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venerdì 18 luglio 2014

#Italy #Abbazia di Sant Antimo #Montalcino - Toscana



imm. da paradoxplace.com/ SantAntimo_

  L'abbazia di Sant'Antimo sorge nella solitaria Valle Starcia, che si trova pochi Km a sud di Montalcino (SI). La chiesa abbaziale è uno dei monumenti in stile romanico più importanti della Toscana. L'edificio è ispirato ai modelli benedettini francesi e lombardi e si staglia grandioso in una campagna integra di rara bellezza. Anche se non ci sono prove certe, la leggenda vuole che a fondare l'abbazia fu l'imperatore Carlo Magno, nel 781, di ritorno da Roma. Con sicurezza si sa che Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno in un documento dell'epoca fa atto di donazione all'abbazia di beni e privilegi per cui il luogo di culto esisteva sicuramente in epoca carolingia.
Il non dell'abbazia viene fatto risalire a Sant'Antimo di Arezzo, che fu martirizzato in queste campagne nel 352. Qui venne edificato un piccolo oratorio, nei pressi di una villa romana, la cui esistenza è provata da numerosi reperti in marmo e pietra riusati per costruire il monastero come il bassorilievo con la cornucopia sul lato nord del campanile o alcune colonne nella cripta.
Altre ipotesi fanno risalire il nome del complesso al Sacerdote Antimo, che visse e fu martirizzato nei pressi di Napoli. Un'altra leggenda narra che Papa Adriano I avrebbe consegnato le reliqui del santo a Carlo Magno che le donò all'abbazia nell'atto di fondazione.
Dalle origine leggendarie si siviluppa una potente abbazia benedettina arricchita dalle donazioni dei carolingi, di Berengario II e di Adalberto. L'abate di Sant'Antimo si fregia del titolo di Conte Palatino, ovvero consigliere del Sacro Romano Impero. Documenti papali e imperiali attestano la potenza dell'abbazia che nel medioevo arriva ad avere sotto la sua giurisdizione 38 chiese, numerosi castelli, poderi, mulini e monasteri dal grossetano al pistoiese passando per Siena e Firenze. Il possedimento principale della comunità era il vicino castello di Montalcino ove aveva residenza il Priore. Nel 1118 il Conte Bernardo degli Ardengheschi attraverso una serie di accordi, cede i suoi averi all'abbazia; l'importante atto di donazione è inciso sui gradini dell’altare maggiore. In quel periodo, sotto la guida dell’abate Guidone, la chiesa viene ampliata per assumere l'aspetto che ancora oggi vediamo. L'ispirazione del progetto fu tratta dalla grande abbazia benedettina di Cluny in Francia. Per realizzarla l'abate richiese proprio l’intervento di architetti transalpini.
Con l'avvicinarsi del duecento iniziano i contrasti con Siena in cerca nuove terre per espandesi a sud. Appoggiando la politica senese, papa Clemente III, nel 1189, assoggetta la pieve di Montalcino al Vescovo di Siena. Nel 1200 il Podestà di Siena, Filippo Malavolti, attacca Montalcino, che viene in parte distrutta. Nel 1212 l’abate di Sant’Antimo, la città di Montalcino e Siena sanciscono un accordo che impegna l’Abbazia a cedere un quarto del territorio di Montalcino alla città senese. Questa perdita segna l'inizio della decadenza di Sant'Antimo. Alla fine del secolo, incalzata da Siena l'abbazia continua a perdere terreni. Nel 1291 Papa Nicolò IV ordina la fusione della comunità dell'abbazia con i Guglielmiti. Nel 1462 papa Pio II Piccolomini sopprime il monastero e lo incorpora nella diocesi di Montalcino e inizia un lungo periodo di oblio che vede il complesso ridursi a sede di una fattoria mezzadrile.
Negli anni settanta del novecento a Sant'Antimo vengono girate alcune scene del film "Fratello sole e sorella luna" di Zeffirelli. Per l'occasione le Belli Arti di Siena rifanno interamente il tetto della chiesa cambiando quasi tutte le parti lignee delle capriate. Oggi il complesso restaurato è rinato alla vita monastica grazie ai Canonici di S. Norberto.

 fonte: www.fototoscana.it

sabato 6 aprile 2013

#Italy e i suoi #Borghi: Anghiari - Toscana


http://static.fanpage.it.s3.amazonaws.com/travelfanpage/wp-content/uploads/2012/03/Anghiari-borgo.jpg 

Il nome

  Un fiume, il Tevere. Ha formato e forma, con il suo fluire, la Valle dove scorre. Importante per la prosperità della comunità da sempre. Da sempre la valle è divisa, in epoca romana fra regio VI (Umbria) e VII (Etruria), fra Bizantini e Longobardi, ancora fra Toscani e Stato Pontificio, oggi fra Toscana e Umbria; ma l’unità geografica che la contraddistingue, da sempre, ha favorito il naturale scambio di merci, prodotti, idee: così si è creato il presupposto per la compiutezza di una Terra unica. La Terra di Anghiari. 
 
La Storia 

• 1048, in una pergamena conservata a Città di Castello è riportato per la prima volta il nome di Anghiari.
• 1224, S. Francesco, di ritorno dalla Verna, è ospitato prima nel castello di Montauto nei dintorni di Anghiari, dove il conte Alberto donò al poverello di Assisi un nuovo saio, lasciando lì quello vecchio. Questo fu esposto dapprima in una piccola cappella accanto al castello, poi trasferito a Firenze nella chiesa degli Ognissanti. Oggi si trova alla Verna. L’altro luogo legato alle vicende di S.Francesco è la chiesa della Croce in Anghiari, sorta dove la tradizione vuole che il Santo abbia piantato una croce e benedetto la valle sottostante dove placido scorre il Tevere.
• 1386, Anghiari è in “accomandigia” a Firenze, rimarrà territorio toscano per sempre.
• 1440, il 29 giugno le truppe fiorentine e papali sconfiggono, nella pianura sotto le mura, l’esercito milanese di Filippo Maria Visconti. La Battaglia di Anghiari è l’evento storico che fa di questo borgo un Bastione di Toscana, poiché con la vittoria delle truppe fiorentine si afferma l’espansione dei domini fiorentini, poi toscani ad est.
Leonardo da Vinci rese immortale il mito della Battaglia con l’impresa pittorica commissionatagli nel salone dei 500 a Palazzo Vecchio in Firenze, dove però il maestro non riuscì a terminare felicemente l’opera. Conosciamo le forme di una parte del complesso apparato pittorico di Leonardo, grazie alle copie dai cartoni preparatori originali fatte da molti maestri, fra i quali il più celebre è Rubens.
Per una conoscenza più approfondita si invita a visitare il Palazzo della Battaglia, Museo delle Memorie e del Paesaggio nella Terra di Anghiari.

http://www.borghitalia.it/html/borgo_galleria_it.php?codice_borgo=761

Un capolavoro scomparso
 Anghiari è uno splendido borgo medievale che domina la verde valle dell’alto Tevere. Bastione inviolabile grazie alle potenti mura duecentesche, ebbe una grande importanza nel Medioevo per la sua posizione strategica.
Fiera della sua toscanità, Anghiari fu consacrata alleata e testimone della civiltà fiorentina dopo la battaglia del 29 giugno 1440 celebrata da Leonardo con un capolavoro scomparso, ancora oggi oggetto di ricerche. L’aura di mistero, che la magia del tempo rende ineffabile, penetra negli scorci medievali che rimandano a passioni splendenti, a ore febbrili, a rumori di spade. Questo angolo di Toscana ha visto il passaggio nel 1164 di Thomas Becket: l’Arcivescovo di Canterbury ottenne dagli allora signori di Anghiari le carbonaie del Castello dove gli Spedalieri di S. Antonio, suoi accompagnatori, costruirono un oratorio. Su di esso fu poi edificata (sec. XIII-XIV) la Chiesa di. Agostino, ampliata nel 1464 in seguito al crollo del campanile.

 
http://fotoalbum.virgilio.it/alice/abbetto/anghiaripaesediabbetto/sagostint.html

 Di origine ancora più antica, forse rupestre, è la Chiesa della Badia, il primo luogo di culto nel borgo (sec. XI).
 La delicata immagine tardotrecentesca del Crocifisso in legno dell’altare maggiore attira l’attenzione per due particolari: il perizoma del Cristo con la bella decorazione dipinta sullo sfondo e i capelli, veri, un tempo abbondanti e oggi tagliati per devozione. Nella Chiesa di S. Maria delle Grazie, costruita tra 1628 e 1740 e restaurata più volte esternamente, si trova dietro l’altare la Madonna delle Grazie, terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia. L’imponente Rocca costituiva il nucleo fortificato attorno a cui si sviluppò Anghiari. Il Cassero fu luogo di difesa e monastero camaldolese, chiamato per questo Conventone. Insieme all’antico Cassero, la torre dell’orologio, detta il Campano, è un elemento emergente del paesaggio urbano di Anghiari. Terminata nel 1323, fu distrutta nel 1502 e ricostruita un secolo dopo, quando, per l’occasione, vi fu sistemato l’orologio. L’ultimo restauro è della prima metà dell’Ottocento.
 Al centro del nucleo antico del paese, il Palazzo Pretorio mostra nella facciata i segni della struttura originaria, con finestre ad arco a tutto sesto, un grande affresco situato sotto una loggia e stemmi in terracotta e pietra. Il Palazzo era parte della Rocca e fu residenza dei podestà e dei vicari della Repubblica Fiorentina fin dal 1386. Palazzo Taglieschi è subito riconoscibile per l’articolata facciata: infatti, pur essendo una costruzione rinascimentale, nasce dall’unione armonica di case-torri preesistenti. Di fronte vi è il Palazzo del Marzocco, edificio del XV secolo che apparteneva alla nobile famiglia degli Angelieri ed oggi, completamente restaurato, è sede del Centro di Documentazione della Battaglia di Anghiari.
L’antica via di ronda era il tracciato viario situato nella parte settentrionale delle mura. Dal 1444 questo tratto di cinta muraria ha subito numerosi interventi di ricostruzione al fine di rendere il borgo inespugnabile in caso d’attacco con artiglierie.
Con l’innalzamento delle mura (contemporaneo alla costruzione delle porte di S. Angelo e di S. Martino, tra il 1181 e il 1204) furono inglobate le merlature medievali ancora visibili in alcuni tratti. Gli interventi d’ampliamento della chiesa di S. Agostino culminarono nel 1463 con la singolare costruzione del torrione a pianta semicircolare.
In Piazza Baldaccio, già detta del Mercatale, è dal 1388 che ogni mercoledì si svolge il mercato, mentre il Teatro dei Ricomposti, costruito nel 1790 con una facciata in stile rinascimentale, riconsegna il borgo alla sua forte vocazione culturale.


http://www.reteteatralearetina.it/la-rete/le-stagioni/teatro-comunale-dei-ricomposti-di-anghiari.html

Il prodotto del borgo

  Il prodotto di Anghiari è la patina che si deposita sulle cose le ore che trascorrono impolverate sui nostri oggetti. Il borgo è un nido di consumati antiquari che battono le zone vicine alla ricerca di preziose testimonianze del passato. La passione si è trasformata in attività commerciale grazie alla presenza, in paese, di abili restauratori, artigiani capaci di restituire qualsiasi oggetto al suo primitivo splendore.

Il piatto del borgo

Sono i “bringoli” il classico piatto anghiarese: pasta dalla forma allungata di sola acqua e farina fatti a mano e conditi “col sugo finto”, una vera specialità!


fonte web:  http://www.borghitalia.it/html/borghi_centro_it.php

sabato 2 marzo 2013

#Italy e i suoi #Borghi: Giglio Castello - Toscana

http://www.gonews.it/foto/isola_del_giglio_giglio_castello.jpg

 Il nome

   Non il bel fiore profumato, ma la capra (igilion in greco) sembra essere all’origine del nome, latinizzato poi in Gilium. Infatti, su questa come sulle altre isole dell’arcipelago toscano, vi erano molte capre selvatiche, ancora presenti a Montecristo.  Giglio Castello, che ancora conserva la cinta muraria che gli ha dato il nome, era un tempo chiamato “La Terra”.

La Storia

 VIII sec. a.C., con l’arrivo degli etruschi, inizia lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie dell'Elba e del Giglio, che forniscono il ferro necessario per la realizzazione di preziosi manufatti.
• I-II sec. a.C., la presenza romana è testimoniata dai resti della Villa, con annessa peschiera per murene, appartenente ai Domizi Enobarbi.
• 410, le case dei patrizi romani ospitano i fuggiaschi dall’invasione dei Goti; giunge in zona, per sottrarsi alla persecuzione dei Vandali, anche Mamiliano, vescovo di Palermo e futuro patrono dell’isola.
• 
805, l’isola è donata da Carlo Magno ai monaci cistercensi di Aquas Salvias, l’abbazia romana delle Tre Fontane.
• X-XII sec., il Giglio passa da una famiglia all’altra, gli Aldobrandeschi, i Caetani, gli Orsini, che esercitano il governo per conto di Firenze o Pisa, le potenze che si contendono l’isola; Pisa vi edifica il borgo, la cinta muraria intervallata da torrioni e la rocca, tutti ancora parte integrante dell’abitato.
• XIII-XV sec., continua l’alternarsi delle famiglie al potere: il Giglio è dato in “affitto” dai Cistercensi a Pisa, Firenze, Siena, fino al presidio del re di Napoli, che cede la proprietà ai Piccolomini.
• 1534, prima incursione del corsaro Barbarossa.
• 1544, il pirata saraceno torna a saccheggiare il Giglio e deporta quasi tutta la popolazione a Tunisi: le cronache parlano di 700 persone fatte prigioniere.
• 1558, i Piccolomini vendono l’isola a Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici; sotto il governo dei Medici, il Giglio acquista autonomia e stabilità; sono redatti gli Statuti che prevedono la democratica partecipazione del popolo.
• 1559-63, nuovi attacchi dei pirati saraceni, questa volta respinti.
• 1737, quale parte del Granducato di Toscana, anche il possedimento del Giglio passa ai Lorena, su decisione delle maggiori potenze europee.


http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/76430501.jpgAggiungi didascalia

Stretti vicoli vista mare

Il suono di sandali freschi rende felici i turisti che sbarcano al porto con la promessa dell’estate. A Giglio Porto, pittoresca località dalle case multicolori, meritano una visita la Torre del Saraceno, costruita da Ferdinando II nel 1596, e la Caletta del Saraceno con i resti, visibili a pelo d’acqua, della peschiera annessa alla villa romana dei Domizi Enobarbi.
In breve con l’autobus si arriva nel borgo medievale di Giglio Castello,  arroccato su una collina a 400 m sul livello del mare. Passeggiare a Castello significa lasciarsi accarezzare dal vento, assalire dal salino, incrociare l’azzurro tra scorci e vicoli suggestivi. Il dolce Tirreno, il mare degli etruschi, offre dalla strada esterna alle mura la visione delle isole Giannutri, Elba, Montecristo, Corsica e di un buon tratto della costa continentale.
Eretto dai Pisani nel XII sec., più volte ampliato e restaurato dai Granduchi di Toscana, Giglio Castello è ben conservato al suo interno. Le vie strette sormontate da archi, le scale esterne per accedere alle abitazioni, l’imponente Rocca Aldobrandesca (o Pisana) del XII sec. - oggi chiusa per restauri e visibile solo dall’esterno - donano all’abitato il fascino del borgo costruito in funzione difensiva, considerato il costante pericolo proveniente dal mare. Gli angusti spazi abitativi sono protetti da una possente cinta muraria d’impianto mediceo, intervallata da tre torrioni a pianta circolare. Le tre porte d’ingresso al Castello sono addossate a grossi massi di granito. Costeggiando le mura si arriva alla graziosa Piazza dei Lombi e, proseguendo, alla Casamatta, già importante postazione difensiva. Sulla piazza dominata dalla Rocca vi è un notevole edificio settecentesco, di proprietà di un noto musicista.
Più o meno al centro del Borgo, sul lato ovest, la Chiesa di San Pietro Apostolo dona memoria di sé già dal Quattrocento, anche se il suo attuale aspetto, grazie a rifacimenti successivi, è settecentesco. A destra, nella Cappella del Crocefisso, si ammirano oggetti sacri provenienti dalla Cappella di Papa Innocenzo XIII: calici, candelieri, reliquari, tutti in argento cesellato eseguiti a Roma tra XVII e XVIII sec. Il reliquario d’argento del 1724 contiene l’avambraccio destro di Mamiliano, il santo patrono. Ma il pezzo forte è un bellissimo Cristo d’avorio attribuito al Giambologna. Tra tele e busti settecenteschi e un altare in marmo del XV sec., una curiosità: due sciabole con impugnatura d’argento e una pistola abbandonate dai pirati tunisini nell’ultimo assedio del 1799. Un altro particolare degno di nota è dato dai basamenti delle due acquasantiere: provengono dalla villa romana dei Domizi Enobarbi di Giglio Porto (I-II sec. d.C.). Uscendo dalla chiesa, sotto il piazzale si vede la cisterna fatta costruire intorno al 1800 da Ferdinando III per consentire un’adeguata riserva idrica, utile in caso di assedio.
A Giglio Campese, infine, la Torre Medicea, costruita a cavallo tra XVII e XVIII sec., è piantata su un isolotto di granito.

Il prodotto del borgo

  Prodotto principe del Giglio è il robusto e ambrato vino Ansonaco, che si può degustare nelle numerose cantine in cui viene prodotto e conservato. Apprezzabili anche il miele e il “panficato”, un dolce con fichi e frutta secca.



Il piatto del borgo

Suggeriamo il coniglio selvatico alla cacciatora, cucinato con pomodoro, spezie che crescono nel fitto della macchia mediterranea e un po’ di peperoncino. Per il resto, la cucina delle isole toscane è quella tipica del Mediterraneo: piatti poveri ma saporiti basati su pesce e crostacei, aromatizzati con i profumi di macchia e accompagnati dal vino locale.

fonte web:  http://www.borghitalia.it/html/borgo_it.php?codice_borgo=545&codice=elenco&page=1

sabato 30 giugno 2012

#MonteAmiata #Toscana


http://it.wikipedia.org/wiki/File:SIR_Cono_vulcanico_Monte_Amiata.jpg

l Monte Amiata, massiccio della Toscana, mostra il suo profilo dolce ma austero anche a grande distanza. Nelle giornate serene lo si scorge dalle colline del Chianti, dalla Maremma e da chi viaggia nel mar Tirreno, dai monti laziali, dalle acque tranquille del laghi Trasimeno e Bolsena. Un profilo netto, forte, che emerge, alla stregua di una ciclopica cattedrale, dalla vasta superficie delle dolci colline toscane.
Immerso e inserito nella Toscana classica, con l'Umbria e la Tuscia laziale a due passi, l'Amiata è rimasto per millenni un territorio con proprie autonome prerogative geologiche, storiche e paesaggistiche. Le rigogliose faggete, le rocce dalle forme inconsuete, le ricche e fresche sorgenti, le miniere (oggi relegate a museo) e una stentata agricoltura montana hanno dato a chi vive sulle pendici della montagna la coscienza di un'orgogliosa diversità.


http://postecode.com/code.php?code=53025&country=italy
  
I cicli della storia e dell'arte hanno lambito e variamente interessato nei secoli, l'Amiata. Ma nè gli Etruschi, nè i Romani, nè i Longobardi nè gli imperatori d'occidente, nè le storiche Repubbliche di Siena e di Firenze, nè la vivace modernità della vicina Grosseto, sono mai riusciti ad alterare lo spirito, il carattere, la magia della montagna amiatina, che ha reso simbiotico il rapporto tra natura, paesaggio ed opera dell'uomo.
Nei secoli, l'Amiata ha conosciuto e forgiato un'economia a misura d'uomo e di natura, utilizzando le risorse presenti in varia misura, dai pascoli delle colline e delle valli ai doni della grande foresta montana e ai prodotti di un prezioso artigianato locale, in un percorso di grande respiro sociale, artistico e ambientale. E' lo stesso itinerario che proponiamo in queste pagine, senza tralasciare la comodità rappresentata (per il turista di oggi) dal territorio dell'Amiata, assai vicino e baricentrico rispetto ai grandi centri storico-artistici e paesistici della Toscana e dell'Umbria.


fonte web: http://www.webamiata.it/homepage.htm


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