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lunedì 16 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 giugno.

Il 16 giugno si celebra in tutto il mondo il "Bloomsday".

Il Bloomsday è la commemorazione annuale che si tiene a Dublino – e non solo – per celebrare lo scrittore irlandese James Joyce. Si tiene annualmente ogni 16 giugno in onore del suo romanzo più celebre, Ulysses, che racconta le storie di vita di differenti protagonisti che prendono atto proprio il 16 giugno 1904, a Dublino. Il suo nome deriva ovviamente dal cognome del protagonista del romanzo, Leopold Bloom e la sua prima edizione si svolse nel 1950 in occasione del trentennale della pubblicazione del romanzo, ad opera di alcuni scrittori che decisero di celebrare l’autore ripercorrendo le peregrinazioni di Leopold nel sua città.

Senza alcun dubbio, il tratto della storia più interessante e celebre del romanzo  è quello raccontato in flusso di coscienza da Leopold Bloom. Leopold procaccia pubblicità per un giornale e vive con la moglie Molly. Questa è sicuramente una sorta di parodia della Penelope dell’Odissea, con l’unica differenza che, mentre la consorte di Ulisse lo attende per vent’anni restandogli fedele, Molly, invece, ha una relazione extraconiugale di cui Leopold, tra l’altro, è anche a conoscenza.

L’Ulisse racconta la storia di un giorno nella vita del venditore di pubblicità Leopold Bloom. E’ ambientato a Dublino.

La vicenda del romanzo si svolge in un giorno solo, il 16 giugno 1904 (data del primo appuntamento di James Joyce con Nora, la donna che diventerà sua moglie). Durante questa giornata tre personaggi principali: Leopold Bloom, sua moglie Molly ed il giovane Stephen Dedalus,  vivono una sorta di Odissea personale, si svegliano, hanno vari incontri, e vanno a dormire diciotto ore più tardi.

Il personaggio centrale dell’Ulisse è Leopold Bloom e rappresenta l'uomo comune. E’ un agente pubblicitario che girovaga per Dublino e durante le sue peregrinazioni, che ricordano il vagare del protagonista dell’Odissea, Ulisse, lungo le rotte del Mediterraneo, incontra il giovane scrittore indigente Stephen Dedalus (considerato l’alter ego di Joyce).

I due si incontrano (molto avanti nel romanzo, verso la fine della parte centrale) per caso, dopo essersi sfiorati in varie occasioni, senza conoscersi in un bordello dove arrivano ubriachi e angosciati dalle proprie esperienze personali: Bloom assillato dai tradimenti della moglie, frustrato dal lavoro e oppresso dal ricordo del figlioletto morto, su cui aveva riposto grandi speranze di riscatto; Stephen perseguitato dal senso di colpa per non aver compiuto gli atti di devozione cattolica sul letto di morte della madre e tormentato dall’inadeguatezza della figura paterna.

Stephen coinvolto in una zuffa viene soccorso da Bloom che lo porta a casa propria offrendogli ospitalità anche per il futuro. Stephen diventa momentaneamente il figlio adottivo di Bloom: l’alienato uomo comune salva l'artista alienato e lo porta a casa.

A casa c'è Molly, la moglie di Bloom, una cantante voluttuosa. L’ultimo episodio è incentrato sulla figura di Molly, dopo che Stephen se ne va e Bloom si addormenta, la donna fa un monologo interiore in cui rievoca il rapporto con il marito e insegue le sue fantasticherie progettando un pomeriggio di adulterio con il suo direttore musicale.

Il finale del romanzo rimane aperto.

Vi è un legame tra l’Ulisse e la grande epopea di Omero. Joyce utilizza l'Odissea come un quadro di riferimento per il suo libro, organizzando i suoi personaggi e gli eventi in riferimento al modello eroico di Omero:

- Bloom rappresenta Ulisse;

- Stephen il figlio Telemaco;

- Molly la fedele Penelope.

Anche l’Ulisse di Joyce, come l’Odissea è diviso in tre parti. I primi tre episodi rappresentano la Telemachia, il blocco centrale la vera e propria Odissea e i capitoli finali il Nostos, ritorno in greco, cioè il rientro di Bloom a casa, dalla moglie.

Joyce stesso definisce la sua opera “un’Odissea moderna” e “l’epica del corpo umano”. Per comprendere l’Ulisse è fondamentale non solo il rinvio all’opera omerica ma è necessario riferirsi anche al mito antico.

L’Ulisse è una nuova forma di prosa, basata sul "metodo mitico" che permette all'autore di fare un parallelo continuo con l'Odissea.

Joyce scrive una "prosa epica moderna", un’epica attualizzata in cui il mito viene rovesciato e ironizzato secondo i tempi moderni e affermato in chiave anti-eroica e anti-sublime. Come Ulisse rappresenta l’eroe greco antico ed i valori dell’umanità antica, così Leopold rappresenta l’uomo moderno, l’uomo comune è l’eroe moderno, la cui mediocrità ne fa un anti-eroe di cui vengono mostrate le inquietudini, le debolezze e le irrisolte contraddizioni.

Le scene si svolgono nella Dublino natia, nella via che Joyce conosce bene, nella casa dove abita e nel pub frequentato solitamente; in ambienti circoscritti e noti, ritratti con realismo. E’ immersa nel quotidiano e ricostruisce fedelmente l’aria di Dublino, l'atmosfera, il posto. Di conseguenza, Dublino entra a far parte del racconto e diventa un personaggio del romanzo.

Il romanzo è diviso in 3 parti senza titoli interni, con dimensioni irregolari, infatti la parte centrale è molto più estesa rispetto alle altre due. Le parti sono ripartite in episodi non numerati: 3 nella prima e nella terza parte, 12 nella parte centrale.

Stephen Dedalus, il signor Bloom e la signora Bloom rappresentano diversi aspetti della natura umana:

- Stephen è pura intelligenza;

- La signora Bloom rappresenta la natura sensuale e la fecondità;

- Mr. Bloom rappresenta tutta l'umanità.

Il testo è gremito di temi, sottotemi e motivi perché vuole tendere alla rappresentazione unitaria e simultanea di tutto il materiale umano. Il tema principale è la simmetrica ricerca affettiva del padre verso il figlio e del figlio verso il padre. Ma c’è anche il tema del viaggio che metaforicamente rappresenta il viaggio interiore dei protagonisti. L’autore vuole inoltre mettere in rilievo l’oppressione dell’educazione cattolica e la difficoltà a superare il senso di colpa (attraverso il rimorso di Stephen nei confronti della madre morta). E poi ancora: l’eros, il cibo, la gelosia, la morte, il mutare delle cose, Dublino.

Joyce rompe la tradizione del racconto lineare basato sulla successione logica e cronologica dei fatti e su nessi causali e temporali abituali, aderendo alla forma del romanzo del “flusso di coscienza”, in inglese stream of consciousness novel, basato sulla immediata trasmissione delle sensazioni più profonde dell’io attraverso procedimenti illogici propri dell’inconscio.

Joyce insieme alla tecnica del flusso di coscienza combina diversi metodi per presentare una gran varietà di situazioni: la tecnica cinematografica, flashback, sospensione del discorso, ecc., creando la cosiddetta "tecnica del collage", molto simile alle tecniche utilizzate dall'artista cubista che raffigura una scena da tutti i punti di vista e tutte le prospettive.

Joyce utilizza il monologo interiore e ci sono due livelli di narrazione:

Uno esterno alla mente del personaggio;

L'altro interno con i pensieri del personaggio che scorrono liberamente senza alcuna interruzione provenienti dal mondo esterno.

Il linguaggio è ricco di immagini, contrasti, paradossi, simboli ecc Si utilizzano anche lo slang, soprannomi, parole straniere, neologismi, citazioni letterarie e allusioni ad altri testi.

Il contenuto scandaloso dell’opera ne rende la pubblicazione difficoltosa ed anche gli anticipi parziali su riviste incontrano i veti delle censure inglesi e americane. La situazione si sblocca grazie a Silvia Beach, editrice e libraia che in collaborazione con un’altra libraia, Adrienne Monnier, sua compagna nella vita, decide di stampare “Ulisse” per la propria libreria parigina “Shakespeare and Company”. Silvia Beach incontra numerose difficoltà, sia economiche che pratiche, ma infine il giorno del quarantesimo compleanno di James Joyce, il 2 febbraio 1922,  a Parigi l’opera appare per la prima volta nella vetrina della libreria “Shakespeare and Company”. Nel 1929, Adrienne Monnier pubblicò la prima traduzione in francese del romanzo.

sabato 24 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 agosto.
Il 24 agosto 1847 Charlotte Bronte finisce il suo romanzo Jane Eyre.
Jane Eyre fu pubblicato per la prima volta nel 1847 con lo pseudonimo di Currel Bell. Si tratta di un romanzo di formazione: racconta cioè tutte le tappe della vita della protagonista Jane. È scritto inoltre in forma autobiografica: ella si rivolge in maniera diretta al lettore.
L’importanza fondamentale del romanzo risiede nella descrizione dei cambiamenti di Jane, non soltanto dal punto di vista fisico ma soprattutto dal punto di vista psicologico: da giovane ragazza, la ritroviamo donna piena di passioni. Il romanzo risulta abbastanza attuale anche al giorno d’oggi soprattutto per l’attenzione dedicata alla psicologia e all’analisi interiore dei personaggi, in particolar modo della protagonista, donna dotata di grande coraggio e forti sentimenti. Il romanzo riscosse all’epoca grande successo, ed è ancora oggi molto venduto nelle librerie.
Il romanzo narra la storia di Jane Eyre, una bambina orfana che viene cresciuta da alcuni zii. Qui però viene derisa dai suoi cugini e maltrattata dalla zia. L’unico ad amarla è lo zio, che muore prematuramente. La zia pertanto la affida ad una sorta di collegio, dove vengono ospitate tutte bambine senza genitori.
È tenuta a dare una mano e a fare tanti sacrifici, crescendo in fretta, affrontando ogni giorno un’ambiente difficile e soprattutto la morte della migliore amica, avvenuta per tubercolosi a causa delle pessime condizioni igieniche della struttura. Qui però continua i suoi studi e riesce anche a diventare insegnante.
Da donna indipendente trova un lavoro presso Thornfield Hall, come istitutrice della figlia adottiva di Mr. Rochester, la piccola Adele.
Jane lavora molto bene in questo clima fino all’arrivo di Mr. Rochester, un uomo arrogante che però viene subito colpito dalla ragazza. Egli le chiede la mano ma c’è un segreto nascosto tra quelle mura: l’uomo è già sposato con una tale Bertha Mason, una donna che è diventata pazza e viene tenuta rinchiusa nel castello. Jane quindi scappa, profondamente delusa e decide di andare a vivere presso un ecclesiastico St. John e le sue sorelle. Questi le propone di sposarlo e di andare con lui in missione in India ma Jane rifiuta, perché ancora innamorata di Mr. Rochester.
Torna a Thornfiel Hall e trova uno scenario devastato: il castello era stato bruciato da un incendio, in seguito al quale Bertha era morta e Mr. Rochester aveva perso la vista. Jane e il padrone di casa convolano finalmente a nozze e lui ritrova parzialmente la vista.
La scrittura della Brontë è così introspettiva che sembra quasi di dimenticare la vita reale per calarsi direttamente nei panni della protagonista. Jane è una donna sicuramente molto moderna per l’epoca, indipendente e passionale ma dotata anche di una forte integrità morale. Bertha sembra essere quasi il suo alter ego: quel lato bestiale che doveva essere represso nella società Vittoriana ma che riemerge sconvolgendo l’equilibrio di tutti. Un romanzo che lascia soddisfatti i lettori per il suo lieto fine, raggiunto però ad un alto costo.

lunedì 22 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1922 Francis Scott Fitzgerald pubblica "Il curioso caso di Benjamin Button".
Un caso alquanto bizzarro, quello di Benjamin Button, un individuo fuori dal comune che viene dato alla luce nel 1860 a Baltimora. Il protagonista del romanzo straniero “Il curioso caso di Benjamin Button” ha qualcosa di strano, di inspiegabile, che lascia meravigliati e disgustati gli abitanti del luogo: Benjamin nasce con le sembianze di un anziano.
Nel libro “Il curioso caso di Benjamin Button” lo scrittore Fitzgerald ci mostra come non è semplice per la famiglia accettare di avere un figlio appena nato, che abbia i tratti di un vecchietto, a cui serve un bastone per camminare, con la barba e le rughe. Ma la cosa strana, – “curiosa”, come dice il titolo del libro – è che più passa il tempo più Benjamin ringiovanisce, vivendo una vita in senso esattamente opposto a quella dei comuni mortali.
Non è per nulla facile attraversare la storia all’indietro, diventare un uomo sempre più giovane, affascinante, bello, mentre per tutti gli altri il tempo lascia il suo segno che sfiorisce e li conduce alla morte. Non è per nulla semplice essere accettato da una società che lo guarda con occhio critico e incredulo, mentre Benjamin Button ama una donna, che diventa sua moglie, ma che per quanto desideri stare con lui, non può accogliere indifferente il suo segreto e ne patisce il peso e la sofferenza.
E ancora, Benjamin Button è costretto a diventare una sorta di figlio di suo figlio, e a dover accettare le cure da parte di colui che, in una vita normale, avrebbe dovuto curare lui. Suo figlio, nel corso degli anni, gli farà da balia, fino a cullarlo per farlo addormentare. Non esiste la normalità nella vita del protagonista de “Il curioso caso di Benjamin Button” e lui, emarginato dalla realtà, si crea il suo mondo, riuscendo lo stesso ad essere felice.
“Il curioso caso di Benjamin Button”  è una fiaba divertente ma che fa riflettere sulla difficoltà dell’uomo di comprendere e accettare qualcosa di diverso e apparentemente inspiegabile. Un romanzo moderno, nonostante sia stato scritto nel 1922 e che lascia una sua affascinante traccia.
Francis Scott Key Fitzgerald, attraverso la sua metafora, nel libro “Il curioso caso di Benjamin Button”,  cerca di mostrare come il momento di piena saggezza ed esperienza, sembri essere quello dell’infanzia. Di contro, la senilità rappresenta il regresso, il decadimento e l’incomprensione. Nel mezzo, tra i due momenti, c’è la vita migliore, quella del confronto, del godimento e della profondità dei sentimenti.
Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense, autore di romanzi e racconti. È considerato uno fra i maggiori autori dell'Età del jazz e, per la sua opera complessiva, del XX secolo. Faceva parte della corrente letteraria della cosiddetta Generazione perduta, un gruppo di scrittori americani nati negli anni 1890 che si stabilì in Francia dopo la prima guerra mondiale. Scrisse quattro romanzi, più un quinto lasciato incompiuto, e decine di racconti brevi sui temi della giovinezza, della disperazione, e del disagio generazionale. I quattro romanzi dell'autore sono "Di qua dal Paradiso", "Belli e dannati", "Il grande Gatsby" e "Tenera è la notte".
 Benjamin Button è stato portato alla ribalta grazie all'adattamento cinematografico realizzato da David Fincher nel 2008, con protagonisti Brad Pitt e Cate Blanchett. In realtà la parola "adattamento" non è la più corretta in quanto il film non coincide affatto con il libro.
Benjamin Button nasce con l'aspetto di un anziano settantenne e vive la sua vita controcorrente in quanto, invece di invecchiare come le persone, ringiovanisce. Nel film possiamo seguire Benjamin durante le sue avventure, vivere con lui la sua vecchiaia-infanzia, il suo ringiovanimento fino alla sua infanzia-vecchiaia. Nel libro, che è un racconto lungo e non un romanzo, Fitzgerald ci dà un assaggio della vita di Benjamin, facendocela scorrere davanti agli occhi in maniera accelerata.
L'idea è originalissima, ma forse è stata un'occasione sprecata. Benjamin è completamente fuori posto in ogni contesto sociale, partendo proprio dalla famiglia. La sua nascita provoca grande imbarazzo e il padre non sa come comportarsi. Suo figlio è un uomo anziano, più vecchio di lui, che ha interessi e gusti di un uomo della sua età. E' grottesca la visione di un settantenne vestito come un bambino e il padre non può che rassegnarsi. La vita di Benjamin scorre all'indietro, mentre tutti gli altri vanno avanti e così anche suo figlio si vergogna di lui, che continua a diventare sempre più giovane.
Fitzgerald ha deciso di dedicarsi ad altre storie probabilmente, lasciandoci leggere solo una bozza della vita di Benjamin Button. Peccato, sarebbe stato molto interessante leggere e approfondire i personaggi e le vicende che essi vivono.
Il film non rispecchia la storia, ma almeno a Benjamin viene data una seconda vita. Molto belle le interpretazioni di Pitt e Blanchett.

giovedì 2 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.
Il 2 dicembre 1913 la scrittrice Karen Blixen lascia la Danimarca per andare ad acquistare una fattoria in Africa. Da questa esperienza nascerà il bestseller autobiografico "La mia Africa".
Karen Blixen, il cui vero nome era Karen Christence Dinesen, nasce il 17 aprile 1885 a Rungstedlund, in Danimarca. Figlia di un proprietario terriero dedito alla politica (poi morto suicida) visse per lungo tempo nella residenza di campagna che il padre prima acquistò e in seguito restaurò a sue spese. Oltre alla placida routine della campagna danese Karen conobbe, almeno per la prima parte della sua vita, gli agi, i pettegolezzi e le mollezze degli ambienti "upperclass" della vicina e moderna Copenaghen.
Nel 1913 si fidanza con il cugino svedese, il barone Bror von Blixen-Finecke, e insieme a lui decide di partire per l'Africa con l'idea di acquistarvi una fattoria. La vita "civile" non sembrava adatta al carattere ribelle e forse un po' romantico della futura scrittrice.
Nei salotti si annoia profondamente, quasi sentendo che la vita le sfugge fra le mani senza aver provato emozioni reali e autentiche. L'epilogo rosa di questa specie di fuga, anche se dai caratteri non propriamente tali (almeno agli occhi delle persone che circondano i due) è costituito dal matrimonio che li ufficializza come marito e moglie, celebrato a Mombasa nel 1914. Una volta uniti e in regola con la legge, di comune accordo si trasferiscono in una grande piantagione nei pressi di Nairobi.
Purtroppo l'iniziale idillio dopo qualche anno va in pezzi. Quella che sembrava una grande storia d'amore coronata da interessi e passioni comuni si rivela in realtà una prigione difficile da sopportare. Il 1921 è l'anno del doloroso divorzio. Bror lascia l'Africa mentre Karen continua a vivere nella piantagione di caffè, ormai sua ragione di vita, facendola crescere e dirigendola con intelligenza e tenacia per ben diciassette anni.
Ma anche questa laboriosa routine sarà destinata a terminare.
L'improvvisa crisi sopravviene nel 1931 quando crolla il mercato del caffè e Karen Blixen si trova costretta a chiudere l'attività della piantagione dopo alcuni anni di stentata sopravvivenza. A questo punto ragioni economiche più che sentimentali la costringono a lasciare l'Africa e a tornare alla casa di famiglia, dove si dedica con intensità alla scrittura.
Fra le molteplici storie che scrive una in particolare è destinata a rievocare i suoi anni africani. Questa sorta di diario intimo, considerato il suo capolavoro, altro non è che il celeberrimo "La mia Africa", titolo che vedrà la luce solo nel 1937.
La prima pubblicazione che però la vede affermarsi sul mercato è "Sette storie gotiche", edito in Inghilterra e in America nel 1934.
Malgrado la bruciante nostalgia per il Kenya, nostalgia che ha tutti i caratteri di un vero e proprio "mal d'Africa", la scrittrice passerà il resto dei suoi giorni in Danimarca, peraltro afflitta da una salute malferma e vacillante, forse attribuibile secondo alcune ricostruzioni ad una malattia venerea mal curata che avrebbe contratto dal marito durante il primo anno di matrimonio.
Gli ultimi anni dunque sono particolarmente tristi e delicati. Minata dall'inesorabile malattia che non le lascia un attimo di tregua, trascorre lunghi periodi in ospedale, talvolta impossibilitata addirittura a scrivere o ad assumere la posizione seduta. Per dare corpo alla sua creatività si affida alla segretaria, depositaria fedele e trascrittrice attenta delle sue flebili dettature.
La fine arriva il 7 settembre 1962 quando Karen Blixen ha da poco superato i settantasette anni.
Una particolarità di questa autrice è che lungo tutta la sua carriera ha amato celarsi dietro numerosi pseudonimi: da Isak Dinesen a Tania Blixen fino ad arrivare al mascheramento androgino con le pubblicazioni a nome di Pierre Andrézel. Questo strano e per certi versi incomprensibile atteggiamento attirò su di lei un gran numero di pettegolezzi, anche relativamente all'originalità dei suoi scritti. Resta il fatto che Hemingway, al momento della consegna del premio Nobel, insinuò che il suddetto premio avrebbe dovuto essere anche assegnato alla gran signora venuta dal Nord.
Nel 1985 Sydney Pollack fece una famosa trascrizione cinematografica del suo romanzo africano, con Maryl Streep e Robert Redford, che gli valse ben sette premi Oscar l'anno successivo (Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior fotografia, miglior scenografia, miglior sonoro e miglior colonna sonora).

giovedì 26 aprile 2012

#romanzo #racconto #Promessi Sposi: La madre di Cecilia:

Scendeva dalla soglia d' uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa...
La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d' averne sparse tante...
... Portava essa in collo una bambina di forse nove anni, , morta; ma tutta bene accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva...
... Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo,- No!- disse : - non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro...
... La madre dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l 'accomodò, le tese sopra un panno bianco e disse l'ultime parole :- Addio Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restare sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri - poi voltatasi di nuovo al monatto - Voi,- disse,- passando di qui verso sera, salirete e prenderete anche me, e non me sola...


tratto da:  http://www.poesieracconti.it/racconti/a/alessandro-manzoni


                      http://www.lombardiabeniculturali.it/stampe/schede/G1050-00867/

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