Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1984, in Canada, ha luogo la prima mondiale di "C'era una volta in America".
"C'era una volta il West" doveva essere l'ultima fatica nel genere di Sergio Leone, il suo epitaffio: era il momento di voltare pagina, lanciarsi in una nuova avventura. Le cose non andarono così e tornò al western, rivisitato in salsa rivoluzionaria, col sottovalutato "Giù la testa!". Poi dodici anni di silenzio durante i quali il regista si dedicò soprattutto alla produzione: gran parte della commedia western "Il mio nome è nessuno" è attribuibile a lui e come tutti sanno contribuì a lanciare Carlo Verdone nel mondo di Cinecittà. In realtà per tutto questo tempo il regista romano ha cullato l'idea di un gangster movie, del suo gangster movie visto che aveva rifiutato la possibilità di dirigere addirittura "The Godfather".
Tutto era cominciato con la lettura quasi per caso di "The Hood", autobiografia romanzata di Harry Grey, che ricordava i suoi trascorsi da gangster nell'America del proibizionismo. I contorni nebulosi, come quelli di un sogno oppiaceo, si coloravano lentamente di un paesaggio umano e sociale, nonché di un contesto storico ben definito. Dieci anni di travaglio per problemi di diritti d'autore e non, finché nel 1982, grazie al produttore Arnon Milchan, Leone poté far partire la lenta macchina produttiva che gli permise di realizzare la sua opera più ambiziosa.
Il regista mise in piedi un cast di prim'ordine che diresse col suo solito tono burbero in un clima che dovette essere tutt'altro che semplice (Leone era capace di recitare l'intero copione per tutti i personaggi), tanto che De Niro stesso entrò presto in rotta col regista. Eppure il risultato è eccellente. Robert De Niro, scelto per dare corpo a Noodles, offre un'interpretazione di grande finezza psicologica e di fortissima maturità. Lui stesso a quanto pare suggerì James Woods nel ruolo di Max, il quale diede probabilmente la sua miglior prova in carriera. Poi un cast di ragazzi per interpretare i personaggi da giovani, tra cui spicca l'oggi famosa Jennifer Connelly scelta perché sapeva danzare e per - a suo dire - la somiglianza del suo naso con quello di Elizabeth Mcgovern, che interpreta Deborah da adulta.
Plasmando le coordinate del cinema gangster, Leone compie il saggio definitivo sui due fuochi intorno al quale è ruotata l'ellisse del suo cinema: il Tempo e il Mito. Un'epica gangster che attraversava quasi cinquant'anni di storia americana, ma che, soprattutto, rileggeva col suoi inimitabile sguardo un immaginario già assorbito come quello dei gangster. Una fiaba amorale che chiude la riflessione post-moderna di Leone sul cinema americano. Non per niente, il progetto successivo sarebbe stato di altro respiro, con una diversa impostazione: il racconto della resistenza di Leningrado durante l'assedio Nazista.
Noodles: I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?
Fat Moe: Io avrei puntato tutto su di te.
Noodles: E avresti perso.
(Robert De Niro e Larry Rapp nel film)
All'inizio, lo sguardo interno al racconto è un'assenza: Noodles, ricercato dai sicari del sindacato, dagli amici come dai nemici, è nascosto nel retro di un teatro di ombre cinesi, dove Leone evitò di mostrare la sin troppo esplicita "lotta tra il Bene e il male". Là dove gli uomini si perdono nell'oppio che obnubila le coscienze, Noodles cerca di soffocare i sensi di colpa, metaforizzati dal rintronante trillo del telefono che collega frammenti degli eventi accaduti la notte precedente. Un assaggio dell'intreccio che si farà strada più avanti, dove si tenterà di rimettere ordine al caos dei ricordi che si affollano e il cinema viene usato come teatro in cui si rivelano le ombre del passato. Dopo la fuga Noodles va alla stazione per prendere i soldi ereditati dalla defunta società, ma ci trova solo vecchi giornali: spiazzato e amareggiato prende il primo treno per non fare più ritorno. La macchina da presa accompagna fuori dall'inquadratura il protagonista e con un breve stacco fa un salto di trentacinque anni: Noodles, ora sessantenne, torna a New York perché è stato richiamato da una misteriosa lettera che ratificava lo spostamento delle tombe del cimitero ebraico. Senza più nulla da perdere e forse stanco di scappare, David Aaronson vuole capire chi ha speso tante energie per scovarlo dopo trentacinque anni. L'unico a essere rimasto nel Lower East Side è il vecchio Fat Moe, dal quale Noodles si fa ospitare: la notte si ritrova a vagare per il locale dell'amico e a guardare dopo tanti anni dal buco intagliato nella parete del bagno, dove, da ragazzo, spiava l'amata Deborah: attraverso un falso raccordo, il suo sguardo genera il flashback che ci proietta negli anni '20 mostrandoci proprio la ragazza che prova dei passi di danza.
La parte della gioventù, ambientata nel brulicante quartiere ebraico, possiede i toni nostalgici del romanzo di formazione: questa linea narrativa si ricollegherà all'età adulta dell'incipit, più dura e incattivita dai tempi, in cui l'anima di Max, corrotta dall'avidità, comincia a entrare in contrasto col più moderato Noodles, che al contrario non possiede grandi ambizioni (non a caso dirà a Deborah che lei e Max si odiano perché troppo simili). Infine il blocco posizionato nel 1968 e introdotto da "Yesterday" ci porta in una New York radicalmente mutata, che mostra come gli antichi gangster, cambiato volto, siano diventati l'anima della politica americana. Guarda caso, nell'anno delle grandi speranze di una generazione, Leone situa il ritorno a casa del loner, simbolo di una America giovane ma già decadente. Quella di Noodles è un'indagine dentro e fuori di sé, e va a costituire il malinconico bilancio esistenziale di uno sconfitto.
«Quando scatta in me l'idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell'idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio...Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui "C'era una volta il mio cinema", più che "C'era una volta in America"»
Sergio Leone
L'ambiguità di lettura ha fatto la fortuna, oltre che ampliarne il fascino, dell'epopea criminale di Leone. Da una parte possiamo vedere un film la cui premessa è posta alla fine: la visione che Noodles inizia ad avere nella fumeria d'oppio dove è andato distrutto dal dolore e dai sensi di colpa e che, in uno stato di incoscienza, salta indietro e avanti nel tempo immaginando anche un epilogo in cui entrambi gli amici, sia lui che Max, hanno pagato lo scotto del loro tradimento. Dall'altra abbiamo davanti un'opera che ha fatto affermare ad alcuni che "C'era una volta in America" sia l'oggetto filmico più vicino alla "Reserche" di Proust mai realizzato. In fondo l'ambiguità del sorriso di Noodles che riporta alla mente i misteri intorno alla "Gioconda" di Leonardo o al "Ritratto d'ignoto marinaio" di Antonello non può avere un'univoca spiegazione: è il sorriso di chi ha vissuto e di chi vivrà ma anche un prolettico ammiccamento al pubblico che conosce già il destino del povero Noodles, che pagherà il suo essere Giusto.
Non v'è dubbio che l'uso del tempo nella narrazione di "C'era una volta in America" costituisca non solo una delle invenzioni leoniane più originali ma possa anche essere considerato il punto d'arrivo di una ricerca che era iniziata ben presto e che si protraeva sin da "Per qualche dollaro in più". Nel secondo capitolo della "trilogia del dollaro" la musica, quella del carillon, trasportava sia il torvo Colonnello che l'Indio interpretato da Volontè (altro personaggio "drogato") al momento che li legò per sempre in un destino di morte. Il leitmotiv di "C'era una volta in America" è consegnato all'armonica di Cockney: quelle poche note, nelle variazioni morriconiane, ci raccontano il tempo di un'innocenza perduta che fino a quel momento era solo giovanile incoscienza. Al contrario degli onirici flashback di "Giù la testa!", introdotti dal famoso brano "Sean Sean", il meccanismo di emersione dei ricordi va per continue associazione mentali e ridisegna la mappatura esistenziale del protagonista.
Il momento che preannuncia il contrappasso che subirà Noodles lo si può individuare nella serata che Deborah gli concede: un sogno ingenuo che spezza quella flebile linea tra desiderio e possesso, tra amore e violenza, e che porterà l'uomo a stuprare Deborah sui sedili del taxi. Le luci si spengono e l'obiettivo di Leone ritrae l'atto nella sua squallida violenza e il personaggio di De Niro in tutto la sua deprimente insoddisfazione per una possibilità per sempre sfumata. Il protagonista si ritroverà a vivere senza amico (e doppio), senza la donna che ama, senza i soldi. Il disincanto di Leone si manifesta ancora più marcatamente e il suo cinismo lascia spazio per la più lirica elegia.
"C'era una volta in America" si ricompone come noir della memoria, psicologicamente basato sull'opposizione dei caratteri e su atmosferici elementi che tendono allo "svelamento": si noti come Leone (aiutato dalla fotografia di Delli Colli) faccia fuoriuscire molto spesso i propri personaggi dagli angoli della strada, dalla nebbia, da sbuffi di fumo; persino nell'ultima immagine il volto di Noodles è letteralmente velato da una tendina. In qualche modo lo sguardo viene ostacolato nel suo tentativo di sciogliere i nodi del racconto che, d'altra parte, svicola sempre rispetto alle soluzioni più ovvie. La vendetta sembra essere la destinazione finale dell'anziano Noodles ma nel finale, quando decide di non riconoscere nel senatore Bailey l'invecchiato Max, rifiuta anche questa istanza. Si prova tenerezza per una scelta mitopoietica che raccoglie il senso ultimo della pellicola: egli preferisce la sua storia, alla realtà. E attraverso l'ultima grande battuta di Noodles, intravediamo Leone accomiatarsi dicendoci "E' solo il mio modo di vedere le cose".
"C'era una volta in America" non fu solo un film complesso da elaborare e difficile da produrre ma a causa del suo intreccio anche la distribuzione comportò alcune controversie. La produzione per l'uscita americana tagliò le parti dedicate all'infanzia, mandando su tutte le furie il regista romano, e montò il film cronologicamente riducendone la durata a 139 minuti, rispetto alle tre ore e quaranta circa della presentazione cannense e della release europea. Il film al primo montaggio contava ben 10 ore (oggi si sarebbe fatta tranquillamente una serie televisiva) poi ridotte a 6 con l'idea, bocciata dalla produzione, di far uscire due capitoli. Dopodichè Leone passò da un minutaggio di 269' a quello attuale di 220'.
Nel 2011 i figli di Sergio Leone hanno acquistato i diritti del film per l'Italia e hanno annunciato un'opera di restauro della pellicola. L'operazione ha previsto anche l'aggiunta di 25 minuti di scene eliminate, presenti nel primo montaggio realizzato dal regista, e il ripristino del doppiaggio originale, grazie all'aiuto del fonico di mix Fausto Ancillai e del montatore del suono Stefano Di Fiore. La pellicola, restaurata dalla Cineteca di Bologna, è stata proiettata il 18 maggio 2012 al 65º Festival di Cannes, con la presenza in sala di Robert De Niro, James Woods, Jennifer Connelly, Elizabeth McGovern ed Ennio Morricone. Il film in versione restaurata è stato proiettato al cinema dal 18 al 21 ottobre 2012 e dall'8 all'11 novembre 2012. È uscito in DVD e Blu-Ray il 4 dicembre 2012. In questo modo il ridoppiaggio è stato definitivamente eliminato.
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giovedì 17 febbraio 2022
mercoledì 16 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1937 nasce a Charkiv Valentin Bondarenko, astronauta.
La figura e la vicenda di Valentin Bondarenko hanno fornito non poco carburante alla leggenda dei cosmonauti perduti. Il programma spaziale sovietico, per quanto rischioso, non è stato l'ecatombe che certi ancora vogliono far credere. Ha avuto le sue vittime, così come i suoi eroi, le sue comparse e i suoi sopravvissuti, spesso chiusi nel loro silenzio.
Ha avuto anche i suoi dimenticati: uno di loro è Valentin Vasilyevich Bondarenko, sottotenente della difesa aerea, nato a Charkiv il 16 febbraio del 1937, pilota, sposato, con figli. Venne scelto per far parte del primo gruppo di cosmonauti del programma Vostok, quello che portò Yuri Gagarin a essere il primo uomo lanciato in orbita.
Valentin Bondarenko non venne dimenticato per caso, ma fa parte del gruppo dei cancellati. La loro esistenza è riemersa decenni dopo la loro scomparsa, quando ormai i casi cancellati non erano più di imbarazzo per nessuno.
Bondarenko, il più giovane dei cosmonauti del programma Vostok, rimase ucciso in un incidente, vittima della fatalità, delle scarse misure di sicurezza, e della distrazione. Era il 23 di marzo del 1961, Bondarenko si trovava presso l'Istituto di Studi Biomedici, a Mosca, dove si stava svolgendo un esperimento di resistenza volto a sondare i livelli di tolleranza ad atmosfere rarefatte ma composte da un'elevata percentuale di ossigeno. L'esperimento avveniva dentro una camera ipobarica.
Si era al decimo giorno sui quindici previsti, e il sottotenente Bondarenko aveva concluso l'attività per la giornata. Si tolse di dosso i sensori che ne monitoravano i segni vitali e si pulì la pelle con un batuffolo di cotone inzuppato di alcool. Poi fece un gesto di quelli che si fanno senza pensare: gettò via il batuffolo. Il batuffolo andò a posarsi proprio sulla piastra elettrica che aveva usato per scaldarsi il tè. La piastra era rovente e l'alcool prese fuoco.
Bondarenko provò a spegnerlo con la manica della tuta. Non solo non vi riuscì, ma il fuoco si propagò immediatamente alla tuta, bruciando con forza nell'atmosfera ricca di ossigeno della camera ipobarica. La differenza di pressione con l'esterno teneva chiusa la porta e ci volle mezz'ora per aprirla. Quando l'aprirono l'incendio aveva consumato quasi tutto l'ossigeno. Bondarenko era coperto da ustioni di terzo grado, ma era ancora vivo.
Venne subito portato all'ospedale. Morì dopo sedici ore di agonia. Lo stato sovietico insignì il caduto dell'Ordine della bandiera rossa e aiutò sua moglie, ma - discutibile abitudine - eliminò la memoria del morto. Bondarenko fu cancellato, di lui non si parlò più, come se non fosse mai esistito. Divenne noto al pubblico solo nel 1986, quando la rivista Izvestia pubblicò un articolo sull'incidente a firma di Yaroslav Golovanov, nell'ambito delle celebrazioni per il venticinquennale del volo di Gagarin.
Nella ormai cinquantennale storia del volo spaziale l'Unione Sovietica vanta in Valentin Bondarenko il triste record del primo caduto durante l'addestramento a terra.
Il 16 febbraio 1937 nasce a Charkiv Valentin Bondarenko, astronauta.
La figura e la vicenda di Valentin Bondarenko hanno fornito non poco carburante alla leggenda dei cosmonauti perduti. Il programma spaziale sovietico, per quanto rischioso, non è stato l'ecatombe che certi ancora vogliono far credere. Ha avuto le sue vittime, così come i suoi eroi, le sue comparse e i suoi sopravvissuti, spesso chiusi nel loro silenzio.
Ha avuto anche i suoi dimenticati: uno di loro è Valentin Vasilyevich Bondarenko, sottotenente della difesa aerea, nato a Charkiv il 16 febbraio del 1937, pilota, sposato, con figli. Venne scelto per far parte del primo gruppo di cosmonauti del programma Vostok, quello che portò Yuri Gagarin a essere il primo uomo lanciato in orbita.
Valentin Bondarenko non venne dimenticato per caso, ma fa parte del gruppo dei cancellati. La loro esistenza è riemersa decenni dopo la loro scomparsa, quando ormai i casi cancellati non erano più di imbarazzo per nessuno.
Bondarenko, il più giovane dei cosmonauti del programma Vostok, rimase ucciso in un incidente, vittima della fatalità, delle scarse misure di sicurezza, e della distrazione. Era il 23 di marzo del 1961, Bondarenko si trovava presso l'Istituto di Studi Biomedici, a Mosca, dove si stava svolgendo un esperimento di resistenza volto a sondare i livelli di tolleranza ad atmosfere rarefatte ma composte da un'elevata percentuale di ossigeno. L'esperimento avveniva dentro una camera ipobarica.
Si era al decimo giorno sui quindici previsti, e il sottotenente Bondarenko aveva concluso l'attività per la giornata. Si tolse di dosso i sensori che ne monitoravano i segni vitali e si pulì la pelle con un batuffolo di cotone inzuppato di alcool. Poi fece un gesto di quelli che si fanno senza pensare: gettò via il batuffolo. Il batuffolo andò a posarsi proprio sulla piastra elettrica che aveva usato per scaldarsi il tè. La piastra era rovente e l'alcool prese fuoco.
Bondarenko provò a spegnerlo con la manica della tuta. Non solo non vi riuscì, ma il fuoco si propagò immediatamente alla tuta, bruciando con forza nell'atmosfera ricca di ossigeno della camera ipobarica. La differenza di pressione con l'esterno teneva chiusa la porta e ci volle mezz'ora per aprirla. Quando l'aprirono l'incendio aveva consumato quasi tutto l'ossigeno. Bondarenko era coperto da ustioni di terzo grado, ma era ancora vivo.
Venne subito portato all'ospedale. Morì dopo sedici ore di agonia. Lo stato sovietico insignì il caduto dell'Ordine della bandiera rossa e aiutò sua moglie, ma - discutibile abitudine - eliminò la memoria del morto. Bondarenko fu cancellato, di lui non si parlò più, come se non fosse mai esistito. Divenne noto al pubblico solo nel 1986, quando la rivista Izvestia pubblicò un articolo sull'incidente a firma di Yaroslav Golovanov, nell'ambito delle celebrazioni per il venticinquennale del volo di Gagarin.
Nella ormai cinquantennale storia del volo spaziale l'Unione Sovietica vanta in Valentin Bondarenko il triste record del primo caduto durante l'addestramento a terra.
martedì 15 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 febbraio.
Il 15 febbraio 1982 la piattaforma petrolifera Ocean Ranger affonda al largo di Terranova.
Ocean Ranger era stata costruita dalla Ocean Drilling and Exploration Company (ODECO) di New Orleans. Si trattava di una grande piattaforma semi-sommergibile e auto-semovente dotata di una trivella e di abitazioni per l'equipaggio, in grado di operare fino a 460 metri di profondità oceanica e perforare fino a 7600 metri di roccia sottostante. Venne descritta dalla compagnia come la più grande piattaforma semi-sommergibile del tempo.
Costruita per conto di ODECO nel 1976 dalla Mitsubishi Heavy Industries di Hiroshima, era lunga 121 metri, larga 80 e alta 103. Dotata di dodici ancore da 20000 kg, pesava 25000 tonnellate. Galleggiava su due pontoni da 122 metri posti 24 metri sotto la superficie della piattaforma.
Il vascello venne approvato per operare in oceano aperto, e realizzato per resistere a condizioni estreme del mare, inclusi venti a 190 km/h e onde fino a 34 metri di altezza. Prima di muoversi verso l'area delle Grand Banks nel novembre 1980, aveva operato al largo delle coste di Alaska, New Jersey e Irlanda.
L'Ocean Ranger cominciò il 26 novembre 1981 a perforare il pozzo J-34, il suo terzo pozzo nel giacimento petrolifero Hibernia. Stava ancora lavorando su quel pozzo nel febbraio 1982 quando avvenne l'incidente. Nei pressi stavano scavando altre due piattaforme semi-sommergibili: la Sedco a 14 km NNE e la Zapata Ugland a 31 km N rispetto alla Ocean Ranger. Il 14 febbraio le piattaforme ricevettero la segnalazione di una tempesta in arrivo collegata a un grande ciclone atlantico, segnalazione che pervenne dalla NORDCO Ltd, l'azienda incaricata di fornire previsioni del tempo in mare aperto. Il metodo standard per prepararsi al cattivo tempo consisteva nello sganciamento della trivella sottomarina e del complicato dispositivo sollevatore che previene la fuoriuscita di petrolio dal pozzo. L'equipaggio dell'Ocean Ranger, a causa di alcuni problemi in superficie e della velocità con cui si avvicinava la tempesta, fu costretto a tagliare la trivella dopo averla estratta, e infine riuscì a disconnettere il sollevatore nel pomeriggio.
All'incirca alle 19 ora locale, la vicina Sedco 706 fu colpita da un'enorme onda che danneggiò alcuni strumenti sul ponte e causò la perdita di un canotto di salvataggio. Subito dopo, la Ocean Ranger comunicò via radio la rottura di un portello e l'allagamento della stanza di controllo della zavorra, e la richiesta di consigli su come meglio riparare il danno. Dalla Ocean Ranger venne inoltre comunicato che la piattaforma veniva colpita da onde di tempesta di 17 metri, con creste fino a 20 metri, e ciò faceva sì che il portello rotto, trovandosi a soli 8,5 metri sopra il livello medio del mare, fosse vulnerabile alle onde in arrivo. Più tardi, verso le 21, le radio di Sedco 706 e Zapata Ugland raccolsero conversazioni provenienti dalla Ocean Ranger, nelle quali si diceva che le valvole del pannello di controllo zavorre sembravano aprirsi e chiudersi per proprio conto, e che le onde arrivavano a 20 metri con venti intorno ai 190 km/h. Successivamente, normali comunicazioni ebbero luogo tra la Ocean Ranger, le piattaforme vicine e le navi di supporto. Non fu notato niente altro fuori dall'ordinario.
Il 15 febbraio, alle 00:52, la Ocean Ranger diramò il Mayday chiedendo immediata assistenza a causa di una forte inclinazione a babordo della piattaforma. Questa fu la prima comunicazione della piattaforma nella quale si indicasse un problema serio. Fu chiesto che il vascello di supporto, la Seaforth Highlander, venisse al più presto, poichè tutte le contromisure per bilanciare l'inclinazione di circa 10-15 gradi si stavano rivelando inefficaci. La situazione fu notificata al supervisore MOCAN e le autorità canadesi e gli elicotteri della Mobil vennero allertati alle 1:00 ora locale. Anche i vascelli di supporto della Sedco 706 e della Zapata Ugland, rispettivamente la Boltentor e la Nordentor, vennero inviati verso la Ocean Ranger per fornire assistenza. Alle 1.30 la Ocean Ranger diramò il suo ultimo messaggio: "Stiamo andando verso le scialuppe di salvataggio, non ci saranno altre comunicazioni dalla Ocean Ranger". Poco più tardi, nel mezzo della notte di una terribile tempesta invernale, l'equipaggio abbandonò la piattaforma. Questa rimase a galla per altri 90 minuti, affondando tra le 3:07 e le 3:13 ora locale.
La Ocean Ranger affondò interamente nell'Atlantico: il mattino successivo non rimanevano che alcune boe. Il suo intero equipaggio, 46 impiegati della Mobil e 38 di altre compagnie collegate, morì. Poichè la piattaforma era dotata di un manuale di procedure d'emergenza con istruzioni dettagliate per l'evacuazione, non è chiaro come questa evacuazione sia in realtà stata effettuata. Vi sono prove che almeno una scialuppa di salvataggio fu lanciata con fino a 36 persone a bordo, e testimoni sulla Seaforth Highlander dichiararono di aver visto almeno 20 membri dell'equipaggio in acqua; ciò indicherebbe che circa 56 persone avrebbero abbandonato la piattaforma. La Guardia Costiera degli Stati Uniti dichiarò che "questi uomini o scelsero autonomamente di saltare in acqua o vi caddero a causa di un tentativo fallito di lancio di una scialuppa". I tentativi di recupero da parte dei vascelli giunti sul posto furono inefficaci sia a causa delle condizioni del tempo che per il fatto che quelle navi non erano progettate per consentire di recuperare uomini caduti in un mare gelido. A causa del tempo pessimo il primo elicottero giunse solo alle 2:30 ora locale; per quell'ora la maggior parte, se non tutto l'equipaggio della Ocean Ranger era morto per ipotermia o annegamento. 22 corpi furono ripescati nel Nord Atlantico nelle settimane successive.
La Nave container sovietica Mekhanik Tarasov, operante circa 65 miglia ad est della Ocean Ranger, fu colpita dalle stessa tempesta e il giorno successivo, dopo essere rimasta per ore inclinata su un fianco, affondò con una pesantissima perdita di vite.
I resti della piattaforma furono trovati le settimane successive grazie al sonar; essi giacevano a circa 148 metri a sud ovest rispetto al pozzo, ricoperti da una quantità di detriti. La piattaforma si era capovolta, girando su se stessa e colpendo il fondo del mare con il terminale anteriore dei pontoni. La United States Coast Guard Marine Board of Investigation dichiarò che il disastro ebbe luogo a seguito della seguente catena di eventi:
1) Una grande onda aveva rotto un portello;
2) Il portello rotto aveva consentito all'acqua di inondare la stanza di controllo zavorre;
3) Il pannello di controllo zavorre malfunzionò o sembrò malfunzionare all'equipaggio;
4) A causa di questo malfunzionamento o della percezione di malfunzionamento, parecchie valvole del sistema di controllo zavorre si aprirono per un corto circuito, o furono manualmente aperte dall'equipaggio;
5) La Ocean Ranger cominciò ad inclinarsi;
6) A causa dell'inclinamento, il mare cominciò ad allagare le catene di trasmissione anteriori situate nelle colonne di supporto dell'angolo anteriore;
7) L'inclinazione in avanti peggiorò;
8) Il pompaggio dei serbatoi anteriori non fu possibile usando il normale metodo di controllo delle zavorre poichè l'inclinazione in avanti aveva creato una distanza verticale tra i serbatori e le pompe che superava la massima consentita per attivare il pompaggio;
9) Non vi erano né istruzioni dettagliate né personale qualificato per l'uso del pannello di controllo zavorre;
10) A un certo punto, l'equipaggio tentò ciecamente di operare il pannello di controllo delle zavorre usando le maniglie d'ottone.
11) Vennero inoltre a un certo punto chiuse manualmente le valvole in entrambi i pontoni, impedendo a quel punto la fuoriuscita dell'acqua.
12) Il progressivo allagarsi della zona anteriore dei pontoni e il conseguente allagamento del ponte superiore causò la perdita di equilibrio di galleggiamento che portò poi al rovesciamento della piattaforma.
La commissione Reale Canadese indagò per due anni sul disastro. Alla fine si giunse alla conclusione che l'equipaggio non era addestrato, l'equipaggiamento di sicurezza era inadeguato, non vi erano protocolli di sicurezza per le navi di supporto, e la piattaforma stessa aveva parecchi difetti. La Commissione Reale concluse che la Ocean Ranger aveva difetti di progettazione e costruzione, in particolare nella camera di controllo zavorre, e che l'equipaggio difettava di addestramento appropriato alla sicurezza, e di equipaggamento di salvataggio. La Commissione concluse inoltre che le ispezioni e i regolamenti delle agenzie governative americane e canadesi erano inefficienti. La commissione raccomandò che i governi dei due paesi investissero maggiormente in ricerca e sviluppo sulle tecnologie di ricerca e recupero, nonchè sul miglioramento dell'equipaggiamento di sicurezza.
I risarcimenti a seguito del disastro si attestarono complessivamente sui 20 milioni di dollari.
Al Confederation building, sede del governo provinciale di Terranova, fu eretto un monumento ai caduti del disastro.
Il 15 febbraio 1982 la piattaforma petrolifera Ocean Ranger affonda al largo di Terranova.
Ocean Ranger era stata costruita dalla Ocean Drilling and Exploration Company (ODECO) di New Orleans. Si trattava di una grande piattaforma semi-sommergibile e auto-semovente dotata di una trivella e di abitazioni per l'equipaggio, in grado di operare fino a 460 metri di profondità oceanica e perforare fino a 7600 metri di roccia sottostante. Venne descritta dalla compagnia come la più grande piattaforma semi-sommergibile del tempo.
Costruita per conto di ODECO nel 1976 dalla Mitsubishi Heavy Industries di Hiroshima, era lunga 121 metri, larga 80 e alta 103. Dotata di dodici ancore da 20000 kg, pesava 25000 tonnellate. Galleggiava su due pontoni da 122 metri posti 24 metri sotto la superficie della piattaforma.
Il vascello venne approvato per operare in oceano aperto, e realizzato per resistere a condizioni estreme del mare, inclusi venti a 190 km/h e onde fino a 34 metri di altezza. Prima di muoversi verso l'area delle Grand Banks nel novembre 1980, aveva operato al largo delle coste di Alaska, New Jersey e Irlanda.
L'Ocean Ranger cominciò il 26 novembre 1981 a perforare il pozzo J-34, il suo terzo pozzo nel giacimento petrolifero Hibernia. Stava ancora lavorando su quel pozzo nel febbraio 1982 quando avvenne l'incidente. Nei pressi stavano scavando altre due piattaforme semi-sommergibili: la Sedco a 14 km NNE e la Zapata Ugland a 31 km N rispetto alla Ocean Ranger. Il 14 febbraio le piattaforme ricevettero la segnalazione di una tempesta in arrivo collegata a un grande ciclone atlantico, segnalazione che pervenne dalla NORDCO Ltd, l'azienda incaricata di fornire previsioni del tempo in mare aperto. Il metodo standard per prepararsi al cattivo tempo consisteva nello sganciamento della trivella sottomarina e del complicato dispositivo sollevatore che previene la fuoriuscita di petrolio dal pozzo. L'equipaggio dell'Ocean Ranger, a causa di alcuni problemi in superficie e della velocità con cui si avvicinava la tempesta, fu costretto a tagliare la trivella dopo averla estratta, e infine riuscì a disconnettere il sollevatore nel pomeriggio.
All'incirca alle 19 ora locale, la vicina Sedco 706 fu colpita da un'enorme onda che danneggiò alcuni strumenti sul ponte e causò la perdita di un canotto di salvataggio. Subito dopo, la Ocean Ranger comunicò via radio la rottura di un portello e l'allagamento della stanza di controllo della zavorra, e la richiesta di consigli su come meglio riparare il danno. Dalla Ocean Ranger venne inoltre comunicato che la piattaforma veniva colpita da onde di tempesta di 17 metri, con creste fino a 20 metri, e ciò faceva sì che il portello rotto, trovandosi a soli 8,5 metri sopra il livello medio del mare, fosse vulnerabile alle onde in arrivo. Più tardi, verso le 21, le radio di Sedco 706 e Zapata Ugland raccolsero conversazioni provenienti dalla Ocean Ranger, nelle quali si diceva che le valvole del pannello di controllo zavorre sembravano aprirsi e chiudersi per proprio conto, e che le onde arrivavano a 20 metri con venti intorno ai 190 km/h. Successivamente, normali comunicazioni ebbero luogo tra la Ocean Ranger, le piattaforme vicine e le navi di supporto. Non fu notato niente altro fuori dall'ordinario.
Il 15 febbraio, alle 00:52, la Ocean Ranger diramò il Mayday chiedendo immediata assistenza a causa di una forte inclinazione a babordo della piattaforma. Questa fu la prima comunicazione della piattaforma nella quale si indicasse un problema serio. Fu chiesto che il vascello di supporto, la Seaforth Highlander, venisse al più presto, poichè tutte le contromisure per bilanciare l'inclinazione di circa 10-15 gradi si stavano rivelando inefficaci. La situazione fu notificata al supervisore MOCAN e le autorità canadesi e gli elicotteri della Mobil vennero allertati alle 1:00 ora locale. Anche i vascelli di supporto della Sedco 706 e della Zapata Ugland, rispettivamente la Boltentor e la Nordentor, vennero inviati verso la Ocean Ranger per fornire assistenza. Alle 1.30 la Ocean Ranger diramò il suo ultimo messaggio: "Stiamo andando verso le scialuppe di salvataggio, non ci saranno altre comunicazioni dalla Ocean Ranger". Poco più tardi, nel mezzo della notte di una terribile tempesta invernale, l'equipaggio abbandonò la piattaforma. Questa rimase a galla per altri 90 minuti, affondando tra le 3:07 e le 3:13 ora locale.
La Ocean Ranger affondò interamente nell'Atlantico: il mattino successivo non rimanevano che alcune boe. Il suo intero equipaggio, 46 impiegati della Mobil e 38 di altre compagnie collegate, morì. Poichè la piattaforma era dotata di un manuale di procedure d'emergenza con istruzioni dettagliate per l'evacuazione, non è chiaro come questa evacuazione sia in realtà stata effettuata. Vi sono prove che almeno una scialuppa di salvataggio fu lanciata con fino a 36 persone a bordo, e testimoni sulla Seaforth Highlander dichiararono di aver visto almeno 20 membri dell'equipaggio in acqua; ciò indicherebbe che circa 56 persone avrebbero abbandonato la piattaforma. La Guardia Costiera degli Stati Uniti dichiarò che "questi uomini o scelsero autonomamente di saltare in acqua o vi caddero a causa di un tentativo fallito di lancio di una scialuppa". I tentativi di recupero da parte dei vascelli giunti sul posto furono inefficaci sia a causa delle condizioni del tempo che per il fatto che quelle navi non erano progettate per consentire di recuperare uomini caduti in un mare gelido. A causa del tempo pessimo il primo elicottero giunse solo alle 2:30 ora locale; per quell'ora la maggior parte, se non tutto l'equipaggio della Ocean Ranger era morto per ipotermia o annegamento. 22 corpi furono ripescati nel Nord Atlantico nelle settimane successive.
La Nave container sovietica Mekhanik Tarasov, operante circa 65 miglia ad est della Ocean Ranger, fu colpita dalle stessa tempesta e il giorno successivo, dopo essere rimasta per ore inclinata su un fianco, affondò con una pesantissima perdita di vite.
I resti della piattaforma furono trovati le settimane successive grazie al sonar; essi giacevano a circa 148 metri a sud ovest rispetto al pozzo, ricoperti da una quantità di detriti. La piattaforma si era capovolta, girando su se stessa e colpendo il fondo del mare con il terminale anteriore dei pontoni. La United States Coast Guard Marine Board of Investigation dichiarò che il disastro ebbe luogo a seguito della seguente catena di eventi:
1) Una grande onda aveva rotto un portello;
2) Il portello rotto aveva consentito all'acqua di inondare la stanza di controllo zavorre;
3) Il pannello di controllo zavorre malfunzionò o sembrò malfunzionare all'equipaggio;
4) A causa di questo malfunzionamento o della percezione di malfunzionamento, parecchie valvole del sistema di controllo zavorre si aprirono per un corto circuito, o furono manualmente aperte dall'equipaggio;
5) La Ocean Ranger cominciò ad inclinarsi;
6) A causa dell'inclinamento, il mare cominciò ad allagare le catene di trasmissione anteriori situate nelle colonne di supporto dell'angolo anteriore;
7) L'inclinazione in avanti peggiorò;
8) Il pompaggio dei serbatoi anteriori non fu possibile usando il normale metodo di controllo delle zavorre poichè l'inclinazione in avanti aveva creato una distanza verticale tra i serbatori e le pompe che superava la massima consentita per attivare il pompaggio;
9) Non vi erano né istruzioni dettagliate né personale qualificato per l'uso del pannello di controllo zavorre;
10) A un certo punto, l'equipaggio tentò ciecamente di operare il pannello di controllo delle zavorre usando le maniglie d'ottone.
11) Vennero inoltre a un certo punto chiuse manualmente le valvole in entrambi i pontoni, impedendo a quel punto la fuoriuscita dell'acqua.
12) Il progressivo allagarsi della zona anteriore dei pontoni e il conseguente allagamento del ponte superiore causò la perdita di equilibrio di galleggiamento che portò poi al rovesciamento della piattaforma.
La commissione Reale Canadese indagò per due anni sul disastro. Alla fine si giunse alla conclusione che l'equipaggio non era addestrato, l'equipaggiamento di sicurezza era inadeguato, non vi erano protocolli di sicurezza per le navi di supporto, e la piattaforma stessa aveva parecchi difetti. La Commissione Reale concluse che la Ocean Ranger aveva difetti di progettazione e costruzione, in particolare nella camera di controllo zavorre, e che l'equipaggio difettava di addestramento appropriato alla sicurezza, e di equipaggamento di salvataggio. La Commissione concluse inoltre che le ispezioni e i regolamenti delle agenzie governative americane e canadesi erano inefficienti. La commissione raccomandò che i governi dei due paesi investissero maggiormente in ricerca e sviluppo sulle tecnologie di ricerca e recupero, nonchè sul miglioramento dell'equipaggiamento di sicurezza.
I risarcimenti a seguito del disastro si attestarono complessivamente sui 20 milioni di dollari.
Al Confederation building, sede del governo provinciale di Terranova, fu eretto un monumento ai caduti del disastro.
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