Buongiorno, oggi è il 28 dicembre.
Il 28 dicembre 1937 muore, all'età di 62 anni, Maurice Ravel.
Nato il 7 marzo 1875 a Ciboure, paesino dei Pirenei, da padre francese e madre basca, Maurice Ravel subito si trasferisce a Parigi, dove dimostra presto spiccate doti musicali, con una forte propensione per il pianoforte e l'armonia.
Si iscrive al Conservatorio e si dedica dall'età di sette anni allo studio del pianoforte, e dai dodici a quello della composizione, giungendo assai presto a uno stile personale.
Partecipa più volte al Prix de Rome, noto premio francese, risultando spesso perdente; finalmente arriva secondo nel 1901, con la cantata Mirra.
A soli 24 anni ottiene un grande successo di pubblico con la "Pavana pour une infante défunte" (la "pavana" o "padovana" era un'antica danza italiana o spagnola). In seguito collabora con S. Diaghilev, impresario dei Ballets Russes, creando il balletto "Daphnis et Chloé" che consacrerà il suo talento.
Scoppiata la Grande Guerra decide di arruolarsi e dopo grandi insistenze (fu anche scartato dall'aviazione) riesce a prestare servizio come carrista per 18 mesi; Maurice Ravel era convinto che il conflitto mondiale avrebbe completamente cambiato l'assetto del mondo e della società, pertanto la sua sensibilità artistica non poteva mancare un simile evento.
Al termine dell'esperienza militare riprende con successo l'attività di musicista: si esibisce in diverse tournée in Europa e negli Stati Uniti, durante le quali presenta le proprie composizioni, che vengono accolte con entusiasmo da pubblico e critica. Frattanto gli viene conferita una laurea ad honorem a Oxford.
Ravel si propone da subito con un stile straordinariamente moderno ed equilibrato, con lo stesso intento di cambiare le forme classiche di Debussy, ma attraverso un rinnovamento degli elementi della tradizione - melodia, armonia, ritmo e timbro - di estrema piacevolezza e comprensibilità (a differenza dell'altro).
Supera con facilità le iniziali incomprensioni dovute alla novità dello stile e fonda per reazione la Società Musicale Indipendente con altri musicisti, istituzione determinante per la diffusione della musica contemporanea. Conseguendo una continua e crescente simpatia da parte del pubblico, raggiunge il più clamoroso successo con il "Bolero", composto su richiesta della celebre ballerina franco-russa Ida Rubinstein, nel 1928.
Ravel non ne voleva più sapere di balletti dopo che aveva rotto con il mostro sacro dell'epoca in tema di balletti, quel Sergej Pavlovič Djagilev che imperava a Parigi in quegli anni come direttore artistico nonché fondatore dei famosi Balletti russi. Ma cedette alle insistenze della Rubinstein e decise di orchestrare un pezzo del compositore spagnolo Isaac Albéniz, il componimento per pianoforte Iberia, per un balletto. Arrivò presto però la notizia che gli eredi del grande compositore spagnolo non avevano acconsentito a nessuna trascrizione di pezzi del maestro anche perché la partitura della Iberia era già stata orchestrata dal maestro Enrique Fernàndez Arbòs.
Fu a questo punto che Ravel, non scoraggiandosi, prese l'iniziativa di comporre ex novo un pezzo a tempo di bolero, scegliendo dunque un brano dal carattere tipicamente spagnolo. Il Boléro andò in scena all'Opéra national de Paris il 22 novembre 1928, diretto da Walter Straram con le coreografie di Bronislava Nijinska. Il balletto, pur molto innovativo e provocatorio, ottenne un clamoroso successo.
Il balletto originale è una sorta di ballo rituale durante il quale una donna danza in modo seducente su un tavolo, mentre un gruppo di uomini si avvicinano a lei sempre più, con il crescere della musica.
Tra le sue composizioni più conosciute, oltre alle già citate, sono da ricordare: Mamma oca, cinque pezzi infantili per pianoforte a quattro mani e poi per orchestra, ispirata a cinque favole di Charles Perrault, un delizioso mondo fiabesco realizzato in musica; due Concerti per pianoforte e Orchestra, di cui il secondo in re maggiore ha la caratteristica di avere la parte pianistica suonata con la mano sinistra (fu infatti composto per il pianista austriaco P. Wittegenstein, che durante la I guerra Mondiale era rimasto mutilato al braccio destro, ma aveva continuato coraggiosamente la carriera concertistica); L'ora spagnola, per il teatro.
Nel 1933, in seguito ad un incidente d'auto, Maurice Ravel viene colpito da una malattia che paralizzerà progressivamente il suo fisico; muore il 28 dicembre 1937 a Parigi, in seguito ad un'intervento chirurgico al cervello.
George Gershwin ebbe modo di raccontare che quando chiese al maestro francese di poter studiare insieme a lui, Ravel gli rispose: "Perché vuoi diventare un mediocre Ravel, quando puoi essere un ottimo Gershwin?".
Stravinsky, parlando di Ravel, lo definì un "artigiano di orologi svizzeri", riferendosi all'intricata precisione dei suoi lavori.
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giovedì 28 dicembre 2023
mercoledì 25 ottobre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 ottobre.
Il 25 ottobre 1825 nasce Johann Strauss figlio.
Johann Strauss nasce a Vienna, una delle più importanti città europee di fine 800, famosa per la sua vivace vita culturale e che, proprio in quegli anni ospitava la bellissima imperatrice Sissi. Padre di Johann Strauss jr. è Johann Strauss, famosissimo musicista e compositore. Il padre però, pur amando enormemente la musica, non desiderava che il figlio, nato nel 1825 e chiamato come lui, studiasse musica e divenisse un professionista, preferendo avviarlo a studi diversi. Tuttavia, il richiamo del violino è troppo forte e, il giovane Johann jr. corona il suo sogno, divenendo già in giovane età un violinista molto conosciuto e apprezzato. Oltre che esecutore musicale egli si dedica però anche alla composizione, arrivando a superare il padre. Già a diciannove anni Strauss jr. dirige un'orchestra, nonostante il padre avversi la sua scelta e cerchi di boicottarlo pubblicamente. Ma ciò non serve e il ragazzo è ormai lanciato verso una brillante carriera.
Negli anni seguenti nascono le sue più grandi composizioni. Suo è il famosissimo valzer "Sul bel Danubio blu". Da ricordare che il valzer era il ballo più in voga all'epoca e suo assiduo praticante era persino l'imperatore Francesco Giuseppe. Nessuno osa dare un ballo per l'imperatore se non si può permettere di invitare Johann Strauss jr. a dirigere l'orchestra e per Strauss jr. era tale la fama che fu nominato anche Maestro di Cappella e successivamente direttore dei balli di corte. A lavorare con lui, furono i due fratelli minori Eduard e Josef, insieme all'attiva collaborazione della madre e delle sorelle. Il rapporto con il padre, invece, rimane sempre conflittuale, anche in seguito all'abbandono del tetto coniugale e dell'unione con una giovane compagna.
Gli anni della maturità sono per Strauss jr. estremamente fecondi. Oltre che acclamato compositore di musica orchestrale, negli anni 70 del diciannovesimo secolo, dal 1871 Strauss jr. trova feconda attività nel campo dell'operetta, un tipo di opera brillante molto amata a quei tempi. La più famosa è sicuramente Lo zingaro barone del 1874.
Strauss jr. muore nel 1899, lasciando un ricco testamento, in gran parte destinato alla moglie e ai familiari.
Alla sua figura e a quella degli altri membri della sua famiglia è dedicato l'annuale Concerto di Capodanno, offerto dai Wiener Philharmoniker, in diretta mondovisione dalla sala dorata del Musikverein di Vienna.
Il 25 ottobre 1825 nasce Johann Strauss figlio.
Johann Strauss nasce a Vienna, una delle più importanti città europee di fine 800, famosa per la sua vivace vita culturale e che, proprio in quegli anni ospitava la bellissima imperatrice Sissi. Padre di Johann Strauss jr. è Johann Strauss, famosissimo musicista e compositore. Il padre però, pur amando enormemente la musica, non desiderava che il figlio, nato nel 1825 e chiamato come lui, studiasse musica e divenisse un professionista, preferendo avviarlo a studi diversi. Tuttavia, il richiamo del violino è troppo forte e, il giovane Johann jr. corona il suo sogno, divenendo già in giovane età un violinista molto conosciuto e apprezzato. Oltre che esecutore musicale egli si dedica però anche alla composizione, arrivando a superare il padre. Già a diciannove anni Strauss jr. dirige un'orchestra, nonostante il padre avversi la sua scelta e cerchi di boicottarlo pubblicamente. Ma ciò non serve e il ragazzo è ormai lanciato verso una brillante carriera.
Negli anni seguenti nascono le sue più grandi composizioni. Suo è il famosissimo valzer "Sul bel Danubio blu". Da ricordare che il valzer era il ballo più in voga all'epoca e suo assiduo praticante era persino l'imperatore Francesco Giuseppe. Nessuno osa dare un ballo per l'imperatore se non si può permettere di invitare Johann Strauss jr. a dirigere l'orchestra e per Strauss jr. era tale la fama che fu nominato anche Maestro di Cappella e successivamente direttore dei balli di corte. A lavorare con lui, furono i due fratelli minori Eduard e Josef, insieme all'attiva collaborazione della madre e delle sorelle. Il rapporto con il padre, invece, rimane sempre conflittuale, anche in seguito all'abbandono del tetto coniugale e dell'unione con una giovane compagna.
Gli anni della maturità sono per Strauss jr. estremamente fecondi. Oltre che acclamato compositore di musica orchestrale, negli anni 70 del diciannovesimo secolo, dal 1871 Strauss jr. trova feconda attività nel campo dell'operetta, un tipo di opera brillante molto amata a quei tempi. La più famosa è sicuramente Lo zingaro barone del 1874.
Strauss jr. muore nel 1899, lasciando un ricco testamento, in gran parte destinato alla moglie e ai familiari.
Alla sua figura e a quella degli altri membri della sua famiglia è dedicato l'annuale Concerto di Capodanno, offerto dai Wiener Philharmoniker, in diretta mondovisione dalla sala dorata del Musikverein di Vienna.
giovedì 7 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 aprile.
Il 7 aprile 1805 Beethoven dirige per la prima volta la sinfonia n. 3, detta l'eroica.
«Anche lui è come tutti gli altri»!
Con queste parole Beethoven, secondo la fonte autorevole dell’allievo Ferdinand Ries, tra il maggio e il giugno del 1804 cancellò la dedica della "Sinfonia Eroica" a Napoleone Bonaparte. Da quel momento iniziò in lui un rapporto di amore-odio per colui che ormai si era auto proclamato imperatore dei francesi. Questo rapporto però potrebbe apparire meno problematico, meno controverso, se si considerassero distintamente le due figure di Napoleone. Ossia, da una parte, quello che nel 1804 diventò il suo ruolo storico effettivo: il tiranno espansionista verso cui Beethoven non poteva che provare disgusto; e dall’altra, la figura che invece rimase impressa nell’immaginario mitico di Beethoven (e non solo del suo) cioè l’uomo forte che incarna gli ideali nobili di uguaglianza fraternità e libertà della Rivoluzione francese. Questa seconda figura – mitica – come tutti i miti, oltre a non avere i difetti dell’uomo reale che fu Napoleone, è anche immortale. Possiamo citare ad esempio il mito di Ulisse: l’uomo alla perenne ricerca di sé stesso nella sua sete sfrenata di conoscenza del mondo. Oppure possiamo pensare alla figura mitica dello stesso Beethoven: l’artista libero che spezza le convenzioni per aprire nuove vie alla sua arte. Ma questa lucida distinzione la possiamo operare in modo sereno solo oggi. All’epoca dei fatti non era umanamente possibile scindere il mito del condottiero liberatore, caricato di tanti nobili ideali, dalla sua effettiva condotta storica. Tanto più quando, già delineata la figura mitica, il personaggio storico è ancora vivente. Altro non resta da fare che strappare a malincuore stemmi, effigi e frontespizi di sinfonie, e rimanere col mito in un rapporto di amore-odio. Considerando che la figura mitica di Napoleone era già ben delineata viva e amata nei cuori quando la sua figura storica continuava a disgustare gli occhi stessi di coloro che amarono la prima, possiamo ben capire come «l’inestinguibil odio e l’indomato amor» a cui accenna il Manzoni nella sua Ode non fossero semplicisticamente solo due fazioni distinte di giudizio storico ma un dramma irrisolto, e irrisolvibile, nell’animo di molti uomini come Beethoven.
Nella "Sinfonia Eroica" possiamo trovare una caratteristica che la accomuna a quei capolavori che saranno di lì a pochi anni le sinfonie Quinta e Nona dello stesso Beethoven. Si tratta dell’importanza che viene ad assumere in queste tre opere il movimento finale quale conclusione dell’intero lavoro concepito secondo un principio organico per cui l’intera sinfonia non risulta costituita dalla giustapposizione di quattro movimenti nati da momenti creativi diversi ognuno indipendente dall’altro. Questo principio unitario è molto evidente nella Quinta. In questa sinfonia, non meno eroica della Terza, si passa progressivamente dal bagliore sinistro del do minore, dalla lotta contro il destino avverso a cui è legata la concezione del primo movimento, fino alla luce radiosa del do maggiore che nel Finale celebra la vittoria. Nella Nona invece, al di là del fascino che esercita la fitta trama di presagi e reminiscenze che lega tutti e quattro i suoi movimenti, la logica che la tiene insieme – non solo a livello formale – è a tutt’oggi ancora molto da esplorare.
Per quanto riguarda l’Eroica può essere illuminante partire dall’idea – dall’ideale – della libertà. E dunque scorgere all’interno delle sfaccettature a cui è legata, non tanto la libertà quanto l’idea di una ‘divenire travagliato’ – traumatico – della libertà, quel principio che tiene insieme nella loro ‘verità estetica’ i quattro movimenti della Terza Sinfonia di Beethoven. ‘Verità estetica’ è una bella espressione usata da Fabrizio Della Seta in chiusura del suo lavoro dedicato all’Eroica, dove afferma con acume che tale verità «rimarrà intatta finché vi sarà qualcuno capace di pensare la libertà». Questo “pensare la libertà”, sia a livello individuale che collettivo, nel suo concretizzarsi in “agire per la libertà”, altro non è in sostanza che quel divenire travagliato di cui dicevamo. Lotta, sacrificio (morte), e vittoria, ne sono invece le fasi caratteristiche: le sfaccettature attraverso cui si compie questo travaglio e che possiamo cogliere nell’ascolto dell’Opera.
Il 7 aprile 1805 Beethoven dirige per la prima volta la sinfonia n. 3, detta l'eroica.
«Anche lui è come tutti gli altri»!
Con queste parole Beethoven, secondo la fonte autorevole dell’allievo Ferdinand Ries, tra il maggio e il giugno del 1804 cancellò la dedica della "Sinfonia Eroica" a Napoleone Bonaparte. Da quel momento iniziò in lui un rapporto di amore-odio per colui che ormai si era auto proclamato imperatore dei francesi. Questo rapporto però potrebbe apparire meno problematico, meno controverso, se si considerassero distintamente le due figure di Napoleone. Ossia, da una parte, quello che nel 1804 diventò il suo ruolo storico effettivo: il tiranno espansionista verso cui Beethoven non poteva che provare disgusto; e dall’altra, la figura che invece rimase impressa nell’immaginario mitico di Beethoven (e non solo del suo) cioè l’uomo forte che incarna gli ideali nobili di uguaglianza fraternità e libertà della Rivoluzione francese. Questa seconda figura – mitica – come tutti i miti, oltre a non avere i difetti dell’uomo reale che fu Napoleone, è anche immortale. Possiamo citare ad esempio il mito di Ulisse: l’uomo alla perenne ricerca di sé stesso nella sua sete sfrenata di conoscenza del mondo. Oppure possiamo pensare alla figura mitica dello stesso Beethoven: l’artista libero che spezza le convenzioni per aprire nuove vie alla sua arte. Ma questa lucida distinzione la possiamo operare in modo sereno solo oggi. All’epoca dei fatti non era umanamente possibile scindere il mito del condottiero liberatore, caricato di tanti nobili ideali, dalla sua effettiva condotta storica. Tanto più quando, già delineata la figura mitica, il personaggio storico è ancora vivente. Altro non resta da fare che strappare a malincuore stemmi, effigi e frontespizi di sinfonie, e rimanere col mito in un rapporto di amore-odio. Considerando che la figura mitica di Napoleone era già ben delineata viva e amata nei cuori quando la sua figura storica continuava a disgustare gli occhi stessi di coloro che amarono la prima, possiamo ben capire come «l’inestinguibil odio e l’indomato amor» a cui accenna il Manzoni nella sua Ode non fossero semplicisticamente solo due fazioni distinte di giudizio storico ma un dramma irrisolto, e irrisolvibile, nell’animo di molti uomini come Beethoven.
Nella "Sinfonia Eroica" possiamo trovare una caratteristica che la accomuna a quei capolavori che saranno di lì a pochi anni le sinfonie Quinta e Nona dello stesso Beethoven. Si tratta dell’importanza che viene ad assumere in queste tre opere il movimento finale quale conclusione dell’intero lavoro concepito secondo un principio organico per cui l’intera sinfonia non risulta costituita dalla giustapposizione di quattro movimenti nati da momenti creativi diversi ognuno indipendente dall’altro. Questo principio unitario è molto evidente nella Quinta. In questa sinfonia, non meno eroica della Terza, si passa progressivamente dal bagliore sinistro del do minore, dalla lotta contro il destino avverso a cui è legata la concezione del primo movimento, fino alla luce radiosa del do maggiore che nel Finale celebra la vittoria. Nella Nona invece, al di là del fascino che esercita la fitta trama di presagi e reminiscenze che lega tutti e quattro i suoi movimenti, la logica che la tiene insieme – non solo a livello formale – è a tutt’oggi ancora molto da esplorare.
Per quanto riguarda l’Eroica può essere illuminante partire dall’idea – dall’ideale – della libertà. E dunque scorgere all’interno delle sfaccettature a cui è legata, non tanto la libertà quanto l’idea di una ‘divenire travagliato’ – traumatico – della libertà, quel principio che tiene insieme nella loro ‘verità estetica’ i quattro movimenti della Terza Sinfonia di Beethoven. ‘Verità estetica’ è una bella espressione usata da Fabrizio Della Seta in chiusura del suo lavoro dedicato all’Eroica, dove afferma con acume che tale verità «rimarrà intatta finché vi sarà qualcuno capace di pensare la libertà». Questo “pensare la libertà”, sia a livello individuale che collettivo, nel suo concretizzarsi in “agire per la libertà”, altro non è in sostanza che quel divenire travagliato di cui dicevamo. Lotta, sacrificio (morte), e vittoria, ne sono invece le fasi caratteristiche: le sfaccettature attraverso cui si compie questo travaglio e che possiamo cogliere nell’ascolto dell’Opera.
lunedì 25 gennaio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 gennaio.
Il 25 gennaio 1858, durante il matrimonio della principessa Vittoria di Sassonia, figlia della Regina Vittoria d'Inghilterra, con il principe Federico III di Germania, all'incedere in chiesa della sposa viene suonata la marcia nuziale di Felix Mendelssohn tratta dall'opera "Sogno di una notte di mezz'estate" di William Shakespeare.
Da allora, questa musica è diventata una tra le più popolari dei matrimoni, utilizzata fino ai giorni nostri.
Felix Mendelssohn nacque il 3 febbraio 1809, nella città di Amburgo, da un’aristocratica famiglia di origine ebraica.
La sua famiglia, in un impeto di diplomazia e convenienza si convertì al luteranesimo, aggiungendo al proprio cognome Bartholdy per distinguersi dai membri della famiglia rimasti ancora fedeli all’ebraismo.
La spensieratezza e la sua prematura saggezza giovanile gli permisero di non dare molto peso a questo cambiamento ma lo portarono a concentrarsi più alla musica e alle arti che alla religione.
Da giovane ebbe modo di maturare rapidamente, grazie ai suoi genitori, assai colti, che fecero in modo che gli venisse impartita un’educazione completa, rivelandosi veloce nell’apprendimento della musica.
Imparò a suonare il pianoforte dalla madre all’età di sei anni, a sette divenne allievo di Marie Bigot.
La sorella, Fanny Mendelssohn conosciuta poi come Fanny Hensel era lei stessa pianista di fama e compositrice di rilievo tanto che alcune opere firmate dal fratello furono scritte in realtà da lei anche in virtù del pregiudizio che non considerava conveniente una tale attività artistica per una donna.
Nel 1819 si trasferì con la famiglia a Berlino, dove si concentrò nello studio del pianoforte sotto l’insegnamento di Ludwig Berger – allievo diretto di Muzio Clementi – e della composizione con Carl Friedrich Zelter, che gli insegnò ad amare la musica di Bach e gli presentò, nel 1821, Goethe.
L’anziano poeta manifestò grande ammirazione per il giovane Mendelssohn, tanto che lo invitò a suonare per lui per alleviare la sua malinconia.
Mendelssohn si esibì nel suo primo concerto all’età di nove anni, quando prese parte ad un’esibizione da camera suonando in modo impeccabile il difficile Concerto militare di Dussek.
Fu compositore prolifico fin dalla più giovane età, e pubblicò il suo primo lavoro, un quartetto per pianoforte, all’età di tredici anni.
Scrisse le sue prime dodici sinfonie, che iniziarono ad essere eseguite con regolarità solamente in tempi recenti, durante i primi anni di adolescenza (più precisamente, dai dodici ai quattordici anni).
A quindici anni scrisse la prima sinfonia per orchestra completa, op. 11 in Do minore (1824), nel 1825 il celebre Ottetto per archi op.20, e a diciassette l’Ouverture per il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, forse il suo primo grande successo.
Viaggiò molto e a Parigi, nel 1825, ebbe modo di conoscere Gioachino Rossini, Giacomo Meyerbeer e Luigi Cherubini, responsabile in parte della carriera musicale poi intrapresa da Felix, avendo dato un favorevole giudizio al quartetto in si minore op. 3 (dedicato a Goethe). A Roma incontrò Hector Berlioz, con il quale instaurò una duratura amicizia, pur non considerandolo un musicista di gran livello.
Ebbe il merito di riportare alla luce la musica di Johann Sebastian Bach, caduta in oblio in quel periodo, in particolare la Passione secondo Matteo, che fino ad allora non era stata più interpretata dalla morte dello stesso Bach. L’intera opera di Bach deve a Mendelssohn un rilancio importantissimo che non è mai più terminato. Non solo Bach ma anche Mozart ricevette da Mendelssohn un ulteriore rilancio; proprio questi due giganti della musica caratterizzarono il suo stile compositivo sia nella struttura che nella efficacia melodica.
Sposò Cécile Jeanrenaud nel marzo del 1837 ed ebbe cinque figli.
A quanto pare, durante la luna di miele, nella Foresta Nera in Germania, gli venne una ispirazione e compose il concerto per pianoforte e orchestra in re minore op.40.
Dal 1829 al 1832 fu in viaggio in Inghilterra, Svizzera, Francia ed Italia cogliendo quasi ovunque grande successo esibendosi come pianista, organista e direttore d’orchestra.
Nel 1835 fu nominato direttore dell’orchestra del Gewandhaus di Lipsia e nel 1843 fondò il Conservatorio di Lipsia.
Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da una salute piuttosto cagionevole e questo gli impedì di esibirsi come pianista, portandolo verso una grave forma di depressione anche a a causa della contemporanea morte della sorella Fanny nel maggio del 1847. A questo triste evento dedicò il “Requiem per Fanny”, ovvero il quartetto op. 80, in fa minore, sua ultima composizione di spessore, e opera nella quale si riscontra per la prima volta una profonda malinconia a differenza della sua intera opera tipicamente energica e brillante.
Dopo una serie di infarti ed un ictus, morì a 38 anni, il 4 novembre 1847 alle 21.24, nella sua casa al numero 12 di Goldschmidtstrasse a Lipsia, e fu sepolto nel Dreifaltigkeitsfriedhof a Berlino.
Robert Schumann, suo grande amico, dedicò alla sua memoria il brano Rimembranze dell’Album per la gioventù.
Il 25 gennaio 1858, durante il matrimonio della principessa Vittoria di Sassonia, figlia della Regina Vittoria d'Inghilterra, con il principe Federico III di Germania, all'incedere in chiesa della sposa viene suonata la marcia nuziale di Felix Mendelssohn tratta dall'opera "Sogno di una notte di mezz'estate" di William Shakespeare.
Da allora, questa musica è diventata una tra le più popolari dei matrimoni, utilizzata fino ai giorni nostri.
Felix Mendelssohn nacque il 3 febbraio 1809, nella città di Amburgo, da un’aristocratica famiglia di origine ebraica.
La sua famiglia, in un impeto di diplomazia e convenienza si convertì al luteranesimo, aggiungendo al proprio cognome Bartholdy per distinguersi dai membri della famiglia rimasti ancora fedeli all’ebraismo.
La spensieratezza e la sua prematura saggezza giovanile gli permisero di non dare molto peso a questo cambiamento ma lo portarono a concentrarsi più alla musica e alle arti che alla religione.
Da giovane ebbe modo di maturare rapidamente, grazie ai suoi genitori, assai colti, che fecero in modo che gli venisse impartita un’educazione completa, rivelandosi veloce nell’apprendimento della musica.
Imparò a suonare il pianoforte dalla madre all’età di sei anni, a sette divenne allievo di Marie Bigot.
La sorella, Fanny Mendelssohn conosciuta poi come Fanny Hensel era lei stessa pianista di fama e compositrice di rilievo tanto che alcune opere firmate dal fratello furono scritte in realtà da lei anche in virtù del pregiudizio che non considerava conveniente una tale attività artistica per una donna.
Nel 1819 si trasferì con la famiglia a Berlino, dove si concentrò nello studio del pianoforte sotto l’insegnamento di Ludwig Berger – allievo diretto di Muzio Clementi – e della composizione con Carl Friedrich Zelter, che gli insegnò ad amare la musica di Bach e gli presentò, nel 1821, Goethe.
L’anziano poeta manifestò grande ammirazione per il giovane Mendelssohn, tanto che lo invitò a suonare per lui per alleviare la sua malinconia.
Mendelssohn si esibì nel suo primo concerto all’età di nove anni, quando prese parte ad un’esibizione da camera suonando in modo impeccabile il difficile Concerto militare di Dussek.
Fu compositore prolifico fin dalla più giovane età, e pubblicò il suo primo lavoro, un quartetto per pianoforte, all’età di tredici anni.
Scrisse le sue prime dodici sinfonie, che iniziarono ad essere eseguite con regolarità solamente in tempi recenti, durante i primi anni di adolescenza (più precisamente, dai dodici ai quattordici anni).
A quindici anni scrisse la prima sinfonia per orchestra completa, op. 11 in Do minore (1824), nel 1825 il celebre Ottetto per archi op.20, e a diciassette l’Ouverture per il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, forse il suo primo grande successo.
Viaggiò molto e a Parigi, nel 1825, ebbe modo di conoscere Gioachino Rossini, Giacomo Meyerbeer e Luigi Cherubini, responsabile in parte della carriera musicale poi intrapresa da Felix, avendo dato un favorevole giudizio al quartetto in si minore op. 3 (dedicato a Goethe). A Roma incontrò Hector Berlioz, con il quale instaurò una duratura amicizia, pur non considerandolo un musicista di gran livello.
Ebbe il merito di riportare alla luce la musica di Johann Sebastian Bach, caduta in oblio in quel periodo, in particolare la Passione secondo Matteo, che fino ad allora non era stata più interpretata dalla morte dello stesso Bach. L’intera opera di Bach deve a Mendelssohn un rilancio importantissimo che non è mai più terminato. Non solo Bach ma anche Mozart ricevette da Mendelssohn un ulteriore rilancio; proprio questi due giganti della musica caratterizzarono il suo stile compositivo sia nella struttura che nella efficacia melodica.
Sposò Cécile Jeanrenaud nel marzo del 1837 ed ebbe cinque figli.
A quanto pare, durante la luna di miele, nella Foresta Nera in Germania, gli venne una ispirazione e compose il concerto per pianoforte e orchestra in re minore op.40.
Dal 1829 al 1832 fu in viaggio in Inghilterra, Svizzera, Francia ed Italia cogliendo quasi ovunque grande successo esibendosi come pianista, organista e direttore d’orchestra.
Nel 1835 fu nominato direttore dell’orchestra del Gewandhaus di Lipsia e nel 1843 fondò il Conservatorio di Lipsia.
Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da una salute piuttosto cagionevole e questo gli impedì di esibirsi come pianista, portandolo verso una grave forma di depressione anche a a causa della contemporanea morte della sorella Fanny nel maggio del 1847. A questo triste evento dedicò il “Requiem per Fanny”, ovvero il quartetto op. 80, in fa minore, sua ultima composizione di spessore, e opera nella quale si riscontra per la prima volta una profonda malinconia a differenza della sua intera opera tipicamente energica e brillante.
Dopo una serie di infarti ed un ictus, morì a 38 anni, il 4 novembre 1847 alle 21.24, nella sua casa al numero 12 di Goldschmidtstrasse a Lipsia, e fu sepolto nel Dreifaltigkeitsfriedhof a Berlino.
Robert Schumann, suo grande amico, dedicò alla sua memoria il brano Rimembranze dell’Album per la gioventù.
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