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Risalire quel fiume era come viaggiare a ritroso verso i più remoti primordi del mondo, quando la vegetazione invadeva la terra e i grandi alberi ne erano sovrani. Un corso d’acqua deserto, un silenzio profondo, una foresta impenetrabile. L’aria era calda, spessa, greve, ferma. Nella luce del sole non brillava gioia alcuna. Lunghi tratti d’acqua correvano, deserti, nel buio di lontananze ombrose. Sulle rive argentate, ippopotami e alligatori si crogiolavano al sole, fianco a fianco. Nei punti più ampi, le acque scorrevano tra una quantità d isolotti boscosi; su quel fiume ci si poteva smarrire come in un deserto, si sbatteva per giornate intere alla ricerca di un canale navigabile finché non si aveva la sensazione di essere vittime di un incantesimo e tagliati fuori da tutto quel che era noto un tempo – chissà dove – lontano – forse in un’altra vita. C’erano momenti in cui il passato tornava alla mente, come succede quando non si ha un attimo da dedicare a se stessi; ma assumeva i contorni di un sogno inquieto e chiassoso, il cui ricordo suscitava meraviglia nell’opprimente realtà di questo strano mondo di piante, d’acqua e di silenzio. E l’immobilità di questa vita non aveva nulla che assomigliasse alla pace. Era l’immobilità di una forza implacabile che covava un’intenzione imperscrutabile.
(Joseph Conrad, Cuore di tenebre, Milano, Mondadori (“Oscar
Classici”), p. 117)
(Immagine sopra, tratta da