Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1933 avvenne nella piazza di Berlino Opernplatz il tristemente noto rogo dei libri.
Goebbels lanciò la sua campagna propagandistica contro i libri "non tedeschi" e contro la cosiddetta "arte degenerata". Si trattava di una iniziativa senza precedenti, che rivelava, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, il grado di imbarbarimento della vita politica e culturale tedesca dopo l'avvento del regime nazista. L'intento dichiarato di Goebbels era quello di cancellare qualunque testimonianza delle «basi intellettuali della Repubblica di Novembre», eliminando fisicamente le tracce più rilevanti che gli intellettuali tedeschi del XIX e del XX secolo avevano dato allo sviluppo della moderna cultura europea.
Nei roghi finirono migliaia di opere letterarie e artistiche di autori che secondo la rozza e incolta ideologia del nuovo regime avevano "corrotto" e "giudaizzato" una presunta "cultura tedesca" pura: opere di autori lontani nel tempo, come Heinrich Heine (1797-1856) e Karl Marx (1818-1883), ma soprattutto dei grandi intellettuali del periodo weimariano: gli scrittori Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Alfred Döblin, Joseph Roth, i filosofi Ernst Cassirer, Georg Simmel, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Max Horkheimer, Ernst Bloch, Ludwig Wittgenstein, Max Scheler, Hannah Arendt, Edith Stein, Edmund Husserl, Max Weber, Erich Fromm, Martin Buber, Karl Löwith, l'architetto Walter Gropius, i pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian, gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud, i musicisti Arnold Schönberg e Alban Berg, i registi cinematografici Georg Pabst, Fritz Lang e Franz Murnau e centinaia di altri artisti e pensatori che avevano gettato le basi intellettuali dell'intera cultura del Novecento.
Diventata "Judenrein" ("depurata dagli ebrei") e depurata da quella che i nazisti ritenevano essere l'"influenza giudaica" sull'"intellettualismo esagerato", la Germania hitleriana divenne, dopo il 1933, un vero e proprio deserto culturale. I pochissimi intellettuali che, per una iniziale simpatia verso il nuovo regime, restarono in Germania (è il caso di Martin Heidegger, uno dei più importanti filosofi del Novecento), videro presto spegnerla e dovettero rassegnarsi ad una cieca neutralità, chiudendo occhi e orecchie per non vedere e non sentire quanto accadeva intorno a loro. I migliori tra gli intellettuali tedeschi se ne andarono dal Paese, spesso precipitosamente, talvolta costretti (è il caso di Einstein e di Freud). Ebbe inizio, nel 1933, il più massiccio esodo intellettuale che la storia moderna abbia conosciuto: una vera e propria diaspora dell'intelligenza tedesca.
La piazza è stata in seguito ribattezzata nel 1947 dalle autorità della RDT (Repubblica Democratica Tedesca) August Bebel Platz, in onore del cofondatore del Partito operaio socialdemocratico, per non ricordare il famigerato rogo del 33.
Al centro della piazza vi è tutt’oggi un pannello di vetro nel pavimento che lascia intravedere una camera piena di scaffali vuoti. Accanto è posta una targa che riporta una citazione di Heinrich Heine “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani” . Il poeta tedesco, nato a Düsseldorf il 13 dicembre 1797 e morto a Parigi il 17 febbraio 1856, era di origini ebraiche e fu anche un importante filosofo collocato nelle file della sinistra hegeliana. Le sue lungimiranti parole si possono ora leggere attraverso quella lastra di vetro su di una targa ricordante l’accaduto.
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Goebbels. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Goebbels. Mostra tutti i post
domenica 10 maggio 2026
venerdì 30 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 aprile.
Il 30 aprile 1945 Adolf Hitler ed Eva Braun si suicidano per evitare la cattura da parte delle truppe sovietiche.
Nella seconda metà dell'aprile 1945 gli eserciti anglo-americani avanzano inesorabilmente nel territorio occidentale della Germania prendendo la fondamentale zona industriale e mineraria della Ruhr e svariate altre città e regioni. Il contrattacco disperato di Hitler nelle Ardenne è miseramente fallito. A est i russi procedono ancora più rapidamente verso la capitale del Reich. Gli Alleati hanno deciso di lasciare ai sovietici Berlino e questi si accingono a lanciare l'attacco finale: Stalin pretende dai suoi generali il trionfo decisivo per il primo maggio, festa dei lavoratori.
Hitler è rintanato nel suo bunker sotto la Cancelleria a Berlino. Gli anni di malattia e abuso di droghe para-anfetaminiche lo hanno reso un fantasma e solo gli intrugli del suo singolare dottore, Theodor Morell, (su tutti il 'Vitamultin forte', farmaco iniettato a Hitler regolarmente dal marzo 1944 i cui componenti sono ignoti, ma che probabilmente conteneva molte sostanze illegali) lo tengono lucido, seppure per pochi momenti. Il Führer ha perso ormai quasi ogni contatto con la realtà: vaneggia di prodigiosi contrattacchi alle porte di Berlino, con armate che esistono solo sulla carta; è irascibile e scontroso. Esce solo per salutare alcuni ragazzini armati di biciclette e Panzerfaust (missili anticarro), mandati allo sbaraglio per difendere le rovine del folle sogno nazista. Eva Braun, la sua giovane amante, è rimasta al suo fianco, così come Joseph Goebbels, il ministro della Propaganda che ha con sé la moglie Magda e i sei figli (il cui nome comincia per tutti con la lettera H, in onore di Hitler). Nel caos generale altri loschi personaggi si aggirano per i corridoi del bunker; tra tutti spicca Martin Bormann, il successore di Hess alla guida del partito nazista, che dal 1943 ha fatto di tutto per plagiare Hitler e volgerlo contro gli altri gerarchi. Nelle stanze interrate della Cancelleria si scatenano tetri balli e un'orgia di alcol e sesso, con i soldati che affogano nel piacere il terrore per i russi, i cui colpi di artiglieria si fanno sempre più vicini.
In questo decadente quadro si svolsero le convulse vicende che caratterizzarono la fine della Germania nazista.
Bormann era un ottimo burattinaio, tuttavia fino agli ultimi giorni del Terzo Reich non riuscì ad aizzare Hitler contro i suoi due gerarchi più importanti, Hermann Göring e Heinrich Himmler. Poco prima della sconfitta finale però gli atti di questi ultimi gli fornirono l'occasione che da tempo aspettava. Göring provò a prendere la redini del Paese informando il Führer tramite una lettera, rivendicando il diritto di succedere a Hitler nella carica di capo della Germania in conformità alle disposizioni del dittatore nazista del 1941. Bormann fomentò Hitler contro l'obeso maresciallo del Reich, manipolando i suoi ordini fino a mettere Göring agli arresti per alto tradimento e poi a condannarlo a morte. L'opulento Reichsmarschall non fu giustiziato solo per motivi di tempo.
Pochi giorni dopo la lettera di Göring, al bunker della Cancelleria arrivò una notizia se possibile peggiore per Hitler: il suo collaboratore più fidato, Himmler, 'der treue Heinrich' ('il fedele Heinrich'), come era solito chiamarlo, l'ex allevatore di polli che lui aveva fatto capo delle SS e ministro degli Interni, aveva tradito: aveva trattato un'impossibile pace separata con gli inglesi e gli americani a insaputa del suo capo. Il Reichsführer delle SS aveva così scavalcato Hitler senza nemmeno chiedere, cosa che almeno Göring aveva fatto. Il Führer era un uomo distrutto. Esautorò Himmler da ogni carica (per la gioia di Bormann) e ordinò di metterlo agli arresti, ma il capo delle SS fuggì camuffato da sottufficiale della Wehrmacht. Così Hitler sfogò la sua rabbia contro Hermann Fegelein, ufficiale di collegamento di Himmler, che fu fucilato nonostante fosse il marito della sorella di Eva Braun. L'ex capo delle SS fu catturato dai britannici pochi giorni dopo la caduta del Terzo Reich, ma riuscì a suicidarsi ingerendo una capsula di cianuro che teneva tra i denti, nonostante i febbrili tentativi di rianimazione dei soldati che lo sorvegliavano.
Poco prima di suicidarsi, Hitler imbastì un triste teatrino: si sposò con Eva Braun, la donna che lo amava più della sua stessa vita e che sull'atto di matrimonio firmò Eva, fece la B, poi la cancellò e scrisse Hitler, "Eva Hitler nata Braun". Ella, che aveva vissuto nascosta e segregata, realizzò così il sogno della sua vita: essere a tutti gli effetti la donna del Führer. I testimoni furono Goebbels e Bormann. Gli ospiti, una dozzina in tutto tra segretarie e militari, brindarono al "futuro della coppia". Subito dopo la cerimonia il Führer dettò il suo testamento politico e quello personale.
Il testamento politico lo divise in due parti: nella prima tornò agli anni della sua gioventù a Vienna e al "putsch" della birreria di Monaco, lasciò un appello ai posteri intriso della solita retorica antisemita e delle sue tradizionali menzogne sulle cause della guerra, predisse il ritorno del nazionalsocialismo e infine si scagliò contro le forze armate che a suo dire lo avevano tradito. Nella seconda si occupò del problema della successione: nominò nuovo Führer della Germania il grand'ammiraglio Dönitz, comandante dei sottomarini dall'inizio della guerra e a capo della Kriegsmarine, la marina del Reich, dal 1943, quando prese il posto di Erich Raeder, perché pensava nel suo delirio che i vertici delle altre due armi (esercito e aviazione) e delle SS lo avessero defraudato della vittoria. Dispose poi che Goebbels fosse nominato cancelliere, Bormann ministro del Partito (carica nuova e alquanto vaga) e Seyss-Inquart, il viscido avvocato viennese, ministro degli Esteri; completò il futuro gabinetto con nomi di seconda fascia.
Hitler affidò le sue ultime volontà a Bormann e Goebbels e poi dettò il suo testamento personale, in cui spiegò di essersi sposato per ripagare la fedeltà della sua donna, che aveva deciso di condividere con lui la sorte del suicidio pur di non subire l'onta della disfatta. Lasciò le sue poche proprietà di valore al partito e incaricò Bormann di provvedere a consegnare ai suoi parenti ogni oggetto che potesse avere valore di ricordo personale o che fosse utile per assicurare loro un tenore di vita piccolo-borghese. Era il 29 aprile 1945. Poco dopo, quello stesso giorno, giunse a Hitler la notizia della misera sorte di Mussolini. Il Führer aveva già deciso di porre termine alla propria vita, ma probabilmente l'orrendo destino del vecchio dittatore alleato lo convinse ad accelerare i tempi.
Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, giunse l'ultima ora per l'uomo che aveva messo a ferro e fuoco il mondo. Hitler scelse di avvelenarsi, ma poiché non si fidava del cianuro datogli dal traditore Himmler, lo fece provare sul suo amato cane, Blondi, una femmina di pastore alsaziano. Dopo aver preso il veleno con Eva Braun, Hitler si sparò comunque anche un colpo alla tempia.
Goebbels e Bormann bruciarono il corpo del Führer e di Eva Braun secondo la volontà del loro capo. Il mancato ritrovamento del cadavere di Hitler costituisce ancora oggi un mistero al centro di molte speculazioni e teorie complottistiche, che vorrebbero il Führer fuggito in Sud America; in realtà l'apertura degli archivi del KGB nel 1993 ha rivelato che esso fu identificato dai russi, che scelsero di cremarlo spargendo i resti nell'Elba affinché non diventasse una reliquia per neonazisti e fanatici.
Subito dopo l'ultimo saluto a Hitler, Bormann partì per raggiungere Dönitz e il nuovo governo. Di lui non si ebbero più notizie certe, ma verosimilmente morì dilaniato da una granata lungo la strada (anche se alcuni pensano che sia riuscito a fuggire). A Norimberga fu condannato a morte in contumacia.
Goebbels invece scrisse un'appendice al testamento politico di Hitler, dicendo che per la prima volta nella sua vita non gli avrebbe ubbidito. Non sarebbe mai diventato cancelliere, non poteva vivere in una Germania priva del suo Führer. Il primo maggio lui e la moglie decisero di farla finita, quasi certamente facendosi sparare alla nuca da un attendente (anche se una teoria vuole che sia stato Goebbels a fare fuoco sulla moglie per poi rivolgere l'arma contro se stesso), non prima però di aver avvelenato i loro sei figli. I pochi soldati rimasti nei pressi della Cancelleria diedero fuoco ai loro corpi prima di fuggire, ma i russi li trovarono prima che essi fossero del tutto arsi dalle fiamme e poterono identificare il piccolo e storpio ministro della Propaganda del Terzo Reich.
Il governo Dönitz si insediò il primo maggio, chiedendo al popolo un ultimo sforzo di guerra. Ma il grand'ammiraglio non era un pazzo e si affrettò a concludere la resa incondizionata della Germania, firmata dal generale Jodl il 7 maggio 1945. Meno di una settimana prima, proprio nel comunicato in cui si informava il popolo tedesco della nomina del nuovo Führer, era andata in scena l'ultima recita della Germania nazista. La radio del Reich aveva annunciato: "Il nostro amato Führer, Adolf Hitler, è caduto combattendo fino all'ultimo contro il bolscevismo". Il Terzo Reich perì così com'era vissuto: nella menzogna.
Il 30 aprile 1945 Adolf Hitler ed Eva Braun si suicidano per evitare la cattura da parte delle truppe sovietiche.
Nella seconda metà dell'aprile 1945 gli eserciti anglo-americani avanzano inesorabilmente nel territorio occidentale della Germania prendendo la fondamentale zona industriale e mineraria della Ruhr e svariate altre città e regioni. Il contrattacco disperato di Hitler nelle Ardenne è miseramente fallito. A est i russi procedono ancora più rapidamente verso la capitale del Reich. Gli Alleati hanno deciso di lasciare ai sovietici Berlino e questi si accingono a lanciare l'attacco finale: Stalin pretende dai suoi generali il trionfo decisivo per il primo maggio, festa dei lavoratori.
Hitler è rintanato nel suo bunker sotto la Cancelleria a Berlino. Gli anni di malattia e abuso di droghe para-anfetaminiche lo hanno reso un fantasma e solo gli intrugli del suo singolare dottore, Theodor Morell, (su tutti il 'Vitamultin forte', farmaco iniettato a Hitler regolarmente dal marzo 1944 i cui componenti sono ignoti, ma che probabilmente conteneva molte sostanze illegali) lo tengono lucido, seppure per pochi momenti. Il Führer ha perso ormai quasi ogni contatto con la realtà: vaneggia di prodigiosi contrattacchi alle porte di Berlino, con armate che esistono solo sulla carta; è irascibile e scontroso. Esce solo per salutare alcuni ragazzini armati di biciclette e Panzerfaust (missili anticarro), mandati allo sbaraglio per difendere le rovine del folle sogno nazista. Eva Braun, la sua giovane amante, è rimasta al suo fianco, così come Joseph Goebbels, il ministro della Propaganda che ha con sé la moglie Magda e i sei figli (il cui nome comincia per tutti con la lettera H, in onore di Hitler). Nel caos generale altri loschi personaggi si aggirano per i corridoi del bunker; tra tutti spicca Martin Bormann, il successore di Hess alla guida del partito nazista, che dal 1943 ha fatto di tutto per plagiare Hitler e volgerlo contro gli altri gerarchi. Nelle stanze interrate della Cancelleria si scatenano tetri balli e un'orgia di alcol e sesso, con i soldati che affogano nel piacere il terrore per i russi, i cui colpi di artiglieria si fanno sempre più vicini.
In questo decadente quadro si svolsero le convulse vicende che caratterizzarono la fine della Germania nazista.
Bormann era un ottimo burattinaio, tuttavia fino agli ultimi giorni del Terzo Reich non riuscì ad aizzare Hitler contro i suoi due gerarchi più importanti, Hermann Göring e Heinrich Himmler. Poco prima della sconfitta finale però gli atti di questi ultimi gli fornirono l'occasione che da tempo aspettava. Göring provò a prendere la redini del Paese informando il Führer tramite una lettera, rivendicando il diritto di succedere a Hitler nella carica di capo della Germania in conformità alle disposizioni del dittatore nazista del 1941. Bormann fomentò Hitler contro l'obeso maresciallo del Reich, manipolando i suoi ordini fino a mettere Göring agli arresti per alto tradimento e poi a condannarlo a morte. L'opulento Reichsmarschall non fu giustiziato solo per motivi di tempo.
Pochi giorni dopo la lettera di Göring, al bunker della Cancelleria arrivò una notizia se possibile peggiore per Hitler: il suo collaboratore più fidato, Himmler, 'der treue Heinrich' ('il fedele Heinrich'), come era solito chiamarlo, l'ex allevatore di polli che lui aveva fatto capo delle SS e ministro degli Interni, aveva tradito: aveva trattato un'impossibile pace separata con gli inglesi e gli americani a insaputa del suo capo. Il Reichsführer delle SS aveva così scavalcato Hitler senza nemmeno chiedere, cosa che almeno Göring aveva fatto. Il Führer era un uomo distrutto. Esautorò Himmler da ogni carica (per la gioia di Bormann) e ordinò di metterlo agli arresti, ma il capo delle SS fuggì camuffato da sottufficiale della Wehrmacht. Così Hitler sfogò la sua rabbia contro Hermann Fegelein, ufficiale di collegamento di Himmler, che fu fucilato nonostante fosse il marito della sorella di Eva Braun. L'ex capo delle SS fu catturato dai britannici pochi giorni dopo la caduta del Terzo Reich, ma riuscì a suicidarsi ingerendo una capsula di cianuro che teneva tra i denti, nonostante i febbrili tentativi di rianimazione dei soldati che lo sorvegliavano.
Poco prima di suicidarsi, Hitler imbastì un triste teatrino: si sposò con Eva Braun, la donna che lo amava più della sua stessa vita e che sull'atto di matrimonio firmò Eva, fece la B, poi la cancellò e scrisse Hitler, "Eva Hitler nata Braun". Ella, che aveva vissuto nascosta e segregata, realizzò così il sogno della sua vita: essere a tutti gli effetti la donna del Führer. I testimoni furono Goebbels e Bormann. Gli ospiti, una dozzina in tutto tra segretarie e militari, brindarono al "futuro della coppia". Subito dopo la cerimonia il Führer dettò il suo testamento politico e quello personale.
Il testamento politico lo divise in due parti: nella prima tornò agli anni della sua gioventù a Vienna e al "putsch" della birreria di Monaco, lasciò un appello ai posteri intriso della solita retorica antisemita e delle sue tradizionali menzogne sulle cause della guerra, predisse il ritorno del nazionalsocialismo e infine si scagliò contro le forze armate che a suo dire lo avevano tradito. Nella seconda si occupò del problema della successione: nominò nuovo Führer della Germania il grand'ammiraglio Dönitz, comandante dei sottomarini dall'inizio della guerra e a capo della Kriegsmarine, la marina del Reich, dal 1943, quando prese il posto di Erich Raeder, perché pensava nel suo delirio che i vertici delle altre due armi (esercito e aviazione) e delle SS lo avessero defraudato della vittoria. Dispose poi che Goebbels fosse nominato cancelliere, Bormann ministro del Partito (carica nuova e alquanto vaga) e Seyss-Inquart, il viscido avvocato viennese, ministro degli Esteri; completò il futuro gabinetto con nomi di seconda fascia.
Hitler affidò le sue ultime volontà a Bormann e Goebbels e poi dettò il suo testamento personale, in cui spiegò di essersi sposato per ripagare la fedeltà della sua donna, che aveva deciso di condividere con lui la sorte del suicidio pur di non subire l'onta della disfatta. Lasciò le sue poche proprietà di valore al partito e incaricò Bormann di provvedere a consegnare ai suoi parenti ogni oggetto che potesse avere valore di ricordo personale o che fosse utile per assicurare loro un tenore di vita piccolo-borghese. Era il 29 aprile 1945. Poco dopo, quello stesso giorno, giunse a Hitler la notizia della misera sorte di Mussolini. Il Führer aveva già deciso di porre termine alla propria vita, ma probabilmente l'orrendo destino del vecchio dittatore alleato lo convinse ad accelerare i tempi.
Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, giunse l'ultima ora per l'uomo che aveva messo a ferro e fuoco il mondo. Hitler scelse di avvelenarsi, ma poiché non si fidava del cianuro datogli dal traditore Himmler, lo fece provare sul suo amato cane, Blondi, una femmina di pastore alsaziano. Dopo aver preso il veleno con Eva Braun, Hitler si sparò comunque anche un colpo alla tempia.
Goebbels e Bormann bruciarono il corpo del Führer e di Eva Braun secondo la volontà del loro capo. Il mancato ritrovamento del cadavere di Hitler costituisce ancora oggi un mistero al centro di molte speculazioni e teorie complottistiche, che vorrebbero il Führer fuggito in Sud America; in realtà l'apertura degli archivi del KGB nel 1993 ha rivelato che esso fu identificato dai russi, che scelsero di cremarlo spargendo i resti nell'Elba affinché non diventasse una reliquia per neonazisti e fanatici.
Subito dopo l'ultimo saluto a Hitler, Bormann partì per raggiungere Dönitz e il nuovo governo. Di lui non si ebbero più notizie certe, ma verosimilmente morì dilaniato da una granata lungo la strada (anche se alcuni pensano che sia riuscito a fuggire). A Norimberga fu condannato a morte in contumacia.
Goebbels invece scrisse un'appendice al testamento politico di Hitler, dicendo che per la prima volta nella sua vita non gli avrebbe ubbidito. Non sarebbe mai diventato cancelliere, non poteva vivere in una Germania priva del suo Führer. Il primo maggio lui e la moglie decisero di farla finita, quasi certamente facendosi sparare alla nuca da un attendente (anche se una teoria vuole che sia stato Goebbels a fare fuoco sulla moglie per poi rivolgere l'arma contro se stesso), non prima però di aver avvelenato i loro sei figli. I pochi soldati rimasti nei pressi della Cancelleria diedero fuoco ai loro corpi prima di fuggire, ma i russi li trovarono prima che essi fossero del tutto arsi dalle fiamme e poterono identificare il piccolo e storpio ministro della Propaganda del Terzo Reich.
Il governo Dönitz si insediò il primo maggio, chiedendo al popolo un ultimo sforzo di guerra. Ma il grand'ammiraglio non era un pazzo e si affrettò a concludere la resa incondizionata della Germania, firmata dal generale Jodl il 7 maggio 1945. Meno di una settimana prima, proprio nel comunicato in cui si informava il popolo tedesco della nomina del nuovo Führer, era andata in scena l'ultima recita della Germania nazista. La radio del Reich aveva annunciato: "Il nostro amato Führer, Adolf Hitler, è caduto combattendo fino all'ultimo contro il bolscevismo". Il Terzo Reich perì così com'era vissuto: nella menzogna.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(255)
-
▼
settembre
(11)
- 33 anni di Amico Rom
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
settembre
(11)

