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sabato 3 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio 1833 le forze militari britanniche presero possesso delle Isole Malvine, un arcipelago di alcune isole, di cui 2 maggiori, al largo della costa Argentina, dette anche Falkland.
La storia di queste isole fu da allora parecchio travagliata, con l'Argentina che ha sempre voluto appropriarsi della loro sovranità, e con il Regno Unito a negarla.
Nel 1982 lo stato sudamericano si trovava nel pieno di una devastante crisi economica e di una contestazione civile su larga scala contro la Giunta militare che governava il Paese. Il governo, guidato dal generale Leopoldo Galtieri, l'allora presidente, decise di giocare la carta del sentimento nazionalistico lanciando quella che considerava una guerra facile e veloce per reclamare le isole Malvine. La tensione col Regno Unito crebbe verso un punto di non ritorno a partire da quando, il 19 marzo, cinquanta argentini sbarcarono sulla dipendenza britannica della Georgia del Sud (una delle due isole maggiori) e piantarono la loro bandiera , un atto che viene considerato la prima azione offensiva della guerra. Il 2 aprile, Galtieri ordinò l'invasione delle Malvine.
Nonostante fosse stato colto di sorpresa dall'attacco sulle isole dell'Atlantico meridionale, il Regno Unito organizzò una task force navale per scacciare le forze argentine che avevano occupato gli arcipelaghi, e riconquistò le isole con un assalto anfibio. Dopo pesanti combattimenti, i britannici prevalsero e le isole rimasero sotto controllo del Regno Unito. A tutt'oggi l'Argentina reclama la sovranità sulle Falkland.
Le conseguenze politiche della guerra furono profonde. In Argentina crebbero dissenso e proteste contro il governo militare, avviandolo verso la caduta definitiva, mentre un'ondata di patriottismo si diffuse per il Regno Unito, ridando forza al governo del primo ministro Margaret Thatcher.
Il vittorioso conflitto diede fiato alle ambizioni britanniche di potenza post imperiale (dopo la grave delusione seguita alla decolonizzazione e alla sconfitta nel conflitto di Suez), dimostrando che il Regno Unito aveva ancora la capacità di proiettare con successo la propria potenza militare anche in una guerra ad enorme distanza dalla madrepatria.
Il 19 febbraio 2010 il presidente venezuelano Hugo Chávez ha dichiarato che il Regno Unito deve restituire le Falkland all'Argentina, aggiungendo "che l'occupazione inglese delle isole è antistorica e dovuta unicamente all'avidità degli inglesi in quanto nel sottosuolo delle Malvine si trova un ricchissimo giacimento di petrolio e gas naturale". Tale affermazione è dubbia, e sarebbe giustificata dalle recenti scoperte di importanti giacimenti petroliferi in altre zone della placca continentale americana, come in Brasile o in Venezuela. Tali scoperte non riguardano però per ora la regione delle Falkland.
Il 3 luglio dello stesso anno le autorità della Siria si dichiararono impegnate nel difendere il diritto di sovranità argentino delle Malvine. Inoltre dall'agosto 2010 il Mercosur, l'Unasur, l'Alleanza Bolivariana per le Americhe, l'OEA e il Marocco appoggiano il reclamo argentino delle isole.
Con il referendum del 10 marzo 2013 il 99.8% della popolazione locale ha votato per mantenere sull'arcipelago lo status politico di territorio britannico d'oltremare. Infatti dei 1517 votanti (il 92% degli aventi diritto), solo tre hanno risposto in modo negativo alla richiesta di conferma della situazione attuale[. Il governo argentino ha reagito al risultato disconoscendo la validità dell'esito del voto, giudicato dalla Presidente argentina Kirchner come una "parodia".
La lotta per il controllo di queste piccole isole la cui superficie totale è di poco superiore ai 12000 km quadrati (meno della regione Trentino-Alto Adige) dal clima di tipo quasi alpino, freddo, con venti violenti e frequenti, scarse precipitazioni, abitata da poco più di 3000 persone, non è ancora terminata.

mercoledì 18 ottobre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 1945 l'ufficiale militare e uomo politico argentino Juan Peron sposa l'attrice Eva Duarte.
Eva Maria Ibarguren Duarte nasce il 7 maggio 1919 a Los Toldos (Buenos Aires, Argentina). La madre Juana Ibarguren svolgeva le mansioni di cuoca nella tenuta di Juan Duarte, da cui ebbe quattro figlie ed un figlio (Elisa, Blanca, Erminda, Eva e Juan). "El estanciero" però (così era chiamato Duarte), non la porterà mai davvero all'altare a causa del fatto che...aveva già una famiglia. E anche molto numerosa.
Evita cresce così in questo clima un po' ambiguo con un padre che non è un vero padre e venendo a contatto giornalmente con situazioni assai equivoche sul piano dei rapporti personali con i familiari.
Fortunatamente, tutto ciò sembra non influire più di tanto sul carattere già forte della ragazzina. L'illegittimità non pesa tanto a lei, quanto alla mentalità gretta delle persone che la circondano. In paese non si fa altro che vociferare sulla strana situazione e ben presto sua madre e lei stessa diventano "un caso", materia viva su cui spettegolare. La goccia che fa traboccare il vaso si verifica a scuola. Un giorno, infatti, entrando in classe, trova scritto sulla lavagna: "Non eres Duarte, eres Ibarguren!" Parole di scherno seguite dagli inevitabili risolini degli altri bambini. Lei e la sorella, per ribellione, lasciano la scuola. Intanto, anche la madre viene abbandonata da Duarte. Per sopravvivere si arrangia allora a cucire abiti su ordinazione per conto di un negozio. In tal modo, aiutata dalle due figlie maggiori, riesce a mantenersi decorosamente. La madre di Evita, inoltre, ha un carattere di ferro e, malgrado la sostanziale povertà con cui è costretta a fare i conti, non transige su ordine e pulizia.
Evita invece è decisamente meno pragmatica. E' una ragazza sognatrice, molto romantica e portata a vivere i sentimenti con tutta la pienezza possibile. La prima volta che mette piede in una sala cinematografica, basta la visione di un film per accenderle la passione per il cinema. Nel frattempo la famiglia s'era trasferita a Junín. Qui Evita ha l'opportunità di conoscere un mondo lontano anni luce dalla sua realtà quotidiana, fatto di pellicce, di gioielli, di sprechi e di lusso. Tutte cose che accendono immediatamente la sua sfrenata fantasia. Insomma, diventa ambiziosa e arrivista. Queste aspirazioni iniziarono ben presto a condizionare la vita di Eva.
Trascura la scuola, ma in compenso si dedica alla recitazione con la speranza di diventare una grande attrice, più per essere ammirata e idolatrata che per amore dell'arte. Inoltre, come di prassi, si mette spasmodicamente alla ricerca del classico "buon partito". Dopo infruttuosi tentativi fra direttori di aziende, dirigenti delle ferrovie e grandi proprietari terrieri si trasferisce a Buenos Aires. Evita è ancora una ragazzina, ha solo quindici anni, e rimane quindi ancora un mistero perché, e con chi, si trasferisce nella capitale argentina. La versione più accreditata avalla l'ipotesi che, essendo giunto a Junín il famoso cantante di tango Augustín Magaldi, Eva abbia tentato in tutti i modi di conoscerlo e di parlargli. Dopo avergli espresso il suo desiderio di diventare attrice, l'avrebbe supplicato di portarla con lui nella capitale. A tutt'oggi, però, non sappiamo se la giovane partì con la moglie del cantante, che si trovava a fare anche da "chaperon", oppure divenne l'amante dell'artista.
Una volta a Buenos Aires, si trova ad affrontare la vera e propria giungla del sottobosco che popola il mondo dello spettacolo. Attricette, soubrette arriviste, impresari senza scrupoli e così via. Riesce però con grande tenacia ad ottenere una particina in un film, "La senora de Pérez", cui seguirono altri ruoli di secondaria importanza. Tuttavia la sua esistenza, e soprattutto il suo tenore di vita, non cambiano molto. Talvolta rimane addirittura senza lavoro, senza ingaggi, barcamenandosi in compagnie teatrali a salari da fame. Nel 1939, la grande occasione: una compagnia radiofonica la scrittura per un radiodramma in cui lei ha la parte della protagonista. E' la fama. La sua voce fa sognare le donne argentine, interpretando di volta in volta personaggi femminili dal drammatico destino con inevitabile lieto fine.
Ma il bello, come si suol dire, deve ancora venire. Tutto ha inizio con il terremoto che nel 1943 rade al suolo la città di S. Juan. L'Argentina si mobilita e nella capitale viene organizzato un festival per raccogliere i fondi destinati alle vittime della sciagura. Nello stadio, fra numerosi Vip e politici nazionali, è presente anche il colonnello Juan Domingo Perón. La leggenda vuole che sia stato un colpo di fulmine. Eva attratta dal senso di protezione che Perón, di ventiquattro anni più anziano, le suscita, lui colpito dall'apparente bontà di lei (come dichiarato in un'intervista) e dal suo carattere insieme nervoso ed insicuro.
Ma chi era e che ruolo aveva Peron all'interno dell'Argentina? Malvisto dai democratici, che lo accusavano di essere un fascista e ammiratore di Mussolini, si manteneva saldamente al potere delle forze armate. Nel 1945, però, un colpo di mano all'interno dell'esercito costringe Perón a dimettersi dalle sue cariche e viene addirittura arrestato. I vari capi sindacali ed Evita, che intanto era diventata una fervente attivista, insorgono, fino ad ottenere il suo rilascio. Poco dopo i due decidono di sposarsi. Evita però si porta ancora dentro un fardello difficile da digerire, il fatto cioè di essere una figlia illegittima. Per prima cosa, dunque, si adopera per far sparire il suo atto di nascita (sostituendolo con un documento falso che la dichiarava nata nel 1922, anno in cui morì la legittima moglie del padre), poi modifica il suo nome: da Eva Maria diventa Maria Eva Duarte de Perón, più aristocratico (la ragazze di buona famiglia, infatti, portavano il nome Maria per primo). Finalmente i due amanti si sposano. E' la coronazione di un sogno, un traguardo raggiunto. E' ricca, ammirata, agiata e soprattutto moglie di un uomo potente.
Nel 1946 Perón decide di candidarsi alle elezioni politiche. Dopo un'estenuante campagna elettorale, viene eletto Presidente. Evita esulta, soprattutto perché vede accrescere il suo potere personale, esercitato all'ombra del marito. Il ruolo di "first lady", poi, le si attaglia a perfezione. Ama farsi confezionare abiti da sogno e apparire smagliante a fianco del consorte. L'8 giugno la coppia visita, osteggiando enorme sfarzo, la Spagna del generale Francisco Franco, poi si fa ricevere nei più importanti Paesi europei, lasciando sbalordita l'opinione pubblica argentina, uscita da poco da una dolorosa guerra. Dal canto suo Evita, indifferente di fronte alle meraviglie artistiche e totalmente manchevole di tatto nei confronti degli europei (famose alcune sue indelicate uscite e "gaffe"), visita solo i quartieri poveri delle città, lasciando somme ingenti per aiutare i bisognosi. Il contrasto fra la sua immagine pubblica e questi gesti di solidarietà non può essere più eclatante. Carica di gioielli in ogni occasione, sfoggia pellicce, abiti costosissimi e un lusso davvero sfrenato.
Tornata dal viaggio si mette però al lavoro nuovamente con lo scopo di aiutare la povera gente e di difendere alcuni diritti fondamentali. Ad esempio, conduce una battaglia per il voto alle donne (che ottiene), oppure dà vita a fondazioni a beneficio di poveri e lavoratori. Costruisce case per i senzatetto e gli anziani, senza mai dimenticare le esigenze dei bambini. Tutta questa fervente attività benefica le procura grandissima popolarità e ammirazione. Spesso la domenica mattina si affaccia al balcone della casa Rosada davanti alla folla che la acclama, vestita e pettinata di tutto punto.
Purtroppo, dopo qualche anno di una vita così appagante ed intensa, si profila l'epilogo, sotto forma di banali disturbi all'addome. Inizialmente si pensa a normali scompensi dovuti ai suoi cattivi rapporti con la tavola, dato che il terrore di diventare grassa l'aveva sempre indotta a mangiare con parsimonia, fino a sfiorare l'anoressia. Poi, un giorno, durante controlli per un'appendicite i medici scoprono trattarsi in realtà di un tumore all'utero in stato avanzato. Evita, inspiegabilmente, rifiuta di farsi operare, accampando la scusa che non vuole restare confinata a letto quando intorno c'è così tanta miseria e dichiarando che la gente ha bisogno di lei.
Le sue condizioni rapidamente peggiorarono, aggravate dal fatto che ormai non tocca praticamente cibo. Il 3 novembre 1952 finalmente accetta di farsi operare, ma ormai è troppo tardi. Le metastasi tumorali riprendono a farsi vive solo pochi mesi dopo.
Come si comporta Peron in questa tragica situazione? Il loro matrimonio ormai era solo di facciata. Di più: durante la malattia il marito dorme in una stanza lontana e si rifiuta di vedere l'ammalata, perché ormai ridotta ad uno stato cadaverico impressionante. Malgrado questo, alla vigilia della morte Evita vuole comunque avere il marito accanto e stare da sola con lui. Il 6 luglio, a soli 33 anni, Evita muore, assistita solo dalle amorevoli cure della madre e delle sorelle. Perón, apparentemente impassibile, fuma nel corridoio attiguo. Il decesso viene annunciato via radio a tutta la nazione, che proclama il lutto nazionale. I poveri, i disadattati e la gente comune cadono nella disperazione. La Madonna degli umili, com'era stata soprannominata, scompariva per sempre e così la sua volontà di aiutarli.
Secondo quanto disse Perón, il desiderio di Evita era quello di non essere sotterrata poiché già sapeva, in ogni caso, che l’avrebbero esposta. Il medico spagnolo Pedro Ara mummificò il cadavere di Evita, che fu coperto da una bandiera bianca e azzurra e venne posto in una bara chiusa da un vetro trasparente ed esposto alla Segreteria del Lavoro.
La fila dei visitatori raggiunse circa i due chilometri. Le persone aspettarono anche per dieci lunghe ore pur di dare l’ultimo saluto a Evita.
Il 9 agosto la bara venne posta su un affusto di cannone, circondata da una marea di fiori e da due milioni di spettatori, portata prima al Congresso, poi alla CGT (Confederazione Generale del Lavoro) dove rimase.
Il 23 settembre 1955 scoppiò quella che venne chiamata la “Revolución Libertadora”. L’insurrezione depose Perón.
Il dottor Ara si presentò alla Casa Rosada per informare il generale Eduardo Lonardi, salito al potere, che Perón gli aveva lasciato il corpo di Eva; al colloquio partecipò anche il tenente colonnello Carlos Eugenio Moori Koenig, nominato capo del servizio informazioni dell’esercito. Nei mesi successivi Koenig cercò di elaborare nella sua mente un progetto, in seguito chiamato “Operazione Evasione”, di cui rese partecipe anche il generale Pedro Eugenio Aramburu, che il 13 novembre sostituì il generale Lonardi. Lo scopo del progetto era nascondere la salma di Eva poiché i militari della “Revolución Libertadora” temevano che qualsiasi posto destinato a ospitare quei resti si sarebbe trasformato in un luogo di culto. Tre giorni dopo della salita al potere di Aramburu, la CGT venne occupata dall’esercito e nella notte del 22 novembre venne sequestrato il cadavere di Evita. Moori Koenig mise il cadavere in un furgone, dove lo lasciò per diversi mesi: le spoglie vagarono in numerosi edifici militari sempre sotto sorveglianza, protetta e nascosta. Quando il colonnello Koenig si rese conto che non poteva continuare a spostare la salma di Evita da un luogo all'altro, la trasportò nel suo ufficio, nella sede centrale del servizio informazioni, dove rimase fino al 1957.
Il generale Aramburu, dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni per seppellire Evita dignitosamente, si mise in collaborazione con un prete italiano e uno argentino per trasportare la salma in Europa.
Evita fu seppellita sotto il nome di Maria Maggi de Magistris nel cimitero Maggiore di Milano.
In seguito, intorno al 1971, venne trasportata in Spagna; solo tre anni dopo Evita ritornò nella capitale argentina, nella Residenza d’Olivos, in cui rimase fino al 24 marzo 1976.
Il 22 ottobre 1976 il corpo di Evita venne sistemato al cimitero della Recoleta.

giovedì 2 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 febbraio.
Il 2 febbraio 1536 venne fondata Buenos Aires.
Buenos Aires fu fondata dagli Spagnoli nel 1536 in cerca dell’oro, ma i primi insediamenti soffrirono di stenti fin dall’inizio. Il nome originale fu Ciudad del Espíritu Santo y Puerto Santa María del Buen Ayre. La seconda e definitiva fondazione fu nel 1580 col nome di Ciudad de la Santísima Trinidad y Puerto de Nuestra Señora de los Buenos Aires: la città fu battezzata con questo nome in onore del santuario di Nostra Signora di Bonaria di Cagliari in Sardegna. Occupava un'area di 2,3 km² ed ospitava 63 abitanti.
I primi coloni incontrarono una dura resistenza da parte delle tribù indigene e furono costretti a spostarsi più all’interno. Inoltre la Spagna stessa aveva trascurato Buenos Aires in favore di luoghi più ricchi di risorse come il Perù ed il Messico.
Nonostante questo l’insediamento crebbe nei decenni successivi come zona di scambio per il traffico di beni. Durante il XVII secolo diventarono più frequenti le incursioni dei Francesi, Portoghesi e Danesi. Nei due secoli successivi i Porteños mantennero però una relazione difficile con i loro sovrani Spagnoli.
Il 25 maggio del 1810 la gente di Buenos Aires chiese le dimissioni del viceré Spagnolo. Questa decisione scatenò la rivolta Latino Americana contro la dominazione Spagnola. L’indipendenza ufficiale dell’Argentina fu seguita da molti anni di aspri conflitti fra i due gruppi politici: gli Unionisti ed i Federalisti. La costruzione della ferrovia Argentina diede inizio ad una massiccia crescita economica della città e vennero attratti immigranti da tutto il mondo.
La cultura Argentina è stata fortemente influenzata dall’afflusso degli emigranti Europei e la sensazione che dà a molti dei visitatori è di una strana somiglianza con l’Europa. Buenos Aires ebbe il suo boom nei primi del ‘900 facendola diventare la città più cosmopolita dell’America Latina. Oggi oltre un terzo dei 32 milioni di abitanti argentini vive a Buenos Aires, che resta una delle principali città del Sud America.
A lungo considerata la destinazione cosmopolita principale dell’America Latina, Buenos Aires subì un enorme crollo con la crisi del peso del 2001. Fino a quel momento era stata una delle città più care dell’America Latina ed era stata messa un po’ in disparte dai viaggiatori a favore di destinazioni sudamericane più economiche.
Il crollo economico ha lasciato ora spazio alla ripresa. La gente di Buenos Aires, conosciuta come Porteños, è riuscita a recuperare con grande vitalità. Il peso ha recuperato parte del suo valore e la gloriosa scena sociale è ritornata in vita con grande entusiasmo. I vecchi caffè, ristoranti e negozi stanno aprendo ad un ritmo rapidissimo.
Cosa vedere a Buenos Aires?
La Casa Rosada è la residenza del presidente della Repubblica. La suggestione maggiore è quella della facciata del palazzo, appunto di color rosa, e il pensare che proprio dal balcone di quella residenza Evita Peron parlava al popolo che la ascoltava in adorante e religioso silenzio. A tal proposito val la pena di segnalare a chi volesse conoscere meglio questa figura controversa, che nel quartiere Palermo c'è un intero museo a lei dedicato.
La Casa Rosada si trova in Plaza de Mayo. Il luogo nato per essere il cuore cittadino. Prende il nome dal mese in cui, nel 1810, il popolo argentino insorse contro gli spagnoli in nome della propria libertà. Ma è anche il luogo tristemente famoso per essere il punto di ritrovo delle mamme dei desaparecidos, che in silenzio manifestavano il loro dolore.
La Catedral Metropolitana è la chiesa più importante. All'interno si trova il sacrario del Generale San Martin, eroe dell'indipendenza. In onore del quale, all'esterno, arde una fiamma eterna. Il Cementerio della Recoleta è un vasto e interessante cimitero sito in uno dei quartieri cittadini più belli: il Recoleta. Vi si trovano le tombe dei più illustri cittadini della capitale: poeti, politici, eroi della guerra di indipendenza, attori e, naturalmente, prima tra tutte, Evita Peron. Da non perdere il variopinto quartiere di El Caminito, dove si possono ammirare spettacoli di tango per strada.

lunedì 21 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 2001 Papa Giovanni Paolo II elegge Jorge Mario Bergoglio al rango di cardinale.
 Il primo pontefice a scegliere il nome di Francesco, il primo papa sud americano della storia. Jorge Mario Bergoglio, cardinale e arcivescovo di Buenos Aires, ha 85 anni.
È diventato papa il 13 marzo al suo secondo tentativo. Nel 2005, infatti, fu lui il principale avversario di Joseph Ratzinger. Secondo nelle prime tre votazioni, Bergoglio rinunciò al papato quasi tra le lacrime, quando si rese conto dell'aumentare del distacco dal cardinale tedesco.
Nato nella capitale argentina il 17 dicembre 1936 da una famiglia di origine piemontese, da oltre 50 anni vive con un solo polmone. L'altro gli è stato rimosso durante l'adolescenza a causa di un'infezione.
È un gesuita che ha un rapporto e un approccio particolare con la povertà, viaggia in autobus e in metro, ha sempre abitato in una piccola stanza dall'aspetto monacale nella sede dell'arcivescovato.
Quando fu nominato cardinale chiese a centinaia di argentini di non volare fino a Roma per festeggiarlo, ma di utilizzare quei soldi che avrebbero speso per fare beneficenza ai poveri.
Ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto.
L'11 marzo 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, ha conseguito la laurea in filosofia presso la facoltà di filosofia del collegio massimo San José di San Miguel.
Fra il 1964 e il 1965 è stato professore di letteratura e di psicologia nel collegio dell'Immacolata di Santa Fe e nel 1966 ha insegnato le stesse materie nel collegio del Salvatore di Buenos Aires.
Dal 1967 al 1970 ha studiato teologia presso la facoltà di teologia del collegio massimo San José, di San Miguel, dove ha conseguito la laurea. Il 13 dicembre 1969 è stato ordinato sacerdote.
Nel 1970-71 ha compiuto il terzo probandato ad Alcala de Henares (Spagna) e il 22 aprile 1973 ha fatto la sua professione perpetua. È stato maestro di novizi a Villa Barilari, San Miguel (1972-1973), professore presso la facoltà di Teologia, consultore della Provincia e Rettore del collegio massimo.
Il 31 luglio 1973 è stato eletto Provinciale dell'Argentina, incarico che ha esercitato per sei anni. Fra il 1980 e il 1986 è stato rettore del collegio massimo e delle facoltà di filosofia e teologia della stessa Casa e parroco della parrocchia del patriarca San José, nella Diocesi di San Miguel.
Nel marzo 1986 si è recato in Germania per ultimare la sua tesi dottorale; quindi i superiori lo hanno destinato al collegio del Salvatore, da dove è passato alla chiesa della Compagnia nella città di Cordoba come direttore spirituale e confessore.
Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires.
Il 27 giugno dello stesso anno ha ricevuto nella cattedrale di Buenos Aires l'ordinazione episcopale dalle mani del Cardinale Antonio Quarracino, del Nunzio Apostolico Monsignor Ubaldo Calabresi e del Vescovo di Mercedes-Lujan, Monsignor Emilio Ogénovich.
Il 3 giugno 1997 è stato nominato arcivescovo coadiutore di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 arcivescovo di Buenos Aires per successione, alla morte del Cardinale Quarracino.
È autore dei libri Meditaciones para religiosos del 1982, Reflexiones sobre la vida apostolica del 1986 e Reflexiones de esperanza del 1992.
Gran Cancelliere dell'università Cattolica argentina. Relatore generale aggiunto alla decima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2001).
Dal novembre 2005 al novembre 2011 è stato presidente della Conferenza episcopale argentina. Dal Beato Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, del Titolo di San Roberto Bellarmino.
Nel 2011, compiuti 75 anni, rimise il suo mandato da arcivescovo per raggiunti limiti d'età, ma Benedetto XVI rifiutò le sue dimissioni.

domenica 14 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 novembre.
Il 14 novembre 2002 l'Argentina, incapace di onorare un debito di 805 milioni di dollari nei confronti della Banca Mondiale dichiara default.
A fine anni ’80, l’Argentina aveva conosciuto una fase di iper-inflazione. Nel 1989 ad esempio i prezzi crescevano del 200 per cento su base mensile e del 5.000 per cento su base annua (tanto per avere un’idea, nell’area dell’Euro oggi l’inflazione è di circa il 0,5-1 per cento su base annua). Si racconta che a Buenos Aires i prezzi nei ristoranti e nei negozi fossero scritti su lavagnette con il gesso bianco per poter essere aumentati durante la giornata.
Per combattere questo problema, il paese sudamericano decise di adottare un sistema di currency board: per legge venne dichiarato (1992) un cambio fisso con il dollaro Usa e si stabilì che ogni cittadino argentino potesse chiedere la conversione in dollari di qualsiasi ammontare di pesos (convertibilità piena). Per poter mantenere il cambio fisso e la convertibilità piena, la Banca centrale argentina doveva detenere un ammontare di riserve in dollari (e in titoli a breve denominati in dollari) almeno pari all’intera quantità di pesos circolante nel Paese.
Il regime di cambio fisso eliminava di fatto ogni autonomia della politica monetaria argentina. In pratica era come se l’Argentina avesse realizzato un’unione monetaria con gli Stati Uniti adottando in sostanza il dollaro come valuta nazionale. Il currency board consentì all’Argentina di eliminare l’inflazione ma si tradusse rapidamente in una grave perdita di competitività per il sistema produttivo argentino: il pesos era sopravvalutato e quindi la carne e i prodotti argentini faticavano ad essere venduti all’estero mentre il paese era invaso da prodotti importati.
L’Argentina accumulò in questo modo un ingente debito estero, necessario per finanziare le importazioni e per mantenere il cambio fisso con il dollaro. Il governo, d’altro lato, seguiva politiche restrittive per ridurre la dinamica delle importazioni. Perdita di competitività e politiche restrittive causarono una fase di recessione e di elevata disoccupazione.
Nel 1999 il Pil ebbe una contrazione del 4 per cento. Nel 2001 la crisi di fiducia raggiunse livelli altissimi e milioni di argentini iniziarono a ritirare i loro risparmi dalle banche, convertirono i pesos in dollari Usa e portarono all’estero questi dollari. Il governo per evitare il tracollo delle banche congelò per 12 mesi tutti i depositi bancari consentendo prelievi molto ridotti. Si ebbero manifestazioni in tutte le città, cortei che via via divennero violenti, con assalti alle banche.
Nel 2002 il governo Argentino dichiarò che non avrebbe pagato le cedole e restituito il capitale sui titoli del debito statale, dichiarò default. Si trattava del più grande fallimento della storia. Il debito argentino era stimato pari a 93 miliardi di dollari nel 2002. Contemporaneamente il governo abbandonò il tasso di cambio fisso con il dollaro e svalutò il pesos, in prima battuta di circa il 40 per cento. In questo modo si restituì ossigeno all’industria e al sistema produttivo argentino (ciò che la Grecia non riesce a fare). E’ come se l’Argentina fosse uscita dall’unione monetaria con gli Stati Uniti.
A quale costo? Si calcola che il Pil dell’Argentina sia diminuito di circa il 40 per cento a seguito della crisi di default. Nel solo 2002 il Pil crollò dell’11 per cento rispetto all’anno prima. Si ebbe nella fase acuta della crisi un ritorno al baratto: i pesos erano ritenuti carta straccia. La Banca mondiale ha stimato che a ottobre 2002 (quindi nel pieno della crisi) circa il 58 per cento della popolazione argentina era caduta sotto la soglia della povertà e il 27,5 per cento era in uno stato di povertà assoluta, non era in condizione cioè di mangiare a sufficienza.
Il debito pubblico argentino era nella quasi totalità in mano a soggetti stranieri. Il governo argentino, dopo una lunga trattativa con vari governi esteri (tra i quali l’Italia) e il Fmi stabilì, nel 2005, che il 76 per cento dei titoli di Stato venisse scambiato con nuovi titoli il cui valore nominale era molto più basso: tra il 25 e il 35 per cento del precedente valore nominale. Un grande esproprio ai danni di milioni di risparmiatori stranieri (tra i quali migliaia di famiglie italiane) che avevano investito in titoli pubblici argentini attratti da tassi di remunerazione molto elevati.
Il pesos continuò a svalutarsi e si passò da un tasso di 1 peso per 1 dollaro vigente sotto il currency board a 3 pesos per 1 dollaro nel 2005. La svalutazione restituì competitività e l’industria argentina riprese ad esportare. Per circa cinque anni l’Argentina è stata tagliata fuori però dai mercati finanziari, considerata un pariah internazionale, anche negli organismi internazionali (Onu, Banca mondiale, Fmi etc.). Alcuni paesi per anni hanno deciso, per rappresaglia, di non acquistare più la carne e altri prodotti argentini.

giovedì 16 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1976 sei ragazzi tra i sedici e i diciotto anni, studenti di una scuola superiore argentina, venivano sequestrati torturati e uccisi dalle milizie della polizia argentina, agli ordini dei golpisti.
Era il periodo dei "desaparecidos", e quella venne chiamata "la notte delle matite".
Erano solo sei ragazzi, sei chicos impegnati nel movimento degli studenti medi di La Plata, negli anni del terrore militare argentino di Jorge Videla. Militanti in erba, decisi a rivendicare il boleto estudiantil, una tessera-sconto sui libri di testo e sul prezzo del biglietto dell’autobus. Tutti già pedinati e schedati nelle loro inoffensive marce di protesta. Per gli uomini delle patotas, le squadracce della polizia politica, sovversivi da annientare in una notte, la famosa Noche de los Lápices, come è rimasto, nella storia dell’Argentina golpista, quel terribile 16 settembre ‘76, quando, in uno spietato raid punitivo, i ragazzini di La Plata verranno arrestati nel sonno, condotti nel centro di detenzione clandestina di Arana, torturati a colpi di unghie strappate e scosse elettriche, e poi fatti sparire. Desaparecidos.
Tutti tranne il 17enne Pablo Diaz, unico sopravvissuto, seviziato e finito in galera senza processo per lunghi anni. Il solo testimone in grado di ricostruire l’orrore del’76. Degli altri, i primi dei 30mila desaparecidos d’Argentina, non si saprà più nulla. Piccole, fragili matite spezzate, inghiottite dalle fauci della dittatura.
L’espressione desaparecidos ( letteralmente “gli scomparsi” in spagnolo) si riferisce a persone che furono arrestate per motivi politici dalla polizia del regime militare instauratosi dal 1976 al 1983. Tipico del fenomeno dei desaparecidos è la segretezza con cui le forze governative si muovevano. In genere gli arresti avvenivano senza testimoni, così come segreto restava tutto ciò che seguiva all’arresto. Gli stessi capi d’imputazione erano solitamente molto vaghi o chiaramente pretestuosi. Di molti desaparecidos non si seppe effettivamente mai nulla. Di molti si venne a sapere che erano stati detenuti in campi di concentramento, torturati e infine assassinati segretamente. La tecnica di sequestrare e far rapire le vittime della repressione era stata ideata per perseguire due obiettivi: 1) Evitare quanto verificatosi poco prima in Cile all’indomani del golpe (colpo militare) di Pinochet, quando le immagini televisive degli arresti di massa e degli oppositori ammazzati negli stadi, avevano fatto il giro del mondo, suscitando indignazione nell’opinione pubblica mondiale. La segretezza degli arresti in Argentina, viceversa, garantì al regime militare una “ invisibilità” agli occhi del mondo. 2) Terrorizzare la popolazione, soffocando ogni possibile dissenso al regime. Le modalità degli arresti ( i militari arrivavano con una Ford Falcon senza targa, verde scura, piombavano nelle case in piena notte, sequestrando intere famiglie) e l’assoluto mistero sulla sorte degli arrestati fece sì che le stesse famiglie delle vittime tacessero per paura, a tal punto che, nella stessa Argentina, per tanto tempo il fenomeno rimase nascosto. Le vittime venivano rinchiuse in luoghi segreti, quasi sempre torturati per mesi. Secondo alcune fonti, molti desaparecidos furono sedati e lanciati nel Rio de la Plata. Altri furono detenuti in campi di concentramento, altri venivano imbarcati sugli aerei militari e buttati nell’Oceano Atlantico con il ventre squarciato per evitare che i corpi tornassero a galla.
Durante il governo Alfonsin, solo in parte i colpevoli di massacri e torture furono giudicati e condannati. Le pressioni degli ambienti militari fecero sì che vi fossero molte amnistie e un colpo di spugna sul periodo della dittatura, soprattutto con le leggi "Obedencia debida" e "Punto final". Solo recentemente, sotto la presidenza di Nestor Kirchner, la corte ha deciso di non lasciare impuniti i responsabili delle repressioni e le leggi di amnistia sono state abrogate.
La vicenda dei giovani torturati e uccisi è stata raccontata dal regista Hector Olivera, nel film "La notte delle matite spezzate" del 1986.

mercoledì 24 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1946 viene eletto in Argentina Peròn, dando il via al cosiddetto "peronismo".
Sono passati quasi cinquant'anni dalla morte di Juan Domingo Peron. La scomparsa dell’uomo politico più importante della storia argentina (1° luglio 1974) fu il colpo di grazia a un Paese straziato da una crisi politica che di lì a due anni sarebbe sfociata in una delle dittature più sanguinose e insensate del XX secolo.
A rileggere la storia salta agli occhi un dato sorprendente: Peron governa per poco più di dieci anni (1945-55 e poi dal 1973 al 1974), ma il peronismo condiziona la storia argentina da oltre mezzo secolo. Ancora nel 2003 la sfida per la Casa Rosada si risolse in una corsa a tre fra i candidati di diverse fazioni del Partito giustizialista. Ma cos’è esattamente il peronismo?
Definirlo un’ideologia sarebbe un’esagerazione, ma ridurlo a semplice movimento “populista” non spiegherebbe il suo peso. Juan Domingo Peron è stato, nel bene e nel male, l’uomo che ha saputo “cavalcare la storia”, interpretando i bisogni e le aspettative di un Paese diversissimo per storia e composizione sociale dal resto dell’America Latina. Un Paese sempre in bilico tra “sviluppo da primer mundo” (espressione di Menem) e bancarotta, tra democrazia e tentazioni autoritarie.
Quando nel febbraio 1946 Peron viene eletto per la prima volta presidente dell’Argentina, sono in pochi a scommettere su di lui. E’ un colonnello che nel 1930 ha aderito senza riserve al golpe con cui il generale José Evaristo Uriburu ha posto fine alla presidenza di Hipólito Yrigoyen. Nel 1943 Peron fa parte del Grupo de Oficiales Unidos (Gou), la loggia massonica che organizza il golpe del 4 giugno 1943 che impedisce l’elezione a presidente del filo-britannico Robustiano Patrón Costas.
L’Argentina è un Paese in pieno fermento. I governi occidentali premono perché entri in guerra contro l’Asse, ma l’esercito nicchia. Sono molti gli ufficiali, tra cui lo stesso Peron, che guardano con simpatia alla Germania di Hitler e ancora di più all’Italia di Mussolini. Peron, in particolare, è affascinato dall’esperimento dello stato corporativista. L’Argentina di quegli anni è un Paese in piena crescita economica. L’Europa sconvolta dalla guerra ricorre per necessità al grano e al petrolio argentino. Nel 1945 Buenos Aires è la sesta potenza economica mondiale. Vede la luce un proletariato urbano con le prime rivendicazioni sociali e le prime lotte sindacali organizzate. Lo Stato argentino non è attrezzato alla nuova situazione. Come reagire? Con la forza o aprendo ai lavoratori?
Peron sceglie una via tutta sua. Stupendo i colleghi della loggia, assume la direzione del Departamento Nacional del Trabajo, una sorta di ministero del lavoro. Sembra una posizione defilata, è il trampolino per il successo. Da lì crea la sua base sociale. La strategia è: per il popolo, ma non attraverso il popolo. Riesce a interpretare gli umori più autentici delle masse argentine e in pochissimo tempo ne diviene il leader naturale.
Sua moglie Evita Duarte diventa la bandiera dei “descamisados”, dei lavoratori che reclamano condizioni di vita migliori. I suoi discorsi sono un distillato di buoni sentimenti e di demagogia, a cui seguono grandi distribuzioni di pacchi nei quartieri più poveri. “Peron cumple, Evita dignifica”, si dice a Baires. La Fondazione “Eva Peron” svolge anche un ruolo fondamentale nell’ingresso delle donne alla vita politica. Nel 1947 è finalmente concesso loro il diritto di voto.
Peron fonda il Partito giustizialista. Il nucleo ideologico è la “giustizia sociale”, una terza via tra capitalismo e comunismo. Lo Stato, secondo Peron, deve dare ordine al capitalismo e assicurare condizioni di vita più umane ai salariati. Nel primo piano quinquennale argentino viene creato l’Istituto di promozione e intercambio (Iapi), si nazionalizzano il Banco centrale, le imprese dei servizi pubblici (ferrovie, acqua gas, telefoni) e si dà impulso all’edilizia popolare e all’alfabetizzazione delle classi più povere.
Peron è tanto amato quanto odiato. Il popolo lo adora. Molti suoi comizi in Plaza de Mayo terminano con la folla che urla: “Domani San Peron!”. Al che il presidente proclama per l’indomani festa nazionale, mandando tutti a casa contenti. I nemici di Peron sono gli intellettuali, le università, la stampa e la chiesa cattolica. La nuova costituzione, promulgata nel 1949, riconosce il diritto di sciopero e il diritto alla salute e all’istruzione. Lo Stato detiene il monopolio del commercio estero. La borghesia non può amarlo. Borges lo ricorderà sempre come un “uomo malvagio e violento”.
I primi dieci anni di governo di Peron sono caratterizzati da una gestione autoritaria del potere, ma anche da una sostanziale integrazione sociale e da un’effettiva redistribuzione del reddito. Tra mille contraddizioni, l’Argentina diventa il Paese più democratico del subcontinente. Certo, Peron tende a considerare l’Argentina una cosa sua. In un’intervista a una rivista inglese dichiara: “Gli argentini sono al 30 per cento socialisti, al 20 per cento conservatori, un altro 30 per cento è di radicali..”. Al che il giornalista lo interrompe: “E i peronisti?”. “No, no, peronisti sono tutti quanti”, taglia corto il presidente.
Fino al 1952 le cose vanno bene. Poi le riserve internazionali accumulate durante la Seconda Guerra Mondiale si esauriscono. Peron inasprisce la repressione contro l’opposizione e contro la stampa in particolare. Chiude La Vanguardia, La Prensa e La Nación.
Evita muore nel 1952, mentre crescono disoccupazione e violenze. Si susseguono gli attentati alle manifestazioni peroniste. L’approvazione della legge sul divorzio scatena le ire del Vaticano.
La fine arriva nel 1955. Quando Peron firma un precontratto con la californiana Standard Oil per lo sfruttamento del petrolio argentino. In molti sostengono che si tratta di un accordo lesivo della sovranità nazionale. La processione per il Corpus Christi, l’8 giugno 1955, si trasforma in una manifestazione contro il governo. La Marina si solleva armi in pugno il 16 giugno. Bombarda la Casa Rosada per assassinare Peron, che però sopravvive. I mitragliamenti uccidono trecento civili riuniti in Plaza de Mayo. Per vendetta, gruppi peronisti assaltano la Curia e diverse chiese della capitale. Il Vaticano scomunica Peron. Il 18 giugno Peron è costretto all’esilio: Paraguay e poi Spagna. Quando la tv inglese gli chiede cosa intende fare per tornare in Argentina, Peron risponde: “Nulla. Faranno tutto i miei nemici”.
Comincia così il “peronismo della resistenza”. Metodi di lotta e slogan si radicalizzano. Peron diventa per molti giovani argentini un leader rivoluzionario da far tornare in patria per la salvezza della nazione. “Se siente, se siente, Perón está presente”, si grida nei cortei.
Il 20 settembre 1955, il maggiore Eduardo Lonardi assume le funzioni di presidente provvisorio e avvia la restaurazione della democrazia. Ma Lonardi cade in due mesi, vittima a sua volta di un colpo di stato guidato dal generale maggiore Pedro Eugenio Aramburu. Un tentativo di rivolta peronista è stroncato nel giugno del 1956, con migliaia di arresti e l'esecuzione di 38 simpatizzanti dell'ex presidente.
Nel luglio 1956 viene eletta un'Assemblea Costituente che riporta in auge la costituzione liberale del 1853. Le elezioni presidenziali del febbraio 1958 sono vinte da Frondizi, sorretto anche da peronisti e comunisti, mentre i radicali intransigenti si assicurano la maggioranza dei seggi in Parlamento.
La popolarità di Frondizi cala nelle elezioni del marzo 1962. I peronisti, nuovamente ammessi alle elezioni, ottengono il 35 per cento. Il presidente, accusato di scarsa fermezza contro i peronisti, viene destituito dai vertici delle forze armate. Gli succede il presidente del Senato José María Guido, che lascia di fatto il potere ai militari. Peronisti e comunisti sono messi nuovamente al bando. Nel luglio 1963 viene eletto presidente il moderato Arturo Illía.
Nasce il gruppo armato dei “montoneros “ che si rifanno esplicitamente a Peron che dall’esilio applaude ai sequestri e agli attentati. La vita politica argentina si militarizza e si succedono colpi di stato e ondate repressive.
Nelle elezioni del 1965 le liste peroniste ottengono ottimi risultati. Nel giugno 1966 una giunta militare prende il potere. Dopo Juan Carlos Onganía e Roberto Marcelo Levingston, è il generale Alejandro Augustín Lanusse ad avviare il rientro nel regime civile nel 1971. Nel 1972, l'Argentina è colpita da una nuova ondata di violenze, scioperi, rivolte studentesche e atti di terrorismo, alimentati dall'ulteriore aggravarsi della crisi economica. I peronisti vincono largamente le elezioni del marzo 1973, e il loro candidato presidenziale Héctor Cámpora assume l'incarico il 25 maggio successivo. Immediatamente si intensificano gli atti di terrorismo di matrice fascista.
Il giorno del rientro di Perón a Buenos Aires (20 giugno), una manifestazione all’aeroporto di Ezeiza degenera provocando 380 vittime. Un mese più tardi Cámpora si dimette e in settembre le nuove elezioni riportano Perón alla presidenza con più del 61 per cento. La terza moglie Isabelita Perón viene eletta vicepresidente. Il 1° luglio 1974 Peron muore ed Isabelita va al potere. Il suo è l'ultimo governo civile prima del golpe militare del 1976.
Il peronismo governa ancora l’Argentina al ritorno della democrazia con Menem prima e con Kirchner. Col passare degli anni, diventa sinonimo di governabilità e di legalità. Seppure con molti limiti, rimane l’esperienza democratica più duratura e robusta. Lo stesso Peron diede una spiegazione molto semplice del successo della sua politica: Non è che noi siamo bravi, è che quelli che sono venuti dopo sono stati peggiori.

giovedì 6 novembre 2014

#Library Livraria Lello, #BuenosAires #Argentina




El Ateneo, Buenos Aires. Una vera e propria icona, questa libreria, creata in un edificio nato nel 1919 come Teatro Grand Splendid, poi riconvertito, 10 anni dopo, a cinema e infine trasformato in una particolarissima area dedicata alla coltivazione delle attività intellettuali. Dove gli ospiti possono assaporare il gusto della lettura in uno dei palchetti del teatro, sotto a un immenso soffitto affrescato.
 la Livraria Lello e classificata tra le 10 librerie piu' belle del mondo
Imm. e testo tratti da repubblica.it

martedì 13 marzo 2012

Appunti di #viaggio: Perito Moreno

 J. Farrel sta proseguendo il suo viaggio.
 Il Perito Moreno è la terza massa glaciale più grande del mondo, dopo l'Antartide e la Groenlandia.
 È un ghiacciaio che scende giù dalle Ande e che si espande per centinaia di kilometri quadrati, arrivando a sciogliersi e formare almeno 3 laghi differenti.
 Ci si arriva con una nave, partendo da un porticciolo all'interno del parco nazionale dei ghiacciai di El Calafate, Argentina.
 Con guide specializzate, indossi i ramponi e vai a fare una escursione di un paio di ore di trekking inoltrandoti sulla superficie del ghiacciaio.
 Nella foto si vede la distesa di ghiaccio e un mucchio di puntini neri... quello era il mio gruppo di scalata...
 Il fronte di ghiaccio e' alto 40 metri in riva al lago (parliamo solo di ciò che emerge fuori dall'acqua, perché sott'acqua ci sono altri 300 metri di ghiaccio...), e arriva a 80 metri di altezza nella parte centrale.
 Colori unici, dimensioni spropositate, emozioni uniche.

 Quando sei in un posto del genere, ti chiedi che senso ha la vita così come siamo abituati a viverla noi nel quotidiano.


 © 2012
 Accademia dei Sensi
 Licenza CC BY-NC-ND 3.0

domenica 11 marzo 2012

Appunti di #viaggio: ghiacciaio di Vinciguerra

 Ancora da J. Farrel.
 Nelle foto che vi mando qui, vedete il ghiacciaio di Vinciguerra.
 16 kilometri di trekking, difficoltá del percorso ALTA.
 Qui potete vedere il laghetto che si forma in seguito allo scioglimento del ghiaccio. Quello che sembra neve, in realtà è un ghiacciaio perenne, con 4 metri di spessore circa.
 Al centro della foto si vede una grotta nera, poco al di sopra del ghiacciaio. Si tratta di un'intercapedine di aria che si è formata tra ghiacciaio e roccia. Il risultato è una specie di grotta dalle pareti di ghiaccio.

  In quest'altra foto si vedono i dettagli in cui la guida e due turisti brasiliani bevono un cubalibre fatto col ghiaccio del ghiacciaio mentre si trovano all'interno di questa grotta di ghiaccio... Il rum per il cubalibre, tanto per specificarlo, l'ho portato io, sapendo dove saremmo andati a finire.
La cocacola l'ha portata la guida non appena saputo quale fosse il mio intento. La ragazza è astemia e non sa cosa si sia persa...

 La successiva, scattata in controluce, può farvi capire da DOVE sono partito (il punto da cui ho scattato la foto) e DOVE sono arrivato (il ghiacciaio che ho visitato è quello che si vede in cima alla montagna, e ci sono arrivato a piedi con non poche difficoltà mentre all'andata pioveva!)






 Nell'ultima foto siamo di ritorno dal ghiacciaio.
 Ho dovuto attraversare vari km di foresta patagonica, affondare in vari metri di palude e fare attenzione a non calpestare e quindi rovinare muschi e licheni che hanno migliaia di anni...


 © 2012 Accademia dei Sensi
 Licenza CC BY-NC-ND 3.0

mercoledì 7 marzo 2012

Appunti di #viaggio: lago Fagnano

 In questi giorni J. Farrel sta compiendo uno straordinario viaggio in Argentina e ha deciso di raccontarcelo con alcune immagini originali.
 Cliccando su di esse potrete ammirarle ad alta definizione.

 Questo è un piccolo assaggio di ciò che sto vedendo qui nella Terra del Fuoco - riferisce - Finora ho fatto una escursione in veliero nel canale di Beagle, sono stato in jeep 4x4 nelle foreste dove proliferano castori e volpi, ho attraversato in kayak il lago Fagnano che si trova poco distante da Ushuaia.
 Domani mi aspetta una scalata ad un glaciare.
Sono posti incantevoli, c'è meno neve di quanta pensassi e tutto sommato fa quasi caldo.
Del resto qui l'estate sta appena finendo...




 © 2012
 Accademia dei Sensi
 Licenza CC BY-NC-ND 3.0

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