Buongiorno. Oggi è il 20 agosto.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, più di 200000 uomini e 5000 carri armati, provenienti dall'Unione Sovietica e dagli altri paesi del patto di Varsavia, invasero la Cecoslovacchia e giunti a Praga posero fine alla cosiddetta Primavera di Praga.
Durante il VI congresso degli scrittori a Praga (29 giugno 1967) numerosi partecipanti chiesero la libertà di stampa e accusarono il regime comunista per gli abusi commessi in passato. In seguito a ciò il premier Alexander Dubcek sostituì Novotn nella carica di primo segretario del Partito comunista cecoslovacco. Il 5 marzo Dubcek annunciò la soppressione della censura; poco più tardi (21 marzo) le dimissioni di Novotn da capo dello stato furono accolte con molto sollievo dall'opinione pubblica. Nuovo presidente fu eletto Svoboda, mentre nel governo entrarono esponenti moderati di grande prestigio quali Oldrich Cernik, Jiri Hajek, Ota Sik. Emerse allora la volontà sia di riformare radicalmente l'economia del paese, abbandonando il centralismo e l'industrializzazione pesante, sia di espandere le libertà fino a favorire una articolazione pluralista del sistema politico. Il nuovo orientamento, definito "socialismo dal volto umano", venne confermato durante la riunione del comitato centrale del 4 e 5 aprile. L'accelerazione al processo di liberalizzazione impressa dagli intellettuali firmatari del cosiddetto Manifesto delle duemila parole preoccupò i dirigenti sovietici, che intravidero nella primavera di Praga una minaccia per il regime comunista e per il patto di Varsavia, temendo un "contagio" nel campo socialista. Nel corso di alcuni colloqui a Karlovy Vary (17 maggio), a Cierna-nad-Tisu (19 luglio e 1° agosto) e a Bratislava (3 agosto), Dubcek tentò invano di rassicurare i sovietici. La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia. Tuttavia stroncare la primavera di Praga si rivelò più arduo del previsto per le difficoltà di individuare un gruppo dirigente disposto a sostituire Dubcek. Nonostante le pressioni di Mosca la situazione rimase incerta per altri nove mesi e in autunno venne approvata la riforma istituzionale del paese con il riconoscimento dello stato federale fra le regioni ceche e la Slovacchia. Nel marzo 1969 i sindacati promossero una serie di iniziative a favore della libertà di sciopero, ma a quel punto Breznev, facendo leva sulla "questione nazionale", riuscì a imporre le dimissioni a Dubcek e la sua sostituzione con Husák. La primavera di Praga era definitivamente tramontata.
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giovedì 20 agosto 2026
domenica 17 novembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 novembre.
Il 17 novembre 1989 inizia in Cecoslovacchia la cosiddetta "Velvet revolution".
È impossibile tenere il conto di tutti quegli eventi storici che sono passati sotto il nome di ‘rivoluzione’. Termine traslato dal linguaggio astronomico, con rivoluzione si intende qualsiasi evento il cui accadimento ha irreversibilmente cambiato l’esistenza di un gruppo più o meno ampio di persone: da una popolazione di una regione all’intera umanità. Benché utilizzato per indicare sconvolgimenti perlopiù politici, viene utilizzato anche per fenomeni di tipo tecnologico (la rivoluzione telematica o industriale, con gli effetti sociali a strascico), sociale (la cosiddetta rivoluzione sessuale) o culturale (come fu, in parte, anche quella francese).
La Rivoluzione per eccellenza è proprio quest’ultima e non è un caso: l’intera Europa fu letteralmente sconvolta per un ventennio e influenzata per sempre dagli eventi che ebbero luogo a Parigi dal 1789 in poi. Ma non fu l’unica rivoluzione che ebbe luogo sul continente europeo. Furono molte e, a un certo punto, bisognò trovare altri nomi, anche per meglio caratterizzarli in ambito storiografico. Si pensi alla rivoluzione dei garofani, che ebbe luogo in Portogallo nel 1974, per porre fine alla dittatura di Salazar. Venne chiamato così per il gesto di una fioraia che, in piazza, donò ai militari dei garofani, che vennero posti nella canna del fucile.
Ma oggi è l’anniversario di un’altra rivoluzione: quella di velluto. Avvenuta nell’allora Cecoslovacchia, portò alla definitiva caduta del regime comunista a Praga e Bratislava, a pochissimi giorni dal Crollo del Muro di Berlino. Il suo nome è legato alla band statunitense dei Velvet Underground (velvet significa ‘velluto’ in inglese), molto ascoltata nelle manifestazioni dell’epoca. Nata come una manifestazione studentesca, conobbe un’inaspettata e clamorosa adesione da parte della popolazione: il 20 novembre del 1989, a quattro giorni dall’inizio delle proteste, la folla di Praga passò dall’essere composta da qualche migliaio di persone a mezzo milione di manifestanti. L’Urss, mai così debole, non poté far altro che cercare di guidare il cambiamento. Inutilmente: come indicava il tintinnio di chiavi dei manifestanti in piazza, era ora per i sovietici di ‘tornare a casa’.
Il 24 novembre si dimise l’intera nomenclatura comunista incluso il segretario generale Miloš Jakeš. Il 28 novembre venne emendata la Costituzione nelle parti che dava al Partito Comunista Cecoslovacco il monopolio assoluto del potere. Pochi giorni dopo vennero rimosse le barriere di filo spinato ai confini con Austria e Germania. Il 10 dicembre il presidente della Cecoslovacchia, il comunista Gustáv Husák, nominò il primo governo a maggioranza non comunista dal 1948, e si dimise. Alexander Dubček fu eletto presidente del Parlamento federale il 28 dicembre e Vaclav Havel presidente della Cecoslovacchia il 29 dicembre 1989. Nel giugno 1990 si tennero in Cecoslovacchia le prime elezioni democratiche dal 1946.
Il 17 novembre 1989 inizia in Cecoslovacchia la cosiddetta "Velvet revolution".
È impossibile tenere il conto di tutti quegli eventi storici che sono passati sotto il nome di ‘rivoluzione’. Termine traslato dal linguaggio astronomico, con rivoluzione si intende qualsiasi evento il cui accadimento ha irreversibilmente cambiato l’esistenza di un gruppo più o meno ampio di persone: da una popolazione di una regione all’intera umanità. Benché utilizzato per indicare sconvolgimenti perlopiù politici, viene utilizzato anche per fenomeni di tipo tecnologico (la rivoluzione telematica o industriale, con gli effetti sociali a strascico), sociale (la cosiddetta rivoluzione sessuale) o culturale (come fu, in parte, anche quella francese).
La Rivoluzione per eccellenza è proprio quest’ultima e non è un caso: l’intera Europa fu letteralmente sconvolta per un ventennio e influenzata per sempre dagli eventi che ebbero luogo a Parigi dal 1789 in poi. Ma non fu l’unica rivoluzione che ebbe luogo sul continente europeo. Furono molte e, a un certo punto, bisognò trovare altri nomi, anche per meglio caratterizzarli in ambito storiografico. Si pensi alla rivoluzione dei garofani, che ebbe luogo in Portogallo nel 1974, per porre fine alla dittatura di Salazar. Venne chiamato così per il gesto di una fioraia che, in piazza, donò ai militari dei garofani, che vennero posti nella canna del fucile.
Ma oggi è l’anniversario di un’altra rivoluzione: quella di velluto. Avvenuta nell’allora Cecoslovacchia, portò alla definitiva caduta del regime comunista a Praga e Bratislava, a pochissimi giorni dal Crollo del Muro di Berlino. Il suo nome è legato alla band statunitense dei Velvet Underground (velvet significa ‘velluto’ in inglese), molto ascoltata nelle manifestazioni dell’epoca. Nata come una manifestazione studentesca, conobbe un’inaspettata e clamorosa adesione da parte della popolazione: il 20 novembre del 1989, a quattro giorni dall’inizio delle proteste, la folla di Praga passò dall’essere composta da qualche migliaio di persone a mezzo milione di manifestanti. L’Urss, mai così debole, non poté far altro che cercare di guidare il cambiamento. Inutilmente: come indicava il tintinnio di chiavi dei manifestanti in piazza, era ora per i sovietici di ‘tornare a casa’.
Il 24 novembre si dimise l’intera nomenclatura comunista incluso il segretario generale Miloš Jakeš. Il 28 novembre venne emendata la Costituzione nelle parti che dava al Partito Comunista Cecoslovacco il monopolio assoluto del potere. Pochi giorni dopo vennero rimosse le barriere di filo spinato ai confini con Austria e Germania. Il 10 dicembre il presidente della Cecoslovacchia, il comunista Gustáv Husák, nominò il primo governo a maggioranza non comunista dal 1948, e si dimise. Alexander Dubček fu eletto presidente del Parlamento federale il 28 dicembre e Vaclav Havel presidente della Cecoslovacchia il 29 dicembre 1989. Nel giugno 1990 si tennero in Cecoslovacchia le prime elezioni democratiche dal 1946.
martedì 27 giugno 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Alle sei del mattino del 27 giugno 1950 Milada Horáková, all'età di 48 anni, fu impiccata nel cortile del carcere di Pankrác a Praga, unica donna fra le 234 vittime politiche giustiziate in Cecoslovacchia dal 1948 al 1960.
Passeggiando a Praga, sulla strada che unisce lo splendido Castello della Capitale Ceca alla zona di Holesovice, ci si accorge del nome dato a questa importante arteria cittadina: Milady Horàkové. Si tratta dell’omaggio a una donna, Milada Horàkovà, una figura di eccezionale carisma che si oppose fieramente ai due totalitarismi che dilaniarono l’Europa e il mondo nel Novecento, vale a dire Nazi-fascismo e Comunismo.
Nata il giorno di Natale del 1901, cresce in parallelo col Secolo più sanguinoso e turbolento della storia, in cui allo straordinario sviluppo tecnologico e al progresso in tutti i campi del sapere fanno da contraltare guerre e violenze terribili; lei mostra sin da giovanissima idee rivoluzionarie e moderne abbinate a una straordinaria forza di volontà, subisce l’espulsione dal Liceo perché colpevole di aver preso parte ad una manifestazione pacifista, e, grazie alle nuove leggi susseguenti all’indipendenza ottenuta dalla Cecoslovacchia, prima legata all’Austria-Ungheria, può frequentare l’Università.
Col tempo diventa uno dei principali punti di riferimento nell’opposizione all’invasione della Germania del 1939, ma, catturata dai nazisti, viene condannata a morte; tuttavia la pena le viene commutata in ergastolo, e la Horàkovà, che nel 1934 era diventata madre di una bambina, viene mandata al campo di concentramento di Terezin e poi in altre prigioni tedesche. La coraggiosa donna ottiene la libertà nel maggio del 1945, viene eletta Presidente del Consiglio Nazionale delle donne cecoslovacche, ma il suo sogno di contribuire alla libertà e al benessere del proprio popolo subisce un altro durissimo affronto: nel febbraio del 1948 un colpo di Stato comunista impone il modello sovietico nella sua terra. Assolutamente contraria ad ogni tipo di dittatura, rimane costantemente in contatto con i membri dell’opposizione al nuovo regime, pur sapendo di essere in grandissimo pericolo; più volte esortata ad andarsene, decide di rimanere a combattere per il bene della sua nazione contro un nemico pressoché invincibile. E il 27 settembre 1949 il suo tragico destino inizia a materializzarsi sotto forma di arresto per spionaggio, mentre il marito riesce a fuggire all’estero.
La Horàkovà viene sottoposta a durissime torture fisiche e psicologiche al fine di farle confessare i delitti a lei imputati, fino a quando inizia il processo-farsa in cui lei sceglie di difendersi con una dignità, una lucidità e un coraggio mai visti prima: si tratta di un continuo attacco alla sua persona, anche per via della propaganda che la dipinge come una nemica del popolo e che porta la gente a chiedere nei suoi confronti la massima severità. In realtà, come sa la stessa imputata, il verdetto è già scritto da tempo: la Horàkovà viene difatti condannata a morte. Le principali personalità dell’epoca, tra cui Churchill ed Einstein, si battono per evitare che la terribile sentenza venga davvero messa in atto; la macchina del terrore però si è ormai messa in moto, travolgendo la giustizia e il buon senso. La mattina del 27 giugno 1950 Milada Horàkovà viene giustiziata, prima donna condannata con tanta crudeltà nonostante fosse anche madre di un’adolescente di sedici anni.
La tanto agognata sentenza di non colpevolezza avviene a distanza di 18 anni, nel 1968, durante la Primavera di Praga, anche se solo nel 1990 lo Stato della Cecoslovacchia provvede a riabilitare completamente la memoria di questa donna, una delle vittime più coraggiose e sfortunate della lotta contro quella terribile piaga rappresentata dalle dittature del Novecento. La sua coscienza civile, il suo impegno, il suo coraggio e la sua fede nei principi di pace e di libertà, insieme alla sua lotta instancabile contro le dittature pagata con la propria vita, fanno di Milada Horàkovà un esempio per tutte le generazioni di qualunque credo politico.
Alle sei del mattino del 27 giugno 1950 Milada Horáková, all'età di 48 anni, fu impiccata nel cortile del carcere di Pankrác a Praga, unica donna fra le 234 vittime politiche giustiziate in Cecoslovacchia dal 1948 al 1960.
Passeggiando a Praga, sulla strada che unisce lo splendido Castello della Capitale Ceca alla zona di Holesovice, ci si accorge del nome dato a questa importante arteria cittadina: Milady Horàkové. Si tratta dell’omaggio a una donna, Milada Horàkovà, una figura di eccezionale carisma che si oppose fieramente ai due totalitarismi che dilaniarono l’Europa e il mondo nel Novecento, vale a dire Nazi-fascismo e Comunismo.
Nata il giorno di Natale del 1901, cresce in parallelo col Secolo più sanguinoso e turbolento della storia, in cui allo straordinario sviluppo tecnologico e al progresso in tutti i campi del sapere fanno da contraltare guerre e violenze terribili; lei mostra sin da giovanissima idee rivoluzionarie e moderne abbinate a una straordinaria forza di volontà, subisce l’espulsione dal Liceo perché colpevole di aver preso parte ad una manifestazione pacifista, e, grazie alle nuove leggi susseguenti all’indipendenza ottenuta dalla Cecoslovacchia, prima legata all’Austria-Ungheria, può frequentare l’Università.
Col tempo diventa uno dei principali punti di riferimento nell’opposizione all’invasione della Germania del 1939, ma, catturata dai nazisti, viene condannata a morte; tuttavia la pena le viene commutata in ergastolo, e la Horàkovà, che nel 1934 era diventata madre di una bambina, viene mandata al campo di concentramento di Terezin e poi in altre prigioni tedesche. La coraggiosa donna ottiene la libertà nel maggio del 1945, viene eletta Presidente del Consiglio Nazionale delle donne cecoslovacche, ma il suo sogno di contribuire alla libertà e al benessere del proprio popolo subisce un altro durissimo affronto: nel febbraio del 1948 un colpo di Stato comunista impone il modello sovietico nella sua terra. Assolutamente contraria ad ogni tipo di dittatura, rimane costantemente in contatto con i membri dell’opposizione al nuovo regime, pur sapendo di essere in grandissimo pericolo; più volte esortata ad andarsene, decide di rimanere a combattere per il bene della sua nazione contro un nemico pressoché invincibile. E il 27 settembre 1949 il suo tragico destino inizia a materializzarsi sotto forma di arresto per spionaggio, mentre il marito riesce a fuggire all’estero.
La Horàkovà viene sottoposta a durissime torture fisiche e psicologiche al fine di farle confessare i delitti a lei imputati, fino a quando inizia il processo-farsa in cui lei sceglie di difendersi con una dignità, una lucidità e un coraggio mai visti prima: si tratta di un continuo attacco alla sua persona, anche per via della propaganda che la dipinge come una nemica del popolo e che porta la gente a chiedere nei suoi confronti la massima severità. In realtà, come sa la stessa imputata, il verdetto è già scritto da tempo: la Horàkovà viene difatti condannata a morte. Le principali personalità dell’epoca, tra cui Churchill ed Einstein, si battono per evitare che la terribile sentenza venga davvero messa in atto; la macchina del terrore però si è ormai messa in moto, travolgendo la giustizia e il buon senso. La mattina del 27 giugno 1950 Milada Horàkovà viene giustiziata, prima donna condannata con tanta crudeltà nonostante fosse anche madre di un’adolescente di sedici anni.
La tanto agognata sentenza di non colpevolezza avviene a distanza di 18 anni, nel 1968, durante la Primavera di Praga, anche se solo nel 1990 lo Stato della Cecoslovacchia provvede a riabilitare completamente la memoria di questa donna, una delle vittime più coraggiose e sfortunate della lotta contro quella terribile piaga rappresentata dalle dittature del Novecento. La sua coscienza civile, il suo impegno, il suo coraggio e la sua fede nei principi di pace e di libertà, insieme alla sua lotta instancabile contro le dittature pagata con la propria vita, fanno di Milada Horàkovà un esempio per tutte le generazioni di qualunque credo politico.
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