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lunedì 1 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il primo dicembre.

Il primo dicembre 1923 crolla la diga del Gleno provocando il disastro della Valle di Scalve.

Messa in ombra dalla più grave (per dimensioni e numero di morti) tragedia del Vajont, la catastrofe della Diga del Gleno rimane ancora oggi un capitolo di storia delle Alpi sconosciuto alla maggioranza della popolazione, nonostante nei primi decenni del '900 abbia portato morte e distruzione in un'intera vallata.

Lo sbarramento realizzato sul torrente Gleno, realizzato con l'intento di produrre energia elettrica, il 1 Dicembre del 1923 crollò, riversando il suo bacino idrico e creando una tragedia che sconvolse letteralmente la Valle di Scalve in provincia di Bergamo e la Val Camonica in provincia di Brescia.

I ruderi della diga sono ancora là, a oltre 1500 metri in alta val di Scalve, al cospetto delle vette orobiche più elevate, ma la loro storia è nota solamente alla popolazione locale e a pochi altri.

Il forte sviluppo industriale delle aree prealpine centrali, ed in particolare della Val Camonica, dove si era sviluppata un'intensa attività metallurgica, richiedeva una sempre maggior quantità di energia elettrica, fatto che spinse le autorità dell'epoca a cercare località alpine adatte alla costruzione di invasi. Già all'inizio del secolo era nata l'idea di uno sbarramento sul torrente Povo (affidata nel 1907 all'ingegner Tosana di Brescia) in Val di Scalve; il progetto rimase incompiuto per anni, anche a causa della Grande Guerra, fino a vedere la realizzazione nel 1919, quando la ditta brianzola Galeazzo Viganò di Triuggio, iniziò la realizzazione della struttura, completata poi nel 1923.

Il progetto iniziale di una diga a gravità (alta 52 metri e lunga ben 260 metri) è stato poi sostituito in corso d'opera da una struttura ad archi multipli, dando origine a non pochi problemi tecnici, poiché i due diversi progetti furono in un certo qual modo "mischiati" senza prendere le dovute precauzioni architettoniche. Era anche l'unico esempio al mondo di diga mista a gravità ed archi multipli

L'invaso così costruito aveva una capienza di circa sei milioni di metri cubi d'acqua, una dimensione notevole per il periodo.

Dopo diversi il giorni di piogge, durante il mese di ottobre il bacino si riempì per la prima volta, vennero anche valutate delle considerevoli perdite di acqua. Le perdite continuarono fino a quando avvenne il vero e proprio disastro: la notte del 1 dicembre 1923 parte della murata della diga crollò, creando uno squarcio di 80 metri e riversando l'intero contenuto dell'invaso in Val di Scalve.

In un istante furono spazzati via dalla furia dell'acqua gli abitati di Bueggio e Dezzo di Azzone In Valle di Scalve; rapidamente l'onda folle si abbatté poi sul comune di Darfo, Boario Terme e Gorzone in Val Camonica, per poi concludere la sua folle corsa nel Lago d'Iseo, a oltre 20 chilometri di distanza.

La massa d'acqua del bacino del Gleno lasciò nella valle 356 vittime riconosciute, oltre ad un numero non meglio definito di dispersi.

Per decenni si discusse su quali possano essere state le cause di un tale disastro: alla fine, ciò di cui siamo certi è che la struttura non rispondeva ai requisiti architettonici necessari a garantirne la sicurezza, gli archi erano appoggiati malamente alla precedente struttura a gravità, la murata era costellata di crepe e non erano mai stati eseguiti i controlli e le manutenzioni necessarie.

I responsabili della ditta Viganò, costruttrice della Diga del Gleno, furono processati dal regime fascista e condannati a pochi anni di reclusione per imperizia, lasciando senza colpevoli uno dei disastri più devastanti che hanno caratterizzato le valli alpine italiane nel secolo scorso.

giovedì 24 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi




 Buongiorno, oggi è il 24 luglio.

Il 24 luglio 2010 a Duisburg avvenne la tragedia della Love Parade.

Il celebre festival di musica techno nato a Berlino nel 1989 ha vissuto la sua ultima edizione nel 2010 a causa di una tragedia che ha segnato per sempre l’organizzazione tedesca di grandi manifestazioni dedicate alla musica techno. Alle 15.30 del 24 luglio 2010 a causa del sovraffollamento,  gli organizzatori della Love Parade chiesero alla polizia di bloccare l’afflusso dei partecipanti e impedire il passaggio attraverso l’unico ingresso, un tunnel troppo stretto per gestire il passaggio in entrata e uscita di migliaia di persone. Centinaia di persone rimaste fuori riuscirono ad entrare dall’alto, attraverso il cavalcavia sopra il tunnel, aggiungendosi ad un numero già impressionante di persone. La calca portò allo schiacciamento di centinaia di persone ed un’escalation di panico che portò alla morte di 21 persone e al ferimento di almeno altre 652.

C’è da capire come e perché fu possibile tollerare la formazione di un’ingestibile calca nei pressi di uno dei tunnel utilizzati per l’ingresso e l’uscita dei partecipanti, presupposto della tragedia. Tra le vittime vi fu anche un’italiana, la ventunenne bresciana Giulia Minola. il tribunale di Duisburg ha proposto l’archiviazione del procedimento penale sulla strage al Loveparade del 24 luglio 2010. Nel corso del maxi evento musicale morirono nella calca 21 persone tra cui un’italiana, la bresciana Giulia Minola di 21 anni. 

Il tribunale tedesco ha proposto alla Procura e ai tre imputati, dipendenti dell’organizzazione, accusati di omicidio colposo e lesioni colpose, di terminare le udienze prima della scadenza imposta dalla prescrizione, che scatterà il 27 luglio 2020. Già lo scorso anno era stata archiviata la posizione degli altri sette imputati. A causa delle restrizioni imposte dal Coronavirus il processo - iniziato nel dicembre del 2018 - già da marzo però è sospeso e la ripresa era prevista il 20 aprile, ma con accesso limitato all’aula del tribunale di Düsseldorf. Per questo, dopo 183 udienze già celebrate, il tribunale ha proposto l’archiviazione. L’EPILOGO SEMBRA scontato. La Procura aveva già dato il proprio assenso un anno fa all’archiviazione del procedimento per altri sette imputati, mentre i secondi, dipendenti della società organizzatrice Lopavent, non rinunceranno all’opportunità di vedere terminare il processo senza condanna e senza sanzioni pecuniarie. Il primo colpo alle speranze di giustizia dei familiari delle vittime era stato inferto il 6 febbraio del 2019 quando la giustizia tedesca aveva archiviato la posizione di sette dei dieci imputati. In quell’occasione Nadia Zanacchi, la mamma di Giulia Minola, aveva espresso la sua amarezza. «La morte di 21 ragazzi rischia di restare senza alcun responsabile», aveva affermato facendosi portavoce dello stato d’animo di tutti i parenti delle vittime. Nel mirino era finita soprattutto la gestione del processo. L’archiviazione era arrivata prima che si concludesse l’analisi in aula della perizia, disposta per fare chiarezza sulle responsabilità. Tutto il processo avrebbe dovuto imperniarsi attorno a quella consulenza, invece sono usciti di scena sette dei dieci imputati. 

sabato 22 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 22 marzo.

Il 22 marzo 1959 si ebbe l'incidente della diga sul lago di Pontesei, avvisaglia di quello che sarebbe successo qualche anno più tardi al Vajont.

Nel marzo del 1959 la diga di Pontesei, nel comune di Zoldo Alto (Belluno), era in fase di completamento a poca distanza da quella del Vajont e faceva parte dello stesso sistema idroelettrico che collegava gli impianti degli affluenti del Piave (sistema Piave-Boite-Maè-Vajont). Concepita nel progetto iniziale della S.A.D.E. (Società Adriatica di Elettricità) del 1939, sarà realizzata soltanto dopo la metà degli anni '50, quando la crescente domanda di energia elettrica nell'Italia del boom economico determinò l'accelerazione dei lavori al sistema che collegava gli affluenti del Piave al confine tra Veneto e Friuli.

Lo sbarramento del lago di Pontesei, alimentato dal torrente Maè, fu completato nel 1960 ed alimentava le turbine della centrale omonima con un salto idraulico di circa 90 metri alla quota di 735 m/slm lungo la strada che collega Longarone con Forno di Zoldo, lungo la vallata prospiciente a quella dove era cominciata la costruzione della diga del Vajont. La distanza tra il lago di Pontesei e il centro di Longarone è di appena 13 chilometri.

L'anno prima dell'entrata in funzione della centrale idroelettrica, il 22 marzo 1959, domenica delle Palme, l'incidente.

Durante le prove d'invaso precedenti il collaudo, con il livello del bacino mantenuto a 13 metri sotto la portata massima, i tecnici della S.A.D.E. iniziarono a notare chiazze di acqua giallastra nelle acque del lago di Pontesei, seguite poco dopo da inquietanti brontolii provenienti dal ventre della montagna. Per precauzione iniziarono le operazioni di svuotamento dell'invaso mentre veniva monitorato il movimento dello smottamento del fronte della montagna ormai fradicio d'acqua infiltrata dalle acque del lago. Mentre si svolgevano ancora le operazioni di messa in sicurezza, la frana accelerò e in meno di un minuto circa 3 milioni di metri cubi di detriti piombarono nelle acque gelide del bacino, generando un'onda di piena alta oltre 20 metri. Per la medesima causa che determinerà la tragedia alla vicina diga del Vajont appena 4 anni più tardi, soltanto per un caso vi fu una sola vittima. La massa d'acqua e fango generata dal fianco del Fagarè (sponda sinistra del lago) investì il custode dell'impianto Arcangelo Tiziani, il cui corpo non verrà mai ritrovato. A causa della frana e della massa di fango rimasero isolati i tre comuni di Zoldo Alto, Forno di Zoldo e Zoppé (6.500 abitanti complessivamente).

Nonostante le similitudini geomorfologiche tra le due dighe dello stesso sistema, dopo l'incidente di Pontesei i responsabili della Società Adriatica (che poco dopo sarebbe stata nazionalizzata nell'Enel) non fecero tesoro dell'esperienza dell'incidente del 1959. Le omissioni su quella frana che anticipò il disastro del 1963 emersero durante l'iter giudiziario sulla strage del Vajont, quando nel 1969 fu ascoltata la deposizione dell'Ing. Camillo Linari, responsabile dell'impianto di Pontesei. Scampato egli stesso alla morte in occasione della frana del 1959 dopo essersi arrampicato sul fianco della montagna inseguito dalla furia delle acque, Linari dichiarò di non aver mai accennato ad uno studio comparativo tra Pontesei e il vicino Vajont, e neppure di averne ricevuto richiesta dai vertici S.A.D.E.

Dalle parole di Linari emerse anche il disinteresse di alcuni dei personaggi chiave della tragedia del 1963, come il geologo Edoardo Semenza (figlio del progettista del Vajont e responsabile dei rilievi al monte Toc). Altrettanto silenzio opposero altri responsabili della società elettrica e del Genio Civile, tra cui il più assordante fu quello dell'Ing. Alberico Biadene, uno dei condannati nella sentenza del 1971 per il disastro che cancellò la vita a Longarone. Anche lui all'incidente di Pontesei non farà mai cenno. 

domenica 9 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi




 Buongiorno, oggi è il 9 marzo.

Il 9 marzo 1976, poco dopo le cinque di pomeriggio, una cabina della funivia che raggiunge l’Alpe Cermis, in Trentino, si staccò dal cavo d’acciaio che la sorreggeva schiantandosi a terra e percorrendo circa 100 metri sul dorso della montagna prima di fermarsi. Morirono 42 delle 43 persone che erano a bordo, in quello che è stato il peggior incidente accaduto a una funivia della storia. A volte l’incidente del 1976, conosciuto anche come “disastro della funivia di Cavalese”, dal nome del comune dove si trovava l’impianto, viene confuso con quello del 1998 che accadde alla stessa funivia 20 anni dopo, quando un aereo militare americano tranciò le funi della funivia durante un volo a bassa quota, facendo cadere una cabina con a bordo 20 persone, che morirono tutte.

L’Alpe del Cermis è una montagna di 2250 metri, sui cui versanti c’è una frequentata stazione sciistica. A collegare il comune di Cavalese e le piste da sci c’era una funivia costruita nel 1964 dalla ditta Hölzl. La funivia si divideva in due tronconi, e l’incidente avvenne nel primo (partendo dal basso), lungo circa due chilometri e mezzo e che portava i passeggeri da un’altitudine di 1000 metri (quella di Cavalese) a 1280 metri. Il primo tratto era suddiviso in due campate da un pilone di cemento, posto circa 1500 metri dopo la stazione di partenza: le cabine della funivia potevano ospitare fino a 40 passeggeri (più il manovratore), e raggiungevano una velocità massima di dieci metri al secondo. Nel punto più alto, le cabine che percorrevano la prima tratta si trovavano a circa 180 metri dal suolo: Cavalese si trova infatti su una piccola altura, e la funivia attraversava il fondovalle della Val di Fiemme.

Sulla cabina che cadde il 9 marzo 1976 erano salite due persone in più della capacità massima, ma tra queste c’erano quindici bambini: il peso complessivo dei passeggeri non era dunque superiore al limite di carico previsto. Le due funi alle quali era attaccata la cabina si accavallarono mentre questa stava scendendo verso Cavalese: una fune tranciò l’altra, e la cabina cadde da un’altezza di diverse decine di metri, schiantandosi al suolo. Dopo l’impatto, la cabina proseguì la sua discesa lungo il versante della montagna, percorrendo un centinaio di metri prima di fermarsi in un prato. Nella caduta, il carrello che collegava la cabina alla fune, che pesava circa tre tonnellate, cadde sulla cabina, schiacciandola. Morirono 42 persone, compresi i 15 bambini: tra i passeggeri c’erano 21 tedeschi di Amburgo, 11 italiani, 7 austriaci e un francese.

Alessandra Piovesana, una ragazza milanese che all’epoca aveva 14 anni, fu l’unica sopravvissuta, e si salvò perché fu protetta nell’impatto dai corpi degli altri passeggeri: rimase comunque gravemente ferita e passò un periodo in ospedale. Le indagini scoprirono che al momento dell’incidente il sistema automatico di sicurezza era stato disinserito per velocizzare il trasporto dei passeggeri: quando le due funi si erano accavallate, la cabina era stata fatta procedere manualmente, provocando la rottura delle funi. Carlo Schweizer, manovratore della funivia, fu condannato nel 1981 in Cassazione come unico responsabile dell’incidente: in carcere trascorse in tutto nove mesi. In un secondo processo venne condannato a tre anni di carcere anche il capo servizio Aldo Gianmoena. Per entrambi l’accusa fu di omicidio colposo.

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