Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.
Il 16 dicembre 1773 ebbe luogo il cosiddetto "Boston Tea Party".
Il Boston Tea Party si svolse il 16 dicembre 1773 a Boston e influenzò tutte le colonie della costa del Nord Atlantico. Avvenne dopo che il governo britannico dimostrò la sua assoluta indisponibilità a rivedere le scelte legislative che interessavano le colonie americane. Infatti, il Boston Tea Party diede vita ai primi moti rivoluzionari contro l’Inghilterra da parte delle colonie americane.
I coloni che decisero di partecipare a questo atto di ribellione appartenevano ai Sons of Liberty, un gruppo nazionalista che non accettava l’imposizione inglese. Si travestirono da indiani e salirono a bordo delle navi attraccate al porto e che dovevano, dopo aver scaricato le casse di tè, salpare alla volta della Gran Bretagna. Una volta conquistate le navi iniziarono a rovesciare in mare le casse contenenti il tè, di qui il nome della rivolta.
Malgrado i conflitti con la madrepatria fossero nati alcuni anni prima a causa dell’inasprimento della tassazione sul caffè, sul vino, sullo zucchero (leggi emanate nel 1764) e su tutti gli atti che prevedevano l’utilizzo di carta affinché fossero validi (legge emanata nel 1765), in questo caso la rivolta scoppiò perché la corona decise di togliere i dazi sul tè per sfavorire il contrabbando che i coloni americani avevano sviluppato con gli olandesi. Il Tea Act, che aboliva i dazi di importazione, fu una decisione conseguente ai debiti che la Compagnia delle Indie Orientali aveva contratto a causa del fatto che i coloni non compravano più il tè importato dalla Compagnia. Il decreto attuativo fu emanato nel 1773.
Questa decisione, inizialmente, rese più difficile il rapporto fra le colonie americane e la Corona che sembrava a quest’ultime non comprendere le loro necessità, colpendoli nei loro interessi economici. D’altra parte la Compagnia delle Indie Orientali rappresentava diverse lobby economiche che esercitavano forti pressioni sul Parlamento inglese che non annoverava, al contrario, nessuna rappresentanza proveniente dalle colonie americane.
Naturalmente i più colpiti non erano i coloni che svolgevano professioni legali ma i contrabbandieri che però fomentarono le proteste facendo di un’erba un fascio e unendo questa decisione degli inglesi alle altre scelte legislative che invece colpivano la generalità dei cittadini americani.
Questi moti di ribellione indussero il governatore della città di Boston, Thomas Hutchinson, ad intervenire mandando le truppe, le quali chiusero il porto e imposero ai comandanti delle navi di scaricare il tè. A questo punto i coloni decisero di impedire le manovre di scarico gettando in mare le casse. Né l’Inghilterra né molte rappresentanze dei coloni americani desideravano la guerra o che questi scontri degenerassero ma la situazione tesa e che rendeva difficili le comunicazioni fra i due Paesi portò in seguito alla Guerra d’Indipendenza.
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lunedì 16 dicembre 2024
domenica 15 dicembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 dicembre.
Il 15 dicembre 1969 muore l'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitando dalla finestra al quarto piano dell'ufficio del Commissario Calabresi, che lo stava interrogando in merito alla strage di Piazza Fontana.
Giuseppe "Pino" Pinelli nasce a Milano il 21 ottobre del 1928, nel popolare quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare prima come garzone, poi come magazziniere. Nel 1944-1945 partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate partigiane Bruzzi-Malatesta, collaborando anche con un gruppo di partigiani anarchici. Affascinato dal pensiero libertario, dopo la fine della guerra Pinelli partecipa alla crescita del movimento anarchico a Milano. Nel frattempo, nel 1954 "Pino" vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto.
Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della gioventù Libertaria e due anni dopo è tra i fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" in viale Murillo. Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo ma il 1° maggio Pinelli inaugura un nuovo luogo di ritrovo anarchico in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal Ponte della Ghisolfa.
Il nuovo circolo dà il via ai primi comitati di base unitari, i famosi CUB, che segnano, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali, la prima ondata di sindacalismo diretto. "Pino" è quindi tra i promotori della riformazione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Pinelli si attiva per fondare un'ulteriore sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Insieme ad altri "compagni" inaugura così il circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese.
Quando, a seguito degli attentati del 25 aprile 1969 alla Stazione centrale e la Fiera di Milano, alcuni anarchici sono arrestati, Pinelli s'impegna per raccogliere cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere.
L'evento che cambierà la vita a Pinelli, anzi che metterà fine alla vita di "Pino", è la strage di piazza Fontana: il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, alle 16,37, scoppia una bomba che causa la morte di sedici persone e il ferimento di altre ottantotto. Nella stessa ora a Roma scoppiano altre bombe.
A seguito di questa strage, quella stessa notte, Pinelli, assieme ad altre ottantaquattro persone, è "prelevato" dal Circolo di via Scaldasole e "invitato" a seguire i poliziotti in Questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, Pinelli "vola" dalla finestra di una stanza dell'ufficio politico, al quarto piano della Questura.
Sin da subito, una parte dell'opinione pubblica avanza il sospetto che Pinelli sia stato assassinato, defenestrato dagli agenti della polizia. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio, ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.
La morte di Pinelli è una storia complicata, non a caso si parlerà di "Pino" come la diciassettesima vittima della strage di piazza Fontana. Molte sono le incongruenze che subito fanno pensare all'omicidio.
Ufficialmente, secondo le versioni date dalla Questura, Pinelli si sarebbe suicidato. Riferì il questore Marcello Guida nella conferenza stampa subito dopo la morte dell'anarchico: «Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto». Il gesto fu dovuto dal fatto che il suo alibi si era rivelato non vero (questa versione poi fu ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile).
Già è strano che la finestra fosse aperta, trattandosi di dicembre e di notte, come è inspiegabile che nessuno dei presenti (cinque o sei persone) non siano riuscite a bloccare l'anarchico, viste anche le dimensioni ridotte dell'ufficio. Ma l'evento più curioso è il tragitto della caduta di Pinelli.
Il primo "estraneo" che vide il corpo di Pinelli nel cortile della Questura fu Aldo Palumbo, cronista de "l'Unità". Palumbo si trovava in Questura quella notte e, mentre camminava sul piazzale, sentì un tonfo e poi altri due: era Pinelli che cadeva dalla finestra, sbattendo dapprima sul primo cornicione del muro, poi su quello sottostante ed infine sul suolo del cortile, per metà sul duro selciato e per metà su una aiuola. Il giornalista-testimone, a gennaio, trovò la sua abitazione messa a soqquadro e non si trattò di ladri, perché non fu rubato niente: ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato a Pinelli, oppure si trattò di un avvertimento?
La dinamica della caduta di Pinelli, stando alle versioni ufficiali, è quanto meno inspiegabile: è avvenuta quasi in verticale (quindi senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato); inoltre, pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi, anche istintivi, di proteggersi dalla caduta. Insomma, sembra proprio che Pinelli fosse privo di conoscenza durante il "volo". A supportare questa tesi, la presenza sul collo di una ecchimosi di cm 6x3, molto simile a quella prodotta da un colpo di karatè, e sicuramente precedente alla caduta. Le prove svolte con un manichino escluderanno pienamente la tesi del suicidio.
Anche l'ora contribuisce a gettare inquietanti interrogativi. Secondo qualche giornalista il fatto si verificò fra le 0,01 e le 0,04, altri affermano che l'orario è alle 0,03. La polizia affermò dapprima che l'anarchico cadde passata la mezzanotte, ma poi cambiò versione. Stabilire l'ora esatta è importante, perché dalla Questura partì una telefonata alla Croce Bianca di Milano alle 0,01: quindi, secondo qualche versione, prima che Pinelli cascasse dalla finestra.
Proviamo a fantasticare. Pinelli accusò un malore (per i metodi dell'interrogatorio, per le troppe sigarette a stomaco vuoto, per l'eventuale colpo di karatè). La prima reazione fu quella di richiedere l'intervento d'urgenza di un'ambulanza e che, l'aggravarsi o l'irrimediabilità del malore avesse provocato una situazione di panico e determinato quindi la messinscena del suicidio per precipitazione. Se così non fosse, allora gli orologi dovevano essere tutti non coincidenti e quindi non è possibile stabilire l'ora esatta del "volo" di Pinelli dalla finestra.
Gli agenti presenti all'interrogatorio forniranno nel tempo più versioni. L'ultima, fornita dopo che gli organi di stampa avevano messo in risalto la dinamica della caduta del ferroviere, sostenne che qualcuno era riuscito ad afferrare Pinelli, ma di non essere riuscito a trattenerlo, motivando così la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio. Nel tentativo di trattenere Pinelli, per impedirne la caduta, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere. Tuttavia, molti testimoni hanno affermato che quando Pinelli fu raccolto sul selciato indossava entrambe le scarpe.
Interessante è la testimonianza di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato assieme a Pinelli, che quella notte si trovava in una stanza vicina. Riferisce Valitutti: «saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate. [.] Qualcosa è successo in quella stanza. Dopo circa venti minuti ho sentito un rumore. Io non voglio fare retorica, era un rumore sordo, muto, cupo, io non sapevo cosa fosse, non sapevo proprio, neanche lontanamente avevo immaginato che cos'era quel rumore, e subito immediatamente vengono due poliziotti, mi mettono con la faccia contro la parete e mi dicono "si è buttato"; allora realizzo che quel rumore era il corpo di Pino che cadeva, che moriva, un rumore sordo, cupo, bruttissimo... e che nessuno è uscito da quella stanza fino a quel momento, nessuno».
La testimonianza dell'anarchico, apre un altro argomento di discussione: la presenza o meno del commissario Luigi Calabresi in quella stanza quella notte.
Ricordiamo che Calabresi fu ucciso il 17 maggio 1972 con due colpi sparati alla nuca. Dell'omicidio sono stati accusati (e condannati) quattro militanti di Lotta Continua, movimento extraparlamentare di orientamento comunista-rivoluzionario.
Proprio Lotta Continua si distinse per una campagna di stampa, attraverso il proprio giornale, contro Luigi Calabresi, identificandolo come maggior responsabile della morte di Pinelli. I militanti di questa formazione politica, a proposito del commissario Calabresi scrivevano sul giornale il 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...]. Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte [...]». Il 15 aprile del 1970, Luigi Calabresi querelò per "diffamazione continuata e aggravata" Pio Baldelli, direttore responsabile del quotidiano "Lotta Continua", che aveva promosso una sistematica campagna di denuncia, con articoli e vignette, attribuendo al commissario responsabilità precise circa la morte dell'anarchico.
L'inchiesta della magistratura, condotta dal giudice Gerardo D'Ambrosio, accertò l'assenza del commissario Calabresi nel momento della caduta di Pinelli. Scrisse il giudice nella sentenza: «L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli».
Sul corpo di Pinelli furono fatte delle autopsie, le quali appurarono che quella ecchimosi di cm 6x3 in realtà non era una lesione bulbare, ma "un'area grossolanamente ovolare" che si era prodotta come conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio.
Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che si concluse con una archiviazione il 3 maggio 1970: il procuratore Gaizzi archiviò il decesso di Giuseppe Pinelli come "morte accidentale".
A seguito di una nuova inchiesta, avviata dopo la denuncia fatta il 24 giugno del 1971 dalla vedova Pinelli, si pervenne alla stessa conclusione. Nell'ottobre del 1975, il giudice D'Ambrosio concluse, infatti, che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un "malore attivo", provocato dallo stress degli interrogatori, dalle troppe sigarette fumate a stomaco vuoto e dal freddo che proveniva dalla finestra aperta, che avrebbe provocato nell'anarchico un'alterazione del "centro di equilibrio", causando la caduta dalla finestra.
La magistratura non accolse la richiesta della vedova Pinelli di essere risarcita dal ministero degli Interni per la morte del marito e per le spese processuali.
Giuseppe Pinelli, dunque, sentendosi male, invece di accasciarsi sul pavimento come ogni altro essere mortale, con un balzo inconsulto e involontario si ritrovò invece a scavalcare una finestra di 97 centimetri, spalancando al contempo, quasi in volo, le imposte socchiuse. Di colpo tutte le più elementari leggi della medicina legale e della fisica decadono per far spazio alla tesi del "malore attivo", così attivo da permettere all'anarchico di volare "a piombo" giù da una finestra.
La storia di Pinelli, seppur conclusa per la magistratura, resta un punto interrogativo che inquieta e che puntualmente ricompare ogni anno nelle celebrazioni degli anniversari della strage di piazza Fontana.
In ambienti anarchici a tutt'oggi la figura di Pinelli è presa a simbolo dell'opposizione al potere costituito e in particolare al potere poliziesco.
A maggio del 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel "Giorno della Memoria", ha voluto far incontrare la vedova dell'anarchico Pinelli, Licia Rognini, e quella del commissario Calabresi, Gemma Capra, le quali si sono strette le mani in segno di riappacificazione.
Il Presidente Napolitano ha voluto così accomunare «nel rispetto e nell'omaggio i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza», ricordando la «figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un'improvvisa, assurda fine».
La più alta carica dello Stato ha poi ha precisato: «Qui non si vuole rimettere in questione un processo, qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei diciassette che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendola alla rimozione e all'oblio».
Della storia dell'anarchico Giuseppe "Pino" Pinelli restano, oltre alle parole della magistratura, anche quelle della vedova. Parole pesanti, che come un macigno appesantiscono ancora più le vicende della cosiddetta "strategia della tensione": «Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo. Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l'opinione pubblica ha cominciato a capire».
Il 15 dicembre 1969 muore l'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitando dalla finestra al quarto piano dell'ufficio del Commissario Calabresi, che lo stava interrogando in merito alla strage di Piazza Fontana.
Giuseppe "Pino" Pinelli nasce a Milano il 21 ottobre del 1928, nel popolare quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare prima come garzone, poi come magazziniere. Nel 1944-1945 partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate partigiane Bruzzi-Malatesta, collaborando anche con un gruppo di partigiani anarchici. Affascinato dal pensiero libertario, dopo la fine della guerra Pinelli partecipa alla crescita del movimento anarchico a Milano. Nel frattempo, nel 1954 "Pino" vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto.
Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della gioventù Libertaria e due anni dopo è tra i fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" in viale Murillo. Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo ma il 1° maggio Pinelli inaugura un nuovo luogo di ritrovo anarchico in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal Ponte della Ghisolfa.
Il nuovo circolo dà il via ai primi comitati di base unitari, i famosi CUB, che segnano, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali, la prima ondata di sindacalismo diretto. "Pino" è quindi tra i promotori della riformazione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Pinelli si attiva per fondare un'ulteriore sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Insieme ad altri "compagni" inaugura così il circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese.
Quando, a seguito degli attentati del 25 aprile 1969 alla Stazione centrale e la Fiera di Milano, alcuni anarchici sono arrestati, Pinelli s'impegna per raccogliere cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere.
L'evento che cambierà la vita a Pinelli, anzi che metterà fine alla vita di "Pino", è la strage di piazza Fontana: il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, alle 16,37, scoppia una bomba che causa la morte di sedici persone e il ferimento di altre ottantotto. Nella stessa ora a Roma scoppiano altre bombe.
A seguito di questa strage, quella stessa notte, Pinelli, assieme ad altre ottantaquattro persone, è "prelevato" dal Circolo di via Scaldasole e "invitato" a seguire i poliziotti in Questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, Pinelli "vola" dalla finestra di una stanza dell'ufficio politico, al quarto piano della Questura.
Sin da subito, una parte dell'opinione pubblica avanza il sospetto che Pinelli sia stato assassinato, defenestrato dagli agenti della polizia. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio, ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.
La morte di Pinelli è una storia complicata, non a caso si parlerà di "Pino" come la diciassettesima vittima della strage di piazza Fontana. Molte sono le incongruenze che subito fanno pensare all'omicidio.
Ufficialmente, secondo le versioni date dalla Questura, Pinelli si sarebbe suicidato. Riferì il questore Marcello Guida nella conferenza stampa subito dopo la morte dell'anarchico: «Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto». Il gesto fu dovuto dal fatto che il suo alibi si era rivelato non vero (questa versione poi fu ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile).
Già è strano che la finestra fosse aperta, trattandosi di dicembre e di notte, come è inspiegabile che nessuno dei presenti (cinque o sei persone) non siano riuscite a bloccare l'anarchico, viste anche le dimensioni ridotte dell'ufficio. Ma l'evento più curioso è il tragitto della caduta di Pinelli.
Il primo "estraneo" che vide il corpo di Pinelli nel cortile della Questura fu Aldo Palumbo, cronista de "l'Unità". Palumbo si trovava in Questura quella notte e, mentre camminava sul piazzale, sentì un tonfo e poi altri due: era Pinelli che cadeva dalla finestra, sbattendo dapprima sul primo cornicione del muro, poi su quello sottostante ed infine sul suolo del cortile, per metà sul duro selciato e per metà su una aiuola. Il giornalista-testimone, a gennaio, trovò la sua abitazione messa a soqquadro e non si trattò di ladri, perché non fu rubato niente: ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato a Pinelli, oppure si trattò di un avvertimento?
La dinamica della caduta di Pinelli, stando alle versioni ufficiali, è quanto meno inspiegabile: è avvenuta quasi in verticale (quindi senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato); inoltre, pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi, anche istintivi, di proteggersi dalla caduta. Insomma, sembra proprio che Pinelli fosse privo di conoscenza durante il "volo". A supportare questa tesi, la presenza sul collo di una ecchimosi di cm 6x3, molto simile a quella prodotta da un colpo di karatè, e sicuramente precedente alla caduta. Le prove svolte con un manichino escluderanno pienamente la tesi del suicidio.
Anche l'ora contribuisce a gettare inquietanti interrogativi. Secondo qualche giornalista il fatto si verificò fra le 0,01 e le 0,04, altri affermano che l'orario è alle 0,03. La polizia affermò dapprima che l'anarchico cadde passata la mezzanotte, ma poi cambiò versione. Stabilire l'ora esatta è importante, perché dalla Questura partì una telefonata alla Croce Bianca di Milano alle 0,01: quindi, secondo qualche versione, prima che Pinelli cascasse dalla finestra.
Proviamo a fantasticare. Pinelli accusò un malore (per i metodi dell'interrogatorio, per le troppe sigarette a stomaco vuoto, per l'eventuale colpo di karatè). La prima reazione fu quella di richiedere l'intervento d'urgenza di un'ambulanza e che, l'aggravarsi o l'irrimediabilità del malore avesse provocato una situazione di panico e determinato quindi la messinscena del suicidio per precipitazione. Se così non fosse, allora gli orologi dovevano essere tutti non coincidenti e quindi non è possibile stabilire l'ora esatta del "volo" di Pinelli dalla finestra.
Gli agenti presenti all'interrogatorio forniranno nel tempo più versioni. L'ultima, fornita dopo che gli organi di stampa avevano messo in risalto la dinamica della caduta del ferroviere, sostenne che qualcuno era riuscito ad afferrare Pinelli, ma di non essere riuscito a trattenerlo, motivando così la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio. Nel tentativo di trattenere Pinelli, per impedirne la caduta, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere. Tuttavia, molti testimoni hanno affermato che quando Pinelli fu raccolto sul selciato indossava entrambe le scarpe.
Interessante è la testimonianza di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato assieme a Pinelli, che quella notte si trovava in una stanza vicina. Riferisce Valitutti: «saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate. [.] Qualcosa è successo in quella stanza. Dopo circa venti minuti ho sentito un rumore. Io non voglio fare retorica, era un rumore sordo, muto, cupo, io non sapevo cosa fosse, non sapevo proprio, neanche lontanamente avevo immaginato che cos'era quel rumore, e subito immediatamente vengono due poliziotti, mi mettono con la faccia contro la parete e mi dicono "si è buttato"; allora realizzo che quel rumore era il corpo di Pino che cadeva, che moriva, un rumore sordo, cupo, bruttissimo... e che nessuno è uscito da quella stanza fino a quel momento, nessuno».
La testimonianza dell'anarchico, apre un altro argomento di discussione: la presenza o meno del commissario Luigi Calabresi in quella stanza quella notte.
Ricordiamo che Calabresi fu ucciso il 17 maggio 1972 con due colpi sparati alla nuca. Dell'omicidio sono stati accusati (e condannati) quattro militanti di Lotta Continua, movimento extraparlamentare di orientamento comunista-rivoluzionario.
Proprio Lotta Continua si distinse per una campagna di stampa, attraverso il proprio giornale, contro Luigi Calabresi, identificandolo come maggior responsabile della morte di Pinelli. I militanti di questa formazione politica, a proposito del commissario Calabresi scrivevano sul giornale il 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...]. Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte [...]». Il 15 aprile del 1970, Luigi Calabresi querelò per "diffamazione continuata e aggravata" Pio Baldelli, direttore responsabile del quotidiano "Lotta Continua", che aveva promosso una sistematica campagna di denuncia, con articoli e vignette, attribuendo al commissario responsabilità precise circa la morte dell'anarchico.
L'inchiesta della magistratura, condotta dal giudice Gerardo D'Ambrosio, accertò l'assenza del commissario Calabresi nel momento della caduta di Pinelli. Scrisse il giudice nella sentenza: «L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli».
Sul corpo di Pinelli furono fatte delle autopsie, le quali appurarono che quella ecchimosi di cm 6x3 in realtà non era una lesione bulbare, ma "un'area grossolanamente ovolare" che si era prodotta come conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio.
Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che si concluse con una archiviazione il 3 maggio 1970: il procuratore Gaizzi archiviò il decesso di Giuseppe Pinelli come "morte accidentale".
A seguito di una nuova inchiesta, avviata dopo la denuncia fatta il 24 giugno del 1971 dalla vedova Pinelli, si pervenne alla stessa conclusione. Nell'ottobre del 1975, il giudice D'Ambrosio concluse, infatti, che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un "malore attivo", provocato dallo stress degli interrogatori, dalle troppe sigarette fumate a stomaco vuoto e dal freddo che proveniva dalla finestra aperta, che avrebbe provocato nell'anarchico un'alterazione del "centro di equilibrio", causando la caduta dalla finestra.
La magistratura non accolse la richiesta della vedova Pinelli di essere risarcita dal ministero degli Interni per la morte del marito e per le spese processuali.
Giuseppe Pinelli, dunque, sentendosi male, invece di accasciarsi sul pavimento come ogni altro essere mortale, con un balzo inconsulto e involontario si ritrovò invece a scavalcare una finestra di 97 centimetri, spalancando al contempo, quasi in volo, le imposte socchiuse. Di colpo tutte le più elementari leggi della medicina legale e della fisica decadono per far spazio alla tesi del "malore attivo", così attivo da permettere all'anarchico di volare "a piombo" giù da una finestra.
La storia di Pinelli, seppur conclusa per la magistratura, resta un punto interrogativo che inquieta e che puntualmente ricompare ogni anno nelle celebrazioni degli anniversari della strage di piazza Fontana.
In ambienti anarchici a tutt'oggi la figura di Pinelli è presa a simbolo dell'opposizione al potere costituito e in particolare al potere poliziesco.
A maggio del 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel "Giorno della Memoria", ha voluto far incontrare la vedova dell'anarchico Pinelli, Licia Rognini, e quella del commissario Calabresi, Gemma Capra, le quali si sono strette le mani in segno di riappacificazione.
Il Presidente Napolitano ha voluto così accomunare «nel rispetto e nell'omaggio i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza», ricordando la «figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un'improvvisa, assurda fine».
La più alta carica dello Stato ha poi ha precisato: «Qui non si vuole rimettere in questione un processo, qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei diciassette che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendola alla rimozione e all'oblio».
Della storia dell'anarchico Giuseppe "Pino" Pinelli restano, oltre alle parole della magistratura, anche quelle della vedova. Parole pesanti, che come un macigno appesantiscono ancora più le vicende della cosiddetta "strategia della tensione": «Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo. Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l'opinione pubblica ha cominciato a capire».
Licia Rognini, vedova Pinelli, è deceduta l'11 novembre 2024 all'età di 96 anni.
sabato 14 dicembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.
Il 14 dicembre 1825 scoppia l’insurrezione decabrista in Russia.
Con il termine decabristi (dal nome russo декабристы, dekabristy, da декабрь, dekabr’, che significa “dicembre”) si intende indicare in senso lato tutti i membri delle società segrete (persone che appartenevano comunque alla nobiltà e alla borghesia del tempo) che prepararono il moto di rivolta nel dicembre del 1825, detto appunto moto decabrista, e che ebbe il suo fulcro nell’allora capitale San Pietroburgo.
L’insurrezione decabrista (in russo: Восстание декабристов) si svolse il 14 dicembre (il 26 secondo il calendario gregoriano) 1825 nella Russia imperiale. Alcuni ufficiali dell’esercito imperiale appartenenti a società segrete, guidarono circa 3000 soldati in un tentativo di rivoluzione per attuare in Russia una economia liberale, e disfarsi dell’assolutismo nel quale l’Impero era costretto fino a quel momento, lottando anche contro lo stato di polizia e la censura.
Questa rivolta ebbe luogo nella piazza del Senato di San Pietroburgo: piazza che, nel 1925, per ricordare il centenario dall’evento, venne rinominata con il nome di piazza dei Decabristi, in russo: Площадь Декабристов,Ploščad Dekabristov, così come l’isola dei Decabristi.
La rivolta venne sedata dallo zar Nicola I di Russia in persona, che era già a conoscenza del fatto che le truppe si stavano ammassando nella piazza. Le sue guardie erano già preparate a circondare i ribelli, dato anche il dilettantismo e l’approssimazione con cui le operazioni erano state preparate ed organizzate. I principali organizzatori vennero impiccati, molti degradati dal loro ruolo nell’esercito, circa 600 persone furono esiliate e condannate ai lavori forzati in Siberia e zone limitrofe, dove portarono la cultura e il progresso educativo in una regione a quei tempi relativamente arretrata, e dove ancor'oggi sono molto stimati e godono di alta reputazione.
La loro condizione di deportati, così come quella degli appartenenti ai gruppi rivoluzionari russi nichilisti e socialisti, fu magistralmente descritta dal romanzo Resurrezione scritto da Lev Tolstoj. Maggiore rappresentante intellettuale del movimento fu il poeta Aleksandr Puškin. Tuttavia, è significativo che pur essendo molto vicino ai capi delle organizzazioni decabriste e pur aspirando ad entrare in una delle organizzazioni, non fu accolto in nessuna branca di esse.
Il movimento decabrista fu il primo movimento rivoluzionario pienamente cosciente della storia, il cui programma sociale arrivò fino a richiedere l’abolizione della servitù della gleba, mentre politicamente la fondazione di uno stato repubblicano o almeno una costituzione; erano idee e concetti liberali e socialisti che s’erano venuti costruendo fino dall’inizio del XIX secolo, inizialmente solo in società segrete e gruppi ristretti. Ruolo molto importante in questo sviluppo lo avevano avuto gli ufficiali napoleonici arrivati in Russia durante le guerre rivoluzionarie francesi, durante le quali anche molti ufficiali russi erano stati impegnati nelle campagne in Europa occidentale.
Il 14 dicembre 1825 scoppia l’insurrezione decabrista in Russia.
Con il termine decabristi (dal nome russo декабристы, dekabristy, da декабрь, dekabr’, che significa “dicembre”) si intende indicare in senso lato tutti i membri delle società segrete (persone che appartenevano comunque alla nobiltà e alla borghesia del tempo) che prepararono il moto di rivolta nel dicembre del 1825, detto appunto moto decabrista, e che ebbe il suo fulcro nell’allora capitale San Pietroburgo.
L’insurrezione decabrista (in russo: Восстание декабристов) si svolse il 14 dicembre (il 26 secondo il calendario gregoriano) 1825 nella Russia imperiale. Alcuni ufficiali dell’esercito imperiale appartenenti a società segrete, guidarono circa 3000 soldati in un tentativo di rivoluzione per attuare in Russia una economia liberale, e disfarsi dell’assolutismo nel quale l’Impero era costretto fino a quel momento, lottando anche contro lo stato di polizia e la censura.
Questa rivolta ebbe luogo nella piazza del Senato di San Pietroburgo: piazza che, nel 1925, per ricordare il centenario dall’evento, venne rinominata con il nome di piazza dei Decabristi, in russo: Площадь Декабристов,Ploščad Dekabristov, così come l’isola dei Decabristi.
La rivolta venne sedata dallo zar Nicola I di Russia in persona, che era già a conoscenza del fatto che le truppe si stavano ammassando nella piazza. Le sue guardie erano già preparate a circondare i ribelli, dato anche il dilettantismo e l’approssimazione con cui le operazioni erano state preparate ed organizzate. I principali organizzatori vennero impiccati, molti degradati dal loro ruolo nell’esercito, circa 600 persone furono esiliate e condannate ai lavori forzati in Siberia e zone limitrofe, dove portarono la cultura e il progresso educativo in una regione a quei tempi relativamente arretrata, e dove ancor'oggi sono molto stimati e godono di alta reputazione.
La loro condizione di deportati, così come quella degli appartenenti ai gruppi rivoluzionari russi nichilisti e socialisti, fu magistralmente descritta dal romanzo Resurrezione scritto da Lev Tolstoj. Maggiore rappresentante intellettuale del movimento fu il poeta Aleksandr Puškin. Tuttavia, è significativo che pur essendo molto vicino ai capi delle organizzazioni decabriste e pur aspirando ad entrare in una delle organizzazioni, non fu accolto in nessuna branca di esse.
Il movimento decabrista fu il primo movimento rivoluzionario pienamente cosciente della storia, il cui programma sociale arrivò fino a richiedere l’abolizione della servitù della gleba, mentre politicamente la fondazione di uno stato repubblicano o almeno una costituzione; erano idee e concetti liberali e socialisti che s’erano venuti costruendo fino dall’inizio del XIX secolo, inizialmente solo in società segrete e gruppi ristretti. Ruolo molto importante in questo sviluppo lo avevano avuto gli ufficiali napoleonici arrivati in Russia durante le guerre rivoluzionarie francesi, durante le quali anche molti ufficiali russi erano stati impegnati nelle campagne in Europa occidentale.
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