Buongiorno, oggi è il 19 dicembre.
Il 19 dicembre 2012 la branca americana della Kodak fallisce.
“You press the button, we do the rest”. Questo lo slogan con cui, nel 1888, l’Eastman Kodak Company, avvicinò il grande pubblico alla fotografia: le va infatti dato il merito di aver reso popolare l’utilizzo della macchina fotografica. Ma non solo.
Con la commercializzazione della Kodak n.1, una macchina fotografica amatoriale dotata di un rullo di pellicola Eastman American Film, prodotta nel 1885, la compagnia rese la fotografia più semplice, divertente ed economica. Esposta, la pellicola doveva essere inviata alla Eastman Dry Plate and Film Company per lo sviluppo. Peso 750 grammi, dimensioni 17x9x8 cm, con obiettivo a fuoco fisso con una focale di 27 mm e un’apertura di f/9, otturatore cilindrico. Nel 1891 il supporto di carta venne sostituito con un supporto di celluloide, il primo esempio di pellicola fotografica moderna. La fotografia fu pensata in forma rotonda sia per compensare la bassa qualità dell’immagine agli angoli, dovuti a problemi di ottica, sia per evitare di stare in asse con l’orizzonte, dal momento che lo strumento non era provvisto di mirino. Questo permise a moltissimi “inesperti” di cimentarsi nell’utilizzo di uno strumento facile e veloce.
Fondata a Rochester dall’imprenditore e pioniere della fotografia George Eastman, divenne presto punto di riferimento per l’innovazione delle pellicole e dei rullini, ma anche della cinematografia. Il termine Kodak fu una parola coniata dallo stesso Eastman che così la spiegò: “Fu una combinazione assolutamente arbitraria di lettere, che non derivava né in tutto né in parte da alcuna parola esistente, e vi arrivai dopo una lunga ricerca di un vocabolo che rispondesse a tutti i requisiti di un nome da usare come marchio di fabbrica. I principali requisiti erano che fosse breve, che non se ne storpiasse la dizione in modo da distruggerne l’identità, che avesse una personalità vigorosa e inconfondibile, che si adeguasse alle norme delle diverse leggi straniere sui marchi di fabbrica”.
La Kodak produsse una prima macchina nel 1886, nella quale era montato un rocchetto di pellicole fotosensibili che la rendeva meno ingombrante, con cui si riprendevano 48 immagini 10×12,5. Inoltre era economica: per lo sviluppo e la stampa a contatto l’importo era di soli 25 dollari. Con la produzione della Kodak n.1 si affermò nel mercato e alla fine degli anni Venti del Novecento la Kodak iniziò a produrre materiale fotosensibile ai colori, riaffermandosi come pioniera. Nel 1929 uscì la pellicola Kodacolor che aveva un reticolo di minuscole cellule con un filtro selettore colorato in rosso, verde e blu, ma le immagini venivano viste per proiezione: nel 1935 uscì la pellicola Kodachrome per apparecchi cinematografici e nel 1936-37 per macchine fotografiche. Il procedimento si basava sulla sintesi sottrattiva: i tre colori base erano incorporati alle emulsioni e poi lo sviluppo veniva realizzato dalla stessa Kodak. Il principio del negativo/positivo fu introdotto nella fotografia a colori nel 1941-1942 con la pellicola negativa Kodacolor, e questo rese possibile la stampa su carta: ancora una volta Kodak riesce a capire i propri clienti, proponendo un prodotto nuovo e comodo che soddisfacesse tutte le richieste. Successivamente la Kodak produsse la 126 Insamatic nel 1963: pellicola 35mm inserita in una cartuccia che andava poi riposta all’interno dello strumento fotografico evitando di caricare, con molti sforzi, il classico rullino. Tuttavia il successo dell’azienda iniziò a declinare presto, quando non riuscì più a scommettere sulle nuove invenzioni, o lo fece nel modo sbagliato.
Negli anni Settanta Polaroid scalzò Kodak dal business Instant Camera: le pellicole autosviluppanti Kodak Instant persero una battaglia di brevetti con la Polaroid Corporation, che fece quasi crollare l’azienda. Tutto iniziò nel 1976, quando Kodak stava perdendo moltissime quote di mercato: la produzione si spostò quindi sulle istantanee, il metodo più richiesto dal pubblico, scommessa però troppo rischiosa. La somiglianza al prodotto della Polaroid non passò inosservato, tanto che questa fece causa alla Kodak per aver violato i suoi brevetti. Nel 1986 l’azienda dovette rinunciare alla produzione delle istantanee e pagare un risarcimento di 12 miliardi di dollari, ammontare maggiore dell’intero valore della Kodak.
Negli stessi anni l’ingegnere di Kodak Steven Sasson creò il sistema della fotografia digitale utilizzato ancora oggi, ma l’azienda decise di non mettere in discussione il mercato delle pellicole: il ventiquattrenne aveva lavorato sui CCD (Charged Coupled Device), che permettevano di catturare la luce in due dimensioni e trasformarla in un segnale elettrico: il problema principale consisteva nel fatto che non archiviava le foto, così Sasson registrò le immagini con l’utilizzo della digitalizzazione. Tuttavia l’azienda non colse la novità, ritenendo che nessuno avrebbe voluto vedere le proprie immagini sullo schermo tv. Permise comunque all’ingegnere di portare avanti il proprio lavoro, arrivando al primo brevetto Kodak di una fotocamera digitale nel 1978. L’azienda lucrò comunque sul brevetto, scaduto nel 2007, ma non produsse mai realmente fotocamere che portassero enormi introiti. Nel 1986 la Kodak presenta il primo sistema basato su megapixel e pochi anni dopo Sasson e Hills crearono la prima reflex digitale, ma nuovamente l’azienda si oppose alla commercializzazione. Ancora una volta il colosso della fotografia tradizionale rinunciava ad immettersi su nuovi mercati, perdendo così enormi possibilità di guadagno.
Ed oggi? Lo sviluppo di Kodachrome cessò definitivamente nel 2010 e alla fine del 2011 l’impresa fu quasi a rischio di fallimento, prospettiva che si concretizzò nel 2012, ma solo per quanto riguarda l’attività in America. Uscita dal fallimento nel 2013, ad oggi Kodak produce anche stampanti, pellicole destinate alla grafica, ma senza smettere di concentrarsi sulla rinascita dell’analogico: nel 2017 ha infatti dichiarato di aver ricominciato a produrre la Kodak Professiona Ektachrome, pellicola invertibile a colori nata negli anni Quaranta.
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giovedì 19 dicembre 2024
giovedì 9 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1839 John Herschel scatta la prima fotografia su lastra di vetro della storia, inventando contestualmente appunto il termine "fotografia".
La storia della fotografia comprende un periodo che va dalla sua invenzione alle attuali tendenze, che fanno anche ampiamente uso delle tecnologie digitali che consentono la registrazione diretta su supporto magnetico delle immagini ottiche.
Nel 1727 J.H.Schulze, chimico tedesco, pervenne attraverso i suoi studi, ad una descrizione scientifica del carbonato d'argento e alla sua capacità di annerirsi in seguito alla esposizione alla luce. Pertanto, pur essendo Daguerre il nome che è più diffusamente collegato alla nascita della fotografia, in realtà, il suo merito, fu quello di saper sintetizzare e concretizzare le teorie altrui, poiché altri prima di lui erano giunti a quei procedimenti che permisero la scoperta delle tecniche fotografiche.
Gli esperimenti sopracitati, che aveva condotto Schulze, furono ripresi nella seconda metà del 1700 dal Scheele e Senebier e successivamente Wedgewood e Davy, che nel 1802, tenteranno proprio sulla base di quelli, la strada della applicazione pratica della fotosensibilità dei sali d'argento. I due infatti ottennero pur non sapendo rendere i risultati permanenti, delle impressioni in negativo su supporto cartaceo. Il 1819 segna un'altra data importante nella evoluzione delle scoperte che condussero alla definizione della tecnica fotografica: J. Herschel documenta la solubilità dei sali d'argento non esposti alla luce in tiosolfito di sodio, rendendo noto, dal 1839, questo elemento di fissaggio dell'immagine fotografica. Ma la data più importante per la storia della fotografia resterà pur sempre il 1929, anno in cui Daguerre definirà la tecnica del dagherrotipo. La dagherrotipia (dal nome di Daguerre), fu un perfezionamento dell'eliografia di Niepce. Si trattava di una unica prova su lastra di rame argentata, sensibilizzata con vapori di iodio e "sviluppata" con vapori di mercurio. Ma facciamo un passo indietro...
Nel 1814, Joseph Nicéphore Niepce, a Gras, presso Chálon-sur-Saóne, aveva sperimentato un nuovo sistema per semplificare l'incisione sul metallo. Niepce, che dal 1801 aveva concentrato il suo interesse sulla litografia, (il procedimento di stampa a mezzo di pietra incisa introdotto in Francia nel 1814 dal conte Lasetvrie du Saillant), pensò di perfezionare quel sistema tipografico e sostituì la pietra con una lastra di stagno. Trovare un mezzo per indurre la luce a fare il disegno, è quello che si proponeva. Prese una lastra di rame argentato, la ricoprì di un sottile strato d'asfalto e la collocò in una cassetta di legno, che funzionava da camera oscura, di fronte a una tavola disegnata o dipinta. Dopo una giornata, le parti dello strato di bitume che erano rimaste "impressionate", cioè esposte all'azione della luce riflessa dalle zone più chiare del dipinto, diventarono bianche e le altre restarono nere. Allora Niepce immerse la lastra in un bagno d'essenza di lavanda -che scioglie il bitume non impressionato, lasciando intatto quello reso bianco dalla luce-, e sulla lastra di rame argentato restò così soltanto il bitume riproducente l'immagine in negativo. Tale procedimento lo chiamò "eliografia". Questo evento rappresentò il primo passo di Niepce per preparare lastre per stampa. Spandendo sulla lastra trattata, un acido destinato a incidere le parti del metallo messe a nudo, ma che non può attaccare le parti ancora ricoperte dal bitume (che viene poi tolto e le parti da esso protette) se ne ottiene in rilievo la riproduzione (sempre in negativo) del disegno. La lastra è così pronta per la tipografia.
Da qui ad applicare il procedimento alla fotografia il passo fu breve e, intorno al 1816, cominciò a usare la camera oscura per ritrarre immagini dal vivo. Il 5 maggio così scriveva al fratello Claude: "Ho messo il mio apparecchio sulla finestra aperta della stanza dove lavoro, dirigendolo verso la piccionaia. Ho fatto l'esperimento nel mio solito modo e ho ottenuto sulla carta bianca quella parte della piccionaia che si vede dalla finestra ed una debole immagine anche di questa, che era meno illuminata". In seguito alla scoperta Niepce lavorerà alla ricerca di materie più sensibili all'azione della luce tentando di tutto: il nitrato al cloruro d'argento, il perossido di manganese, il cloruro di ferro, il fosforo, la cocciniglia, finchè il 3 settembre 1824 riesce a fissare i contorni di un paesaggio.
Nel 1826, dopo una posa di ben otto ore da quella finestra dove un decennio prima aveva posto il suo apparecchio, su una lastra di peltro per eliografia, spalmata di bitume di giudea e posta all'interno della sua camera oscura con diaframma, la prima fotografia della storia era impressa, in positivo diretto, su una lastra di peltro lucidata. Nel 1827 Niepce incontra Daguerre. Daguerre era noto al pubblico per l'invenzione di uno spettacolo assolutamente nuovo per quell'epoca e pieno di sorprese, che aveva luogo nel Diorama, -una sala circolare capace di contenere 350 persone-. Lo spettacolo consisteva nella presentazione, su una piattaforma girevole, di vedute dipinte su tele di cotone trasparenti. (Queste erano disposte prospetticamente su una profondità di 15-20 metri. Ogni quadro poteva raggiungere la lunghezza di 22 metri e la larghezza di 14 ed era illuminato in modo da ottenere un gioco di ombre e di chiaroscuri capaci di riprodurre con fedeltà incredibile tutti gli effetti della luce in natura. Si poteva ad esempio assistere perfino alla scena suggestiva della chiesa di Saint Etienne du Mont che man mano si illuminava per la celebrazione della Messa di mezzanotte con l'entrata dei fedeli. Altre rappresentazioni rimaste famose furono i panorami del Monte Bianco e dell'isola di Sant'Elena o di San Pietro a Roma).
Interessato al problema del fissaggio delle immagini ottenute per azione del sole, Daguerre aveva appreso che questo problema era stato risolto da Niepce, -il quale, a sua volta, desiderava conoscere i risultati di quegli analoghi esperimenti annunciati da Daguerre e cioè quelli di avere apportato alla camera oscura un perfezionamento considerevole tale, da costituire un procedimento più semplice e sicuro per il fissaggio delle immagini-. Così, il 5 dicembre 1829, a Chalon-sur-Saòne, Niepce e Daguerre firmano un contratto di associazione. Messo al corrente sui dettagli del procedimento eliografico di Niepce, Daguerre lo perfeziona: sostituisce per prima cosa il bitume con una sostanza più untuosa, la resina, che ottenne distillando essenza di lavanda sciolta in alcool, poi, invece di lavare la lastra, la espone a vapori d'olio di petrolio. Il vapore si condensa in goccioline sulle parti rimaste in ombra, le scioglie e le rende trasparenti senza intaccare le parti esposte alla luce, che conservano la loro morbidezza naturale e riproducono anche le parti chiare dell'immagìne, ottenendo la gradazione delle tinte.
Dopo un anno di collaborazione con Niepce, Daguerre, fortuitamente dimentica un cucchiaio su una lastra argentata, preparata con joduro, e, dopo un pò di tempo, si accorge che sulla lastra è rimasto, nitidissimo, il disegno del cucchiaio. Ciò gli basta per comprendere la sensibilità dello joduro d'argento alla luce. Nel 1833 Niepce muore, colpito da trombosi cerebrale. Daguerre seguita i suoi esprimenti e ad esporre, per molte ore, le lastre preparate con joduro d'argento. Un giorno in cui infine il cielo è nuvoloso e minaccia di piovere, Daguerre toglie le lastre dalla finestra e le sistema in un armadio. Quando va a ritirarle, qualche giorno dopo, si accorge con enorme sorpresa che, dopo una esposizione assai breve, di appena quindici minuti, esse danno immagini limpide, già fissate e sviluppate.
Daguerre intuisce allora, grazie al caso, che dentro l'armadio, ripostiglio di numerose miscele chimiche, si deve poter trovare la spiegazione di quell'effetto. Qualcosa ha sviluppato l'immagine in breve tempo, risparmiando la lunga esposizione alla luce del sole! La causa di tutto stava infatti nella presenza di un recipiente di mercurio, dal quale si sviluppavano, dentro l'armadío, alcuni vapori con la proprietà di svelare e fissare definitivamente l'immagine.
I perfezionamenti da lui escogitati sono tanto considerevoli che ormai Daguerre giudica essere venuto il momento di farsi conoscere come l'inventore della nuova arte e farà in seguito brevettare speciali apparecchi per il dagherrotipo; Chevalier fornirà le lenti per gli obbiettivi. Ad Alphonse Giroux, cognato di Daguerre, fu dato il compito di costruire e smerciare, con enorme successo, un apparecchio per dagherrotipia che misurava cm. 30 x 37 x 50 e che era corredato dai alcune lastre sensibili e dei prodotti occorrenti per la stampa. In Francia e in Inghilterra i dagherrotipisti eseguivano ritratti le cui dimensioni andavano dai 4 cm. x 5, ai 17 cm. x 22. Tali ritratti venivano poi montati su astucci di metallo dorato e venduti. Dopo che il procedimento di Daguerre venne reso pubblico nel 1839, il dagherrotipo si diffuse enormemente e da questo successo si posero le premesse per i successivi sviluppi che condussero al successo della fotografia. Ciò che piacque fu la brevità dei tempi di posa, la definizione dei particolari e il fatto che si prestasse a sostituire la miniatura nei casi dei piccoli ritratti. Il dagherrotipo si diffuse oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti. Parallelamente al dagherrotipo intanto altre ricerche portavano verso la riproduzione dell'immagine su carta, trattata con sali d'argento...
E' il 1839 e il francese H. Bayard ottiene dei positivi diretti su supporto cartaceo, in copia unica. Già Talbot nei primi del 1830 aveva utilizzato carta sensibilizzata, per delle "stampe a contatto". Intorno alla fine del decennio lo stesso Talbot diffondeva la tecnica del "disegno fotogenico". Dal disegno fotogenico era rapidamente passato al "calotipo" che, introducendo il duplice passaggio da un unico esemplare negativo cartaceo direttamente ripreso, portava alla possibilità di avere un numero illimitato di stampe - cioè positivi su carta-, dove una nuova esposizione alla luce attraverso il negativo invertiva i toni e restituiva una corrispondenza con il reale. Tale scoperta condusse alla fotografia come la si concepisce oggi. Sarà Herschel, colui che aveva diffuso le proprietà fissanti dell'iposolfito di sodio, ad introdurre il termine "fotografia". L'introduzione intorno al 1850 del "collodio" -cioè di un collante con nitrocellulosa e alcol in etere-, che permetteva di usare il vetro come supporto per il negativo fece sì che si ottenessero da quel momento, stampe su carta albuminata in grado di raggiungere -quasi- la ricchezza dei dettagli offerta dal dagherrotipo. La fine dell'ottocento porterà al procedimento alla gelatina-bromuro. Si potranno avere negativi "asciutti" e molto sensibili, che porteranno poi alla produzione di carattere industriale dei materiali fotografici. Prima le "lastre" e poi le "pellicole".
Le foto della fine del XIX, propongono dei veri e propri ritratti in posa, in cui ogni persona è lievemente voltata di tre quarti ed è posa in modo totalmente rigido. Nelle foto più antiche lo scenario della foto è sempre accuratamente costruito. Ogni scatto, non certamente molto frequente, costituiva una importante documentazione e pertanto meritava grande cura nell'impostazione. Le fotografie sviluppate, in formato ridotto, erano incollate su degli appositi cartoncini che riportavano il nome e la firma dello studio fotografico, e sul retro apparivano dei timbri e dei bolli che ne confermavano l'importanza. Dal 1890 fino al 1910 le pose delle foto in studio sono ancora statiche ma la fotografia, cominciando anche ad affermarsi come innovativo mezzo di comunicazione propone adesso anche nuove pose e soggetti.
Dagli anni '30, i ritratti vengono già effettuati in maniera diversa; lo sguardo del soggetto è solitamente rivolto al fotografo e le pose sono più dinamiche. Si diffondono sempre di più le foto in esterno e la fotografia diviene un importantissimo mezzo di documentazione della evoluzione dei paesaggi cittadini e territoriali. Contemporaneamente ai ritratti vengono infatti scattate fotografie di paesaggi, di guerre e scene di vita quotidiana. Nasce l'esigenza di documentazione fotografica degli oggetti di pregio artistico e storico e con essa si diffondono gli archivi di documentazione fotografica dei beni. Sotto il profilo della cura dell'aspetto delle stampe, assistiamo all'apparizione delle prime bordature intorno alle foto. I bordini vennero utilizzati fino negli anni '50. Un altro particolare segno evolutivo è caratterizzato dalla scomparsa del supporto cartonato, su cui venivano incollate le fotografie. Queste foto sono stampate direttamente su un cartoncino, più leggero e meno elaborato di quello usato a metà ottocento.
Nel lento cammino evolutivo delle stampe notiamo che non vi è più sempre riportato il nome dello studio fotografico, e questo è probabilmente dovuto alla maggiore diffusione delle apparecchiature e quindi degli studi, che passano gradualmente all'anonimato in cui si trovano oggi. La qualità del colore rispetto a quella degli anni precedenti si evolve verso tonalità più fredde, abbandonando il color seppia che contraddistingue una foto antica.
Il 9 settembre 1839 John Herschel scatta la prima fotografia su lastra di vetro della storia, inventando contestualmente appunto il termine "fotografia".
La storia della fotografia comprende un periodo che va dalla sua invenzione alle attuali tendenze, che fanno anche ampiamente uso delle tecnologie digitali che consentono la registrazione diretta su supporto magnetico delle immagini ottiche.
Nel 1727 J.H.Schulze, chimico tedesco, pervenne attraverso i suoi studi, ad una descrizione scientifica del carbonato d'argento e alla sua capacità di annerirsi in seguito alla esposizione alla luce. Pertanto, pur essendo Daguerre il nome che è più diffusamente collegato alla nascita della fotografia, in realtà, il suo merito, fu quello di saper sintetizzare e concretizzare le teorie altrui, poiché altri prima di lui erano giunti a quei procedimenti che permisero la scoperta delle tecniche fotografiche.
Gli esperimenti sopracitati, che aveva condotto Schulze, furono ripresi nella seconda metà del 1700 dal Scheele e Senebier e successivamente Wedgewood e Davy, che nel 1802, tenteranno proprio sulla base di quelli, la strada della applicazione pratica della fotosensibilità dei sali d'argento. I due infatti ottennero pur non sapendo rendere i risultati permanenti, delle impressioni in negativo su supporto cartaceo. Il 1819 segna un'altra data importante nella evoluzione delle scoperte che condussero alla definizione della tecnica fotografica: J. Herschel documenta la solubilità dei sali d'argento non esposti alla luce in tiosolfito di sodio, rendendo noto, dal 1839, questo elemento di fissaggio dell'immagine fotografica. Ma la data più importante per la storia della fotografia resterà pur sempre il 1929, anno in cui Daguerre definirà la tecnica del dagherrotipo. La dagherrotipia (dal nome di Daguerre), fu un perfezionamento dell'eliografia di Niepce. Si trattava di una unica prova su lastra di rame argentata, sensibilizzata con vapori di iodio e "sviluppata" con vapori di mercurio. Ma facciamo un passo indietro...
Nel 1814, Joseph Nicéphore Niepce, a Gras, presso Chálon-sur-Saóne, aveva sperimentato un nuovo sistema per semplificare l'incisione sul metallo. Niepce, che dal 1801 aveva concentrato il suo interesse sulla litografia, (il procedimento di stampa a mezzo di pietra incisa introdotto in Francia nel 1814 dal conte Lasetvrie du Saillant), pensò di perfezionare quel sistema tipografico e sostituì la pietra con una lastra di stagno. Trovare un mezzo per indurre la luce a fare il disegno, è quello che si proponeva. Prese una lastra di rame argentato, la ricoprì di un sottile strato d'asfalto e la collocò in una cassetta di legno, che funzionava da camera oscura, di fronte a una tavola disegnata o dipinta. Dopo una giornata, le parti dello strato di bitume che erano rimaste "impressionate", cioè esposte all'azione della luce riflessa dalle zone più chiare del dipinto, diventarono bianche e le altre restarono nere. Allora Niepce immerse la lastra in un bagno d'essenza di lavanda -che scioglie il bitume non impressionato, lasciando intatto quello reso bianco dalla luce-, e sulla lastra di rame argentato restò così soltanto il bitume riproducente l'immagine in negativo. Tale procedimento lo chiamò "eliografia". Questo evento rappresentò il primo passo di Niepce per preparare lastre per stampa. Spandendo sulla lastra trattata, un acido destinato a incidere le parti del metallo messe a nudo, ma che non può attaccare le parti ancora ricoperte dal bitume (che viene poi tolto e le parti da esso protette) se ne ottiene in rilievo la riproduzione (sempre in negativo) del disegno. La lastra è così pronta per la tipografia.
Da qui ad applicare il procedimento alla fotografia il passo fu breve e, intorno al 1816, cominciò a usare la camera oscura per ritrarre immagini dal vivo. Il 5 maggio così scriveva al fratello Claude: "Ho messo il mio apparecchio sulla finestra aperta della stanza dove lavoro, dirigendolo verso la piccionaia. Ho fatto l'esperimento nel mio solito modo e ho ottenuto sulla carta bianca quella parte della piccionaia che si vede dalla finestra ed una debole immagine anche di questa, che era meno illuminata". In seguito alla scoperta Niepce lavorerà alla ricerca di materie più sensibili all'azione della luce tentando di tutto: il nitrato al cloruro d'argento, il perossido di manganese, il cloruro di ferro, il fosforo, la cocciniglia, finchè il 3 settembre 1824 riesce a fissare i contorni di un paesaggio.
Nel 1826, dopo una posa di ben otto ore da quella finestra dove un decennio prima aveva posto il suo apparecchio, su una lastra di peltro per eliografia, spalmata di bitume di giudea e posta all'interno della sua camera oscura con diaframma, la prima fotografia della storia era impressa, in positivo diretto, su una lastra di peltro lucidata. Nel 1827 Niepce incontra Daguerre. Daguerre era noto al pubblico per l'invenzione di uno spettacolo assolutamente nuovo per quell'epoca e pieno di sorprese, che aveva luogo nel Diorama, -una sala circolare capace di contenere 350 persone-. Lo spettacolo consisteva nella presentazione, su una piattaforma girevole, di vedute dipinte su tele di cotone trasparenti. (Queste erano disposte prospetticamente su una profondità di 15-20 metri. Ogni quadro poteva raggiungere la lunghezza di 22 metri e la larghezza di 14 ed era illuminato in modo da ottenere un gioco di ombre e di chiaroscuri capaci di riprodurre con fedeltà incredibile tutti gli effetti della luce in natura. Si poteva ad esempio assistere perfino alla scena suggestiva della chiesa di Saint Etienne du Mont che man mano si illuminava per la celebrazione della Messa di mezzanotte con l'entrata dei fedeli. Altre rappresentazioni rimaste famose furono i panorami del Monte Bianco e dell'isola di Sant'Elena o di San Pietro a Roma).
Interessato al problema del fissaggio delle immagini ottenute per azione del sole, Daguerre aveva appreso che questo problema era stato risolto da Niepce, -il quale, a sua volta, desiderava conoscere i risultati di quegli analoghi esperimenti annunciati da Daguerre e cioè quelli di avere apportato alla camera oscura un perfezionamento considerevole tale, da costituire un procedimento più semplice e sicuro per il fissaggio delle immagini-. Così, il 5 dicembre 1829, a Chalon-sur-Saòne, Niepce e Daguerre firmano un contratto di associazione. Messo al corrente sui dettagli del procedimento eliografico di Niepce, Daguerre lo perfeziona: sostituisce per prima cosa il bitume con una sostanza più untuosa, la resina, che ottenne distillando essenza di lavanda sciolta in alcool, poi, invece di lavare la lastra, la espone a vapori d'olio di petrolio. Il vapore si condensa in goccioline sulle parti rimaste in ombra, le scioglie e le rende trasparenti senza intaccare le parti esposte alla luce, che conservano la loro morbidezza naturale e riproducono anche le parti chiare dell'immagìne, ottenendo la gradazione delle tinte.
Dopo un anno di collaborazione con Niepce, Daguerre, fortuitamente dimentica un cucchiaio su una lastra argentata, preparata con joduro, e, dopo un pò di tempo, si accorge che sulla lastra è rimasto, nitidissimo, il disegno del cucchiaio. Ciò gli basta per comprendere la sensibilità dello joduro d'argento alla luce. Nel 1833 Niepce muore, colpito da trombosi cerebrale. Daguerre seguita i suoi esprimenti e ad esporre, per molte ore, le lastre preparate con joduro d'argento. Un giorno in cui infine il cielo è nuvoloso e minaccia di piovere, Daguerre toglie le lastre dalla finestra e le sistema in un armadio. Quando va a ritirarle, qualche giorno dopo, si accorge con enorme sorpresa che, dopo una esposizione assai breve, di appena quindici minuti, esse danno immagini limpide, già fissate e sviluppate.
Daguerre intuisce allora, grazie al caso, che dentro l'armadio, ripostiglio di numerose miscele chimiche, si deve poter trovare la spiegazione di quell'effetto. Qualcosa ha sviluppato l'immagine in breve tempo, risparmiando la lunga esposizione alla luce del sole! La causa di tutto stava infatti nella presenza di un recipiente di mercurio, dal quale si sviluppavano, dentro l'armadío, alcuni vapori con la proprietà di svelare e fissare definitivamente l'immagine.
I perfezionamenti da lui escogitati sono tanto considerevoli che ormai Daguerre giudica essere venuto il momento di farsi conoscere come l'inventore della nuova arte e farà in seguito brevettare speciali apparecchi per il dagherrotipo; Chevalier fornirà le lenti per gli obbiettivi. Ad Alphonse Giroux, cognato di Daguerre, fu dato il compito di costruire e smerciare, con enorme successo, un apparecchio per dagherrotipia che misurava cm. 30 x 37 x 50 e che era corredato dai alcune lastre sensibili e dei prodotti occorrenti per la stampa. In Francia e in Inghilterra i dagherrotipisti eseguivano ritratti le cui dimensioni andavano dai 4 cm. x 5, ai 17 cm. x 22. Tali ritratti venivano poi montati su astucci di metallo dorato e venduti. Dopo che il procedimento di Daguerre venne reso pubblico nel 1839, il dagherrotipo si diffuse enormemente e da questo successo si posero le premesse per i successivi sviluppi che condussero al successo della fotografia. Ciò che piacque fu la brevità dei tempi di posa, la definizione dei particolari e il fatto che si prestasse a sostituire la miniatura nei casi dei piccoli ritratti. Il dagherrotipo si diffuse oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti. Parallelamente al dagherrotipo intanto altre ricerche portavano verso la riproduzione dell'immagine su carta, trattata con sali d'argento...
E' il 1839 e il francese H. Bayard ottiene dei positivi diretti su supporto cartaceo, in copia unica. Già Talbot nei primi del 1830 aveva utilizzato carta sensibilizzata, per delle "stampe a contatto". Intorno alla fine del decennio lo stesso Talbot diffondeva la tecnica del "disegno fotogenico". Dal disegno fotogenico era rapidamente passato al "calotipo" che, introducendo il duplice passaggio da un unico esemplare negativo cartaceo direttamente ripreso, portava alla possibilità di avere un numero illimitato di stampe - cioè positivi su carta-, dove una nuova esposizione alla luce attraverso il negativo invertiva i toni e restituiva una corrispondenza con il reale. Tale scoperta condusse alla fotografia come la si concepisce oggi. Sarà Herschel, colui che aveva diffuso le proprietà fissanti dell'iposolfito di sodio, ad introdurre il termine "fotografia". L'introduzione intorno al 1850 del "collodio" -cioè di un collante con nitrocellulosa e alcol in etere-, che permetteva di usare il vetro come supporto per il negativo fece sì che si ottenessero da quel momento, stampe su carta albuminata in grado di raggiungere -quasi- la ricchezza dei dettagli offerta dal dagherrotipo. La fine dell'ottocento porterà al procedimento alla gelatina-bromuro. Si potranno avere negativi "asciutti" e molto sensibili, che porteranno poi alla produzione di carattere industriale dei materiali fotografici. Prima le "lastre" e poi le "pellicole".
Le foto della fine del XIX, propongono dei veri e propri ritratti in posa, in cui ogni persona è lievemente voltata di tre quarti ed è posa in modo totalmente rigido. Nelle foto più antiche lo scenario della foto è sempre accuratamente costruito. Ogni scatto, non certamente molto frequente, costituiva una importante documentazione e pertanto meritava grande cura nell'impostazione. Le fotografie sviluppate, in formato ridotto, erano incollate su degli appositi cartoncini che riportavano il nome e la firma dello studio fotografico, e sul retro apparivano dei timbri e dei bolli che ne confermavano l'importanza. Dal 1890 fino al 1910 le pose delle foto in studio sono ancora statiche ma la fotografia, cominciando anche ad affermarsi come innovativo mezzo di comunicazione propone adesso anche nuove pose e soggetti.
Dagli anni '30, i ritratti vengono già effettuati in maniera diversa; lo sguardo del soggetto è solitamente rivolto al fotografo e le pose sono più dinamiche. Si diffondono sempre di più le foto in esterno e la fotografia diviene un importantissimo mezzo di documentazione della evoluzione dei paesaggi cittadini e territoriali. Contemporaneamente ai ritratti vengono infatti scattate fotografie di paesaggi, di guerre e scene di vita quotidiana. Nasce l'esigenza di documentazione fotografica degli oggetti di pregio artistico e storico e con essa si diffondono gli archivi di documentazione fotografica dei beni. Sotto il profilo della cura dell'aspetto delle stampe, assistiamo all'apparizione delle prime bordature intorno alle foto. I bordini vennero utilizzati fino negli anni '50. Un altro particolare segno evolutivo è caratterizzato dalla scomparsa del supporto cartonato, su cui venivano incollate le fotografie. Queste foto sono stampate direttamente su un cartoncino, più leggero e meno elaborato di quello usato a metà ottocento.
Nel lento cammino evolutivo delle stampe notiamo che non vi è più sempre riportato il nome dello studio fotografico, e questo è probabilmente dovuto alla maggiore diffusione delle apparecchiature e quindi degli studi, che passano gradualmente all'anonimato in cui si trovano oggi. La qualità del colore rispetto a quella degli anni precedenti si evolve verso tonalità più fredde, abbandonando il color seppia che contraddistingue una foto antica.
martedì 26 giugno 2012
#Arte e #cultura: Le luci di New York di Saul Leiter
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Saul
I #Marubi. #Scritti di #luce, Ismail #Kadaré, #Albania. Volto dei #Balcani, #fotografia, #dritëshkronja #citazione
A metà del secolo scorso [Ottocento], nel Nord dell’Albania, accadde un avvenimento incredibile. Pjetër Marubi, cittadino di Scutari (Shkodra), si dichiarò fotografo e, cosa più importante, fondò un atelier chiamandolo con un termine creato per la circostanza: dritëshkronja, “scritti di luce”.
Per Scutari, una delle città più illustri della penisola balcanica, dove i prodigi erano rari, si trattò di un fatto eccezionale, per almeno due motivi. In primo luogo Scutari, come tutta l’Albania, faceva parte dell’impero ottomano, territorio in cui, secondo la tradizione, la raffigurazione degli esseri umani continuava ad essere vietata; e, di conseguenza, la loro fotografia lo era ancora di più. Scutari, in secondo luogo, era situata nel cuore di una regione autenticamente epica. Là, nelle vicine montagne, e più lontano ancora, nelle Alpi del Nord, prendevano vita canti e leggende d’ispirazione omerica, e il loro intenso diffondersi occultava il crepuscolo che andava delinenandosi.
Così, dunque, l’arte più giovane del mondo, la fotografia, apparve su una terra antica, in un luogo unico al mondo, dove si elaborava ancora una poesia omerica.
E’ sufficiente, questo incontro singolare, a spiegare il magnetismo segreto, al limite del misterioso, che si sprigiona da queste lastre, questo stile, questa grandezza, questa profondità, quest’orizzonte cosmogonico e, soprattutto, questi legami tessuti tra la folla degli anonimi e i grandi di questo mondo, tra i signori e gli umili, l’eterno e l’effimero?
Tutti gli esordi conoscono l’ebbrezza, ma l’esordio di un’arte completamente nuova, nelle condizioni già descritte, è un fatto stupefacente. Uomini, panorami, ponti, edifici, strade, pianure, nuvole, sono “impressionati” a migliaia. Le lastre al bromuro d’argento hanno fissato innumerevoli volti, dal re alla ragazza di strada, dagli eroi, - fidanzati delle fate, portatori di stimmate divine, nati dalle leggende e fino ad allora invisibili – ai dimessi impiegati delle poste. Eccoli tutti messi alla prova, in particolare gli eroi che esistevano solo attraverso i libri e la tradizione orale. Si socchiuse allora il sicuro sipario dei loro sarcofaghi, apparvero in piena luce le loro rughe, la loro statura che si pretendeva gigantesca – chi poteva immaginare i loro vestiti e le loro armi! – quasi avesse del divino! Per la prima volta l’ombra della demistificazione calò sulle loro teste. Allora non arebbe destato sorpresa se il diabolico atelier Dritëshkronja Marubi fosse stato assalito e dato alle fiamme. Tuttavia non accadde nulla. Gli albanesi raccolsero la sfida degli “scritti di luce”.
(Ismail Kadaré, Albania. Volto dei Balcani. Scritti di luce dei fotografi Marubi, Torino, Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” – Patrimoine Sans Frontiéres, Club Alpino Italiano, 1996, p. 11)
(L’immagine sopra è tratta da:
#Arte e #cultura: Zingari di Josef Koudelka
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