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venerdì 24 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 gennaio.

Il 24 gennaio 1943 Churchill e Roosevelt concludono la Conferenza di Casablanca.

Nella storiografia viene sovente indicata come la conferenza della “Resa incondizionata” (trattato secondo cui una parte accetta di arrendersi al nemico senza avanzare alcun tipo di pretesa: né territoriale, né politica, né economica o militare). Fu una tra le più lunghe riunioni militari di tutta la Seconda guerra mondiale. Parteciparono Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill e i generali francesi Henri Giraud e Charles de Gaulle. Questi furono successivamente raggiunti dal generale inglese Harold Alexander e da quello statunitense Dwight Eisenhower. Anche il generale De Gaulle, inizialmente restio a partecipare a questo incontro, giunse infine a Casablanca, ma solo il 22 gennaio, quindi a lavori quasi conclusi.

Durante la conferenza, sorsero forti dissensi tra i generali statunitensi e britannici riguardo alle priorità strategiche della guerra contro l’Asse; furono tuttavia prese delle importanti decisioni operative, le quali influenzarono il prosieguo della guerra nel Mediterraneo, come anche il programma di Bombardamento Strategico da applicare.

Il principio della “resa incondizionata” rivoluzionò la politica nei confronti dell’Asse e dei suoi satelliti, e fu una sorpresa un po’ per tutti, quando Roosevelt lo annunciò a Casablanca. Sino a quel momento, il Dipartimento di Stato era stato ostile a tale modus operandi sia perché, irrigidendo nella resistenza le potenze dell’Asse, avrebbe prolungato la guerra, sia perché, una volta raggiunta la vittoria, esso avrebbe comportato l’assunzione di tutti i poteri e dei compiti governativi, cosa alla quale gli Alleati non erano preparati. Al convegno, di carattere strettamente militare, fu invitato anche Stalin che, non intervenuto, venne tenuto al corrente delle discussioni, e diede alla fine la sua adesione di principio.

Nei colloqui generali e particolari venne passata in rassegna tutta la situazione bellica, e alla fine si decise di alleggerire il peso sostenuto dalle armate russe, per tentare di sfiancare il nemico sul fronte più opportuno. A Casablanca si decise dunque di aprire un secondo fronte in Europa. Alcuni dei partecipanti insistettero affinché l’invasione avvenisse nel settore balcanico, in Iugoslavia, altri sulle spiagge olandesi, altri ancora alle bocche del Rodano, altri, infine, più “tradizionalisti”, pensavano alla parte più stretta della Manica. Alla fine prevalse l’opinione di aprire il secondo fronte con lo sbarco in Sicilia, per poi continuare l’invasione dell’Italia continentale. 

Qui la Dichiarazione Ufficiale Conclusiva:

“Prima della fine di quest’anno sarà reso noto al mondo, con i fatti piuttosto che con parole, che la Conferenza di Casablanca ha prodotto molte novità, le quali diverranno cattive notizie per Tedeschi, Italiani e Giapponesi.

Abbiamo recentemente concluso un lunga e difficile battaglia nel sud-ovest del Pacifico e abbiamo conseguito notevoli conquiste militari. Questa battaglia è iniziata nelle Salomone e nella Nuova Guinea l’estate scorsa. Essa ha dimostrato la superiorità dei nostri aerei e, soprattutto, nella maggior qualità dei nostri soldati e marinai.

Le forze armate americane nel sud-ovest del Pacifico stanno ricevendo un poderoso aiuto dall’Australia e dalla Nuova Zelanda e anche direttamente dagli Inglesi.

Non pensiamo di passare il tempo che ci vorrebbe per portare il Giappone alla sconfitta finale soltanto attaccando di isola in isola nell’immensità della distesa del Pacifico.

Grandi e decisive azioni contro i giapponesi saranno direttamente prese nel territorio cinese. Importanti azioni saranno intraprese nei cieli sopra la Cina e sul Giappone stesso.

Le discussioni a Casablanca, sono state proseguite nel Chungking con il Generalissimo Chang Kai Schek dal generale Arnold e hanno dato luogo a piani precisi per le operazioni offensive.

Ci sono molte strade che conducono a Tokyo. Non ne trascureremo nessuna.

Nel tentativo di scongiurare l’inevitabile catastrofe, la propaganda dei paesi dell’Asse sta tentando con i suoi vecchi trucchi, di dividere le Nazioni Unite. Essi cercano d’insinuare l’idea che, se si vince questa guerra, Russia, Inghilterra, Cina, e gli Stati Uniti lotteranno come un cane con un gatto.

Questo è il loro ultimo tentativo di mettere una nazione contro l’altra, nella vana speranza di poter far pace separata con una o due nazioni alla volta, ma nessuno di noi può essere così ingenuo e così dimentico da accettare offerte a scapito di altri alleati.

A questi tentativi, dettati dal panico, di sfuggire alle conseguenze dei loro crimini, noi, diciamo con tutte le Nazioni Unite, che l’unica premessa con la quale noi discuteremo con i governi dell’Asse o di qualsiasi loro fazione sono i termini proclamati a Casablanca: “Resa incondizionata”. La posizione intransigente che abbiamo assunto non riguarda i popoli delle nazioni dell’Asse a cui non faremo alcun male, ma soltanto i loro colpevoli e barbari capi.

Negli anni delle rivoluzioni Americana e Francese fu stabilito il principio guida fondamentale per le nostre democrazie. La pietra angolare di tutto il nostro edificio democratico è il principio che l’autorità di governo viene data dai cittadini e solo da essi.

Si tratta di uno dei nostri obiettivi di guerra, come espresso nella Carta atlantica, le popolazioni conquistate oggi saranno domani padrone del loro destino. Non vi deve essere alcun dubbio che lo scopo inalterabile delle Nazioni Unite è ridare ai popoli conquistati i loro sacri diritti”.

sabato 4 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il 4 febbraio 1945, in Crimea, iniziarono i colloqui tra le potenze che stavano risultando vincitrici della seconda guerra mondiale. Iniziava la Conferenza di Yalta.
Quando il 4 febbraio del 1945 si aprì a Yalta in Crimea la conferenza dei capi di stato delle maggiori potenze impegnate nella guerra contro la Germania, le sorti di quel paese erano inequivocabilmente segnate.
Il Terzo Reich non solo non aveva più alcuna possibilità di modificare l'andamento del conflitto, ma non poteva sottrarsi in alcun modo ad una resa totale e incondizionata. Nei mesi precedenti c'erano stati contatti fra rappresentanti tedeschi ed agenti sovietici in Svezia,  e fra i primi e gli anglo-americani per un armistizio; probabilmente alcune di queste iniziative erano avvenute ad opera di alti gerarchi nazisti ma senza l'intervento esplicito di Hitler, e in ogni caso non potevano dare alcun risultato perché troppo grave sarebbe stato di fronte all'opinione pubblica internazionale una pace separata a danno delle altre potenze.
Chiusa di fatto la guerra alla Germania il problema principale delle potenze alleate era quello di gestire una difficile pace. Nel novembre del '43 c'era stato un incontro fra Roosevelt, Churchill e Stalin a Teheran che aveva impostato il problema, ma che aveva visto anche importanti concessioni degli alleati occidentali all'Unione Sovietica. Al vertice venne discussa la creazione di una organizzazione mondiale di stati che avrebbe dovuto consentire un futuro di pace; all'interno di questa organizzazione Stalin richiese esplicitamente che fosse riconosciuto ai "Tre Grandi" un ruolo superiore alle altre nazioni (che si sarebbe successivamente concretizzato nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU) principio certamente in contrasto con quello della pari dignità dei popoli. In quella stessa sede venne discussa la possibilità dell'apertura di un "secondo fronte" nei Balcani. L'idea proposta da Churchill implicitamente mirava a contrastare l'egemonia sovietica in quella zona d'Europa, dove già erano attivi importanti movimenti comunisti in Jugoslavia, Grecia e Albania, ma non ebbe l'appoggio di Roosevelt e la proposta non ebbe seguito. Vennero accolte invece le richieste di Stalin che si ricollegavano al Patto Molotov-Ribbentrop: annessione di Lituania, Lettonia ed Estonia, e accorpamento delle province orientali della Polonia portando il confine russo-polacco su una linea vicina a quella tracciata da Curzon negli anni venti.
Il destino della sfortunata nazione dell'Europa orientale divenne una delle principali questioni dell'incontro. Nei mesi precedenti fra il governo polacco in esilio a Londra e L'URSS c'era stata la rottura delle relazioni diplomatiche in seguito alla scoperta dell'eccidio di Katyn dove vennero ritrovati i cadaveri di circa 10.000 ufficiali polacchi passati per le armi dai sovietici. In seguito a tale episodio, quando alla fine del '44 l'Armata Rossa aveva fatto il suo ingresso in Polonia venne costituito un nuovo governo, che prese il nome di Comitato di Lublino, al quale i sovietici trasferirono i loro poteri. Il nuovo governo era formato da personalità non di primo piano e non godeva del consenso popolare; il mancato intervento dei sovietici a favore della rivolta di Varsavia aveva squalificato l'azione dei comunisti anche se per molti polacchi i sovietici rappresentavano in quel momento coloro che li avevano liberati dal terribile giogo nazista.
Nei mesi successivi si ebbero altri due motivi di contrasto fra anglo-americani e sovietici a causa delle questioni greca e jugoslava. Ad Atene le dimissioni dei ministri comunisti all'interno del governo presieduto dal socialdemocratico Papandreu creò una gravissima situazione. Si ebbero sanguinosi scontri fra le truppe inglesi e i gruppi partigiani dell'ELAS, che si conclusero comunque nel gennaio successivo con gli accordi di Varkiza che prevedevano il disarmo delle formazioni armate, libere elezioni tenute sotto controllo internazionale e un referendum sul futuro istituzionale del paese.
Un analogo accordo venne sottoscritto in Jugoslavia fra i rappresentanti del governo monarchico in esilio e le armate titoine che pose fine agli scontri fra i serbi nazionalistici di Mihailovic e i gruppi comunisti.
Nello stesso periodo si ebbero una serie di segnali positivi dall'Unione Sovietica: venne avviato lo scioglimento del Comintern, l'associazione internazionale dei partiti comunisti, un relativo decentramento amministrativo nel paese a favore delle popolazioni non russe, ed infine un accordo fra il governo comunista e la chiesa ortodossa. Il carteggio fra Stalin e gli altri capi di governo occidentali faceva pensare ad un'ampia disponibilità dei sovietici a risolvere con il negoziato tutte le questioni di dissidio, e che l'alleanza fra le tre grandi nazioni sarebbe potuta continuare anche in futuro, una volta terminata la guerra. Il grande tributo di vite umane dei russi nella lotta alla Germania nazista infine, aveva creato un debito di riconoscenza verso questa nazione, e pertanto una parte dell'opinione pubblica internazionale riteneva che si dovesse in qualche modo assecondare le richieste provenienti da Mosca.
La conferenza di Yalta venne quindi salutata come un grande evento per tutta l'umanità; si riteneva infatti che a differenza di tutte le guerre del passato quella in atto si sarebbe conclusa non con un nuovo disegno di egemonia mondiale, ma con un progetto che salvaguardasse i diritti di tutti i popoli, stabilisse delle regole certe di convivenza civile, e la vittoria definitiva della democrazia nel mondo. I rappresentanti delle tre grandi potenze raggiunsero un accordo sul futuro dello stato tedesco che prevedeva il disarmo, la smilitarizzazione e lo smembramento di quella nazione. Il progetto venne successivamente abbandonato; secondo lo storico italiano Luigi Salvatorelli  la creazione di piccoli stati nel cuore dell'Europa avrebbe creato una situazione di grande instabilità ed avrebbe risvegliato gli appetiti delle nazioni vicine.
Venne quindi raggiunto un accordo sul futuro della Polonia; il nuovo stato, che avrebbe dovuto cedere una parte dei suoi territori a oriente e ne avrebbe acquistati altri a danno della Germania secondo accordi da stabilirsi successivamente, avrebbe avuto un unico governo formato da rappresentanti del Comitato di Lublino e l'ingresso di altri rappresentanti del governo di Londra. Nel giro di tempo più breve si sarebbe quindi dovuto procedere a delle consultazioni elettorali per decidere il suo assetto definitivo. Analogamente veniva riconosciuto il governo di Tito a Belgrado con la esplicita raccomandazione di un allargamento ad esponenti non comunisti.
Altre due importanti questioni che vennero dibattute furono un nuovo regime degli Stretti del Mar Nero, più favorevole all'Unione Sovietica rispetto al trattato di Montreux del 1936, e la costituzione delle Nazioni Unite sui quali le parti non ebbero difficoltà a raggiungere un accordo. Alla conferenza vennero anche discusse questioni extraeuropee, e stabilito un principio che costituiva un regresso in fatto dei diritti dei popoli. L'Unione Sovietica richiedeva e otteneva la restaurazione dei suoi antichi privilegi sulla Cina (basi navali e ferrovie della Manciuria) in un momento in cui le tutte le nazioni occidentali stavano rinunciando già da tempo alla imposizione di limitazioni alla sovranità cinese. A fronte di questa concessione l'URSS si impegnava a entrare in guerra contro il Giappone entro sei mesi dalla conclusione del conflitto in Europa. Non essendo stata perfezionata l'arma atomica lo stato maggiore americano riteneva che la guerra contro la grande potenza asiatica sarebbe stata difficile e notevolmente onerosa come vite umane.
L'unico punto sul quale non si raggiunse l'accordo fu la questione delle riparazioni tedesche; i sovietici richiedevano venti miliardi di dollari, ma Churchill obbiettò che tale cifra avrebbe causato il collasso della Germania, e che, secondo una affermazione rimasta celebre, "se si vuole che il cavallo tiri il carretto, occorre dargli il fieno".
La parte più importante degli accordi di Yalta fu comunque la Dichiarazione sull'Europa liberata, con la quale si stabilivano principi importantissimi per la vita democratica del continente.  In essa si stabiliva una politica comune al fine di "aiutare i popoli d'Europa liberi dalla dominazione della Germania nazista, e i popoli degli Stati satelliti dell'Asse, a risolvere con mezzi democratici i loro problemi politici ed economici più importanti" il futuro del continente sarebbe stato realizzato in base ai principi della Carta Atlantica: "diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale vogliono vivere - restaurazione dei diritti sovrani e di autogoverno in favore dei popoli che ne sono stati privati dalle potenze aggreditrici" pertanto si stabiliva di: a) creare condizioni di pace interna; b) prendere misure di urgenza destinate a soccorrere i popoli in miseria; c) costituire delle autorità di governo provvisorie largamente rappresentative di tutti gli elementi democratici di queste popolazioni, e che si impegneranno a stabilire, non appena possibile, con libere elezioni, dei governi che saranno l'espressione della volontà popolare; d) facilitare dovunque sarà necessario tali elezioni". Alla chiusura della conferenza il britannico Time scrisse: "tutti i dubbi che potevano sussistere sulla possibilità che i Tre Grandi fossero in grado di cooperare in pace come avevano cooperato in guerra sono spazzati via per sempre".
La conferenza di Yalta non stabilì quindi la spartizione del continente europeo e del mondo intero in sfere d'influenza come spesso è stato scritto, tuttavia si ebbero delle ambiguità che nel futuro non tardarono a manifestarsi. A suo modo Stalin aveva saputo dare prova di una certa moderazione, in particolare sulla questione greca e jugoslava, così come aveva consigliato i partiti comunisti italiano e francese di astenersi da tentativi insurrezionali, ma per i sovietici gli accordi con le potenze occidentali erano all'insegna del do ut des, mentre per gli americani il rispetto della volontà dei popoli costituiva un principio inalienabile che non poteva costituire oggetto di scambio.
L'entusiasmo suscitato dalla conferenza fu di brevissima durata, nelle settimane successive si ebbero una serie di episodi gravissimi. Il presidente americano Truman ricorda nelle sue memorie che in Bulgaria subito dopo la conclusione degli storici accordi si ebbe una ondata di arresti contro l'opposizione, mentre in Romania "I russi dirigevano la Commissione di controllo alleato, senza consultare i membri inglese e americano. Il Governo era un governo di minoranza, dominato dal partito comunista che, a dire del generale [il comandante americano Schuyler] non rappresentava nemmeno il dieci per cento della popolazione romena. La vasta maggioranza del popolo romeno, egli diceva, non era soddisfatta dal Governo, né di qualsiasi altra forma di comunismo... Dal lato economico, la Romania veniva strettamente legata allo stato russo, tramite pagamenti in conto riparazioni, con il trasferimento di proprietà che i russi dichiaravano essere state dei tedeschi, e con la requisizione delle attrezzature industriali come trofei di guerra. Per di più, la Romania veniva quasi del tutto tagliata fuori dai rapporti commerciali con le altre nazioni, e questo la costringeva a dipendere sempre più dalla Russia". Nello stesso periodo in Polonia l'esercito sovietico riuscì con l'inganno ad arrestare tutti i principali comandanti dell'Armia Krajova, la principale formazione polacca antinazista. In Cecoslovacchia e in Ungheria la situazione per un certo periodo rimase più tranquilla, mentre in Jugoslavia i titoini con facilità ottennero il potere (qui con il consenso popolare) mentre un altro gravissimo episodio avvenne all'indomani della capitolazione delle truppe tedesche in Italia, l'occupazione di Trieste e Pola da parte dell'esercito jugoslavo.
Successivamente a tali episodi Roosevelt (ormai in fin di vita) inviò dei messaggi di protesta a Stalin, e Churchill richiese con insistenza agli americani che i loro eserciti occupassero Berlino, Vienna e Praga ancora raggiungibili, ma Truman e Eisenhower non ne vollero sapere, ed anzi successivamente venne decisa in maniera tempestiva la smobilitazione dell'esercito americano.
Prima dell'apertura della successiva conferenza di Potsdam, il governo sovietico stabilì senza consultazioni che i territori tedeschi a est dei fiumi Oder e Neisse (il corso più occidentale fra i due fiumi che portavano questo nome) venissero sottoposti all'amministrazione polacca; ormai il mondo si avvicinava a tappe forzate verso la guerra fredda.
Gli avvenimenti del 1945 ci pongono l'interrogativo se la politica sovietica fosse ispirata da preoccupazioni sulla sicurezza delle sue frontiere occidentali che nel corso di quel secolo sono state due volte violate dalla Germania con gravissime conseguenze, ovvero dallo stato d'inferiorità dello stato sovietico rispetto agli Stati Uniti, che come noto uscirono con il loro potenziale industriale intatto alla fine della guerra. Entrambe le ipotesi presentano delle incongruenze; molte delle richieste sovietiche del periodo successivo in Turchia, in Iran, e sul futuro delle ex colonie italiane non avevano nulla a che vedere con ragioni di sicurezza della patria del socialismo, né l'URSS cercò di concludere degli accordi con gli stati europei in materia di collaborazione e sicurezza, nonostante che in quegli anni le sinistre fossero al potere in diversi stati.

lunedì 18 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1942 gli americani compirono il cosiddetto "Raid di Dooliddle" su Tokyo, come risposta all'attacco a Pearl Harbour.
L’8 dicembre 1941 furono sufficienti sei minuti e mezzo al presidente Franklin Delano Roosevelt per pronunciare davanti ai deputati americani uno dei più importanti discorsi della storia.
Poche ore prima – il 7 dicembre, “una data che vivrà nell’infamia” – gli aerei giapponesi avevano attaccato la base americana di Pearl Harbour senza il preavviso di una dichiarazione formale di guerra.
«Non importa quanto impiegheremo a sconfiggere questa invasione premeditata, il popolo americano nella sua giusta potenza prevarrà con una vittoria assoluta»: Roosevelt non aveva dubbi e nemmeno i deputati che approvarono tutti lo stato di guerra, ad eccezione di Jeannette Rankin, repubblicana e pacifista.
I militari furono chiamati a reagire con energia ed immediatezza: il paese era travolto dall’indignazione, ma contemporaneamente pervaso da un senso di impotenza che comprometteva la sua capacità di reazione e la fiducia in se stesso. Occorreva una scossa spettacolare che certificasse agli americani, al Giappone e al Mondo, il risveglio terribile del gigante addormentato.
Tra le tante proposte, quella scelta era contemporaneamente molto rischiosa e al massimo consentiva un successo di immagine: bombardare il Giappone. La portaerei Hornet, scortata dalla Enterprise – miracolosamente sopravvissuta al disastro di Pearl Harbour –  e da una piccola flotta, avrebbe condotto una squadriglia di bombardieri a distanza utile per colpire Tokyio e altre città giapponesi.
L’industria aeronautica americana aveva da poco prodotto, vantaggi dell’iniziativa privata, l’NA-40, un velivolo che con le opportune modifiche divenne il bombardiere B-25. Nonostante un sostanziale aumento di autonomia rispetto ad altri modelli, furono necessarie ulteriori migliorie per conferire ai 16 velivoli stipabili su una portaerei come la Hornet, il raggio d’azione necessario a raggiungere il Giappone: mai sufficiente, comunque, a ritornare indietro, per cui fu previsto che gli aerei avrebbero proseguito a ovest atterrando sul continente. Dopo un irremovibile rifiuto sovietico a prestare a questo scopo i propri campi di aviazione in SIberia, la scelta cadde inevitabilmente sulla Cina, vincendo la resistenza di Chiang Kai-shek che temeva ritorsioni da parte giapponese.
I danni materiali provocabili da 16 bombardieri sarebbero stati risibili e meramente dimostrativi, mentre al contrario nell’eventualità di un avvistamento anticipato, il convoglio avrebbe potuto essere completamente distrutto da un contrattaccco giapponese.
Puntualmente, un’imbarcazione nipponica di vedetta intercettò la spedizione e, nonostante venisse immediatamente affondata, riuscì a mettere in guardia via radio il proprio comando. Non rimaneva altro da fare che accelerare i tempi e i bombardieri americani presero il volo 10 ore prima e 320 kilometri più lontano dal Giappone di quanto preventivato, compromettendo la possibilità di atterrare nelle piste predisposte.
Il tenente colonnello James H. Doolittle, comandante della squadriglia, il 18 aprile 1942 fu il primo a decollare dal ponte della Hornet seguito dagli altri, mentre la flotta tornava alle proprie basi abbandonandoli al proprio destino. I giapponesi erano allertati, ma decisero di assumere altre informazioni prima di dare la caccia al convoglio, perdendo in questo modo ogni speranza di intercettarlo.
Giunti sui bersagli previsti, Doolittle e i suoi sganciarono il proprio carico: ne fecero le spese qualche installazione e qualche fabbrica militare e 50 civili, che morirono sotto le bombe. Nessuno dei velivoli americani fu abbattuto dalla contraerea giapponese: si schiantarono tutti quando giunsero in Cina o in Siberia con i serbatoi vuoti, convincendo Doolittle che in patria lo attendeva una corte marziale.
Fortunatamente per lui si sbagliava: la notizia del bombardamento era ciò di cui l’America aveva bisogno e l’entusiasmo popolare salì alle stelle. Promosso e decorato, divenne l’eroe di manifesti che invitavano gli operai ad impegnarsi nel lavoro in suo nome: “Do it for Doolittle!”, ai quali i giapponesi risposero con altri giochi di parole: “Doolittle do little”: Doolittle ha fatto poco.
Ma Doolittle aveva veramente cambiato il corso della guerra. Le Forze armate giapponesi si erano dimostrate incapaci di assolvere il loro più alto compito: proteggere la vita dell’imperatore. Gli americani avevano cavallerescamente deciso che la residenza imperiale, un facile bersaglio al centro di Tokyo, dovesse essere risparmiata, ma era evidente che la vita dell’imperatore era stata a loro disposizione.
Unico modo di proteggerla era quello di allontanare ulteriormente ad est gli americani: il fulcro dell’attenzione nelle strategie giapponesi fu spostato dall’espansione sud orientale, che doveva inserire un cuneo tra gli USA e i suoi alleati anglo-australiani, a un’attacco nel Pacifico centrale, contro Midway, estrema propaggine della potenza americana, la battaglia che avrebbe consegnato il Pacifico alla US Navy e con esso le condizioni per la “vittoria assoluta” prevista da Roosevelt.
In attesa di questa resa dei conti, la vendetta giapponese colpì la Cina, rea di aver “prestato” il proprio suolo al raid di Doolittle: 250.000 cinesi vennero assassinati nelle rappresaglie.

venerdì 26 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 novembre.
Il 26 novembre 1941 il presidente americano Roosevelt stabilisce per decreto che il giorno del ringraziamento, celebrato secondo tradizione il quarto giovedì di novembre, sia considerato festivo.
Nel 1621 i coloni della Plymouth e gli indiani della tribù dei Wampanoag celebrarono insieme la festa del raccolto d’autunno, nel giorno che oggi viene riconosciuto come il primo Ringraziamento celebrato nelle colonie americane.
Questo pasto, fatto in occasione del raccolto, divenne così il simbolo della cooperazione e dell’interazione tra i coloni inglesi e le tribù dei nativi d’America.
Durante i precedenti inverni molti dei coloni soffrirono la mancanza di cibo, la durezza del clima e quasi metà della popolazione morì di stenti. I coloni non erano degli esperti agricoltori e furono fortunati ad avere l’aiuto delle tribù indiane locali. Inoltre i coloni erano organizzati in “comuni”, che raccoglievano prodotti alimentari e li consegnavano ad un unico negozio che li ridistribuiva a seconda del bisogno. Questo problema, legato a quello delle scarse capacità agricole, portò i coloni vicino alla decimazione. Quando nel 1620 la proprietà privata fu ripristinata e ad ogni famiglia venne concesso un lembo di terra proporzionato al numero di appartenenti al nucleo familiare, le cose migliorano notevolmente. Così per festeggiare la risoluzione dei loro problemi i coloni fecero una festa di tre giorni, a cui invitarono i loro benefattori indiani. Questi portarono cervo, tacchino ed altre pietanze.
Ovviamente il Ringraziamento in sé era soprattutto legato alla religione e al ringraziare Dio per le pietanze ricavate dai raccolti.
Questa festa non era destinata ad essere ripetuta ogni anno, ma così fu in molte colonie del New England. Ed anche se in molti ritengono questo specifico raccolto del 1621 essere la prima festa del Ringraziamento, in realtà feste del genere, che seguivano la tradizione della celebrazione del raccolto e del ringraziamento per l’abbondanza del raccolto stesso, erano già in pratica da molto tempo. I nativi americani erano infatti abituati all’organizzazione di festival, di balli e di cerimonie in occasione dei raccolti, già prima che arrivassero gli europei ad insediarsi nel Nord America.
La tradizione di questo “Thanksgiving” è così arrivata fino ad oggi, e si festeggia l’ultimo giovedi di novembre, come proclamato dal Presidente Lincoln nel 1864.
La caratteristica di questa festa è anche nella preparazione. A New York si tiene la Macy’s Parade, che da più di 80 anni avviene la mattina del giovedi di festa con sfilata di carri e maschere per tutta la Fifth Avenue. C’è la chiusura delle scuole per tutto il fine settimana, ci sono gli addobbi e le decorazioni con zucche di ogni misura, tacchini finti, foglie cadute, e tanto tanto arancione e marrone, che sono i colori predominanti degli autunni newyorchesi.
E poi c’è la festa in sè, con la preparazione della tavola, con l’invito di amici e parenti, con il tempo passato ai fornelli, e con tanto cibo.
Ma che cosa c’era nel menu di allora che differisce da quello che si usa oggigiorno sulle tavole degli americani?
Gli storici non sono sicuri di quali potessero essere le pietanze tradizionali che i pellegrini e gli indiani d’America usavano in quegli anni, ma di certo non erano dediti alla creazione di profumate “pumpkin pies” (crostate di zucca), o alla creazione di sempre più svariati tipi di “mashed potatoes” (purè di patate).
Quello che era disponibile nei raccolti del XVII secolo era di gran lunga minore in quantità e qualità di ciò che ci è possibile trovare oggi.
Le uniche due cibarie che erano sicuramente parte integrante del loro menu, come alcune citazioni storiche dimostrano, sono la carne di cervo e il pollame selvatico, ma anche alcune qualità di pesce, che tuttavia non si usa nelle celebrazioni attuali. Le cose che invece fanno parte integrante del menu di oggi e che non sembrano esserci state all’epoca sono il prosciutto cotto, le patate dolci, le pannocchie di mais, la salsa di ribes (per lo piu’ per la mancanza di zucchero, che viene usato nella preparazione), il latte, le uova e il pollo.
Ma allora in cosa è cambiato e cosa si è aggiunto nel menu odierno?
Innanzitutto non c’è Ringraziamento senza il delizioso odore del tacchino arrostito al forno (o fritto in apposite pentole a chiusura ermetica, create esclusivamente per la cottura del tacchino). Questa è la pietanza di base, presente in tavola già dal 1621, ed immancabile oggi.
Il tacchino viene servito “stuffed”, cioe’ riempito di un impasto fatto di carote, sedano, cipolle, salvia, timo, prezzemolo, sale, pepe, mollica di pane e brodo.
Le “mashed potatoes”, o purè di patate, possono essere preparate in diversi modi, ma le più usate sono quelle preparate con un po’ di aglio.
E c’è inoltre la famosa “gravy”, la salsa composta di acqua, farina di mais, sale e pepe mischiati al liquido rilasciato dal tacchino in cottura. La gravy si mette in genere sul purè ed anche sulla carne, specialmente la parte bianca del tacchino.
Un verdura specifica del Ringraziamento non c’è; solitamente sono cucinati gli asparagi al burro, funghi in padella, spinaci, mais e carote. La già citata salsa di ribes, infine, è usata specialmente sulla carne e dona un gusto agrodolce a tutto il pasto.


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