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giovedì 20 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno. Oggi è il 20 agosto.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, più di 200000 uomini e 5000 carri armati, provenienti dall'Unione Sovietica e dagli altri paesi del patto di Varsavia, invasero la Cecoslovacchia e giunti a Praga posero fine alla cosiddetta Primavera di Praga.
Durante il VI congresso degli scrittori a Praga (29 giugno 1967) numerosi partecipanti chiesero la libertà di stampa e accusarono il regime comunista per gli abusi commessi in passato. In seguito a ciò il premier Alexander Dubcek sostituì Novotn nella carica di primo segretario del Partito comunista cecoslovacco. Il 5 marzo Dubcek annunciò la soppressione della censura; poco più tardi (21 marzo) le dimissioni di Novotn da capo dello stato furono accolte con molto sollievo dall'opinione pubblica. Nuovo presidente fu eletto Svoboda, mentre nel governo entrarono esponenti moderati di grande prestigio quali Oldrich Cernik, Jiri Hajek, Ota Sik. Emerse allora la volontà sia di riformare radicalmente l'economia del paese, abbandonando il centralismo e l'industrializzazione pesante, sia di espandere le libertà fino a favorire una articolazione pluralista del sistema politico. Il nuovo orientamento, definito "socialismo dal volto umano", venne confermato durante la riunione del comitato centrale del 4 e 5 aprile. L'accelerazione al processo di liberalizzazione impressa dagli intellettuali firmatari del cosiddetto Manifesto delle duemila parole preoccupò i dirigenti sovietici, che intravidero nella primavera di Praga una minaccia per il regime comunista e per il patto di Varsavia, temendo un "contagio" nel campo socialista. Nel corso di alcuni colloqui a Karlovy Vary (17 maggio), a Cierna-nad-Tisu (19 luglio e 1° agosto) e a Bratislava (3 agosto), Dubcek tentò invano di rassicurare i sovietici. La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia. Tuttavia stroncare la primavera di Praga si rivelò più arduo del previsto per le difficoltà di individuare un gruppo dirigente disposto a sostituire Dubcek. Nonostante le pressioni di Mosca la situazione rimase incerta per altri nove mesi e in autunno venne approvata la riforma istituzionale del paese con il riconoscimento dello stato federale fra le regioni ceche e la Slovacchia. Nel marzo 1969 i sindacati promossero una serie di iniziative a favore della libertà di sciopero, ma a quel punto Breznev, facendo leva sulla "questione nazionale", riuscì a imporre le dimissioni a Dubcek e la sua sostituzione con Husák. La primavera di Praga era definitivamente tramontata.

sabato 23 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Il 23 maggio 1618 alcuni esponenti della nobiltà boema, non proprio contenti dell'elezione di Ferdinando II, fecero irruzione nel castello di Praga, presero un paio di persone vicine all’odiato monarca e le gettarono da una finestra. In gergo quando uno butta di proposito un altro dalla finestra si può parlare di defenestrazione o schizofrenia ossessiva degenerante, e dopo una lunga riflessione i libri di storia hanno deciso di chiamare l'avvenimento del 1618 “defenestrazione di Praga”.
Dunque il 23 maggio 1618 la famosa defenestrazione di Praga segna l'inizio della guerra dei Trent'anni, ultima guerra di religione combattuta in continente europeo.
Dal 1618 al 1648 l’Europa fu funestata da una guerra devastante, che coinvolse le maggiori potenze. Le cause profonde di questa guerra erano da ricercare nella situazione politico-religiosa della Germania all’indomani della lunga guerra di religione e della successiva Pace di Augusta del 1555.
Numerosi infatti erano i problemi lasciati aperti da questa pace, che per certi aspetti aveva accresciuto la confusione. La formula del “cuius regio eius religio” si era dimostrata poco felice in quanto i principi continuarono a passare da una confessione all’altra anche dopo il 1555, a seconda delle convenienze politiche ed economiche; inoltre la pace riconosceva come legittime solo le secolarizzazioni (= appropriazioni da parte dello Stato, quindi da parte dei principi luterani) dei beni della Chiesa cattolica avvenute entro il 1552, ma i principi continuarono ad appropriarsi dei beni dei cattolici anche dopo quella data, approfittando dei vari cambiamenti dinastici.
A complicare ancora di più la situazione c’era anche la diffusione del calvinismo, avvenuta in alcuni Stati tedeschi dopo il 1560, soprattutto in Boemia e nel Palatinato, entrambi facenti parte del gruppo dei sette Stati elettori dell’imperatore del Sacro Romano Impero di Germania (i “principi elettori”): ma la tolleranza prevista dalla pace di Augusta non era stata estesa anche al calvinismo.
Pertanto, anche dopo Augusta, le tensioni tra Stati tedeschi protestanti, minoranze calviniste e Stati cattolici continuarono a minacciare l’unità dell’impero, tanto che si formarono delle alleanze politico-militari come l’Unione evangelica e la Lega cattolica. In particolare il caso della Boemia si presentava piuttosto critico. Essa era un regno elettivo che, insieme al ducato d’Austria e al regno d’Ungheria, faceva parte dei territori dipendenti direttamente dalla famiglia imperiale.
Non riuscendo a trasformare tutto l’Impero in un vero Stato nazionale centralizzato, gli Asburgo, dopo Carlo V, avevano mirato soprattutto a rafforzare il loro potere su questi domini diretti, cercando di trasformarli in uno Stato unitario e cattolico, ma questo tentativo si scontrò con la pluralità etnica, culturale, linguistica e religiosa esistente soprattutto in Ungheria e in Boemia, in cui convivevano precariamente le tre confessioni cristiane (cattolici, luterani, calvinisti) ed anche altre Chiese, tra cui quella che risaliva a Jan Huss.
Il conflitto latente ebbe modo di manifestarsi già con la decisione dell’imperatore Mattia II (un cattolico intransigente) di designare come nuovo re di Boemia il cugino Ferdinando II d’Asburgo (che era anche erede al trono imperiale), noto per le sue posizioni decisamente assolutiste e controriformistiche: i boemi non lo accettarono come loro re. La situazione precipitò nel 1618 quando Mattia fece chiudere alcune Chiese luterane: a maggio i delegati di Mattia si incontrarono a Praga con i rappresentanti delle città boeme, ma la discussione degenerò e i tre inviati imperiali furono buttati giù dalla finestra del palazzo (appunto la cosiddetta “defenestrazione di Praga”).
Quando l’anno dopo, alla morte di Mattia, Ferdinando II divenne anche imperatore, la Dieta boema offrì la corona al duca del Palatinato Federico V, che era calvinista e capo dell’Unione evangelica. Con questi eventi iniziò di fatto la guerra dei 30 anni, un conflitto politico-religioso che, da iniziale guerra interna all’area tedesco-imperiale, si allargò presto alla Danimarca, alla Svezia e alla Francia, fino a diventare una guerra europea. E’ possibile suddividere il conflitto in quattro periodi:
1) quello palatino-boemo;
2) quello danese;
3) quello svedese;
4) quello francese.
Nella prima fase la Boemia, non ricevendo aiuti adeguati da parte degli altri Stati protestanti, fu devastata ed assoggettata totalmente al potere degli Asburgo: da segnalare la battaglia della Montagna Bianca, avvenuta nel 1620, in cui gli eserciti imperiali sconfissero nettamente le truppe protestanti boeme.
Al fianco dell’imperatore era accorsa anche la Spagna (ricordiamo che sul trono di Spagna regnava in quel periodo un ramo della famiglia Asburgo). Il regno di Boemia fu cancellato e divenne un possedimento diretto della famiglia imperiale.
Alcune decine di migliaia di boemi, che non accettarono la sottomissione al cattolicesimo e agli Asburgo, furono costretti ad espatriare. Anche il Palatinato fu invaso e conquistato e fu escluso dal novero degli Stati che avevano il diritto di eleggere l’imperatore. Violenze e stragi, commesse da una parte e dall’altra, insanguinarono l’Europa: da ricordare il massacro dei protestanti della Valtellina (1620) da parte dei cattolici aiutati dalla Spagna (il cosiddetto “sacro macello”).
La guerra si riaccese nel 1625 (seconda fase): il re danese Cristiano IV, aiutato e spinto dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Olanda e da alcuni principati protestanti tedeschi, scese in guerra contro l’impero, ma venne ripetutamente sconfitto dalle truppe cattoliche guidate da un abile e spregiudicato generale, Alberto Wallenstein. Alla fine Cristiano IV fu costretto a firmare la pace nel 1629.
Queste vittorie indussero l’imperatore Ferdinando II a cercare di imporre a tutto il territorio della Germania la propria sovranità assolutista e ad emanare l’Editto di restituzione, in base al quale i beni cattolici che erano stati acquisiti dopo il 1552 dovevano essere restituiti alla Chiesa. Tale Editto ebbe però l’effetto di riaccendere le ostilità, mentre anche in Italia si aprì un nuovo fronte di guerra, provocato dal problema della successione al ducato di Mantova e del Monferrato, che vide contrapposti da un lato la Francia e dall’altro il ducato di Savoia e la Spagna.
Si entrò così nella terza fase della guerra (1630), con l’ingresso della Svezia di Gustavo Adolfo II, un sovrano luterano che fu convinto ad entrare in guerra dall’abile diplomazia del ministro francese Richelieu, che prospettò il grave danno politico, religioso ed economico che sarebbe derivato anche alla Svezia nel caso di una vittoria definitiva degli Asburgo.
L’esercito svedese, molto forte ed organizzato, sconfisse in due battaglie i cattolici e penetrò nel cuore della Germania: una di queste battaglie fu quella di Breitenfeld, svoltasi nel settembre del 1631, vicino a questo piccolo centro della Germania. Si trovarono di fronte da una parte l’esercito svedese-sassone guidato dal re di Svezia Gustavo Adolfo II, grande stratega militare, e dall’altro l’esercito cattolico-imperiale. Svedesi e sassoni conseguirono una brillante vittoria.
L’anno successivo si giunse allo scontro decisivo avvenuto con la battaglia di Lutzen (1632), in cui gli svedesi ebbero ancora la meglio ma il loro re morì in battaglia. Seguì un periodo di confusione politica e militare, in quanto nessuno dei contendenti riusciva a mettere definitivamente fuori gioco l’avversario, mentre gli eserciti imperversavano sui territori tedeschi uccidendo e saccheggiando: malattie, morte e povertà si diffusero dappertutto.
Dopo la sconfitta svedese di Nordlingen del 1634 si giunse alla Pace di Praga tra Svezia, Austria e principi tedeschi: Ferdinando II revocò l’Editto di restituzione.
Ma la Pace di Praga, che confermò il dominio imperiale nell’Europa centrale, non venne accettata dalla Francia, che si sentì minacciata ed accerchiata dalla potenza asburgica, per cui si aprì la quarta e ultima fase della lunga guerra (1635-1648). Contro l’imperatore e contro la Spagna si formò una coalizione che comprese la Francia, l’Olanda, la Svezia, il ducato di Savoia e i principi protestanti tedeschi.
A partire dal 1638-40 l’andamento della guerra cominciò a prendere una piega decisamente favorevole alla coalizione antiasburgica: gli olandesi distrussero la flotta spagnola (battaglia di Dover), la Francia occupò il Rossiglione, gli svedesi entrarono in Slesia e Boemia. Si giunse cosi alle battaglie conclusive: quella di Rocroi (1643), in cui le truppe francesi sbaragliarono quelle spagnole, quella di Jankovic (1645), in cui gli svedesi sconfissero gli austriaci, ed altre.
Il logoramento economico provocato dal lungo conflitto, le pestilenze, le stragi, le rivolte popolari scoppiate in varie zone e infine la consapevolezza del sostanziale fallimento del tentativo asburgico, indussero i paesi belligeranti a chiudere la guerra con una serie di trattati compresi sotto il nome di Pace di Westfalia (1648).
Essa sancì:
- la fine del sogno asburgico di creare nel cuore dell’Europa una grande monarchia nazionale centralizzata, assolutista e cattolica; la Germania venne divisa in circa 350 Stati, di cui alcuni abbastanza estesi e altri piccolissimi, che godevano di piena autonomia e sovranità;
- l’ascesa della Francia al ruolo di grande potenza: scongiurato il pericolo asburgico, alla Francia venne confermato il possesso delle tre città di Metz, Toul e Verdun e di gran parte dell’Alsazia; inoltre essa ottenne dal Piemonte la piazzaforte di Pinerolo;
- la supremazia svedese sul Mar Baltico e nel Mare del Nord e il possesso di una vasta zona di influenza nella Germania orientale;
- l’indipendenza definitiva dell’Olanda (Province unite);
- il ritorno all’indipendenza del Portogallo, non più unito alla corona di Spagna;
- il pieno riconoscimento dell’indipendenza e della neutralità perpetua della Confederazione svizzera;
- sul piano religioso venne confermato il principio del cuius regio, eius religio, che assunse però un nuovo significato, nel senso che la religione del principe diventava religione ufficiale di Stato ma i sudditi che appartenevano ad altre confessioni potevano convivere pacificamente e non erano costretti ad abiurare la loro fede o a emigrare.
A Westfalia non si raggiunse invece la pace tra Francia e Spagna, che continuarono le ostilità fino al 1659 quando, con la Pace dei Pirenei (1659), la Spagna fu costretta a cedere alcuni territori alla rivale. Il paese che ebbe i danni maggiori fu sicuramente la Germania, ossia gli Stati tedeschi, che subirono un vero e proprio tracollo demografico (si parla di circa 5 milioni di morti) ed economico, con la crisi di ogni attività produttiva (agricoltura, commercio, industria).
La Pace di Westfalia ha avuto un’importanza storica di grande rilievo almeno per due motivi:
1) sancì per la prima volta l’affermazione, nel contesto internazionale, del principio dell’equilibrio, in base al quale nessun paese poteva e doveva ingrandirsi e rafforzarsi troppo a danno degli altri, quindi bisognava attribuire e togliere territori senza intaccare quel sostanziale equilibrio di forze che si era formato in Europa all’indomani della guerra. Nei due secoli successivi il principio dell’equilibrio divenne il criterio guida a cui le nazioni si attennero per risolvere le controversie tra gli Stati e per stipulare trattati di pace;
2) con i trattati di Westfalia venne consacrata in via definitiva la nascita di un sistema politico internazionale basato sulla sovranità degli Stati nazionali: anche se permanevano alcuni imperi sovranazionali (come quello tedesco e quello ottomano), da quel momento in poi la nuova realtà politica europea andò sempre più organizzandosi intorno alla centralità dello Stato-nazione, retto per lo più da un sovrano assoluto, il cui potere era pressoché illimitato. I trattati di Westfalia quindi da un lato costituirono il punto di arrivo di un lungo processo, iniziato nel tardo Medioevo, dall’altro costituirono il punto di partenza per la consacrazione definitiva di quelle entità giuridiche e politiche che gli storici hanno chiamato Stati nazionali;
3) a Westfalia si stabilirono nuove regole politiche riguardanti il diritto internazionale e anche la guerra: in caso di guerra, bisognava promuovere sempre un’azione diplomatica, svolta per lo più in forma segreta, per tentare di risolvere il conflitto; lo stato di guerra doveva essere dichiarato ufficialmente e l’evento bellico doveva riguardare solo gli eserciti e i campi di battaglia e non le popolazioni e le strutture civili; solo gli Stati giuridicamente riconosciuti avevano il diritto di fare la guerra, erano esclusi tutti gli altri soggetti; anche nello stato di guerra rimanevano in vigore e andavano osservati quei diritti naturali non scritti come il rispetto dei prigionieri e la tutela dei vecchi, delle donne, dei bambini, degli inermi in genere.

domenica 17 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 novembre.
Il 17 novembre 1989 inizia in Cecoslovacchia la cosiddetta "Velvet revolution".
È impossibile tenere il conto di tutti quegli eventi storici che sono passati sotto il nome di ‘rivoluzione’. Termine traslato dal linguaggio astronomico, con rivoluzione si intende qualsiasi evento il cui accadimento ha irreversibilmente cambiato l’esistenza di un gruppo più o meno ampio di persone: da una popolazione di una regione all’intera umanità. Benché utilizzato per indicare sconvolgimenti perlopiù politici, viene utilizzato anche per fenomeni di tipo tecnologico (la rivoluzione telematica o industriale, con gli effetti sociali a strascico), sociale (la cosiddetta rivoluzione sessuale) o culturale (come fu, in parte, anche quella francese).
La Rivoluzione per eccellenza è proprio quest’ultima e non è un caso: l’intera Europa fu letteralmente sconvolta per un ventennio e influenzata per sempre dagli eventi che ebbero luogo a Parigi dal 1789 in poi. Ma non fu l’unica rivoluzione che ebbe luogo sul continente europeo. Furono molte e, a un certo punto, bisognò trovare altri nomi, anche per meglio caratterizzarli in ambito storiografico. Si pensi alla rivoluzione dei garofani, che ebbe luogo in Portogallo nel 1974, per porre fine alla dittatura di Salazar. Venne chiamato così per il gesto di una fioraia che, in piazza, donò ai militari dei garofani, che vennero posti nella canna del fucile.
Ma oggi è l’anniversario di un’altra rivoluzione: quella di velluto. Avvenuta nell’allora Cecoslovacchia, portò alla definitiva caduta del regime comunista a Praga e Bratislava, a pochissimi giorni dal Crollo del Muro di Berlino. Il suo nome è legato alla band statunitense dei Velvet Underground (velvet significa ‘velluto’ in inglese), molto ascoltata nelle manifestazioni dell’epoca. Nata come una manifestazione studentesca, conobbe un’inaspettata e clamorosa adesione da parte della popolazione: il 20 novembre del 1989, a quattro giorni dall’inizio delle proteste, la folla di Praga passò dall’essere composta da qualche migliaio di persone a mezzo milione di manifestanti. L’Urss, mai così debole, non poté far altro che cercare di guidare il cambiamento. Inutilmente: come indicava il tintinnio di chiavi dei manifestanti in piazza, era ora per i sovietici di ‘tornare a casa’.
Il 24 novembre si dimise l’intera nomenclatura comunista incluso il segretario generale Miloš Jakeš. Il 28 novembre venne emendata la Costituzione nelle parti che dava al Partito Comunista Cecoslovacco il monopolio assoluto del potere. Pochi giorni dopo vennero rimosse le barriere di filo spinato ai confini con Austria e Germania. Il 10 dicembre il presidente della Cecoslovacchia, il comunista Gustáv Husák, nominò il primo governo a maggioranza non comunista dal 1948, e si dimise. Alexander Dubček fu eletto presidente del Parlamento federale il 28 dicembre e Vaclav Havel presidente della Cecoslovacchia il 29 dicembre 1989. Nel giugno 1990 si tennero in Cecoslovacchia le prime elezioni democratiche dal 1946.

martedì 30 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1419 ebbe luogo la prima "defenestrazione di Praga".
La prima defenestrazione di Praga, avvenuta il 30 luglio 1419, consistette nell’uccisione di sette membri dell’ostile consiglio cittadino da parte di una folla di radicali cechi hussiti. La prolungata guerra hussita scoppiò subito dopo, e durò fino al 1436.
Jan Hus (Husinec, 1371 circa – Costanza, 6 luglio 1415) è stato un teologo e un riformatore religioso boemo, nonché rettore all’Università Carolina di Praga. Promosse un movimento religioso basato sulle idee di John Wycliffe e i suoi seguaci divennero noti come Hussiti. Scomunicato nel 1411 dalla Chiesa cattolica e condannato dal Concilio di Costanza, fu bruciato sul rogo.
Jan Želivský, un prete hussita della chiesa della Vergine della neve, organizzò una processione dei propri fedeli lungo le strade di Praga sino al palazzo del municipio della Città Nuova (Novoměstská radnice), nella piazza Carlo (Karlovo náměstí); tale atto doveva rappresentare un segno di protesta contro il rifiuto da parte dei membri del consiglio della città ad uno scambio di prigionieri, inteso a liberare alcuni hussiti rinchiusi nelle carceri.
Inoltre, la processione era il risultato del crescente malcontento causato dall’ineguaglianza tra le posizioni nobiliari e la Chiesa; questo malcontento, combinato con un crescente nazionalismo e un aumento di influenza delle correnti radicali, come quella guidata dallo stesso Jan Želivský, si accanì contro la corruzione della Chiesa cattolica.
Durante la processione una pietra lanciata da una finestra colpì Želivský; in seguito a questo attacco la folla, guidata da Jan Troznowski, detto Žižka, il leggendario condottiero cieco da un occhio, irruppe nel palazzo. Qui presero prigionieri un giudice, il borgomastro e altri membri del consiglio per un totale di sette persone, gettandole poi da una finestra sulla strada, dove vennero finite dalla folla. Secondo alcuni, re Venceslao IV, venuto a conoscenza della notizia, ne fu talmente impressionato da subire un ictus e morirne poco tempo dopo.
Il 23 maggio 1618, la seconda defenestrazione di Praga segnava l’inizio della guerra dei Trent’anni. I rappresentanti del re di Boemia Jaroslav Borsita, conte di Martinitz, e Wilhelm Slavata, oltre che il loro segretario Philippe Fabricus erano precipitati nel vuoto da una finestra del castello di Praga.
L’incidente si è prodotto nel l’ambito della rivolta degli Stati di Boemia, in maggioranza protestanti. Essi tentavano di difendersi contro il fatto che l’arciduca Ferdinando, futuro imperatore Ferdinando II, avesse nettamente ristretto i loro diritti a partire dal 1617. La defenestrazione fu una dichiarazione di guerra dei protestanti di Boemia nei confronti dell’imperatore cattolico.
In seguito alla defenestrazione di Praga, la fase Palatinato Boemia (1618-1623), che oppose gli Stati di Boemia sostenuti dall’unione dei protestanti agli Asburgo cattolici, segnò il vero punto di partenza della guerra dei Trent’Anni.
Per molto tempo, il flagello europeo è stato attribuito alle guerre ideologiche e di religione. Ma a ben vedere, è incontestabile che la frontiera tra religione, confessione, nazionalità ed interessi economici e politici fosse molto sottile.
La Francia cattolica, per esempio, si è alleata ai protestanti tedeschi, svedesi o olandesi contro gli Asburgo cattolici. La Francia e la Spagna cattoliche sono infatti state a lungo al centro di una guerra fredda che è scoppiata intorno al 1630.
Gli storici dividono generalmente la guerra di Trent’Anni in quattro fasi: la guerra tra il Palatinato e la Boemia dal 1618 al 1624, la guerra tra la Danimarca e la Bassa Sassonia dal 1625 al 1630, la guerra di Svezia dal 1630 al 1635 e la guerra franco svedese dal 1636 al 1648.
Questo confronto senza fine ha radicalmente cambiato la cartina politica e religiosa dell’Europa, con conseguenze che perdurano ancora oggi. Le conseguenze economiche e sociali sono state immense. Si stima che la popolazione del Sacro romano impero germanico sia diminuita di un terzo durante gli anni di guerra.
Secondo le stime, 6 milioni di persone in totale avrebbero perso la vita e la popolazione del Sacro Romano Impero sarebbe precipitata dai 18 milioni ai 12 milioni di persone tra il 1618 e il 1648.
Le bande di mercenari saccheggiatori costituivano uno dei maggiori flagelli per la popolazione. Poiché non ricevevano più stipendio dopo la fine di una campagna o per altre ragioni intervenute, riscuotevano soldi dalla popolazione nella maniera più crudele possibile.
Il 24 ottobre 1648, i trattati di Westphalia, firmati a Münster e Osnabrück, hanno messo fine alla Guerra dei Trent’anni. L’accordo di pace ha indebolito la posizione dell’imperatore, mentre la Francia e la Svezia sono uscite dalla guerra più forti. La Confederazione elvetica e i Paesi Bassi hanno ottenuto la loro indipendenza al termine della guerra dei Trent’Anni.
La cosiddetta quarta defenestrazione di Praga, è il nome che viene dato alla morte di Jan Masaryk, ministro degli esteri cecoslovacco, avvenuta il 10 marzo 1948 a Praga.
Jan Masaryk, ministro degli esteri cecoslovacco dal 1945, il 10 marzo 1948 venne trovato morto sotto la finestra del bagno del Palazzo Černín sede del ministero degli esteri a Praga.
Masaryk era l’unico ministro socialista nel governo, dominato dai comunisti, costituito un mese prima. Il dibattito sulla causa della sua morte continua a tutt’oggi, anche se nessuna prova è stata trovata che scagioni o incolpi il regime; ufficialmente il caso venne archiviato come suicidio.
Quando la dominazione comunista cessò, un rapporto di polizia di Praga del 2004 concluse, alla luce di un esame necroscopico, che Masaryk era stato lanciato fuori dalla finestra; si trattava di conclusioni apparentemente corroborate nel 2006 dalle rivelazioni di un giornalista russo e da dichiarazioni che avrebbe reso Nicolae Ceaușescu in privato.


martedì 27 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Alle sei del mattino del 27 giugno 1950 Milada Horáková, all'età di 48 anni, fu impiccata nel cortile del carcere di Pankrác a Praga, unica donna fra le 234 vittime politiche giustiziate in Cecoslovacchia dal 1948 al 1960.
Passeggiando a Praga, sulla strada che unisce lo splendido Castello della Capitale Ceca alla zona di Holesovice, ci si accorge del nome dato a questa importante arteria cittadina: Milady Horàkové. Si tratta dell’omaggio a una donna, Milada Horàkovà, una figura di eccezionale carisma che si oppose fieramente ai due totalitarismi che dilaniarono l’Europa e il mondo nel Novecento, vale a dire Nazi-fascismo e Comunismo.
Nata il giorno di Natale del 1901, cresce in parallelo col Secolo più sanguinoso e turbolento della storia, in cui allo straordinario sviluppo tecnologico e al progresso in tutti i campi del sapere fanno da contraltare guerre e violenze terribili; lei mostra sin da giovanissima idee rivoluzionarie e moderne abbinate a una straordinaria forza di volontà, subisce l’espulsione dal Liceo perché colpevole di aver preso parte ad una manifestazione pacifista, e, grazie alle nuove leggi susseguenti all’indipendenza ottenuta dalla Cecoslovacchia, prima legata all’Austria-Ungheria, può frequentare l’Università.
Col tempo diventa uno dei principali punti di riferimento nell’opposizione all’invasione della Germania del 1939, ma, catturata dai nazisti, viene condannata a morte; tuttavia la pena le viene commutata in ergastolo, e la Horàkovà, che nel 1934 era diventata madre di una bambina, viene mandata al campo di concentramento di Terezin e poi in altre prigioni tedesche. La coraggiosa donna ottiene la libertà nel maggio del 1945, viene eletta Presidente del Consiglio Nazionale delle donne cecoslovacche, ma il suo sogno di contribuire alla libertà e al benessere del proprio popolo subisce un altro durissimo affronto: nel febbraio del 1948 un colpo di Stato comunista impone il modello sovietico nella sua terra. Assolutamente contraria ad ogni tipo di dittatura, rimane costantemente in contatto con i membri dell’opposizione al nuovo regime, pur sapendo di essere in grandissimo pericolo; più volte esortata ad andarsene, decide di rimanere a combattere per il bene della sua nazione contro un nemico pressoché invincibile. E il 27 settembre 1949 il suo tragico destino inizia a materializzarsi sotto forma di arresto per spionaggio, mentre il marito riesce a fuggire all’estero.
La Horàkovà viene sottoposta a durissime torture fisiche e psicologiche al fine di farle confessare i delitti a lei imputati, fino a quando inizia il processo-farsa in cui lei sceglie di difendersi con una dignità, una lucidità e un coraggio mai visti prima: si tratta di un continuo attacco alla sua persona, anche per via della propaganda che la dipinge come una nemica del popolo e che porta la gente a chiedere nei suoi confronti la massima severità. In realtà, come sa la stessa imputata, il verdetto è già scritto da tempo: la Horàkovà viene difatti condannata a morte. Le principali personalità dell’epoca, tra cui Churchill ed Einstein, si battono per evitare che la terribile sentenza venga davvero messa in atto; la macchina del terrore però si è ormai messa in moto, travolgendo la giustizia e il buon senso. La mattina del 27 giugno 1950 Milada Horàkovà viene giustiziata, prima donna condannata con tanta crudeltà nonostante fosse anche madre di un’adolescente di sedici anni.
La tanto agognata sentenza di non colpevolezza avviene a distanza di 18 anni, nel 1968, durante la Primavera di Praga, anche se solo nel 1990 lo Stato della Cecoslovacchia provvede a riabilitare completamente la memoria di questa donna, una delle vittime più coraggiose e sfortunate della lotta contro quella terribile piaga rappresentata dalle dittature del Novecento. La sua coscienza civile, il suo impegno, il suo coraggio e la sua fede nei principi di pace e di libertà, insieme alla sua lotta instancabile contro le dittature pagata con la propria vita, fanno di Milada Horàkovà un esempio per tutte le generazioni di qualunque credo politico.

venerdì 9 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 1357, alla presenza di Re Carlo IV del Sacro Romano Impero, viene posata a Praga la prima pietra del Ponte Carlo.
La prima pietra fu posta da Carlo IV alle 5:31 del mattino del 9/7/1357. Questa data e ora non furono scelte a caso: se scriviamo i numeri nel modo seguente: 1 3 5 7 (anno) 9 (giorno) 7 (mese) 5 3 1 (ora), otteniamo una scala crescente e decrescente il cui culmine è il numero 9: ....... 9 ......7.. 7 ....5 ..... 5 ..3 ......... 3 1 ............. 1 Di circostanze magiche analoghe riguardanti il ponte Carlo ce ne sono altre e atttualmente si possono conoscere in un film che viene trasmesso nella torre del ponte della Città Vecchia.
 Il Ponte Carlo é un ponte in pietra in stile gotico che collega la Cittá Vecchia a Malá Strana. Durante i primi secoli d'esistenza veniva infatti chiamato Ponte di Pietra (Kamenný most). La sua costruzione fu commissionata dal re di Boemia e Sacro Romano Imperatore Carlo IV ed ebbe inizio nel 1357. Incaricato della costruzione del ponte fu l'architetto Petr Parléř tra le cui opere si annoverano anche la Cattedrale di San Vito ed il Castello di Praga. Si dice che dei tuorli d'uovo furono aggiunti alla calcina per rafforzare la struttura del ponte.
Il ponte è formato da blocchi di pietra arenaria, è lungo 515,76 m e largo 9,5 m (era uno dei ponti più possenti dell’epoca), poggia su 16 arcate le cui dimensioni variano da 16,62 a 23,38 metri. Venne danneggiato più volte dalle inondazioni, come nel 1432 (distrutti 5 pilastri), nel 1784 e, soprattutto, nel 1890, quando il legname portato dal corso superiore della Moldava distrusse 2 pilastri e 3 volte. Nel 1723, sul ponte venne installata l’illuminazione con lanterne ad olio. La scalinata che conduce all’isola di Kampa venne edificata nel 1844 al posto di una vecchia scalinata risalente al 1785. Nel 1833, i marciapiedi usurati ai lati del ponte furono sostituiti da marciapiedi in lastre di ferro munite di incavi antiscivolo.
Il Ponte Carlo é uno dei molti monumenti che furono edificati durante il regno di Carlo IV ma non fu il primo ponte a collegare le due sponde praghesi della Moldava. In un epoca piú remota un'altro ponte si ergeva sul fiume - il Ponte di Giuditta, che fu il primo ponte in pietra ad essere costruito sopra il fiume. Venne realizzato nel 1172 ma venne spazzato via da una piena del fiume nel 1342.
A differenza del suo predecessore, il Ponte Carlo é sopravvissuto a molte alluvioni, la piú recente delle quali nell'agosto del 2002 quando il paese dovette affrontare la peggiore alluvione degli ultimi 500 anni. Forse I tuorli d'uovo non sono stati una cosí brutta idea...
Dal 1883, il ponte iniziò ad essere attraversato da un tram trainato da cavalli, che nel 1905 fu sostituito dal tram elettrico. Per fare in modo che i cavi del tram non rovinassero l’aspetto artistico del ponte, František Křižík ideò una soluzione che consisteva nel far passare i cavi attraverso la pavimentazione del ponte. Questi veicoli, però, facevano tremare tutto il ponte a causa del loro peso; così, nel 1908, vennero sostituiti dagli autobus. Neanche questi, però, furono la soluzione giusta; così, l’anno dopo, il servizio venne nuovamente sospeso e ripristinato solo nel 1932 grazie all’utilizzo di autobus su pneumatici. Il trasporto pubblico rimase in servizio fino alla seconda guerra mondiale, mentre il trasporto automobilistico cessò nel 1965.
Ci sono delle torri alle due estremitá del ponte. È possibile salire sia sulla Staroměstská věž sul lato della Cittá Vecchia che la Malostranská věž sul lato di Malá Strana. Dalla sommitá si potra godere di una vista del ponte dall'alto.
Nel XVII secolo si inizió a collocare delle statue barocche su entrambe i lati del Ponte Carlo.
Ora molte di queste statue sono delle copie e quelle originali si possono vedere al Lapidarium (Museo di Praga). La statua piú nota é probabilmente quella di San Giovanni Nepomuceno, un martire ceco che fu giustiziato durante il regno di Venceslao IV venendo gettato nella Moldava dal ponte. La lapide sulla statua é stato lucidata fino a brillare dall'incalcolabile numero di persone che l'hanno toccata nel corso dei secoli. Si suppone che toccare la statua porti fortuna e assicuri il proprio ritorno a Praga.
Il Ponte Carlo è molto amato anche dagli artisti locali, musicisti e venditori di souvenir che collocano le loro bancarelle su entrambe i lati del ponte tutto l'anno. Un buon momento per visitare il ponte é il tramonto, momento in cui potrete godere di una vista mozzafiato dell'intero Castello di Praga illuminato nel cielo della sera. Il ponte é ora zona pedonale ed é quasi costantemente affollato di gente.

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