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mercoledì 16 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 luglio.

Il 16 luglio 1950 contro ogni pronostico, l'Uruguay batte il Brasile e vince la sua seconda Coppa del Mondo di Calcio.

Alle volte bastano veramente pochi istanti per cambiare la storia di una nazione, e il Brasile che si affacciava agli Anni Cinquanta era veramente un paese in grande cambiamento, dal punto di vista politico e soprattutto sociale. Il dittatore Getúlio Vargas vuole mettere finalmente il Brasile sulla mappa mondiale, l’obiettivo è quello di dimostrare che il paese carioca non è tanto arretrato quanto si pensa in tutto il mondo. Vargas, come fatto da Mussolini nel 1934 e come farà Videla nel 1978, propone il Brasile come paese ospitante della quarta edizione del Campionato Mondiale e decide di fare le cose in grande: assembla una squadra di grandi campioni e costruisce lo stadio più grande della storia, il mitico Maracanã, capace di ospitare fino a 200.000 spettatori. La storia è fatta però di attimi, ed è proprio un istante fulmineo di quel caldo pomeriggio di luglio del 1950 ad aver cambiato per sempre la storia brasiliana.

Come facilmente prevedibile il Brasile arriva all’appuntamento finale di quella rassegna iridata da assoluto favorito. L’avversario è una delle squadre più vincenti all’epoca, i rivali continentali dell’Uruguay, vincitori fino a quel momento di un titolo mondiale, due olimpici e di ben otto edizioni della Copa America. Ma, vista la strana formula di quel Mondiale, la partita non è una tipica finale, in quanto il Brasile può disporre persino di un pareggio per issarsi a campione del mondo per la prima volta, visto il punto di vantaggio mantenuto sulla Celeste.

Il 16 luglio 1950, alle ore 16:00 locali, davanti a poco meno di 200.000 spettatori, va in scena quella che è una delle più famose partite della storia del calcio, che passerà alla storia come “Maracanazo“. I padroni di casa del Brasile scendono in campo con la classica tenuta bianca adornata di contorni blu, l’Uruguay veste la consueta maglia celeste. Il ct brasiliano Flávio Costa schiera la seguente formazione: Barbosa; il capitano Augusto, Juvenal, Bigode; Bauer, Zizinho, Jair, Danilo; Friaça, Ademir e Chico. L’allenatore uruguayo Juancito Lopez risponde mandando in campo: Máspoli; González, Tejera, Gambetta, Andrade; capitan Varela, Pérez, Schiaffino; Ghiggia, Míguez e l’esordiente Moran.

Lo stadio attende solo il fischio dell’inglese Reader, in tutto il paese sono già iniziati i caroselli celebrativi, diverse testate giornalistiche hanno peccato di superbia non ponendo alcun dubbio sulla vittoria carioca. Eppure il calcio sa sempre stupire, soprattutto quando meno ce lo si aspetta. Il primo tempo scivola via abbastanza liscio, il Brasile sembra essere legato dalla paura di sbagliare, o forse solamente di strafare, ma nonostante questo riesce ad impegnare diverse volte il portiere avversario Roque Máspoli.

Dopo soli due minuti dall’inizio del secondo tempo avviene quello che tutti stavano trepidamente aspettando: il gol dei padroni di casa, il primo realizzato con la Seleçao da Friaça. Lo stadio può finalmente esplodere di gioia, ancora inconsapevole che si tratterà di una gioia passeggera ed effimera. Infatti il leader uruguayo, non solo in campo ma anche dal punto di vista motivazionale, Obdulio Varela, sta per dare ai suoi la scossa necessaria per l’incredibile rimonta. Se poco prima dell’inizio del match il nero jefe era infatti andato quasi contro al suo allenatore, affermando che i suoi non dovessero affrontare una partita improntata su una strenua difesa e al contenimento della fantasia brasiliana, adesso decide di prendersi tutto il tempo necessario per far rinsavire i suoi. Prima protesta timidamente, per di più nonostante la differenza di lingua, con il guardalinee per un presunto fuorigioco, poi compie il suo destino ed assolve totalmente al proprio dovere di capitano, riportando lentamente la palla verso il centro del campo. Obdulio sa benissimo che se il gioco riprendesse così in fretta i suoi subirebbero certamente il contraccolpo psicologico, con il rischio di essere mangiati dai quasi 200.000 del Maracanã.

E la strategia di Varela porta gli effetti sperati: la Celeste intensifica gli sforzi, rendendosi più volte pericolosa dalle parti del portiere Barbosa. Il bomber del Peñarol Oscar Míguez colpisce addirittura un palo da poco fuori dall’area di rigore. Al 66° cambia totalmente l’inerzia della partita. Ghiggia scappa sulla fascia a Bigode e crossa in direzione di Schiaffino, che di prima insacca sotto l’incrocio del primo palo. Diversi anni dopo Pepe rivelerà di aver colpito male il pallone, che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto andare ad incrociare. Ma il pallone sta bene lì dov’è, dentro la porta brasiliana.

Il Brasile a questo punto perde completamente la ragione. L’ansia da prestazione e la galoppante paura diffusasi sugli spalti inghiotte letteralmente gli 11 allenati da Costa, che iniziano a soffrire maledettamente le avanzate dell’Uruguay. E al minuto 79 la finale si decide: Ghiggia scappa ancora una volta ad un ubriacato Bigode, entra in area di rigore, e con un rasoterra sul primo palo supera un disattento Barbosa. Lo stadio adesso è in un silenzio tombale, le confuse ed insensate avanzate brasiliane condotte negli ultimi minuti sono del tutto velleitarie.

Alla fine, su un calcio d’angolo per il Brasile, l’arbitro Reader – coi suoi 53 anni, il più vecchio ad aver mai arbitrato una finale mondiale – fischia la fine. El mono Gambetta blocca il pallone con le mani, i giocatori brasiliani crollano a terra, diversi uruguaiani tra cui Schiaffino e Pérez scoppiano in lacrime, Ghiggia viene sollevato di peso e portato in trionfo da Varela. La partita che doveva essere quella della gioia brasiliana, si trasforma definitivamente nel Maracanazo. Lo stadio è attonito, Jules Rimet consegna molto imbarazzato la coppa a Varela, nonostante l’opposizione dello stesso Getúlio Vargas. Rimet era infatti andato a preparare il discorso quando il punteggio era ancora sull’1-1, certo della vittoria brasiliana, trovandosi così spiazzato dalla vittoria della Celeste.

Finisce in questo modo il Maracanazo, una delle partite più pazze della storia del calcio, ma purtroppo per i giocatori brasiliani l’onta non passerà così velocemente. Saranno considerati non più come degli eroi, bensì come dei falliti e dei traditori, in particolare il portiere Barbosa, ritenuto colpevole della sconfitta per l’errore in occasione del secondo gol. Sarà per più di 40 anni odiato da tutta la popolazione, “nonostante la pena massima per un crimine nel paese sia di 30 anni”, come dirà successivamente. Tutti i giocatori uruguaiani diventeranno invece delle vere e proprie leggende in patria, ma la maggior parte di essi morirà in povertà. Contemporaneamente in tutto il Brasile moriranno circa 90 persone, tra suicidi e arresti cardiaci, provocando così tre giorni di lutto nazionale.

Altri strascichi del Maracanazo si avranno nella scelta di non utilizzare più la maglia bianca, ma soprattutto avverranno in campo politico. Fallirono infatti tutti i governi che avevano puntato sullo sport per ottenere enorme popolarità, permettendo il ritorno al potere di Getúlio Vargas, nel frattempo destituito dalla stessa giunta militare che lo aveva inizialmente eletto. Cambierà in questo modo l’intera storia futura di un paese, influenzata da soli pochi attimi di una semplice partita di pallone.

lunedì 3 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 


Buongiorno, oggi è il 3 marzo. Il 3 marzo 1953 nasce in Brasile Zico.

Il suo vero nome è Arthur Antunes Coimbra ma tutti lo conoscono come Zico. Il giocatore brasiliano piu famoso della storia dopo Pelè nasce a Rio de Janeiro il 3 marzo del 1953. Ha una sorella e 4 fratelli maschi. I 5 fratelli Antunes Cimbra seguiti dal padre formano una formidabile squdra di calcio a 5 che imperversa per le strade di Quintino, un lontano sobborgo di Rio. Zico è l’ultimo aggregato, più giovane e più gracile di tutti ma ha un talento che brilla anche tra il calcio polveroso e violento del quartiere. La sua forza di volontà è ricompensata. A 17 anni il passerotto è un ragazzo normale, ha guadagnato 11 centimetri in altezza e 16 chili di peso. Non sarà mai un colosso e la sua muscolatorua resterà fragile ma ora è pronto per gettarsi nella mischia dei professionisti.

Nel 1973/74 Zico conquisterà definitivamente la maglia numero 10 del Flamengo. La partita della consacrazione si ha contro gli jugoslavi dello Zelecnicar (3-1 con una sua doppietta dopo la quale lo scrittore e cronista Nelson Rodriguez scrive: «Zico è un giocatore che è sulla strada di una furiosa pienezza. E’ entrato in quella fase in cui un giocatore fa con il pallone tutto ciò che vuole». Nasce la leggenda del Galinho, il galletto. Il campione è definitivamente sbocciato, impossibile non accorgersene. Zico si segnala ben presto anche con la casacca verdeoro della Nazionale. Una delle prime vittime è l’Italia. Nel 1976 è suo uno dei 4 gol con cui il Brasile sconfigge gli azzurri negli Stati Uniti al torneo del bicenetenario americano.

Nel frattempo il nuovo decennio inizia come meglio non si potrebbe: nel 1980 Zico vince con il Flamengo il suo primo campionato brasiliano e in una tourneé di primavera il Brasile impressiona tutto il mondo sportivo. Il 12 maggio 1981 la selecao si presenta a Londra per affrontare l’Inghilterra nel tempio del calcio, lo stadio di Wembley. Qui il Brasile non vince da 60 anni. Il gol della vittoria giallo-oro è suo. La critica lo sottopone ad un termine di paragone importante: Zico diventa il Pelé bianco, l’erede legittimo del giocatore più forte della storia.

Nel novembre del 1981 il Flamengo affronta la squadra cilena del Cobreloa per la conquista della Coppa Libertadores, la coppa dei campioni sudamericana. Ci vogliono 3 finali per decidere il vincitore. Nella prima sfida il Flamengo si impone per 2-1 e Zico segna entrambi i gol. Nella finale di ritorno in Cile è il calcio violento del Cobreloa ad avere la meglio e i rossoneri sono sconfitti 1-0. Nell’ultimo incontro in campo neutro Zico è il protagonista assoluto siglando la doppietta decisiva (la seconda rete con una splendida punizone dal limite) e porta il Flamengo in cima al Sudamerica.

Non è che l’inizio di un periodo straordinario costituito dalle tre settimane più emozionanti del club carioca. Il 6 dicembre il Flamengo sconfigge il Vasco per 2-1 dopo tre sfide consecutive valide per il titolo di campione carioca. Zico ispira il secondo gol. Sette giorni dopo il Flamengo vola in Giappone per giocarsi la Coppa Intercontinentale contro il Liverpool. A Tokio si gioca in un’atmosfera un pò surreale con un pubblico ancora digiuno di calcio. Il Liverpool è frastornato dal palleggio, dalla tecnica e dalla fantasiosa velocità dei brasiliano. Alla fine del primo tempo il risultato è già acquisito: 3-0. Zico è il perno del gioco d’attacco, ispiratore di tutte le reti brasiliane ed alla fine è premiato con una Toyota come miglior giocatore della partita. Per il club rossonero è il terzo titolo conquistato in poco più di 20 giorni, l’apice di quella che la torcida del Flamengo ricorda ancora come l’era-Zico.

E arriviamo in Spagna per i Mondiali del 1982. Osservando le gare del primo girone non si vede proprio chi possa competere con una nazionale così scintillante come quella brasiliana guidata da Telé Santana. 2-1 sull’URSS, 4-1 sulla scozia e 4-0 sulla Nuova Zelanda. Sono goleade alle quali Zico partecipa con 3 realizzazioni. Nel secondo turno la selecao dei marziani si trova ad affrontare l’Argentina di Maradona e l’Italia di Bearzot in un girone a tre valido per accedere alla semifinale. La pima sfida è Brasile-Argentina e il Galinho fa il mattatore. Nel finale il numero 10 manda in rete Junior con un filtrante da manuale: il risultato è 3-1 per i brasiliani.

L’incontro decisivo per approdare in semifinale è quello con l’Italia. Al Brasile basterebbe un pareggio per qualificarsi. Il 10 brasiliano viene seguito come un’ombra da Claudio Gentile. La sfida verrà tramandata in patria come la tragedia del Sarrià perché nessuno poteva pensare ad un epilogo quale quello che si consumò nello stadio di Barcellona. L’enorme delusione per il mondiale perduto produce due effetti contrastanti in Zico. Da un lato quel che non ha dato l’avventura in nazionale viene riscattato dai successi con il club. Nel 1983 il Flamengo trionfa ancora una volta nel torneo nazionale e nella finalissima contro gli eterni rivali del Santos non può mancare la firma del Galinho fra le reti che fissano il risultato sul 3-0.

Ma compiuti i 30 anni e avendo vinto tutto in rossonero, l’idolo assoluto del Maracanà sente il bisogno di intraprendere una nuova esperienza e di cimentarsi proprio nel paese che gli ha fatto versare le lacrime più amare della sua carriera. Ci sono già stati contatti con grandi club italiani, il Milan, la Roma, la Juventus.Tutte società ricche che possono offrire quel che il Flamengo chiede per privarsi del suo giocatore pià prestigioso. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stata l’Udinese a riuscire nel miracolo di comprare uno dei campioni più venerati del pianeta.

Sei miliardi di lire. E’ la cifra con cui l’Udinese del presidente Lamberto Mazza e del general manager Franco Dal Cin si aggiudica Zico. E’ una somma importante che mette in grande preoccupazione i vertici del calcio italiano e anche il governo. Zico arriva in Italia in pompa magna, l’accoglienza all’aereoporto di Ronchi dei Legionari è da grande capo di stato. In 7 giorni viene organizzata una simbolica amiochevole tra Flamengo e Udinese per il passaggio della maglia. Zico gioca solo pochi minuti, quanto basta per far venire i brividi ai tifosi friuliano.

Qualcosa però va storto e le cose si complicano. Viene sospeso temporaneamente dalla Federcalcio l’acquisto di Zico assieme al suo compagno di nazionale Toninho Cerezo, approdato alla Roma. Udine reagisce duramente, il sogno impossibile di sentirsi grandi di colpo viene spezzato da un diktat delle autorità. La reazione di piazza è vibrante. In certi slogan e striscioni si inneggia sino al desiderio di passare all’Austria se il campione carioca non otterrà il via libera dalla Federazione. Quando finalmente gli ostacoli verranno rimossi dopo un mese di passione e suspence la piazza si ritroverà per festeggiare il primo discorso di Zico osannato alla stregua di un Re con tanto di simbolica incoronazione.

Poi lo si va ad ammirare sul campo e il Monarca non tradisce. Contro gli jugoslavi dell’Hajduk l’Udinese vince 3-1 e il brasiliano firma la rete del 2-0. Le prime apparizioni del Galinho fanno luccicare gli occhi. Quel che si vede è meraviglia pura. Le amichevoli fanno registrare il pienone al Friuli e Zico offe continui saggi di spettacolo. Persino il Real Madrid paga dazio e perde 2-1 dopo essere passato in vantaggio con il bomber Santillana. A capovolgere il risultato intervengono poi Zico e Causio, una coppia «brasiliana» che funziona a meraviglia fin da subito. Il precampionato si chiude poi con un rotondo 3-0 sui brasiliano del Vasco de Gama.

L’attesa per il campionato che sta per iniziare non è mai stata così vibrante nella regione. Il battesimo nel campionato di calcio 1983/84 avviene il 12 settembre a Marassi. L’Udinese sconfigge il Genoa con un 5-0 che non ammette repliche e Zico va in rete una volta per tempo. La prima invenzione è una finta di corpo che ubriaca i suoi controllori, il secondo è un classico del suo repertorio: il calcio di punizione. Alla seconda giornata, nell’esordio casalingo contro il Catania, Zico si ripete con modalità quasi identiche. I bianconeri friulani vincono per 3-1. Il Galinho mette a segno ancora una doppietta invertendo solo l’ordine dei fattori senza che il prodotto cambi, il calcio di punizione stavolta arriva prima.

I tiri da fermo di Arthur Antunes Coimbra diventano una partita nella partita, il vero centro di interesse dei 90 minuti. Anche quando l’Udinese perde, come accade nella terza giornata ad Avellino, il pubblico rimane incantato per l’ennesimo exploit disegnato con una traiettoria imprendibile. Il primo grande big match del campionato Zico la vive all’ottava giornata. Al Friuli arriva la Roma di Falcao e Cerezo, forte della posizione di capolista nonchè di campione in carica. La sfida vive i suoi momenti più esaltanti nel finale. A 5 minuti dal termine i giallorossi hanno con Pruzzo il pallone buono per sbloccare l’incontro ma falliscono l’opportunità. L’antica legge del calcio trova un immediata applicazione: gol sbagliato, gol incassato. Brini da la palla a Galparoli sulla fascia detra, allungo a Causio, due passi, passaggio di 40 metri a Zico che coglie l’attimo vincente e batte Tancredi

Il girone di ritorno prende l’avvio con una piacevole similitudine con quanto visto all’inizio del campionato. Zico va in gol su punizione in diverse occasioni. Al di là di quanto ogni singola prodezza incida sui risultati quel che ha valore assoluto è quanto succede al Cibali da Catania quando si assiste ad un intero stadio avversario che fa il tifo per lui: un paradosso mai visto prima in un campo di serie A.

La società però sbanda tra litigi e incerte prospettive di futuro determinate dalle dimissioni di Dal Cin e dalla mancata riconferma dell’allenatore Ferrari per l’anno successivo. Infine sfuma in extremis l’ingresso in Europa. L’Udinese termina al nono posto, i progetti ambiziosi legati all’arrivo dell’asso brasiliano sembrano poca cosa a conti fatti. Restano le cifre personali però, e quelle non mentono assolutamente: Zico chiude con 19 gol, un record per uno straniero esordiente, ad una sola lunghezza da Platini. Ma nell’ambiente la sensazione che il giocattolo stia per rompersi è palpabile.

La stagione 1984/85 ha ben altri presupposti, sogni tricolori non se ne fanno più. La parola d’ordine è quella di salvarsi e al massimo navigare in acque tranquille. La squadra ha cambiato pelle. Se ne sono andati via elementi come Causio e Virdis. Eppure Zico brilla e non sembra scontento di militare in una squadra dalle ambizioni molto più limitate. Determinante è però un infortunio patito dal Galinho a gennaio che lo terrà fermo per lungo tempo. Rientra in tempo per segnare due gol a Inter e Juventus prima di risolvere anticipatamente il contratto con la società. Ai problemi sul campo si aggiungono quelli fuori con le accuse mosse dalla giustizia italiana di evasione fiscale ed esportazione illegale di valuta.

Per spiegare il particolare rapporto tra Zico e Udine si potrebbero spendere dotte analisi sociologiche o studiare i comportamenti indagando la psicologia di massa, o ricorrere anche al bisogno di un territorio di avere eroi ed al piacere di cercarseli nello sport, e pure provenienti da molto lontano. Si potrebbe pensare che la natura intima di questo rapporto nasca proprio dall’affinità tra essere friulano e essere Zico, lavoratore schivo, umile e generoso che sa unire il sorriso alla fatica. Oppure ci si potrebbe limitare a vedere nel galinho nient’altro che un campione talmente ammaliante nella sua tecnica e nella sua carica umana che sarebbe stato semplicemente impossibile che le cose fossero andate in un altro modo.

Quel che è certo è che l’affetto tra il brasiliano e la città non è mai finito, è qualcosa rimasto dentro iscritto quasi come un codice genetico di una tifoseria e di un luogo.

Cosi Zico ricorda il suo breve ma intensissimo periodo bianconero: “Conservo ancora un ottimo ricordo della mia esperienza friulana. Sono sempre stato trattato benissimo da quelle parti. Sono specialmente contento di un aspetto: che la gente ha apprezzato il mio modo di essere e la mia famiglia. Sono cose che ti segnano. Credo che anche sul campo corrisposi alle attese. Fu veramente un peccato che la dirigenza dell’epoca ebbe dei problemi e le lotte tra il presidente Mazza e Dal Cin indebolirono la squadra. Dal Cin aveva un’ottima visione del calcio italiano e progetti per costruire una buona squadra. Quando fu costretto a lasciare il club eravamo tra i primi in classifica ma poi fummo abbandonati a noi stessi, includendo anche problemi di arbitraggio“.

Dopo l’esperienza italiana Zico non può che tornare al suo primo amore: il Flamengo. Il progetto non ha ambiguità, ha una direzione di marcia precisa e punta verso il Messico dove si disputa il mondiale del 1986, l’ultima occasione del Galinhio per passare alla storia con la nazionale. Agosto 1985: il cammino è reso arduo da un infortunio patito in campionato. Un entrata assassina del difensore dl bangu Marcio gli procura una forte contusione al ginocchio sinistro che lo costringe a stare fuori a lungo e subire un intervento chirurgico. Ma Zico non molla e riesce a rientrare in febbraio per la fase finale del Campionato carioca, quello dello stato di Rio. Ma il rientro trionfale è una gioia effimera, il ginocchio fa ancora male e Zico si ferma di nuovo. Torna nella selecao ad Aprile contro la Jugoslavia. Il Brasile vince 4-2 e Zico fa tre gol, un rigore e due pezzi da antologia.

La sua classe appare irrinunciabile per la nazionale giallooro. Ma i guai al ginocchio non sono passati, c’è bisogno di una nuova operazione che vorrebbe dire saltare il mondiale. Zico è convinto a rimandare, a stringere i denti per sbarcare in Messico con la Selecao del ct Tele Santana. Il tecnico però non lo schiera mai titolare limitando il suo utilizzo a scampoli di partita. Nella sfida dei quarti contro la forte Francia di Platini le squadre sono ferme sull’1-1 quando alla mezz’ora del secondo tempo esce Muller ed entra Zico. In campo da poco più di un minuto tocca il suo primo pallone e pesca in area Branco che viene steso dal portiere francese Bats: rigore.

Il tripudio del popolo carioca viene messo a tacere quando proprio il galinho fallisce clamorosamente l’occasione facendosi respingere il tiro. In campo Zico non si abbatte e trascina l’attacco brasiliano su tutte le azioni più pericolose in una gara ricca di emozioni. Ma il risultato resta in parità e si va ai rigori dove questa volta il Galinho non fallisce. Il suo coraggio e la personalità non bastano. Nella sfida che sarà ricordata anche per gli errori di Socrates, Platini e Julio Cesar, sono i bleus a prevalere. Per Artur il terzo titolo sfumato racconta con precisione qual’è il limite della sua carrierea: non avere mai giocato una finale mondiale pur avendo fatto parte di una generazione di campioni senza eguali.

Dopo l’amare estate del 1986 Zico deve saldare anche i conti in sospeso con il suo ginocchio. Si opera due volte senza mai pensare neppure per un attimo di mollare. Un anno esatto dopo la partita con la Francia lo spettacolo può ricominciare. Nella fase conclusiva del campionato brasiliano Zico torna e segna contro l’Atletico Mineiro e nella finale contro l’Internacional va su tutti i palloni con la sua classe intatta e il coraggio di un ragazzino. Il Flamengo è in vantaggio per 1-0 e quando Zico deve uscire prima della fine, l’intero Maracanà acclama il suo nome. Alla fine i rossoneri trionfano e la folla richiama il campione dallo spogliatoio per il giro d’onore.

Il 27 marzo 1989 Zico torna ad Udine per giocare una gara tra il Brasile e il resto del Mondo: è il suo addio alla Selecao. I guai giudiziari sono stati archiviati e Zico è risultato estraneo ai fatti, per lui questo ritorno è anche un riscatto umano. La città risponde con entusiasmo e lo accompagna dall’arrivo in aereporto fino alla partita disputata in un Friuli in festa che torna a gustarsi le giocate di un campione ormai considerato un amico di vecchia data.

Il 6 febbraio del 1990 Zico, con la maglia del Flamengo, dà l’addio anche allo stadio che lo cullato per tutta la vita, il Maracanà, dopo 730 presenze e 508 gol in campionato. Ma il desiderio di Zico è di non stare troppo lontano dai campi. Così all’inizio degli anni 90 solo chi non lo conosce bene si stupisce nel vederlo giocare nel campionato giapponese ocn la formazione dei Kashima Antlers. E sono ancora 88 partite assolutamente importanti perchè gli permettono di far crescere il calcio giapponese con l’esempio di una classe inimitabile che lo porta ad inventare un pezzo assolutamente originale come il «gol dello scorpione», quello che lui stesso definirà il più bel gol della sua vita: proiettatosi con eccessivo slancio su un cross, supera il pallone , ma recupera con una capriola all’indietro, spedendo faccia a terra in rete al volo il pallone di tacco.

Nel 1994 Zico chiude anche in Giappone la sua carriera di giocatore ponendo la sua pluridecennale esperienza al servizio di nuove cause, che siano la nascita di una scuola calcio o l’incarico di commissario tecnico della nazionale giapponese; pur di affermare il suo amore per il calcio il brasiliano si è trasformato nell’uomo dei tre continenti: Sudamerica, Europa e Asia.

Quasi a dire che Arthur Antunes Coimbra è un nome riconoscibile nella sua origine ma Zico è ormai diventato un vocabolo di un lingaggio universale, quello dello sport.

giovedì 30 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 2010, nell'ultimo giorno di mandato, il presidente brasiliano Lula nega l'estradizione di Cesare Battisti all'Italia.
Ex appartenente ai Proletari armati per il comunismo, Cesare Battisti è stato condannato in contumacia all'ergastolo con sentenze passate in giudicato per quattro omicidi compiuti in concorso con altri terroristi durante gli 'Anni di piombo'.
Andrea Santoro fu il primo a cadere sotto i colpi dei Pac. A 52 anni viveva con la moglie e i tre figli, a Udine, dove comandava con il grado di maresciallo il carcere di via Spalato. Il 6 giugno del '78, quando lo uccisero, non era ancora passato un mese dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani. A sparare, secondo gli inquirenti furono Battisti e una complice, con la quale si scambiò false carezze fino al momento di colpire.  Per i Pac quello fu il battesimo del fuoco. E il '79 ne fu il triste prosieguo: tre omicidi, due a Milano e uno ancora nel nord est, vicino Mestre. Il 16 febbraio la prima, duplice azione: a Milano fu ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani; a Mestre il macellaio Lino Sabbadin. Nella rivendicazione fu scritto che "era stata posta fine" alla loro "squallida esistenza". Il gioielliere e il macellaio avevano in comune una cosa: in precedenza avevano sparato e ucciso un rapinatore. E per questo furono puniti; una vendetta insomma. Torregiani fu ucciso davanti alla sua gioielleria nel rione Bovisa. Gli spararono mentre usciva dal negozio assieme al figlio: il gioielliere fece in tempo ad estrarre la pistola e a far fuoco, ma non a salvarsi. Suo figlio, poco più che adolescente, invece fu ferito alla spina dorsale e rimase paralizzato. Per questo delitto Cesare Battisti è stato condannato in quanto mandante e ideatore. Due ore dopo il delitto Torreggiani, alle 18 fu la volta di Lino Sabbadin. Due giovani entrarono nella sua macelleria a Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia, e gli spararono con una calibro 6,35. La "colpa" di Sabbadin era quella di aver ucciso un rapinatore che due mesi prima era entrato nella macelleria. In questo secondo delitto Battisti è accusato di aver fornito "copertura armata".
Il 19 aprile invece fu la volta di Andrea Campagna, agente della Digos milanese. Uno sconosciuto si avvicinò al poliziotto di 25 anni in via Modica, nel quartiere della Barona, e sparò. Cinque colpi di pistola lo colpirono nella zona sinistra del torace, in corrispondenza del cuore. Per lui non ci fu nulla da fare. Poco dopo una telefonata al 'Secolo XIX' e a 'Vita' rivendicò l'omicidio a nome dei Proletari Armati per il comunismo. Di questo delitto Battisti è accusato di essere stato l'esecutore materiale.
Cesare Battisti viene arrestato per banda armata nel 1979. Detenuto nel carcere di Frosinone, mentre è in corso l'istruttoria, il 4 ottobre 1981 Battisti riesce ad evadere e a fuggire in Francia. Per un anno vive da clandestino a Parigi dove conosce la sua futura moglie. Poi si trasferisce con la compagna in Messico dove nasce la sua prima figlia. Durante il soggiorno messicano i giudici italiani lo condannano in contumacia all'ergastolo per quattro omicidi. Battisti torna a Parigi dove, nel frattempo, sono andate a vivere la moglie e la figlia. Nella capitale francese, fa il portiere di uno stabile, ma frequenta la comunità di rifugiati italiani che lì vive grazie alla cosiddetta 'dottrina'. Inizia a scrivere romanzi noir. Resta in Francia fino al 2004 quando viene concessa l'estradizione. In agosto Battisti fugge e torna latitante.
Viene arrestato in Brasile il 18 marzo 2007, ma il leader dei Pac si rivolge allo Stato brasiliano e chiede lo status di rifugiato politico. Il 28 novembre 2008 il Comitato nazionale per i rifugiati del governo brasiliano, organo di prima istanza per le richieste di asilo politico, respinge la richiesta dell'ex terrorista. "Se torno in Italia mi ammazzano" avverte Battisti, dal carcere di Papuda, Brasilia, augurandosi che il ministro della giustizia brasiliano, Tarso Genro, "che ha vissuto sulla sua pelle gli effetti della repressione politica (durante la giunta militare al potere in Brasile dal 1964 al 1984) rigetti le argomentazioni del governo italiano". Pochi giorni dopo Genro gli concede lo status di rifugiato politico. La concessione dello status di rifugiato politico ha creato forti dissapori tra Italia e Brasile, tanto che il governo italiano, all'indomani della decisione di Genro, ha richiamato l'ambasciatore in segno di protesta.  Ma il Tribunale supremo federale (Stf) brasiliano, il 18 novembre, dichiara illegittimo lo status di rifugiato politico concesso dal governo. La pronuncia, 5 voti favorevoli e 4 contrari, è favorevole all'estradizione di Battisti in Italia, anche se lascia al presidente Luiz Inacio Lula da Silva la parola definitiva sulla sua effettiva esecuzione. Il 30 dicembre 2010, nell'ultimo giorno del suo mandato presidenziale, Lula decide di non concedere l'estradizione.
Della questione tuttavia fu investito il Tribunale supremo federale brasiliano, su sollecito della nuova presidente del Brasile Dilma Rousseff, che l'8 giugno 2011 negò l'estradizione, con la motivazione che avrebbe potuto subire "persecuzioni a causa delle sue idee". Battisti fu quindi scarcerato, dopo aver scontato la pena per ingresso illegale tramite documenti falsi, rimanendo in libertà fino al 12 marzo 2015, giorno in cui viene nuovamente arrestato dalle autorità brasiliane in seguito all'annullamento del permesso di soggiorno, ma viene rilasciato quasi subito. Nell'ottobre 2017 è di nuovo tratto in arresto al confine con la Bolivia, ma scarcerato poco dopo.
Nuovamente latitante dal dicembre 2018, dopo la revoca dello status di residente permanente e l'ordine di estradizione del presidente Michel Temer, il 12 gennaio 2019 viene arrestato a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, da una squadra dell'Interpol (team composto da Polizia italiana, Criminalpol e Antiterrorismo) e il 14 gennaio è trasferito in Italia nel carcere di Oristano, e successivamente nel carcere di Rossano dove sconterà l'ergastolo. Il 25 marzo 2019 ammette per la prima volta le proprie responsabilità per i crimini imputatigli: si dichiara infatti colpevole di tutti i reati per cui è stato condannato e chiede scusa ai familiari delle vittime. Nell'agosto 2020 anche l'ex presidente del Brasile, Lula, ha chiesto scusa ai familiari delle vittime sostenendo di aver sbagliato nel dare asilo politico a Battisti, scuse estese agli italiani in un'intervista televisiva nell'aprile del 2021.

mercoledì 23 luglio 2014

#Statue famose: ll #Cristo Redentore - Rio de Janiero - Brasile


imm. da wikipedia.org


Il Cristo Redentore  è una statua rappresentante Gesu Cristo.  La statua trova collocazione sulla cima della montagna del Corcovado, che si erge a 700 m s.l.m. a picco sulla città e sulla baia di Rio de Janeiro, è alta 38 metri, di cui 8 metri fanno parte del basamento. È uno dei monumenti più conosciuti al mondo.
La statua è un simbolo della città e del Brasile   e rappresenta il Cristo Redentore dell'umanità. È stato inserito nel 2007  fra le sette meraviglie del mondo moderno.  Ai piedi della statua è posta una targa messa dalla comunità italiana nel 1974   (in occasione del centenario della nascita di Guglielmo Marconi  ) per commemorare l'accensione delle lampade della statua tramite un impulso radio da Roma da parte dello scienziato italiano il 12 ottobre 1931


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