stato: in parte cadono i privilegi e le esenzioni che nel tempo si sono accumulati dopo il 1929. Gli enti ecclesiastici con finalità religiose e di culto acquisiscono la personalità giuridica per cui ai fini tributari e per usufruire di sgravi fiscali, le finalità di culto e di religione sono uguali ai fini di beneficenza ed istruzione. Attività diverse sarebbero dovute essere soggette alle leggi dello Stato. In merito, abbiamo la Legge 20 maggio 1985, n° 222, elaborata da un ‘apposita Commissione paritetica che ha rivisto tutta la questione degli impegni finanziari.

Matrimonio: L’accordo di Palazzo Madama è intervenuto dopo la legge sul divorzio del 1970. Le sentenze di nullità del matrimonio dei tribunali ecclesiastici non sono più indispensabili per far cessare gli effetti del matrimonio canonico trascritto. Infatti il giudice, dopo aver esperito inutilmente ogni tentativo di conciliazione, accertato che la comunione spirituale fra i due coniugi non può essere mantenuta, pronuncia la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio. Inoltre le sentenze di nullità possono essere dichiarate efficaci nello Stato italiano alle stesse condizioni previste per ogni altra sentenza straniera

Istruzione religiosa: si è avuto un ribaltamento del concetto di obbligatorietà dell’insegnamento religioso. Pur riconoscendo che i principi religiosi cattolici fanno parte del patrimonio storico italiano, lo Stato continua a garantire l’insegnamento della religione cattolica , ma viene rispettata la libertà di coscienza e quindi il diritto di non avvalersi.

Sostentamento del clero: l’argomento viene affrontato dalla Legge 20 maggio 1985, n° 228. Viene introdotta la quota dell’8x1000 e la detraibilità delle donazioni in favore della Chiesa. Viene invece soppresso l’assegno di congrua (= assegno che lo Stato ha versato ai parroci fino al 1986). La stessa normativa vale anche per le altre confessioni religiose.

Sviluppo della legislazione regionale: a partire dal 1970, con l’introduzione dello Statuto dei lavoratori, si è assistito ad una sorta di promozione del fattore religioso per garantire lo sviluppo spirituale dell’essere umano. È così che alcune leggi regionali si sono occupate di istruzione religiosa, assistenza ospedaliera, carceraria, volontariato e aborto. In questo modo si è superata la dicotomia fra fonti statali e fonti concordatarie per favorire una legislazione extra-concordataria che fosse più vicina ai bisogni spirituali dei cittadini.

giovedì 16 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.

Il 16 gennaio 1994 il Presidente Oscar Luigi Scalfaro scioglie le Camere, ponendo fine così alla cosiddetta Prima Repubblica.

La penosa agonia vissuta dal complesso partitico italiano a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90 sembrò consumarsi all'insaputa dei suoi stessi protagonisti, incapaci di cogliere nell'indebolimento della coalizione governativa e nel vistoso calo fatto registrare dal PCI qualcosa di diverso da una semplice replica degli accadimenti verificatisi un ventennio prima. Eppure un inquietante campanello di allarme era arrivato già al termine di quello che era stato ribattezzato con prematura baldanza “il secondo miracolo economico, quando gli effetti destabilizzanti della crisi del debito pubblico uniti agli oneri assunti con la CEE per il passaggio alla moneta unica agitarono tra i cittadini l’antico spettro della recessione. Non è certo un caso che l'ipotesi di istituire un apposito governo tecnico, destinato nelle intenzioni dei suoi propugnatori a risolvere quei problemi accumulatisi nel corso delle decadi, abbia assunto a partire da questa delicatissima fase storica una crescente appetibilità. Altrettanto rilevante nel decidere le sorti della cosiddetta Prima Repubblica fu il repentino mutamento dello scenario internazionale in seguito al collasso dell'Unione Sovietica e all'esaurimento del confronto ideologico tra le due superpotenze, determinante nel rendere inattuali la conventio ad excludendum e il ruolo della D.C. come bastione inespugnabile dell’anticomunismo. Il declino di quest'ultima nelle vesti di garante del sistema politico fu per di più accelerato dalla progressiva perdita del sostegno della Santa Sede, imputabile all'ormai cronica emorragia degli iscritti dalle sue liste e ai frequenti episodi di collusione mafiosa che in quel periodo stavano giungendo all'attenzione del grande pubblico.

Il primo aspetto degno di menzione quando si parla della X legislatura fu il ritorno dei democristiani al timone dell'esecutivo, prospettiva obbligata a fronte di un PSI risalito ai livelli del 1958, ma impossibilitato nel compiere quel salto di qualità necessario a trasformarlo in una forza partitica di grandi dimensioni. Fra le conseguenze più immediate connesse all’approdo di De Mita a Palazzo Chigi occorre ricordare l’accantonamento di tutti i progetti di riforma istituzionale discussi nel lustro precedente, risultato di un'intesa più equilibrata con i socialisti in materia di lottizzazione delle cariche conosciuta, dalle iniziali dei suoi promotori (Craxi, Andreotti e Forlani), con l'acronimo di CAF. Nondimeno le logiche interne al partito, da sempre ostile alla concentrazione di ampi poteri nelle mani di un solo uomo, avrebbero giocato un ruolo chiave nel costringere il neo-Premier ad abbandonare la direzione del Paese e della stessa D.C. a vantaggio, rispettivamente, di Andreotti e Forlani.

Ancora più precarie apparivano le condizioni del PCI, vittima di uno stato di profondo smarrimento dopo la conclusione della parentesi della solidarietà nazionale e il processo di revisione dell’ortodossia sovietica inaugurato con l'ascesa di Michail Gorbačëv. A scuoterlo da questo insostenibile torpore contribuirono gli eventi che, a partire dall’estate del 1989, incrinarono irrimediabilmente la tenuta del blocco comunista rendendo di fatto obsoleto l'intero apparato dottrinario sul quale aveva costruito la propria identità. Di questo fu consapevole il giovane segretario Achille Occhetto, succeduto l’anno prima ad Alessandro Natta e persuaso della necessità di rifondare l’associazione alla luce del nuovo assetto internazionale che si stava profilando all'orizzonte: nella giornata del 12 Novembre 1989 si era infatti proceduto all’ufficializzazione di un nuovo corso politico, la cosiddetta Svolta della Bolognina, indirizzato al superamento del PCI e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana che potesse competere per il controllo dell’esecutivo. La vera sfida fu tuttavia quella costituita dal raggiungimento di un’intesa fra le diverse fazioni interne, risvegliatesi dopo decenni di rigido centralismo democratico e divise su innumerevoli questioni quali il nome da attribuire all’organizzazione (ribattezzata in modo non troppo scherzoso La cosa). Piuttosto lunga sarebbe stata la querelle tra gli esponenti dell'ex ala destra, i miglioristi, favorevoli ad una conversione alla socialdemocrazia senza per questo recidere ogni legame con le altre forze dell'Internazionale, e quegli intransigenti di sinistra che auspicavano un rilancio ideologico per raccogliere la pesante eredità accumulata sin dal 1921. L'impossibilità nell’armonizzare queste anime tra loro così diverse avrebbe avuto delle ricadute disastrose sul neonato Partito Democratico della Sinistra (PDS), la cui parabola politica fu quasi immediatamente segnata dalla scissione del gruppo egemonizzato da Sergio Garavini conosciuto come Partito della Rifondazione Comunista (12 Dicembre 1991).

Conscia dell’impossibilità di sbloccare dall’interno il cronico stallo istituzionale, una nutrita cerchia di uomini di cultura coagulatasi attorno alla figura del democristiano Mariotto Segni (figlio dell’ex Presidente della Repubblica Antonio Segni, in carica fra il 1962 e il 1964) individuò nello strumento referendario l'arma vincente per aggirare i veti imposti dalle varie forze politiche. Il successo del suo Manifesto dei 31 e delle proposte da esso avanzate fra il 1991 e il 1993 quali la riduzione del numero di preferenze esprimibili alla Camera e l’abrogazione di alcune parti della legge in vigore al Senato, rappresentarono l’inequivocabile spia dello scollamento in atto tra la società civile e quei vecchi partiti incapaci di dare soddisfazione alle reiterate istanze riformiste. I primi anni ‘90 si sarebbero inoltre caratterizzati per lo scontro frontale tra la magistratura e l'establishment sul tema della corruzione, dove le indagini condotte nel corso del decennio precedente avevano svelato una fitta trama di relazioni tra il mondo dell'imprenditoria, della politica e della malavita. Tale confronto si sarebbe colorato di tinte ancora più fosche in seguito all'intervento del Capo di Stato Francesco Cossiga, investitosi del compito di guidare la transizione del Paese verso nuovi assetti sistemici senza curarsi delle recriminazioni provenienti da Destra e da Sinistra.

La prova tangibile del declino vissuto dalla Democrazia Cristiana arrivò dai frequenti episodi di defezione ad opera di personalità di primo piano quali Leoluca Orlando, il popolare sindaco di Palermo ostracizzato per via delle denunce sulle infiltrazioni mafiose e sulla corruzione dilaganti in Sicilia, nonché il già citato Segni, il cui Movimento per la Riforma Elettorale aveva riscosso le simpatie di importanti associazioni laicali come l'Azione Cattolica. Non meno precaria risultava essere la posizione del Partito Socialista che, nonostante la lenta progressione fatta registrare nelle elezioni europee del 1989 e nelle amministrative dell'anno successivo, scontava il danno d'immagine derivante dalle accuse di appropriazione indebita di risorse finanziarie. È alla luce degli eventi poc’anzi descritti che bisogna interpretare la decisione di chiudere anticipatamente la legislatura, invero goffo escamotage per sottrarsi ad una tempesta oramai inevitabile di fronte all’uscita dei Repubblicani dalla maggioranza pentapartitica, all’approssimarsi della tornata elettorale del 1992 e, soprattutto, alla conflagrazione del caso Tangentopoli.

Termine coniato negli ambienti del giornalismo italiano per descrivere un sistema di corruzione politica così diffuso da rappresentare, nella memoria collettiva di coloro che vi assistettero, l’essenza più intima della Prima Repubblica, l’affare Tangentopoli esplose nella giornata del 17 Febbraio 1992 quando il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne un ordine di cattura per Mario Chiesa, presidente della casa di riposo Pio Albergo Trivulzio ed esponente di primo piano del PSI milanese. Grazie alle rivelazioni di Luca Magni, imprenditore la cui azienda aveva “vinto” una gara di appalto per un ammontare complessivo di centoquaranta milioni, Chiesa era stato infatti sorpreso nel momento di ricevere una tangente dell’ordine di sette milioni di Lire. Nonostante i tentativi di Craxi di minimizzare l’accaduto definendo il collega “un mariuolo isolato”, le indagini condotte nell’ambito di Mani pulite provarono l’esistenza di un vero e proprio circuito delinquenziale dove il versamento delle famigerate bustarelle era divenuto la conditio sine qua non per influenzare le delibere della pubblica amministrazione. Ormai stanchi dei continui scandali e delle promesse non mantenute per decenni, i cittadini trovarono nel voto di protesta l’espediente ideale per esprimere la loro frustrazione: ciò sarebbe risultato evidente durante le elezioni del 5-6 Aprile, segnate dal trionfo indiscusso dei movimenti più giovani come i Verdi e la Lega Nord. Quest’ultima in particolare, nata nel 1989 dalla fusione della Liga Veneta con la Lega Lombarda, aveva saputo sfruttare a proprio vantaggio le grane giudiziarie della D.C. grazie alla conduzione carismatica del suo leader Umberto Bossi (è di questo periodo l’iconico slogan Roma ladrona!). Fra le altre vittime illustri finite sotto la lente d’ingrandimento dei PM occorre menzionare non soltanto il PSI e il suo onnipotente segretario, il quale si era visto sfumare davanti agli occhi una probabile riconferma a Palazzo Chigi, ma anche quel Partito Socialdemocratico squassato dagli scandali finanziari e indebolito dalla copiosa emorragia verso l'area socialista. La frenetica evoluzione dello scenario politico nazionale e internazionale non avrebbe risparmiato nemmeno il MSI, impegnato in un'opera di estesa ristrutturazione ideologica sotto la vigile sorveglianza del nuovo segretario Giancarlo Fini.

Il tracollo dell’ormai decrepito edificio partitico fu sicuramente accelerato dall'offensiva scatenata dalla mafia contro diverse personalità appartenenti al mondo della politica e della giustizia. Le radici del sodalizio con la Repubblica italiana si perdono in quel fenomeno di speculazione edilizia cominciato a Palermo nei tardi anni’50 quando Salvo Lima e Vito Ciancimino, assessori ai lavori pubblici e membri della D.C., concessero migliaia di licenze ad esponenti legati al mondo della malavita organizzata. Nel ventennio successivo invece le attività criminose di Cosa Nostra si sarebbero orientate in direzione del traffico di stupefacenti e del riciclaggio di denaro grazie al sostegno di istituti di credito come lo IOR e il Banco Ambrosiano, attività che a cavallo del 1981 e del 1983 avrebbero permesso al clan dei Corleonesi di assumere una posizione di egemonia rispetto alle altre cosche rivali. Cruciale nel consentire l’attuazione di una simile strategia fu l’assassinio, grazie alla sostanziale impunità garantita dai propri referenti, di quelle figure passibili di interferire con gli interessi delle Famiglie (il pensiero non può che andare ai vari Peppino Impastato, Carlo Alberto dalla Chiesa, Carmine Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Pio la Torre e molti altri ancora).

Nondimeno sul finire degli anni ’80 l’accordo in vigore fra le parti sembrò essere entrato in una spirale negativa: la condanna di numerosi delinquenti al termine di quello che venne definito Maxiprocesso (1986-1992), l’esplosione del fenomeno del pentitismo e la maggior consapevolezza dimostrata dall’opinione pubblica nazionale avevano inferto un colpo durissimo alla Cupola guidata da Salvatore Riina, la quale nei mesi conclusivi del 1991 maturò la decisione di consegnare al Governo e alla società civile un messaggio inequivocabile. Il 12 Marzo 1992 il luogotenente di Andreotti sull’isola, Salvo Lima, venne ucciso a colpi d’arma da fuoco, mentre il 23 Maggio seguente le auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta saltarono in aria assieme ad un tratto della A29. Ad essi avrebbero fatto seguito, il 19 Luglio di quello stesso anno nei pressi di Via d’Amelio, il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di polizia incaricati di proteggerlo. La parabola dello stragismo mafioso proseguì con rinnovata intensità l’anno successivo quando un’autobomba avente per obiettivo il popolare conduttore televisivo Maurizio Costanzo deflagrò in Via Fauro senza uccidere nessuno, mentre nelle stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro fu il patrimonio culturale italiano a finire nel mirino degli attentatori. Il 27 Luglio due Fiat Uno imbottite di tritolo vennero fatte esplodere davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, trascinando nell’equazione anche la Santa Sede. L’atto finale di questa stagione luttuosa si consumò nella giornata del 31 Ottobre con la scoperta, nei pressi dello Stadio Olimpico di Roma, di un ordigno esplosivo il cui malfunzionamento scongiurò il ripetersi dell’ennesimo bagno di sangue. Poi, dopo un biennio costellato di decine di morti, rappresaglie contro bersagli strategici e liquidazioni di civili inermi, la quiete.

Come si spiega una simile inversione di rotta? Cosa può aver spinto la mafia ad arrestare di punto in bianco la propria offensiva ai danni dell’ordine costituito, ad abbandonare la linea dello scontro frontale per ritirarsi dietro una familiare cortina di silenzi assordanti? La risposta, per quanto incredibile possa sembrare, risiederebbe nel raggiungimento dei target prefissati alla vigilia dell’attacco. Stando infatti alle dichiarazioni rilasciate nel 2009 da Massimo Ciancimino, figlio del sopracitato Vito e testimone chiave nell’ambito della trattiva Stato-mafia, esponenti del mondo delle istituzioni e della malavita avrebbero aperto già nel corso dall’estate del 1992 dei canali di comunicazione informali per il raggiungimento di un'intesa duratura, un accordo (papello) di coesistenza più o meno pacifica basato su reciproche concessioni. Ed ecco che dai meandri della storia repubblicana emergerebbe, ancora una volta, un quadro a dir poco inquietante dove una potente organizzazione criminale sarebbe riuscita ad imporre le proprie condizioni innalzandosi ai livelli di un’entità politica sovrana: un obiettivo nel quale avevano fallito persino le Brigate Rosse ai tempi del caso Moro.

L'eco della strage di Capaci fu così vasto da spingere le diverse forze politiche ad avallare la nomina di Oscar Luigi Scalfaro alla Presidenza della Repubblica, investendolo del gravoso compito di selezionare il nuovo Presidente del Consiglio tra i papabili indicati da Craxi. La scelta sarebbe ricaduta su Giuliano Amato, leader di un esecutivo indebolito da faide interne e pesantemente criticato per il varo di misure impopolari come il prelievo forzoso del sei per mille dai conti correnti delle banche italiane e la manovra finanziaria da 100.000 miliardi di lire. L'abrogazione del meccanismo delle preferenze multiple alla Camera e di alcune parti della legge per il Senato aveva nel frattempo spianato la strada ad una riforma elettorale in senso maggioritario, propedeutica all'attivazione di quel circuito virtuoso per l’alternanza inutilmente perseguito nel decennio precedente: conosciuta con l’appellativo di Mattarellum dal nome del suo relatore Sergio Mattarella, le disposizioni n. 276 e 277 promulgate il 4 Agosto 1993 introdussero un modello misto per cui i 2/3 dei seggi sarebbero stati assegnati in base ad un sistema uninominale secco, i rimanenti tramite un proporzionale a liste bloccate.

Con le dimissioni di Amato nel mese di Aprile le redini del Paese passarono invece nelle mani dell’ex governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi, la cui investitura rappresentò una svolta epocale nella storia repubblicana in quanto aliena a tutti i principi che avevano regolato sino ad allora la formazione dei ministeri. La decisione di istituire un apposito governo tecnico può essere compresa solo tenendo conto della delegittimazione morale gravante sul cosiddetto Parlamento degli inquisiti, decimato dalle inchieste condotte dai pubblici ministeri nell'ambito di Mani Pulite, nonché del maggior coinvolgimento del Capo di Stato nella definizione delle intese. Fu in questo breve lasso di tempo che si consumò in via definitiva la parabola discendente delle Democrazia Cristiana, affossata dagli avvisi di garanzia diretti contro i suoi maggiori esponenti come Antonio Gava, Cirino Pomicino e Giulio Andreotti (processato fra il 1993 e il 2004 per collusione mafiosa ma prosciolto dalle accuse per decorrenza dei termini) oltre che dalla sonora sconfitta patita nelle elezioni amministrative di Giugno. La sommatoria di tali elementi aveva infatti palesato la necessità di rifondare il partito il quale, seppur ridimensionato dalla scissione di quel Centro Cristiano Democratico guidato da Pier Ferdinando Casini e da Clemente Mastella, sarebbe sopravvissuto al naufragio della Prima Repubblica riassumendo l’antica denominazione di Partito Popolare Italiano (PPI). Destino non condiviso dal vecchio PSI, condannato dalla strategia miope adottata dall’ex-segretario e dal clamore delle indagini aperte dalla magistratura ad una morte lenta e ingloriosa. Il colpo di grazia per qualunque velleità di rilancio sarebbe arrivato nel Maggio del ’94 quando Craxi, di fronte all’emergere di prove schiaccianti nei procedimenti istruiti a suo carico e all’ineluttabile perdita dell’immunità parlamentare, fuggì precipitosamente nella città tunisina di Hammamet per sottrarsi alla cattura. Un segnale inequivocabile circa l'esaurimento dell'esperienza partitocratica sarebbe infine arrivato dal Movimento Sociale Italiano, concorde durante il Congresso di Fiuggi del Gennaio di quello stesso anno nell’abbandonare gran parte dei propri riferimenti ideologici al fascismo trasformandosi in Alleanza Nazionale.

Il vuoto lasciato dalla conclusione anticipata dell'XI legislatura e dalla scomparsa di quegli attori che avevano animato il primo cinquantennio della storia repubblicana alimentò l'illusione di una drastica rottura con il recente passato, invero confutata dalla mancata alterazione degli assetti istituzionali nonostante l'incognita della nuova legge elettorale. Con grande sorpresa la tornata del Marzo del 1994 si concluse con la netta vittoria del partito Forza Italia e del suo leader, l'imprenditore milanese Silvio Berlusconi, il cui primo coinvolgimento nell'agone politico risaliva alle elezioni amministrative del 1993 con l'appoggio offerto al candidato missino Gianfranco Fini: determinante per il loro successo fu un insieme di fattori costituito dalla scelta di presentare due coalizioni fra loro collegate (il Polo delle Libertà e quello del Buon Governo), dalla sottovalutazione dell'avversario ad opera del PDS e, soprattutto, dall'impiego spregiudicato dei mass media come le emittenti televisive private. 

Quello della Prima Repubblica è stato il classico esempio di un edificio costruito su fondamenta troppo fragili per reggere il peso degli anni e degli agenti esterni, una costruzione instabile attraversata da crepe così profonde da richiedere una ristrutturazione estensiva e non una semplice passata di stucco in attesa dell’inevitabile crollo. È in queste anomalie croniche, nelle incoerenze riscontrabili tra la base e il vertice, tra le parole e le azioni, nell’eterna dicotomia fra ragion di Stato e moralità, che possiamo scorgere un interminabile filo conduttore a collegamento delle due Repubbliche. Sempre ammesso che, dopo il 1994, l’arena di gioco sia effettivamente cambiata.

mercoledì 27 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 aprile.
Il 27 aprile 1981 a Palermo, al congresso del Partito Socialista, Bettino Craxi viene riconfermato segretario col 74% dei voti.
Storico leader socialista, Bettino Craxi pronuncia il suo ultimo discorso da deputato, un deputato sotto accusa, il 29 aprile del 1993. Poi ci saranno le monetine, i processi, le condanne, il triste rifugio ad Hammameth, la malattia, la morte. Una parabola che in sedici anni lo porterà dall'altare al fango.
Benedetto (Bettino) Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934, in un periodo in cui il fascismo andava rapidamente affermandosi, richiamando consensi sempre più espliciti da parte di tutto il popolo italiano. Primo di tre figli di Vittorio Craxi, avvocato siciliano trasferitosi al Nord (tanto da diventare prefetto di Milano e poi Prefetto a Como ), e di Maria Ferrari una popolana originaria di Sant'Angelo Lodigiano, Bettino è invece allevato nei valori dell'antifascismo e del socialismo liberale.
Iscritto alla Gioventù socialista, entra nella Federazione milanese durante le scuole superiori. Negli anni '50 è funzionario a Sesto S. Giovanni. Entrerà nel Comitato Centrale del Psi al congresso di Venezia del '57. A ventitre anni il suo campo di azione sono le università. Lo confessò lui stesso che da ragazzo non amava studiare. Al liceo rimediava promozioni a fatica. Ottiene comunque la maturità classica, ma all'Università non avrà uguale fortuna: frequenta sia la Facoltà di Giurisprudenza a Milano che quella di Scienze Politiche di Perugia. A diciannove anni l'incontro con Anna Maria Moncini, la donna che diventerà sua moglie.
Nenniano di ferro e anticomunista convinto, prosegue come consigliere comunale a Milano dove, nel 1965, entra nella Direzione del Partito. Tre anni dopo, Craxi viene eletto deputato e passa nella Segreteria Nazionale come vice segretario di Giacomo Mancini, poi di Francesco De Martino. In quegli anni allaccia rapporti con i Partiti fratelli europei, mentre in seguito, nei primi anni '70 sosterrà e finanzierà tutti i partiti socialisti sottoposti a regimi dittatoriali (Grecia, Spagna, Portogallo).
Nel '76 viene eletto Segretario del Psi al posto di De Martino, indicato come un segretario di transizione. Invece Craxi dimostra non solo di avere numerosi assi nella manica, ma anche idee innovative e per nulla acquiescenti nei confronti dello status quo politico italiano. Al congresso di Torino del 1978, ad esempio, contrappone la "Strategia dell'alternativa" al "Compromesso storico" enunciato dal leader del Pci Enrico Berlinguer, un partito col quale Craxi avvierà una feroce polemica.
Nel '78 matura un altro avvenimento fondamentale per la carriera dell'uomo politico italiano più decisionista degli ultimi decenni: si tratta dello scandalo Lockheed, scandalo che costrinse l'allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone a dimettersi anticipatamente e a fare sì che il Psi riesca a imporre, per la prima volta nella sua storia, un socialista al Quirinale: Sandro Pertini. Lo scontro con i comunisti va avanti. Mentre Berlinguer opera lo strappo con Mosca, avviando la "terza via", nello stesso periodo Craxi abbandona Lenin e Marx per esaltare il pensiero di Proudhon e cambia il simbolo del Partito: non più falce e martello su libro e sole nascente, bensì un garofano rosso.
Durante il rapimento di Moro, Democrazia cristiana e Pci non ne vogliono sapere di intavolare una trattativa per la liberazione di Aldo Moro. La linea scelta dai due maggiori partiti per affrontare i drammatici 55 giorni del sequestro dello statista Dc è quella della fermezza: nessuna concessione alle Brigate Rosse. Bettino Craxi opterà invece per la linea della trattativa, ma inutilmente.
Il 4 agosto del 1983 forma il suo primo governo: un pentapartito composto da Dc Psi, Psdi, Pri e Pli. Resterà in carica fino al 27 giugno 1986. Un periodo che rimarrà il più lungo mai registrato nella storia della Repubblica, fino all'avvento di Berlusconi. Oltre al record di permanenza, Craxi fu il primo socialista a diventare Primo Ministro in Italia. Nel 1984 (il 18 febbraio) si firma la revisione del Concordato tra Italia e Vaticano. Sparisce la "congrua" e viene introdotto l' 8 per mille e le offerte deducibili per il Clero. Con il Premier, a siglare l'intesa, il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli.
L'altro strappo col Pci è del 1984 quando, su sua proposta, viene approvato il decreto legge per il taglio di alcuni punti della scala mobile, senza il consenso dei sindacati.
Il 10 settembre del 1985 un aereo egiziano che trasporta Abu Abbas, esponente dell'OLP, un suo aiutante e i 4 dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, è intercettato dall'aviazione militare Usa che ne impone l'atterraggio a Sigonella (Sicilia). Craxi rifiuta di consegnare agli Usa i sequestratori palestinesi dell'Achille Lauro affermando che i reati sono stati commessi su suolo italiano e, quindi, compete all'Italia perseguire i reati. I militari italiani di Sigonella si oppongono, con le armi, alle truppe speciali statunitensi.
L' 8 dicembre 1989 il Segretario Generale dell'ONU lo nomina suo Rappresentante personale per il debito dei Paesi in via di sviluppo. Nel '90 presenta il suo rapporto all'Assemblea.
Il Segretario Generale lo nomina Consigliere Speciale per lo sviluppo e il consolidamento per la pace e della sicurezza. Per firmare i suoi interventi sull' "Avanti!" Craxi inizia a usare lo pseudonimo affibbiatogli dal direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, ispirato al "masnadiero di Radicofani": Ghino di Tacco.
Non è per la verità un soprannome lusinghiero, visto che si trattava di un brigante (anche se c'è chi sostiene che fosse una sorta di Robin Hood), ma Craxi con molto senso dell'umorismo, accetta il dileggio.
Craxi prosegue comunque la sua opera di avvicinamento del Partito Socialista al centro, con l'intento di farne l'ago della bilancia della politica italiana. Sono gli anni del celeberrimo CAF, l'asse Craxi-Andreotti-Forlani, il governo pentapartito dei primi anni '90. I tre rovesciano il leader irpino Ciriaco De Mita togliendogli la Segreteria Dc e il governo. Ma Craxi non riuscirà più a riprendere le redini del governo. L'inizio della crisi politica di Bettino Craxi è datata 1992.
La valanga inizia con l'arresto dell'amministratore socialista di una casa di riposo per anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio: Mario Chiesa, che viene bloccato mentre incassa una tangente da una ditta di pulizie. Craxi lo definisce "un mariuolo", un ladruncolo che non ha nulla a che fare con il Psi. Ma da quell'episodio parte Mani Pulite, inchiesta condotta dal pm Antonio Di Pietro. Inizia Tangentopoli. Il 15 dicembre 92 arriva il primo avviso di garanzia per l'inchiesta sulla Metropolitana di Milano. Il Pool, guidato da Francesco Saverio Borrelli, invia al leader socialista, il primo avviso di garanzia.
Nell'agosto del '93, davanti ad un Parlamento ammutolito, fa lo storico discorso che suona come una sfida a tutta la classe politica italiana: "Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese". Poi ricorda i soldi versati dai sovietici al Pci e l'apparato paramilitare del KGB in Italia.
Tuttavia, travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi decide di non affrontare i processi e nel 1994 fugge nella sua villa di Hammamet, in Tunisia, presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare.
Muore in Tunisia il 20 gennaio 2000 da latitante.
La sua tomba, nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, è orientata in direzione dell'Italia.
Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a:
    5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI il 12 novembre 1996;
    4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile 1999.
Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell'imputato. Fino a quel momento Craxi era stato condannato a:
    4 anni e una multa di 20 miliardi di lire in primo grado per il caso All Iberian il 13 luglio 1998, pena poi prescritta in appello il 26 ottobre 1999.
    5 anni e 5 mesi in primo grado per tangenti ENEL il 22 gennaio 1999;
    5 anni e 9 mesi in appello per il conto protezione, sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno 1999;
    3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1º ottobre 1999;
Craxi fu anche rinviato a giudizio il 25 marzo 1998 per i fondi neri Montedison e il 30 novembre 1998 per i fondi neri Eni.

mercoledì 17 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1992 viene arrestato a Milano, mentre incassa una tangente di sette milioni di Lire al Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, presidente dell'Istituto. E' l'inizio di Mani Pulite, l'inchiesta che travolgerà la politica della prima repubblica.
Fu la prima inchiesta di Antonio Di Pietro. Le notizie della corruzione in politica cominciarono ad essere pubblicate dai giornali. Il leader del Psi, primo ad essere colpito dall'inchiesta, Bettino Craxi, negò subito l'esistenza di corruzione a livello nazionale, definendo Mario Chiesa un mariuolo, una "scheggia impazzita" dell'altrimenti integro Partito Socialista.
Nell'aprile 1992 le indagini, iniziate a Milano, si propagarono velocemente ad altre città, grazie alle confessioni degli arrestati e molti industriali e politici, specialmente della maggioranza ma anche dell'opposizione, furono arrestati con l'accusa di corruzione. Una situazione grottesca accadde quando un politico socialista confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri che erano arrivati a casa sua, per poi scoprire che erano venuti semplicemente per notificargli una multa.
Il 2 settembre 1992, il politico socialista Sergio Moroni, accusato di corruzione, si uccise. Lasciò una lettera in cui si dichiarava colpevole, dichiarando che i crimini non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti. Fondamentale per questa espansione esponenziale delle indagini fu la diffusa tendenza dei leader politici di privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di loro si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.
Nelle elezioni locali di dicembre, la DC perse metà dei voti. Craxi, dopo aver ricevuto tanti avvisi di garanzia, inerenti anche reati di corruzione, rassegnò in febbraio le dimissioni da segretario del Psi. Nelle nuove elezioni amministrative del 6 giugno 1993 la DC perse nuovamente metà dei voti, e il Partito Socialista praticamente sparì. La Lega Nord divenne la maggior forza politica dell'Italia settentrionale. L'opposizione di sinistra si avvicinò alla maggioranza, ma mancava ancora di unità e di leadership.
Il 5 marzo 1993, il governo presieduto da Giuliano Amato, e in particolare il Ministro della Giustizia Luigi Conso, cercarono di trovare una "soluzione politica" con una nuova legge sul finanziamento dei partiti: il decreto Conso, che fu definito criticamente "il colpo di spugna", il quale prevedeva la rimozione delle pene per molti crimini e introduceva al loro posto piccole infrazioni civili; il risultato sarebbe stato una sorta di amnistia per la maggior parte delle accuse di corruzione. Tra l'indignazione della gente e sollevazioni a livello nazionale, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiutò di firmare la legge, definendola incostituzionale.
Durante il governo di Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d'Italia, le indagini su Craxi furono bloccate dal Parlamento: ad aprile la Camera dei deputati negò la autorizzazione a procedere per Craxi. Quattro ministri del governo, pur essendo in carica da soli tre giorni, diedero le dimissioni per protesta il 29 Aprile: tra di loro c'era Francesco Rutelli, Ministro dell'Ambiente.
A metà marzo fu reso pubblico uno scandalo per 250 milioni di dollari, riguardante l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI): questo scandalo si risolse tragicamente quando, il 20 luglio 1993, l'ex-presidente dell'ENI, Gabriele Cagliari, si uccise in carcere. In seguito, sua moglie restituì oltre 6 miliardi di lire di fondi illegali.
Nel frattempo iniziò il processo a Sergio Cusani il quale era accusato di crimini collegati ad una joint venture tra ENI e Montedison (la più antica industria di energia in Italia, Montecatini Edison Spa), chiamata Enimont. Il processo fu diffuso sulla televisione nazionale, e fu una specie di passerella di vecchi politici messi a confronto con le loro responsabilità.
Anche se Cusani non era una figura di primo piano, il fatto che i crimini di cui era accusato fossero collegati all'affare Enimont coinvolse come testimoni molti politici di primo piano. Il culmine del processo Cusani fu quando l'ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente "Non ricordo"; nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e non si rese conto della saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi illegali.
La sua difesa fu "lo facevano tutti". Persino la Lega Nord fu coinvolta nel processo; il suo segretario Umberto Bossi e l'ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali. Anche il Partito Comunista Italiano fu accusato di corruzione, ma non fu possibile provare chi avesse commesso i fatti: in proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro affermò che non si fece tutto il possibile per individuare i responsabili del Partito Comunista che avrebbero commesso i reati di corruzione.
In marzo, quando Di Pietro richiese una rogatoria internazionale ad Hong Kong sui conti di Craxi, ricevette contemporaneamente un messaggio dalla Falange armata: «a Di Pietro uccideremo il figlio».
In giugno Aldo Brancher è il primo manager Fininvest ad essere arrestato per tangenti.
Il 12 luglio Silvio Berlusconi invia un fax a Il Giornale, di cui è proprietario, ordinando di attaccare i magistrati del pool; ma Federico Orlando e Indro Montanelli si rifiutarono.
Vennero creati anche dossier e indagini contro il pool di magistrati protagonisti dell'indagine: il 17 luglio, Il Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, pubblica un dossier sulle presunte malefatte di Di Pietro (che verrà riproposto nel 1997); il Gico di Firenze (il Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) raccolse fuori verbale le confidenze di un pentito, Salvatore Maimone, sulle ipotetiche coperture offerte alla mafia dell'Autoparco dai pubblici ministeri Di Pietro, Spataro, Di Maggio e Nobili. Il processo Autoparco dimostrerà che l'indagine del Gico era costruita sul nulla.
Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica:
il 2 settembre 1993, fu arrestato il giudice milanese Diego Curtò.
Il 21 aprile 1994, 80 uomini della Guardia di Finanza (fu per questo coniato il termine fiamme sporche) e 300 personalità dell'industria furono accusate di corruzione. Alcuni giorni dopo, il segretario della Fiat ammise la corruzione con una lettera ad un giornale.
Nel 1994, Silvio Berlusconi entrò impetuosamente in politica e vinse le elezioni.
Il 13 luglio 1994, il governo Berlusconi promulgò un decreto legge (c.d. "decreto Biondi") che favoriva gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione. Sempre secondo i detrattori del premier, la tempistica di questa legge fu accuratamente studiata in modo che coincidesse con lo svolgimento dei mondiali di calcio negli Usa, e in particolare con la vittoria dell'Italia contro la Bulgaria, passando così in secondo piano rispetto all'opinione pubblica. Ciò non bastò, ma alimentò nuove voci di protesta contro il sistema politico. Le immagini di Francesco De Lorenzo, ex Ministro della Sanità accusato di furto di denaro dagli ospedali, ebbe comunque un grande effetto sul pubblico.
Solo pochi giorni prima, i poliziotti arrestati avevano parlato di corruzione nella Fininvest, la maggiore delle proprietà della famiglia Berlusconi. La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiararono che avrebbero rispettato le leggi dello stato, incluso il "decreto Biondi", ma che non potevano lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la loro coscienza, chiedendo quindi di essere riassegnati ad altri incarichi.
Forse perché il governo non poteva permettersi di essere visto come un avversario del popolare pool di giudici, il decreto fu frettolosamente ritirato; si parlò in effetti di un "malinteso", e lo stesso Ministro dell'Interno Roberto Maroni (Lega Nord) sostenne che non aveva nemmeno avuto la possibilità di leggerlo. Anche se il ministro della giustizia era Alfredo Biondi, molti sospettarono che il decreto fosse stato scritto da Cesare Previti, un avvocato della Fininvest di Berlusconi. Non vi è tuttavia alcuna prova a sostegno di tale affermazione.
Il 28 luglio, il fratello di Berlusconi fu arrestato e subito rilasciato.
Cominciò a questo punto quella che è stata definita come la "battaglia tra Berlusconi e Di Pietro".
Da una parte le indagini giudiziarie sulle aziende di Berlusconi, dall'altra il governo che mandava "ispettori" negli uffici dei giudici milanesi, alla ricerca di irregolarità formali. Questa tattica, insieme al contributo di media che sostenevano il premier e la sua azione nei confronti dei magistrati, contribuì secondo alcuni a creare una situazione che in altri contesti si definirebbe FUD (Fear, Uncertainty and Doubt, "paura, incertezza e dubbio"). La battaglia fu senza vincitori: il 6 dicembre Di Pietro si dimise dalla magistratura e due settimane dopo il governo si dimise, alla vigilia di un voto di fiducia critico in Parlamento che avrebbe potuto avere un esito sfavorevole a Berlusconi.
Dopo il 1994, il rischio che i processi venissero cancellati a causa della prescrizione divenne molto concreto, e la cosa era chiara sia ai giudici che ai politici. Questi ultimi (senza distinzioni tra la coalizione di Berlusconi e l'Ulivo, specialmente sotto la leadership di Massimo D'Alema) ignorarono le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare equipaggiamenti, e promulgarono leggi che, secondo molti critici, resero i già penosamente lenti processi italiani ancora più lenti, e soggetti a prescrizione più rapida.
Nel 1998 Cesare Previti, ex manager Fininvest e parlamentare nelle file di Berlusconi, evitò il carcere grazie all'intervento del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati erano all'opposizione. Craxi invece accumulò diversi anni di condanne definitive, e scelse la contumacia - secondo i suoi sostenitori, l'esilio volontario - ad Hammamet in Tunisia, dove risiedette dal 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000.
Dopo la vittoria di Berlusconi nelle elezioni politiche del 2001, l'atteggiamento dei media e dell'opinione pubblica nei confronti dei giudici si presentava molto diversa da quella dell'epoca di Mani pulite: non solo criticarono apertamente i giudici per il loro operato nell'inchiesta, ma divennero sempre più rare in televisione opinioni favorevoli al pool di Milano. Ovviamente, in molti sospettarono che questa inversione di marcia fosse legata al potere mediatico di Berlusconi. Persino Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, si sbilanciò mostrando in parlamento una corda da impiccagione a denuncia di quello che evidentemente considerava un atteggiamento giustizialista della giustizia (alla quale poco tempo prima aveva comunque plaudito per la "distruzione" del sistema politico tradizionale).
Chi ha immaginato di aver raggiunto un punto di non ritorno nella politica nazionale, però, sarà rimasto deluso. Il sistema politico, infatti, si è rapidamente ricomposto in forme nuove, che hanno tuttavia continuato a calpestare la volontà dei cittadini (ad esempio, aggirando il referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti) e le richieste di organi internazionali (ONU, UE, Consiglio d’Europa, FMI, OCSE) di ridare trasparenza alle istituzioni e al mercato italiano. È quella che potremmo definire una “restaurazione” durata vent’anni, e in corso tuttora, che rende Mani Pulite una storia assolutamente attuale.
Il primo passo è stato quello di diffondere, a mezzo stampa, l’idea che i magistrati avevano esagerato, che erano stati parziali, salvando alcune forze politiche, fino all’accusa di aver dato vita  a un vero e proprio “golpe”. Il secondo passo è stato promuovere una serie di iniziative legislative volte a proteggere i potentati politici ed economici, e in generale a rendere meno efficace il sistema della giustizia. Si è trattato di un processo sostanzialmente bipartisan. Leggi come quelle sui reati finanziari, ad esempio, sono state approvate da maggioranze di Centrosinistra; altre, come quelle sul reato di false comunicazioni sociali, o la devastante “ex Cirielli” – il taglio delle prescrizioni, che ha mandato in fumo decine di migliaia di processi – nonché le varie leggi ad personam, sono state volute da maggioranze di Centrodestra. Quanto alle istanze internazionali, è bastato non ratificare la Convenzione Penale sulla Corruzione del Consiglio d’Europa che, pure, l’Italia aveva firmato nel 1999.
Sono trascorsi ventiquattro anni, e di quell’inchiesta non si parla quasi più, o lo si fa in maniera distorta e semplicistica, attraverso il nuovo format televisivo – tipico delle tv commerciali, ma ampiamente trapiantato in Rai negli ultimi quindici anni – che prevede l’assoluta predominanza del commento sulla notizia, dell’opinione sui fatti. Sebbene una certa vulgata politico-giornalistica cerchi di far passare Mani Pulite per un’inchiesta faziosa o, nella migliore delle ipotesi, fallimentare, come se la maggioranza degli inquisiti fosse stata assolta, il compito di chi non vuole rinunciare alla propria memoria è di riportare i fatti in primo piano, rispetto alle opinioni.
Si scoprirebbe, infatti, che la percentuale di assoluzioni nel merito per i vari capi di imputazione è meno del 10%. I restanti proscioglimenti, circa il 35% degli indagati, sono avvenuti grazie alla prescrizione, ai cavilli procedurali o a modifiche legislative su misura. In ogni caso, a parte gli scomparsi, quasi tutti gli indagati del 1992-94 e degli anni successivi, comunque siano finiti i loro processi, sono rimasti o tornati rapidamente alla vita pubblica.
Mani Pulite ha avuto anche un’altra conseguenza sulla politica nazionale. Da circa venti anni assistiamo alla “discesa in politica” dei più brillanti magistrati che hanno condotto quella e altre inchieste successive che hanno coinvolto la “casta”. Gli ultimi, in ordine cronologico, sono Luigi De Magistris, Pietro Grasso, e Antonio Ingroia. Si tratta di un fatto assolutamente anomalo nel panorama delle democrazie occidentali.
L’idea stessa che debba esistere un partito, o un movimento, che fa della difesa della legalità la sua bandiera è, a ben vedere, incredibile. Significa affermare che gli altri partiti, anche i più importanti, non bastano a garantire il rispetto della giustizia, che dovrebbe essere, invece, uno dei valori in assoluto condivisi da tutte le istituzioni. Tutto questo, oltre ad alimentare dibattiti sulle presunte aspirazioni politiche dei pm nel corso della loro carriera, dovrebbe far riflettere sull’incapacità delle classi dirigenti di questo Paese di garantire, nelle loro forme tradizionali, un’autentica cultura legalitaria, e di creare le condizioni perché si possa vivere nel rispetto delle leggi. Leggi che ovviamente dovrebbero essere, a loro volta, giuste e eque.

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