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martedì 28 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 luglio.
Il 28 luglio 1976 la Corte Costituzionale sancisce l'illegalità del Monopolio Rai, dando il via libera alle televisioni private di trasmettere via etere, anconchè su scala locale. Era l'inizio di una rivoluzione che avrebbe cambiato radicalmente la vita, non solo ricreativa, degli italiani.
C'era una volta la Rai. Bella, monolitica, democristiana, mamma Rai. L'istituzione.
L'etere un bene prezioso, rarefatto, e i costi di quella tecnologia novecentesca chiamata tele-visione ingentissimi: naturale pensare ad un monopolio pubblico. E poi c'era stata l'Eiar, e la propaganda, la rai-tv doveva rimanere in mani saldamente pubbliche. E governative.
Certo, i Costituenti presbiti avevano guardato avanti, 21 libertà d'espressione, 41 iniziativa economica; pure troppo avanti, e s'erano curati di ricordare che a fini di utilità generale la legge poteva riservare originariamente o trasferire alla sfera pubblica determinate categorie di imprese, che si riferissero a servizi pubblici essenziali o a situazioni di monopolio ed avessero carattere di preminente interesse generale.
Il codice postale, datato anni '30 ed in qualche modo adattato non senza eccessive semplificazioni ai nuovi mezzi di comunicazione, prevede che siano riservati allo Stato "i servizi di televisione circolare a mezzo di onde radioelettriche", con esclusione di ogni altro soggetto. Lo Stato poi aveva concesso in esclusiva alla Rai-Radiotelevisione italiana, fin dal 1952, l'esercizio dei "servizi di radiodiffusione e di televisione".
Già nel 1956 qualcosa pare muoversi: un gruppo vicino al giornale il Tempo lancia un'iniziativa editoriale per la realizzazione di un servizio di radiodiffusione televisiva, basato economicamente sui proventi della pubblicità, da attuare nel Lazio, in Campania ed in Toscana, con eventuale successiva estensione ad altre regioni. La richiesta di concessione di frequenze al ministero delle poste viene respinta. In Lombardia sono più intraprendenti: Tvl Televisione Libera, finanziata da una cordata imprenditoriale, decide di tentare la forzatura, ma il 24 ottobre del 1958 è la magistratura a sequestrare tutte le apparecchiature prima dell'inizio delle trasmissioni. E' la dimostrazione che l'ordinamento, se lo vuole, ha gli strumenti per bloccare radicalmente tali iniziative.
Intanto il Tempo-T.V. prosegue la sua battaglia, prima al Consiglio di Stato e poi addirittura alla Corte Costituzionale, ed arriviamo al 1960.
Con la sentenza del 13 luglio 1960 la Consulta, per bocca del giudice relatore Sandulli afferma che data la limitatezza di fatto dei canali utilizzabili, la televisione a mezzo di onde radioelettriche (radiotelevisione) si caratterizzava indubbiamente come una attività predestinata, in regime di libera iniziativa, quanto meno all'oligopolio: oligopolio totale od oligopolio locale, a seconda che i servizi venissero realizzati su scala nazionale o su scala locale. E siccome poi i servizi radiotelevisivi, se non fossero stati riservati allo Stato o a un ente statale ad hoc, sarebbero caduti naturalmente nella disponibilità di uno o di pochi soggetti, prevedibilmente mossi da interessi particolari, non poteva considerarsi arbitrario neanche il riconoscimento della esistenza di ragioni "di utilità generale" idonee a giustificare, ai sensi dell'art. 43 Cost., l'avocazione, in esclusiva, dei servizi allo Stato, dato che questo, istituzionalmente, é in grado di esercitarli in più favorevoli condizioni di obiettività, di imparzialità, di completezza e di continuità in tutto il territorio nazionale.
Forse è proprio questa ultima affermazione che pecca un po' d'ingenuità, accompagnata dall'affermazione dell'esigenza di leggi destinate "ad assicurare adeguate garanzie di imparzialità nel vaglio delle istanze di ammissione all'utilizzazione del servizio non contrastanti con l'ordinamento, con le esigenze tecniche e con altri interessi degni di tutela (varietà e dignità dei programmi, ecc.)".
Sostanzialmente nel 1960 la Corte Costituzionale conferma il monopolio Rai, pur esortando lo Stato a garantire un ampio accesso all'utilizzazione del servizio, basandosi sulle caratteristiche tecniche della radiotelevisione, la quale poteva operare solo su ristrette frequenze.
Dopo un decennio che subisce la battuta d'arresto, è con gli anni '70 che esplode il fenomeno delle radio e delle tv libere.
Tra il '71 e il '72 nasce per iniziativa di Peppe Sacchi, ex regista della rai, TeleBiella, inzialmente via cavo, ritenuta la prima tv privata italiana.
E' da questo momento che il tema della tv privata comincia ad assumere i toni di un vero e proprio scontro: nel marzo del 1973 viene emanato il nuovo codice postale, il quale, riconducendo tutti i mezzi di comunicazione a distanza ad una categoria unica, sostanzialmente estendeva il monopolio pubblico a tutte le forme di trasmissione. Anche la tv via cavo privata diviene illegale. Il 1° giugno del '73 il provvedimento di chiusura: l'autorità taglia il cavo di trasmissione di TeleBiella mentre la tv tiene un'apposita diretta.
Nel frattempo si pone anche il problema delle tv estere confinanti: Telemontecarlo, Telecapodistria, la tv svizzera, ed i loro programmi a colori, arrivano in territorio italiano grazie a ripetitori nostrani; nel giugno del 1974 il ministro delle poste decreta lo smantellamento anche di tali ripetitori.
Nel frattempo i procedimenti penali contro i responsabili delle innumerevoli tv locali nate sulla scia di TeleBiella, promossi dai pretori un po' in tutt'Italia approdano nuovamente alla Corte Costituzionale. E' il 10 luglio 1974.
I giudici costituzionali confermano il loro orientamento: la televisione opera in un campo dalle frequenze limitate e dai costi enormi, pertanto a fronte del rischio di monopolio o oligopoli privati meglio conservare la riserva statale, ma ciò non è certo applicabile ai sistemi televisivi via cavo a dimensione locale, che di conseguenza devono ritenersi pienamente leciti.
Similmente si risolve la questione di ripetitori delle tv estere: "la riserva allo Stato, in quanto trova il suo presupposto nel numero limitato delle bande di trasmissione assegnate all'Italia, non può abbracciare anche attività, come quelle inerenti ai c.d. ripetitori di stazioni trasmittenti estere, che non operano sulle bande anzidette. E' evidente che in questo particolare settore, senza apprezzabili ragioni, l'esclusiva statale sbarra la via alla libera circolazione delle idee, compromette un bene essenziale della vita democratica, finisce col realizzare una specie di autarchia nazionale delle fonti di informazione". Il mese successivo TeleMontecarlo trasmette in lingua italiana.
La legge 103/1975, di riforma della Rai, sancì tali acquisizioni, ma il fronte del monopolio si andava incrinando con altri interventi giurisprudenziali via via sempre più derogatori.
Sdoganato il cavo rimaneva ancora il tabù dell'etere.
TeleBiella riprese le trasmissioni via cavo, ma creò anche RadioBiella trasmettendo via etere; similmente presero la via dell'etere altre tv e radio locali a Ragusa, Livorno, Reggio Emilia, Castelfranco Veneto, Lecco, Novara, Castelfranco di Sotto, Ancona. Raffica di denunce.
I pretori che trovarono ad occuparsi di tali casi passarono la questione per l'ennesima volta alla Corte Costituzionale, che il 28 luglio 1976 ribadì con le consuete motivazioni la riserva statale ma ritenne perfettamente legittimi "l'installazione e l'esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva via etere di portata non eccedente l'ambito locale".
A questa sentenza non segue alcuna legge che disciplini la comunicazione in etere sino al 1990 (la nota legge Mammì). Si conia l'espressione far west dell'etere.
Nel novembre 1977 inizia a trasmettere anche Antenna3 Lombardia, alla cui attività parteciperà significativamente anche il presentatore Rai Enzo Tortora, sancendo la consacrazione della tv privata e prefigurando la possibilità di una futura concorrenza tra emittenza pubblica e privata.
L'affare si fa interessante, intervengono i gruppi editoriali: Mondadori, Rusconi, nel 1978 il costruttore Silvio Berlusconi vara Tele Milano 58 (ma già a Milano2 trasmetteva via cavo).
Nel 1979 nasce l'idea per superare il limite della trasmissione locale: il network delle reti Elefante trasmette su varie emittenti i programmi inviati da un'emittente centrale; il sistema viene perfezionato l'anno successivo quando Telemilano 58, TeleEmiliaRomagna, TeleTorino, VideoVeneto e A&G Television iniziano a trasmettere in contemporenea (con leggero sfasamento) lo stesso programma recando in sovraimpressione la scritta Canale5.
Sempre nel 1980 Rizzoli prova a lanciare Contatto, che dovrebbe divenire il primo telegiornale "privato", diretto da Maurizio Costanzo, sempre utilizzando la tecnica delle trasmissioni contemporanee su di un circuito di emittenti. La Rai questa volta agisce in prima persona e chiede al Pretore di Roma un provvedimento d'urgenza per impedire l'inizio delle trasmissioni: il Pretore concede l'inibitoria ma successivamente, su istanza della difesa Rizzoli, invia gli atti alla Corte Costituzionale perché si esprima in merito alla vicenda; la Corte il 21 luglio 1981 conferma nuovamente la propria posizione ribadendo il divieto di trasmettere su scala nazionale, ancorché con l'escamotage.
Nonostante ciò Canale5 prosegue sulla sua strada.
Nel gennaio del 1982 altri due network iniziano similmente a trasmettere: si tratta di Italia1 (Rusconi), e di Rete4 (Mondadori), a quest'ultima approda anche Tortora, conducendo la trasmissione Cipria. Nello stesso anno Italia1 passa a Berlusconi, due anni dopo la stessa cosa avviene con Rete4.
Intanto i pretori aprono sistematicamente procedimenti contro Canale5 e Rete4 contestando l'illegittimità delle trasmissioni su scala nazionale, anche se non mancano voci discordanti, come il Pretore di Firenze, che ritiene la trasmissione contemporanea di per sé legittima.
Ma la svolta avviene il 16 ottobre 1984: i pretori di Roma, Torino e Pescara, su denuncia di gestori di emittenti di ambito locale, dispongono l'oscuramento delle reti del gruppo Berlusconi, sequestrando al contempo le cassette dei programmi registrati.
Alla presidenza del consiglio siede da un anno Bettino Craxi, il quale, nell'arco di soli 4 giorni emana un decreto legge ad hoc (d.l. 694/1984) per consentire la "prosecuzione dell'attività delle singole emittenti radiotelevisive private", disponendo espressamente che "è consentita la trasmissione ad opera di più emittenti dello stesso programma pre-registrato, indipendentemente dagli orari prescelti".
L'operazione, spregiudicata, non passa esente da critiche e finisce silurata il 28 novembre 1984, quando, sottoposto a pregiudiziale di costituzionalità (cioè alla valutazione preliminare se vi fossero le condizioni di necessità ed urgenza richieste dalla Costituzione per emanarlo) il decreto viene bocciato dalla Camera dei Deputati con 256 voti contro 236.
Un Craxi furente fa approvare in pochissimi giorni (5 dicembre) un nuovo decreto-legge, che viene pubblicato il giorno successivo (d.l. 807/1984). Il decreto contiene un articolo denominato "norme transitorie" che ripropone esattamente il contenuto del provvedimento decaduto, ma aggiunge anche una disciplina sulla struttura aziendale Rai (nomina e composizione degli organi di vertice).
Questa volta Craxi minaccia la crisi di governo e impone il voto di fiducia: le pregiudiziali di costituzionalità sono respinte alla Camera (12 dicembre 1984) ed al Senato (4 febbraio 1985). La legge di conversione (l. 10/1985) mette in salvo le reti Fininvest (e con l'introduzione del comma 3-bis all'art. 4 consente di chiudere anche le pendenze penali pregresse per la violazione del codice postale).
Sotto l'auspicio del ministro delle poste Gava comincia l'attesa per la definitiva disciplina del sistema radiotelevisivo, che si concluderà nel 1990 con la legge c.d. Mammì: la transizione dal monopolio al duopolio è così compiuta, non senza la mano amica del legislatore. E nonostante le ripetute pronunce di principio della Corte Costituzionale.
Un copione a cui nel quindicennio successivo dovremo assistere più volte.

martedì 4 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 gennaio.
Il 4 gennaio 1968 va in onda alla radio, per la prima volta, "la corrida, dilettanti allo sbaraglio", condotto da Corrado Mantoni.
Si trattava di un programma che ha fatto la storia della radio e che, inoltre, entrò nello stile di vita degli italiani. Conduttore del programma era Corrado Mantoni, in arte Corrado (Roma, 2 agosto 1924- Roma, 8 giugno 1999), uno dei pilastri della televisione italiana, che iniziò la sua carriera in radio. Collaboravano con lui il direttore d’orchestra Roberto Pregadio e il fratello regista Riccardo Mantoni.
La prima puntata della Corrida è andata in onda dagli studi Rai di via Asiago a Roma il 4 gennaio 1968 sulla seconda rete Rai (Radio2) ed è stata trasmessa fino al 1979. La ricetta del programma è ben nota: persone che nella vita facevano tutt’altro, si mettevano in gioco in un’esibizione davanti al microfono. I concorrenti erano introdotti da Corrado che, con la sua indimenticabile eleganza, li presentava e, scambiandoci qualche parola, dava al pubblico la possibilità di conoscerli. Il vincitore era deciso dal pubblico, che si esprimeva con ovazioni e applausi.
La formula di questo programma fu da subito un successo, che rimase inalterato anche quando, nell’estate del 1986, iniziò la versione televisiva sulle reti mediaset, condotta ancora una volta da Corrado. Inizialmente il presentatore era un po’ titubante perché temeva una perdita di spontaneità dei concorrenti davanti alle telecamera, ma lo show si rivelò un successo grazie all’originalità e spontaneità della trasmissione e grazie all’ironia e all’eleganza del conduttore.
Quando il digitale terrestre ancora non esisteva, quando X-Factor era uno strano termine in una lingua straniera, quando Mediaset si chiamava Fininvest e al posto di La7 c’era Tele Monte Carlo.
La formula vincente del programma stava nel fatto che i concorrenti non dovevano passare attraverso alcun tipo di provino, ma venivano scelti solamente in base alla lettera e alla foto che loro stessi inviavano alla redazione.
E in epoche precedenti a internet, questo vuole anche dire che la direzione del programma non aveva a disposizione nessun video Youtube o profilo Facebook per farsi un’idea di quali fossero (e se ce ne fossero) i veri talenti dei concorrenti.
Come si può immaginare, i risultati erano spesso disastrosi: la Corrida era un florilegio di cantanti stonati, imitatori scarsi, e personaggi al limite della follia, giudicati dall’impietoso pubblico in studio che non esitava a fischiare e schernire con tamburi e campanacci i fiaschi dei concorrenti.
Ma la Corrida non sarebbe stata affatto la stessa senza l’apporto fondamentale del presentatore, autore e deus ex machina Corrado, e non solo per l’allitterazione del titolo.
Corrado Mantoni, in arte semplicemente Corrado, è stato uno dei presentatori più amati di sempre nella storia della televisione italiana, un personaggio poliedrico capace di spaziare dalla TV alla radio, alla regia e alle composizioni musicali. Nel 1986, anno del lancio televisivo della Corrida, era ormai già un mito del piccolo schermo.
Corrado lo condusse dal 1986 al 1997, quando dopo dieci anni di successi si ritirò, avendo capito che nella televisione ripetere la stessa formula troppo a lungo finisce per comprometterne la qualità.
All’interno del programma, Corrado era un perfetto contrappunto al dilettantismo dei concorrenti, con il suo sobrio stile da gentleman e la sua sottile ironia: si può dire che Corrado fosse un porto di sanità mentale nell’oceano di follia della Corrida, e anche questo ha contribuito al successo dello show.
A testimoniare l’importanza del capitano Corrado, è il successo minore delle edizioni successive alla sua morte: certamente meno iconiche furono la Corrida condotta da Gerry Scotti dal 2002 al 2009, e quella di Flavio Insinna nel 2011.
Oltre al suo grande mix di serio e faceto, il successo della Corrida va ricercato anche in un certo gusto tipicamente italico per il trash, che nel nostro paese gode di una lunga tradizione. Molti elementi caratteristici del programma sono stati imitati più volte in seguito, dal quiz “I soliti ignoti” di Fabrizio Frizzi fino ai freak show di Andrea Diprè su YouTube.

lunedì 3 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio 1954 iniziano le trasmissioni televisive della Rai, su un solo canale.
La Tv italiana (emittente della RAI, società pubblica controllata dallo Stato) nasce il 3 gennaio 1954, con qualche anno di ritardo rispetto agli altri Paesi europei. I primi esperimenti risalgono al 1933, senza diffusione pubblica. Prima della tv le uniche due fonti d’informazione di massa erano radio e cinema. Nel 1954 quasi il 40% dei lavoratori è nel settore agricolo, più del 32% è nell’industria e più del 28% è nel terziario. Il reddito pro-capite nel 1950 era tornato ai livelli del 1938. Parla correntemente l’italiano solo 1/5 della popolazione (quasi il 13% è analfabeta).
Inizialmente la tv viene vista solo in Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria e Lazio. Ma già alla fine del 1954 la quota di popolazione servita supera il 48%. Nel 1961 raggiunge il 97% degli italiani. I costi per la gestione di questo servizio sono notevoli, ecco perché nessun privato, in un'Europa che ancora si deve riprendere dalla guerra, è in grado di sostenerli. Si diceva inoltre che le trasmissioni utilizzavano un bene pubblico (l'aria, l'etere), che non poteva essere ceduto ai privati.
Nei primi 10 anni di vita gli abbonamenti crescono costantemente: dai 24.000 del 1954 a oltre 6 milioni nel 1965. Nello stesso periodo il cinema subisce un notevole calo nel numero di biglietti venduti. In ogni casa e ritrovo pubblico si raccoglie tutto il vicinato per vedere la tv.
A differenza degli Usa, dove la tv nasce subito nel circuito commerciale, per cui non si paga canone, in Europa diventa invece strumento culturale delle istituzioni pubbliche. Non essendoci alternativa di scelta, il potere dell’utente era minimo. D'altra parte il fatto di poter scegliere tra tanti canali privati commerciali, come appunto negli Usa, solo apparentemente offre maggiori opportunità.
La tv come "servizio pubblico" viene pensata non solo come occasione di "intrattenimento", ma anche come strumento di "educazione e informazione". Infatti si pensa ch’essa possa aiutare a combattere l’ignoranza derivante dal diffuso analfabetismo. In tal senso essa contribuisce a creare una lingua nazionale molto più di quanto sia in grado di fare la scuola. Negli altri Paesi europei invece la tv può già contare su un livello medio di scolarizzazione.
La serata di punta della neonata tv è costituita dalla prosa del venerdì (il primo divo della tv è Giorgio Albertazzi che legge delle novelle). La tv viene concepita come un "teatro domestico".
Inizialmente i programmi durano quasi 4 ore. La pubblicità non esiste. Nei giorni feriali le trasmissioni iniziano alle 17,30 con la "Tv dei ragazzi" (che dura 1 ora e 30 minuti); poi s’interrompono per riprendere col tg delle 20,45, e durare sino alle 23 (replica del tg). La domenica invece s’inizia alle 11.
Nel 1957 si ha una prima svolta: viene introdotta la pubblicità con "Carosello", con questa caratteristica: lo spettacolo prevale sullo spot. In un anno vengono trasmessi 1312 spot (circa 4 al giorno), per una durata di 49 ore (in media 9 minuti al giorno). Dopo "Carosello" bambini e ragazzi vanno a letto.
Nel 1958 per la prima volta si decide di organizzare un corso di avviamento professionale per studenti residenti in località prive di scuole. Nel 1960 nasce "Non è mai troppo tardi", per combattere l’analfabetismo, presentato dal compianto "maestro" Alberto Manzi. Nello stesso anno negli Stati Uniti per la prima volta si affrontano in un dibattito televisivo i due candidati alla presidenza: Kennedy e Nixon. Il fatto che quest'ultimo, ad un certo punto, cominciasse a sudare, mentre l'altro restava impassibile, fu giudicato dagli analisti come uno degli elementi che causò la sua sconfitta.
Nel 1961 nasce il secondo canale. La giornata tv dura quasi 11 ore. Dal 1954 al 1961 la quota di programmi dedicati allo spettacolo cala dal 51% al 21,8%, mentre quella culturale sale dal 21% al 48,8% (stabile quella informativa: 30%).
Col termine "cultura" s’intende in tv la fiction di tipo teatrale: prosa, lirica, originali tv, racconti e romanzi sceneggiati (assai pochi i film, i telefilm, i cartoni, anche perché i produttori non vogliono concedere alla tv i diritti di trasmissione). Molti i classici letterari trasmessi in tv: Delitto e castigo, Orgoglio e pregiudizio, L’idiota, Umiliati e offesi, Piccolo mondo antico… La lirica va presto in crisi perché la tv non è in grado di riprodurre l’atmosfera del teatro.
I film sono sempre introdotti da una breve presentazione; i titoli non sono mai recenti e non sempre di grande interesse. Nel 1959 si ridurranno a 86 titoli in tutto.
Ciò che rende la tv molto popolare è l’intrattenimento. Il primo programma che scatena entusiastici consensi è "Lascia o raddoppia?" (che imita un programma francese). Tra i programmi di maggior successo, "Un due e tre": i comici Tognazzi e Vianello vengono espulsi dalla Rai per aver preso in giro il Presidente della Repubblica.
Nel 1961 la trasmissione più seguita resta sempre il tg (70% degli utenti): per anni le notizie date dai telegiornali appariranno come più attendibili di quelle fornite dai quotidiani, in quanto il pubblico percepiva le immagini come "verità oggettiva". Sul piano politico la gestione della Rai è democristiana; la cultura di tendenza è quella umanistica; lo slogan principale è: "I partiti hanno i giornali, il governo ha la Rai". Fino al 1960 nessun leader di partito ha mai parlato in tv.
Gli sport più seguiti sono il calcio e il ciclismo.
Nel 1961, a livello nazionale, il settore economico trainante è quello industriale (38%), poi vi è il terziario (32%), infine l’agricoltura (30%). I consumi privati tra il 1951 e il 1960 crescono del 65%. Il tasso di crescita di trasporti e telecomunicazioni cresce del 238%! Questo aumentato benessere fa aumentare gli abbonati alla Rai, la quale inoltre beneficia di maggiori introiti derivanti dalla pubblicità. Il monocolore democristiano, che ha dominato dal 1948, è entrato in crisi e si afferma il centro-sinistra. Di qui la nascita nel 1961 della seconda rete: si diversifica l’offerta televisiva.
Si notano subito tre novità: a differenza degli anni Cinquanta, allorché si faceva coincidere produzione e messa in onda, si sviluppano i sistemi di registrazione, per cui il prodotto può essere riproposto, conservato e venduto; sul primo canale il punto di riferimento culturale privilegiato era stato il teatro; sul secondo invece diventa il cinema (la tv è disposta a pubblicizzare la cinematografia, cerca dei registi per la realizzazione degli spot di Carosello e per sceneggiati televisivi); sul secondo canale le trasmissioni iniziano e finiscano con mezz’ora di ritardo rispetto al primo e vengono offerte delle proposte alternative.
Nel 1962, per la prima volta, la tv italiana si può collegare in diretta, via satellite, con l’America. Nascono anche le coproduzioni con paesi stranieri. Le ore di trasmissione diventano 12 (gli spot 17 minuti al giorno). Fino al 1968 la situazione non cambierà di molto. Gli abbonati sono 8,2 milioni, ma le persone che dichiarano di vedere la tv sono più del doppio. Per la prima volta l’interesse per i film (80%) supera quello dei tg (75%).
Dal 1962 al 1968 lo spettacolo resta fermo al 25%, la cultura scende dal 45% al 36% e l’informazione sale dal 29% al 39%. I programmi più graditi sono gli sceneggiati (I promessi sposi, I Miserabili, La Freccia nera...). Il varietà diventa sempre più sfarzoso (Studio uno, Canzonissima, L’amico del giaguaro, Specchio segreto - la prima Candid Camera). Nel 1968 si cerca di portare il cabaret nel varietà, ma dopo la performance trasgressiva di Dario Fo vi si rinuncia.
Sul piano sportivo fino al 1968 si trasmette solo in differita, ma con le Olimpiadi del Messico inizia la diretta (intercontinentale). Nel giro d’Italia compaiono per la prima volta le telecamere montate sulle motociclette che seguono la corsa.
Nel 1968-69 nasce la contestazione studentesca-operaia. Quotidiani e settimanali si svecchiano culturalmente, ma la Rai migliora solo sul piano tecnico-professionale. Questo limite della Rai dipende dalla sua posizione monopolista garantita dallo Stato. La Rai non è in grado di rappresentare i mutamenti sociali avvenuti nella prima metà degli anni Settanta.
Negli anni 1975-76 avviene la svolta: ha termine il monopolio della Rai, che fino a quel momento era stato visto come garante del pluralismo culturale. La Rai passa dal controllo governativo a quello parlamentare. Nascono le emittenti private, prima radiofoniche, poi televisive. Esse hanno ancora il divieto di andare oltre l’ambito locale (150.000 ab. come massimo bacino d’utenza). Prima del 1975 le uniche emittenti private che si potevano seguire erano Telemontecarlo, Tv Svizzera e Tv Capodistria.
Nel 1979 nasce anche la terza rete Rai, per dar voce alle Regioni, istituite nel 1970 (va in onda dalle 19 alle 23). Dal 1969 al 1975 lo spettacolo nella Rai resta fermo al 23%, la cultura cala dal 39% al 36%, l’informazione sale dal 36% al 40%.
Negli anni Settanta la Rai diventa uno dei maggiori produttori cinematografici del Paese (nel 1975 i film sono 115). I programmi d’intrattenimento vanno in crisi (Canzonissima è spostata alla domenica pomeriggio, del festival di Sanremo si vede solo l’ultima serata...).
A partire dal 1970 nei tg il conduttore sostituisce il lettore e coordina i vari giornalisti presenti in studio. Un anno prima lo sport si era conquistato un proprio spazio dentro il tg. La finale di Coppa Rimet del 1970 (Italia-Brasile) raggiunge per la prima volta oltre 28 milioni di telespettatori.
Negli anni Settanta vi è il boom delle emittenti private: da 68 nel 1976 a 600 nel 1981. Il loro palinsesto arriva alle 24 ore su 24. Per effetto di una legge del 1976 viene concesso ai privati di possedere emittenti televisive, mentre in buona parte d'Italia arrivano anche i segnali di tv straniere (Capodistria, Svizzera italiana, Montecarlo).
Nella prima metà degli anni Ottanta l'imprenditore Silvio Berlusconi, già fondatore di Canale 5, acquista anche le emittenti Italia 1 e Rete 4, con l'avvallo dei socialisti al governo, e crea il forte polo privato della Fininvest (oggi Mediaset).
A causa di questa forte concorrenza la Rai subisce una radicale trasformazione: introduce il colore nel 1977, nel 1981 le ore di trasmissione superano le 19; aumenta notevolmente la pubblicità, il settore culturale scende al 27%, superato da quello dello spettacolo: 37%, mentre l’informazione sale al 35%; acquisisce dagli Usa quasi tutti i film; cerca personaggi di sicuro richiamo per l’intrattenimento. Nel 1984 nasce il televideo.
Nel 1980 un’emittente privata della Rizzoli fa il primo tentativo di attacco al monopolio informativo della Rai a livello nazionale. Il tg è diretto da Costanzo. Tuttavia le emittenti private riescono a diffondersi a livello nazionale grazie allo sport. Nel 1980 Canale 5 può trasmettere il Mundialito in diretta in Lombardia e in differita nelle altre regioni. Alcune stazioni della Fininvest vengono oscurate perché trasmettono il tg al di fuori dei loro confini, ma il governo Craxi glielo permette, seppure tramite cassette pre-registrate.
A Milano nasce l’Auditel (Rai + private) per il rilevamento dell’ascolto e per la definizione dei tariffari pubblicitari. Per avere più spettatori dei concorrenti e quindi più inserzioni pubblicitarie, i due colossi Rai e Fininvest acquistano film e telefilm all'estero, producono costosi spettacoli di varietà, si contendono la trasmissione dei grandi eventi sportivi.
Nel 1987 il 90% della programmazione Fininvest è dedicato allo spettacolo, ma nel 1994 i palinsesti Rai - Finvest diventano sostanzialmente analoghi. Utilizzando le proprie emittenti Berlusconi è in grado di compiere il passaggio dall'economia alla politica, fino al punto da diventare presidente del Consiglio.
Intanto con la diffusione dei satelliti e la nascita delle antenne paraboliche, crescono le tv tematiche (non generaliste) a pagamento. Il resto è storia di oggi, con la TV via Internet e la possibilità di scegliere quando vedere i programmi preferiti "on demand".

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