Il 23 agosto 1927 alle ore 00.27 (ora di Boston) Nicola Sacco e 7 minuti dopo Bartolomeo Vanzetti venivano giustiziati dallo stato del Massachusetts per l'omicidio di due persone.
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domenica 23 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 23 agosto 1927 alle ore 00.27 (ora di Boston) Nicola Sacco e 7 minuti dopo Bartolomeo Vanzetti venivano giustiziati dallo stato del Massachusetts per l'omicidio di due persone.
martedì 11 febbraio 2025
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Buongiorno, oggi è l'11 febbraio.
L'11 febbraio 1916 Emma Goldman viene arrestata per aver tenuto alle donne una lezione sul controllo delle nascite.
Ci sono voci che si ergono più delle altre. Le loro parole sono strumenti che spronano le folle e le spingono laddove nessuno era stato mai prima di allora. Queste voci instillano odio e timore perché nulla è più potente degli ideali ed è per questo che piccoli uomini tentano di sopprimerle prima che penetrino nella mente dei sognatori. Emma Goldman ha plasmato i cuori di una generazione ed è stata degna rappresentante di quella schiera di anime che con le loro parole hanno segnato i destini di un'epoca.
Emma Goldman nasce in Lituania ma si trasferisce a San Pietroburgo negli anni dell'adolescenza. La sua famiglia è ebrea e risente del razzismo imperante in quel periodo. Non è però la Russia la terra di concime per la sua mente. A quindici anni infatti si trasferisce negli Stati Uniti d'America, laddove tutto inizia.
Non si sa cosa le abbia fatto scattare la molla del femminismo e quella dell'anarchia; forse la rigida educazione patriarcale del padre o forse un episodio che avvenne durante la sua adolescenza: l'impiccagione di cinque rivoluzionari che non avevano alcuna colpa se non quella di difendere i diritti di lavoratori sfruttati e sottopagati. Fatto sta che la Goldman cresce in uno spirito di rivolta anarchica e femminista con il solo obiettivo di combattere il potere pressante del capitalismo e del maschilismo.
La sua crescita morale avviene quando incontra Johann Most e Alexander Berkman, quest'ultimo suo compagno di ideali e di vita.
La frequentazione degli ambienti anarchici e la lettura di testi ribelli ne affinano la dialettica. Most la spinge a tenere conferenze in pubblico, inizialmente in russo e tedesco.
Ben presto Emma Goldman si allontana da Most e dal suo gruppo a causa di un evento significativo. Avviene nel 1892 un omicidio ad opera di Berkman. Le ragioni sono semplici e legate allo spirito anticapitalista della coppia. Un proprietario di fabbriche, Henry Clay Frick, ha deciso di ridurre tutti i salari in barba a qualsiasi sindacato e di licenziare gli operai qualora non si fossero sottomessi alla sua politica. Non bastano né gli scioperi né la stampa a fargli cambiare idea e non ci riesce nemmeno Berkman quando gli spara nel suo ufficio riducendolo in fin di vita.
Il giovane compagno della Goldman, al tempo solo ventunenne, viene arrestato e condannato. Il fatto divide l'opinione pubblica e politica tra chi osanna il coraggio e la concretezza del giovane contro il tiranno, chi ne condanna l'atto e chi rimane in una sorta di limbo, deciso a non prenderne le parti. Quest'ultimo era il caso di Most. Uno sgarbo troppo grande per Emma Goldman che decide così di troncare i rapporti.
Nel frattempo la sua dialettica migliora sempre di più. Emma presiede ai più grandi comizi del tempo grazie alla sua capacità di fomentare le folle e sostenere la lotta al regime capitalista. E' proprio per questo che il suo nome comincia a girare tra la polizia, impaurita dalla sua autorità. Ciò culmina con il suo arresto nel 1894 per "incitamento alla sovversione".
Rimane in carcere per un solo anno. Alla sua uscita non è più Emma ma "Red Emma" così come la chiamano i giornali, sempre più interessati alle sue vicende rocambolesche.
Nel 1906 Alexander Berkman esce di galera e finalmente insieme la coppia rafforza il proprio status, procedendo instancabile verso la propria lotta. Cominciano a pubblicare il giornale anarchico Mother Earth e a partecipare ai diversi comizi politici del tempo.
Ma è con la Prima Guerra Mondiale che la loro battaglia si indirizza con disprezzo e diniego verso il militarismo. Formano la Lega Anti-coscrizione e spingono i giovani chiamati in battaglia a disertare. E' la goccia che fa traboccare il vaso. Il governo americano - grazie al lavoro e alla pressione di J. Edgar Hoover - decide di arrestarli ed espellerli dal Paese. La Russia è la nuova meta della coppia.
Questa terra era vista come un miraggio socialista dagli americani, ma la realtà è molto lontana. Red Emma deve fare i conti con la verità. Ovvero che Lenin ha in atto un'aspra battaglia contro gli anarchici, arrestandone i principali esponenti. La rivoluzione sopravviveva ma non era viva.
Ciò spinge la coppia a lasciare la Russia, volando di città in città, battaglia dopo battaglia, alla ricerca di quella scintilla di vita capace di temprare le loro idee. Emma Goldman, in particolare, si avvicina alle idee femministe quando ancora non esiste un vero e proprio movimento. Di fatto la si può definire precorritrice dei tempi, grazie alla sua lotta per l'emancipazione femminile, in particolar modo sul tema del controllo delle nascite.
Emma Goldman sosta in diverse città (Stoccolma, Monaco, Londra, Barcellona) e in ognuna di esse lascia un pezzo di sé. Diventa un simbolo per la lotta. Partecipa ad ogni comizio anarchico per far valere ancora una volta la propria voce. La polizia continua ad arrestarla ma le parole sono più forti, più tenaci di qualsiasi reclusione.
L'anarchica riesce anche a trovare il tempo per dedicarsi alla sua autobiografia "Vivendo la mia vita", divisa in quattro volumi. Si tratta di uno scritto onesto, passionale e sincero. Un libro che rappresenta pienamente la Goldman, fiera, donna e combattente.
Risulta impossibile descrivere le sue gesta in poche righe, né rappresentare il suo spirito con l'ausilio del linguaggio. Emma Goldman è un concetto inspiegabile: ogni spiegazione ne riduce l'intensità.
Per inquadrare la sua persona basti pensare che muore durante un suo comizio, in preda a un discorso sentito e intenso, a Toronto, in Canada. E' il 14 maggio 1940 quando si spegne, poche settimane prima di compiere 71 anni. Ed è proprio il Canada la terra che ne ospita le spoglie.
domenica 15 dicembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 dicembre 1969 muore l'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitando dalla finestra al quarto piano dell'ufficio del Commissario Calabresi, che lo stava interrogando in merito alla strage di Piazza Fontana.
Giuseppe "Pino" Pinelli nasce a Milano il 21 ottobre del 1928, nel popolare quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare prima come garzone, poi come magazziniere. Nel 1944-1945 partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate partigiane Bruzzi-Malatesta, collaborando anche con un gruppo di partigiani anarchici. Affascinato dal pensiero libertario, dopo la fine della guerra Pinelli partecipa alla crescita del movimento anarchico a Milano. Nel frattempo, nel 1954 "Pino" vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto.
Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della gioventù Libertaria e due anni dopo è tra i fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" in viale Murillo. Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo ma il 1° maggio Pinelli inaugura un nuovo luogo di ritrovo anarchico in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal Ponte della Ghisolfa.
Il nuovo circolo dà il via ai primi comitati di base unitari, i famosi CUB, che segnano, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali, la prima ondata di sindacalismo diretto. "Pino" è quindi tra i promotori della riformazione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Pinelli si attiva per fondare un'ulteriore sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Insieme ad altri "compagni" inaugura così il circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese.
Quando, a seguito degli attentati del 25 aprile 1969 alla Stazione centrale e la Fiera di Milano, alcuni anarchici sono arrestati, Pinelli s'impegna per raccogliere cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere.
L'evento che cambierà la vita a Pinelli, anzi che metterà fine alla vita di "Pino", è la strage di piazza Fontana: il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, alle 16,37, scoppia una bomba che causa la morte di sedici persone e il ferimento di altre ottantotto. Nella stessa ora a Roma scoppiano altre bombe.
A seguito di questa strage, quella stessa notte, Pinelli, assieme ad altre ottantaquattro persone, è "prelevato" dal Circolo di via Scaldasole e "invitato" a seguire i poliziotti in Questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, Pinelli "vola" dalla finestra di una stanza dell'ufficio politico, al quarto piano della Questura.
Sin da subito, una parte dell'opinione pubblica avanza il sospetto che Pinelli sia stato assassinato, defenestrato dagli agenti della polizia. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio, ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.
La morte di Pinelli è una storia complicata, non a caso si parlerà di "Pino" come la diciassettesima vittima della strage di piazza Fontana. Molte sono le incongruenze che subito fanno pensare all'omicidio.
Ufficialmente, secondo le versioni date dalla Questura, Pinelli si sarebbe suicidato. Riferì il questore Marcello Guida nella conferenza stampa subito dopo la morte dell'anarchico: «Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto». Il gesto fu dovuto dal fatto che il suo alibi si era rivelato non vero (questa versione poi fu ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile).
Già è strano che la finestra fosse aperta, trattandosi di dicembre e di notte, come è inspiegabile che nessuno dei presenti (cinque o sei persone) non siano riuscite a bloccare l'anarchico, viste anche le dimensioni ridotte dell'ufficio. Ma l'evento più curioso è il tragitto della caduta di Pinelli.
Il primo "estraneo" che vide il corpo di Pinelli nel cortile della Questura fu Aldo Palumbo, cronista de "l'Unità". Palumbo si trovava in Questura quella notte e, mentre camminava sul piazzale, sentì un tonfo e poi altri due: era Pinelli che cadeva dalla finestra, sbattendo dapprima sul primo cornicione del muro, poi su quello sottostante ed infine sul suolo del cortile, per metà sul duro selciato e per metà su una aiuola. Il giornalista-testimone, a gennaio, trovò la sua abitazione messa a soqquadro e non si trattò di ladri, perché non fu rubato niente: ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato a Pinelli, oppure si trattò di un avvertimento?
La dinamica della caduta di Pinelli, stando alle versioni ufficiali, è quanto meno inspiegabile: è avvenuta quasi in verticale (quindi senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato); inoltre, pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi, anche istintivi, di proteggersi dalla caduta. Insomma, sembra proprio che Pinelli fosse privo di conoscenza durante il "volo". A supportare questa tesi, la presenza sul collo di una ecchimosi di cm 6x3, molto simile a quella prodotta da un colpo di karatè, e sicuramente precedente alla caduta. Le prove svolte con un manichino escluderanno pienamente la tesi del suicidio.
Anche l'ora contribuisce a gettare inquietanti interrogativi. Secondo qualche giornalista il fatto si verificò fra le 0,01 e le 0,04, altri affermano che l'orario è alle 0,03. La polizia affermò dapprima che l'anarchico cadde passata la mezzanotte, ma poi cambiò versione. Stabilire l'ora esatta è importante, perché dalla Questura partì una telefonata alla Croce Bianca di Milano alle 0,01: quindi, secondo qualche versione, prima che Pinelli cascasse dalla finestra.
Proviamo a fantasticare. Pinelli accusò un malore (per i metodi dell'interrogatorio, per le troppe sigarette a stomaco vuoto, per l'eventuale colpo di karatè). La prima reazione fu quella di richiedere l'intervento d'urgenza di un'ambulanza e che, l'aggravarsi o l'irrimediabilità del malore avesse provocato una situazione di panico e determinato quindi la messinscena del suicidio per precipitazione. Se così non fosse, allora gli orologi dovevano essere tutti non coincidenti e quindi non è possibile stabilire l'ora esatta del "volo" di Pinelli dalla finestra.
Gli agenti presenti all'interrogatorio forniranno nel tempo più versioni. L'ultima, fornita dopo che gli organi di stampa avevano messo in risalto la dinamica della caduta del ferroviere, sostenne che qualcuno era riuscito ad afferrare Pinelli, ma di non essere riuscito a trattenerlo, motivando così la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio. Nel tentativo di trattenere Pinelli, per impedirne la caduta, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere. Tuttavia, molti testimoni hanno affermato che quando Pinelli fu raccolto sul selciato indossava entrambe le scarpe.
Interessante è la testimonianza di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato assieme a Pinelli, che quella notte si trovava in una stanza vicina. Riferisce Valitutti: «saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate. [.] Qualcosa è successo in quella stanza. Dopo circa venti minuti ho sentito un rumore. Io non voglio fare retorica, era un rumore sordo, muto, cupo, io non sapevo cosa fosse, non sapevo proprio, neanche lontanamente avevo immaginato che cos'era quel rumore, e subito immediatamente vengono due poliziotti, mi mettono con la faccia contro la parete e mi dicono "si è buttato"; allora realizzo che quel rumore era il corpo di Pino che cadeva, che moriva, un rumore sordo, cupo, bruttissimo... e che nessuno è uscito da quella stanza fino a quel momento, nessuno».
La testimonianza dell'anarchico, apre un altro argomento di discussione: la presenza o meno del commissario Luigi Calabresi in quella stanza quella notte.
Ricordiamo che Calabresi fu ucciso il 17 maggio 1972 con due colpi sparati alla nuca. Dell'omicidio sono stati accusati (e condannati) quattro militanti di Lotta Continua, movimento extraparlamentare di orientamento comunista-rivoluzionario.
Proprio Lotta Continua si distinse per una campagna di stampa, attraverso il proprio giornale, contro Luigi Calabresi, identificandolo come maggior responsabile della morte di Pinelli. I militanti di questa formazione politica, a proposito del commissario Calabresi scrivevano sul giornale il 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...]. Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte [...]». Il 15 aprile del 1970, Luigi Calabresi querelò per "diffamazione continuata e aggravata" Pio Baldelli, direttore responsabile del quotidiano "Lotta Continua", che aveva promosso una sistematica campagna di denuncia, con articoli e vignette, attribuendo al commissario responsabilità precise circa la morte dell'anarchico.
L'inchiesta della magistratura, condotta dal giudice Gerardo D'Ambrosio, accertò l'assenza del commissario Calabresi nel momento della caduta di Pinelli. Scrisse il giudice nella sentenza: «L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli».
Sul corpo di Pinelli furono fatte delle autopsie, le quali appurarono che quella ecchimosi di cm 6x3 in realtà non era una lesione bulbare, ma "un'area grossolanamente ovolare" che si era prodotta come conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio.
Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che si concluse con una archiviazione il 3 maggio 1970: il procuratore Gaizzi archiviò il decesso di Giuseppe Pinelli come "morte accidentale".
A seguito di una nuova inchiesta, avviata dopo la denuncia fatta il 24 giugno del 1971 dalla vedova Pinelli, si pervenne alla stessa conclusione. Nell'ottobre del 1975, il giudice D'Ambrosio concluse, infatti, che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un "malore attivo", provocato dallo stress degli interrogatori, dalle troppe sigarette fumate a stomaco vuoto e dal freddo che proveniva dalla finestra aperta, che avrebbe provocato nell'anarchico un'alterazione del "centro di equilibrio", causando la caduta dalla finestra.
La magistratura non accolse la richiesta della vedova Pinelli di essere risarcita dal ministero degli Interni per la morte del marito e per le spese processuali.
Giuseppe Pinelli, dunque, sentendosi male, invece di accasciarsi sul pavimento come ogni altro essere mortale, con un balzo inconsulto e involontario si ritrovò invece a scavalcare una finestra di 97 centimetri, spalancando al contempo, quasi in volo, le imposte socchiuse. Di colpo tutte le più elementari leggi della medicina legale e della fisica decadono per far spazio alla tesi del "malore attivo", così attivo da permettere all'anarchico di volare "a piombo" giù da una finestra.
La storia di Pinelli, seppur conclusa per la magistratura, resta un punto interrogativo che inquieta e che puntualmente ricompare ogni anno nelle celebrazioni degli anniversari della strage di piazza Fontana.
In ambienti anarchici a tutt'oggi la figura di Pinelli è presa a simbolo dell'opposizione al potere costituito e in particolare al potere poliziesco.
A maggio del 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel "Giorno della Memoria", ha voluto far incontrare la vedova dell'anarchico Pinelli, Licia Rognini, e quella del commissario Calabresi, Gemma Capra, le quali si sono strette le mani in segno di riappacificazione.
Il Presidente Napolitano ha voluto così accomunare «nel rispetto e nell'omaggio i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza», ricordando la «figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un'improvvisa, assurda fine».
La più alta carica dello Stato ha poi ha precisato: «Qui non si vuole rimettere in questione un processo, qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei diciassette che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendola alla rimozione e all'oblio».
Della storia dell'anarchico Giuseppe "Pino" Pinelli restano, oltre alle parole della magistratura, anche quelle della vedova. Parole pesanti, che come un macigno appesantiscono ancora più le vicende della cosiddetta "strategia della tensione": «Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo. Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l'opinione pubblica ha cominciato a capire».
giovedì 5 maggio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 5 maggio 1972 a Pisa l'anarchico Franco Serantini, 20 anni, viene pestato furiosamente e in seguito arrestato dalla polizia perchè insieme ad altri esponenti di Lotta Continua cercava di impedire il comizio elettorale di un esponente del MSI. Morirà in carcere 2 giorni dopo.
Franco Serantini nasce a Cagliari il 16 luglio 1951. Abbandonato al brefotrofio, vi rimane due anni. Poi viene dato in affidamento a due coniugi siciliani. Lui è una guardia di pubblica sicurezza, la moglie possiede qualche tumulo di terra a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, in collina, nella fascia sudorientale della Sicilia, a una ventina di chilometri dal mare, un paese bruciato, di vita grama. La coppia vive felicemente a Cagliari per due anni con il bambino, poi la moglie si ammala in modo grave e tutti e tre partono per la Sicilia. La donna muore nel 1955. Franco viene affidato allora alla famiglia della moglie della guardia, diventato brigadiere di PS. Ma la famiglia si sfascia – malattie, emigrazioni, bisogni materiali – e chiede che Franco venga ricoverato in qualche istituto di assistenza in Sicilia per poterlo andare a trovare. L’amministrazione provinciale di Cagliari, responsabile del destino del ragazzo, nell’aprile 1960 ordina che Franco sia invece affidato all’Istituto del Buon Pastore di Cagliari. L’Istituto è alla periferia di Cagliari in un quartiere chiamato “Il Giorgino”.
Un ghetto sottoproletario, allora, con una desolata aria di abbandono, in un paesaggio nord-africano dove le stagioni sono segnate, dall’estate alla primavera successiva, dall’arrivo dei fenicotteri, una lunga striscia di uccelli bianchi, rosa e rossi che prendono dimora nello stagno di Santa Gilla. Franco non ha ancora compiuto dieci anni, finisce le elementari. Poi le suore del collegio lo iscrivono alla scuola media “Giuseppe Manno” di Cagliari. È un bambino e poi un ragazzo chiuso, taciturno, infelice. Di carattere duro, difficile, bisognoso d’affetto e d’attenzione, matura nella solitudine i suoi pensieri attorcigliati e contorti. Non è un bravo scolaro e neppure un bravo studente. Ha ormai quindici anni, i suoi rapporti con le suore non sono buoni, il conflitto non ha tregua. A quell’età, negli istituti di assistenza, avviene quasi sempre la rottura con i ricoverati perché le amministrazioni provinciali smettono di pagare le rette.
Agli inizi del 1968 le suore del Buon Pastore si rivolgono al giudice del Tribunale dei minorenni, esprimono l’impossibilità di continuare a ospitare Franco nell’Istituto, motivano le ragioni del conflitto con l’umore del ragazzo, il cattivo carattere, la maleducazione, l’aggressività. Il Tribunale decide allora in questo modo, un capolavoro di umanità e di razionalità: «Siccome la personalità del giovane appare gravemente disturbata per assoluta carenza affettiva e lunga istituzionalizzazione, la personalità del soggetto deve essere bene aiutata con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». Il dispositivo della sentenza conclude che Serantini «per rimediare alla lunga istituzionalizzazione» deve essere rinchiuso in un riformatorio. Lo permette una legge fascista, un regio decreto del 1939 allora in vigore. Davvero il rimedio più appropriato per aiutare un giovane incensurato che ha avuto una difficile vita. Il sistema più adatto a trasformare onesti ragazzi in criminali.
L’Istituto di osservazione per i minori di Firenze destina Franco Serantini all’Istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa in regime di semilibertà. L’équipe formata da uno psichiatra, da uno psicologo, da un assistente sociale, dopo un lungo esame, ritiene intelligente il ragazzo sardo. Il suo quoziente intellettuale è di 1,02, il quoziente medio è in genere di 0,70.
Pisa, per Franco Serantini, rappresenta la scoperta della vita. La città lo affascina. È il diverso modo di vivere che lo affascina. In Toscana esiste da sempre una pietosa attenzione popolare per gli orfani. Anche l’essere uno del San Silvestro, l’istituto Thouar che lo ospita, non gli pesa, non gli importa molto dire che è uno del riformatorio. È relativamente libero, può uscire anche la sera, fino alle 9 e mezzo. Certo, non ha mutato di colpo il carattere, è soggetto a sbalzi d’umore, spesso insonne, ribelle per amore e per mancanza di affetti. Ma diventa rapidamente un altro in quel ’68, nell’esplosione collettiva di protesta, di manifestazioni, di marce, di parole spesso incomprensibili. È orgoglioso, con un profondo senso della solidarietà, come hanno testimoniato quanti l’hanno conosciuto e gli sono stati vicini. La passione per la politica prende anche lui.
Ha solo quattro anni di vita, Franco Serantini. Spende bene quelle sue ultime stagioni. La sua vicenda, ricordata anche con patimento tanti decenni dopo, vale in assoluto, simbolo di tutta una generazione, inadeguata forse, utopica, presuntuosa, che dopo ha spesso tradito se stessa, incapace di pesare la consistenza dei rapporti di forza che è poi la politica, ma piena di passione, di voglia di fare.
Pisa è in quegli anni, con Trento e Torino, la capitale della contestazione studentesca. Franco Serantini si trova subito a suo agio in quel gran trambusto. Si è come risvegliato. Va a scuola volentieri, prende la licenza media, si iscrive all’Istituto professionale di Stato per il commercio che fa conseguire diplomi di contabili, segretari d’azienda, addetti agli uffici turistici. È attento a tutto e a tutti, come se volesse recuperare un tempo perduto. Studia, legge quel che trova, confusamente, acerbamente, con difficoltà, privo com’è di ogni base di saperi. Frequenta la Federazione giovanile comunista, poi la federazione giovanile socialista. Non possiede idee generali, neppure a livello elementare, cerca di supplire con la volontà di capire. Spesso non comprende i linguaggi che devono tener conto delle tattiche partitiche. È una lastra levigata. Rifiuta le prudenze, le contraddizioni, gli opportunismi.
La strage di piazza Fontana è un evento essenziale per comprendere quegli anni infuocati. Una cesura. Serantini si appassiona di quel che è accaduto a Milano, vuol sempre parlare di Valpreda, di Pinelli, della strage di Stato. Comincia a farsi vedere nella sede di Lotta Continua, è individualista, non accetta neppure le regole più normali del gruppo. Si dà da fare, il ragazzo sardo. Donatore di sangue, cameriere d’estate a Viareggio, operaio stagionale in una fabbrica di piastrelle. Se non si racconta con minuzia la povera, ma orgogliosa vita di Franco Serantini, non si può comprendere appieno la ferocia della sua morte. L’esperienza del mercato rosso al Cep, nato da un’idea di Lotta Continua, lo coinvolge come tutto quello di cui si occupa.
Un gruppo di ragazzi compra negli orti frutta e verdura e la vende agli abitanti di quel quartiere popolare a prezzi molto inferiori ai negozi. Un’economia primitiva alla Robinson Crusoe. I commercianti della zona protestano, il clima di tensione si fa caldo, la polizia interviene, picchia i ragazzi, fa degli arresti. Franco se la cava a malapena durante una retata. Il ragazzo sardo continua a leggere, vuol colmare i suoi vuoti, si appassiona a tutti i libri che gli capitano in mano. Compra, chissà come, chissà perché, Magnati e popolani a Firenze dal 1280 al 1295 di Gaetano Salvemini. La cultura come vita, strumento essenziale per capire il mondo. Costruita dal nulla sulla cera vergine.
Ha un carattere più aperto, meno difeso, fa la conoscenza di tre giovani coppie della borghesia colta. Lo invitano nelle loro case accoglienti. Sono spiritosi, affettuosi, cercano di dare anche un ordine al suo povero bagaglio culturale. Acquista un quaderno dalla copertina nera, ci scrive sopra tutto quel che gli viene in mente, Valpreda, Pinelli, i fatti della Bussola del ’68, il ferimento di Soriano Ceccanti, la contestazione, l’autunno caldo. Frequenta un corso di contabilità d’azienda, fa lavori precari in un ufficio di perforazione schede appaltato dall’Ibm. Con i suoi guadagni ha messo da parte qualche soldo e ha comprato un Ciao usato color blu. Su e giù per le strade della città, una festa. La vita e la morte di Franco Serantini, un puntino nella storia del mondo, possono fare da specchio a quel che accade nell’intero mondo.
Il ragazzo sardo abbandona Lotta Continua, detesta i piccoli capi imperiosi, le volontà egemoniche, le gerarchie, le burocrazie. Alla fine del 1971 si avvicina con naturalezza agli anarchici. Ha letto nel frattempo, con i libri sul fascismo, sull’antifascismo e la Resistenza che lo appassionano, i testi classici dell’anarchia, Bakunin, Malatesta, Cafiero, Kropotkin. Non è un estremista della violenza, è esuberante, desideroso di agire. Lavora come un dannato a scrivere volantini, li tira al ciclostile, va a distribuirli dove e come può. I vecchi anarchici che passano le loro giornate immobili nel camerone di via San Martino, vicino alla Confraternita della Misericordia, sono colpiti e qualche volta anche disturbati dall’attivismo dei giovani del Gruppo anarchico Pinelli di cui Serantini è l’anima.
Ha pochi anni di vita, Franco Serantini. Un breve conto alla rovescia con la morte, il suo. Il 1972 arriva in fretta, il ragazzo sardo non ha ancora compiuto 21 anni. Il nuovo governo Andreotti non ottiene la fiducia del Senato e si dimette. Il presidente della Repubblica Leone scioglie il Parlamento e indice le elezioni per il 7 e l’8 maggio. A Pisa la campagna elettorale è aspra, il clima politico è avvelenato, si temono incidenti per la giornata di chiusura della campagna elettorale, venerdì 5 maggio. La città sembra in stato d’assedio. Da Roma è arrivato il I Raggruppamento celere, sono di servizio anche i carabinieri paracadutisti. Chiudono come in una tenaglia il posto del comizio, il Largo Ciro Menotti, una piccola piazza del centro crocevia di piccole strade ideale per la guerriglia urbana. Sono in programma un comizio fascista al quale si oppone con durezza Lotta Continua e un comizio della sinistra. Il sindaco, l’amministrazione è di sinistra, cerca di opporsi, inascoltato, all’uso di quel posto pericoloso. Il conflitto esplode subito violento. Sembra che gli agenti di polizia abbiano perso i lumi, loro e chi li comanda. Sparano centinaia di lacrimogeni in ogni direzione, si sentono anche colpi di pistola. I giovani di Lotta Continua hanno costruito barricate, lanciano pietre e bottiglie molotov. Tre ore di aspra guerriglia.
Franco Serantini è immobile, solo – un segno del destino – all’angolo tra il Lungarno Gambacorti e via Mazzini. Avrebbe potuto facilmente fuggire, salvarsi. Gli saltano addosso almeno in dieci poliziotti, lo tempestano di colpi, coi calci dei fucili, i manganelli, i piedi, i pugni, con ferocia, con crudeltà. Manifestano su quel povero ragazzo inerme tutta la loro rabbia, la loro furia, la loro frustrazione. Il suo corpo viene massacrato, al capo, al torace, sulle braccia, sulle spalle.
Anche nella morte Franco Serantini soffre della stessa sfortuna che gli è toccata in vita. Viene arrestato, poco dopo le 8 della sera di quel venerdì 5 maggio. Il commissario di PS annota sul suo verbale quel che gli viene contestato: «Manifestazione sediziosa, vilipendio delle forze dell’ordine». Non ha mosso un dito. Gridava insulti, nient’altro. Viene portato in una caserma. Non riesce a restar ritto, dicono i testimoni. All’una di notte è rinchiuso nel carcere Don Bosco. Sta visibilmente male, è bianco come un cencio, ha il corpo spezzato. Dopo il mezzogiorno del sabato è interrogato in carcere dal sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Sellaroli: non si rende conto che Franco sta morendo. Sta male, non riesce neppure a tener su la testa, risponde alle domande del magistrato con il capo appoggiato al tavolo. Viene chiuso in una cella di isolamento.
Un medico frettoloso lo visita nell’infermeria del carcere alle 4 e mezzo del pomeriggio. Gli prescrive: «Sympatol-Cortigen, borsa di ghiaccio in permanenza». Anche un profano capirebbe che il ragazzo ha la testa rotta o qualcosa di molto grave, ma non risulta che gli sia stata misurata nemmeno la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la reattività della pupilla alla luce, prove che avrebbero rivelato subito la drammaticità delle condizioni del detenuto. Dentro il carcere Don Bosco, tra l’altro, funziona un attrezzato centro medico-specialistico adatto a ogni genere di intervento. L’ospedale è vicino.
Franco Serantini non viene ricoverato, non gli viene fatta una radiografia, viene semplicemente rimandato in cella da dove era venuto. Ma entro sera avrà la borsa di ghiaccio da mettere sul capo prescritta dal medico. Muore alle 9,45 del 7 maggio 1972. Il certificato di morte parla di emorragia cerebrale. Tutto qui. La sorte, se così si può dire, seguita a infierire su Franco Serantini. Si tenta di seppellirlo in fretta, di nascosto. Manca il nulla osta del procuratore della Repubblica, non sono neppure passate le 24 ore prescritte dal regolamento. L’impiegato dello Stato civile del Comune fa quel che deve, rifiuta di firmare l’autorizzazione e il tentativo va a monte. Non è finita per Serantini. Il 25 ottobre di quell’anno, quando viene depositata la perizia medico-legale, subisce un altro affronto. Quasi a dire che Franco se l’è voluta la sua morte, visto che anche fisicamente non era uguale agli altri. È scritto nella perizia, firmata da illustri luminari, che Serantini Franco era «portatore di una voluminosa milza», da bambino, infatti, aveva avuto la malaria e le ossa della sua testa – scrivono i periti – erano più sottili del normale: la diploe – lo strato di tessuto situato tra le ossa del cranio – di Franco Serantini era di 0,30 centimetri di spessore invece di 0,40, 0,45 e quindi aveva una minore resistenza ai colpi.
A Franco Serantini è toccata una doppia morte. La morte selvaggia a opera della polizia e la morte decretata dalle istituzioni che non hanno fatto giustizia, tra conflitti giudiziari, avocazioni, tentati trasferimenti di magistrati, reticenze, bugie. Se almeno fosse servita a evitare morti atroci venute dopo, a impedire violazioni della legge e della Costituzione della Repubblica, la somma Carta che si fa di tutto in questi anni per cancellare! Non è accaduto. Uomini dello Stato, il cui compito è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, sono risultati responsabili di gravi illegalità. Il più delle volte non hanno pagato alcuno scotto, quando non ne hanno tratto vantaggi di carriera. Dalla vita, Franco Serantini ha avuto soltanto un dono, il funerale.
Le indagini per scoprire i responsabili della morte di Serantini affogano nella burocrazia giudiziaria italiana e nei "Non ricordo" degli ufficiali di PS presenti al fatto. I sessanta uomini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma che sono i protagonisti della vicenda scompaiono nelle nebbie delle stanze della magistratura. Ma la vicenda di Serantini rimane all'attenzione dell'opinione pubblica: attraverso una costante campagna stampa dei giornali anarchici, di Lotta continua, del movimento, di quelli democratici, dei comitati "Giustizia per Franco Serantini" e infine del libro di Corrado Stajano, Il sovversivo. Vita e morte dell'anarchico Serantini, uscito nel 1975, si è potuto conoscere e mantenere in vita la memoria di un ragazzo, assassinato in una strada dell'Italia dei primi anni settanta, che credeva nella libertà, nella giustizia e in un mondo migliore. Nel 1977 il dottor Mammoli, medico del carcere Don Bosco, responsabile di non aver preso seriamente in esame Franco Serantini che accusava forti dolori alla testa causa una forte emorragia interna al cranio, venne ferito seriamente; il ferimento venne rivendicato da Azione Rivoluzionaria (gruppo armato che operava in quegli anni).
domenica 17 febbraio 2013
#Stato e #Anarchia di Bakunin
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