Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1934 la nazionale italiana di calcio batte la Cecoslovacchia e conquista il suo primo titolo mondiale.
Seconda edizione del Campionato del Mondo, l’Italia ottiene l’organizzazione della manifestazione nell’ottobre del 1932 superando la concorrenza della Svezia. Da quel momento l’apparato organizzativo del regime si mise in moto per poter trasmettere alle altre nazioni un’immagine positiva dell’Italia. Ospitalità, organizzazione, strutture, entusiasmo popolare e, ovviamente, prestazioni sportive mirate al conseguimento della vittoria finale dovevano impressionare favorevolmente atleti, addetti ai lavori, giornalisti ed anche i tifosi arrivati nel nostro Paese per questa importante manifestazione. Per raggiungere questo scopo nulla fu lasciato al caso, tutto fu preparato con la massima attenzione ed impegno. La gestione tecnica degli azzurri era stata affidata fin dal 1929 a Vittorio Pozzo, dirigente della Pirelli con un passato da calciatore , un anno nel Grasshoppers e cinque nel suo Torino fino al ritiro dall’ attività agonistica avvenuto nel 1911. Aveva già ricoperto il ruolo di tecnico della squadra nazionale in due occasioni sfortunate (olimpiadi di Stoccolma 1912 e di Parigi nel 1924) dimettendosi subito dopo le sconfitte che esclusero l’Italia da quelle due edizioni dei giochi olimpici. Ottenuto l’incarico dal presidente della F. I. G. C. Leandro Arpinati, Pozzo accettò ponendo una condizione alquanto inusuale: non essere retribuito!
Alla prima edizione svoltasi nel 1930 in Uruguay, nella quale prevalse proprio la nazione ospitante, l’Italia non si iscrisse. La nazionale italiana si apprestava, quindi, a giocare il primo mondiale della sua storia tra le mura amiche.
Le nazioni iscritte furono 22. Dopo la gara eliminatoria contro la Grecia del 25 marzo, conclusasi con un secco punteggio (4-0) il torneo azzurro iniziò con gli ottavi di finale contro gli Stati Uniti. Si giocò il 27 maggio a Roma allo Stadio Nazionale del P. N. F. (odierno Flaminio) ed il risultato non lasciò nessun dubbio: 7-1. Nei quarti l’Italia si trovò davanti la Spagna del fortissimo portiere Zamora. Il “Giovanni Berta” di Firenze fu teatro di una sfida davvero combattuta tra le due nazionali. Dopo i tempi supplementari, conclusi con un pareggio (1-1) il regolamento imponeva la ripetizione della gara il giorno successivo. Così fu: il 1° giugno la partita fu rigiocata e questa volta gli azzurri prevalsero grazie ad una rete di Meazza al 12°.
L’estremo difensore iberico non giocò la ripetizione forse a seguito di un infortunio occorso durante la prima sfida e venne sostituito da Nogues. L’Italia approdò alle semifinali, di fronte la fortissima selezione austriaca. La partita fu giocata il 3 giugno a Milano, nell’impianto di S. Siro. Grazie ad una rete del forte attaccante giallorosso, l’argentino naturalizzato italiano Enrique Guaita al 19° della prima frazione, l’Italia ebbe la meglio. L’Italia volò in finale. Nell’altra semifinale la Cecoslovacchia sconfisse la Germania 3-1 con una tripletta di Nejedly che alla fine del torneo risulterà capocannoniere con 5 segnature.
La finale Italia Cecoslovacchia si gioca allo Stadio Nazionale del P. N. F. a Roma davanti al Duce ed alle massime autorità tra le quali anche esponenti della Famiglia Reale e Jules Rimet, presidente della F. I. F. A.. Per l’importante appuntamento con la storia l’ex tenente degli alpini Vittorio Pozzo conferma gli undici scesi in campo una settimana prima contro l’Austria: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi. La Cecoslovacchia del selezionatore Petru scende in campo con: Planicka, Zenisek, Ctyroky, Kostalek, Cambal, Krcil, Junek, Svoboda, Sobotka, Nejedly, Puc. Ad arbitrare l’incontro il signor Eklind della federazione svedese; Ivancics (Ungheria) ed il tedesco Birlem i segnalinee. Alle 16,55 Caligaris, alfiere della nazionale azzurra, fa il suo ingresso in campo portando il tricolore. Alle 17 il calcio d’inizio. Nei primi minuti azzurri pericolosi con Guaita ed Orsi ma Planicka, capitano della nazionale cecoslovacca, fa buona guardia. Al 25°, a seguito di una punizione Combi esce a vuoto e Sobotka, a colpo sicuro, trova sulla sua strada Monti pronto a salvare la porta azzurra. Meazza impegna in un paio di occasioni il fortissimo Planicka, l’Italia attacca ma la nazionale cecoslovacca si rende pericolosa in alcune occasioni. Negli ultimi minuti del primo tempo Orsi sfiora il vantaggio calciando fuori una facile occasione. Si va negli spogliatoi a reti inviolate. Nella ripresa gli azzurri all’attacco: Schiavio in due occasioni ravvicinate e Orsi cercano il vantaggio ma Planicka è insuperabile. Si arriva così al 25°: mischia furiosa nell’area italiana, Ferraris manca l’intervento, Monti non riesce a rimediare ed allora interviene Svoboda che cede il pallone a Puc che, con un rapido dribbling mette fuori causa Monzeglio sparando verso la porta di Combi una cannonata imprendibile. Cecoslovacchia in vantaggio. L’Italia accusa il colpo; mancano 20 minuti alla fine e si è sotto di un gol. La partita diventa nervosa. Nejedly, Svoboda e Puc sfiorano il raddoppio. Al 32° Svoboda colpisce la traversa; al termine dell’incontro la sua squadra conterà ben 3 legni colpiti. Si giunge così a 9 minuti dal termine, minuto 35°: da Ferrari a Guaita che passa ad Orsi, l’attaccante cerca di liberarsi per il tiro e lo effettua. La palla rimbalza sul muro eretto dalla difesa della nazionale in maglia scarlatta ma lo stesso Orsi è il più lesto nel recuperare la sfera che calcia nuovamente verso la porta cecoslovacca. Questa volta il forte Planicka non può arrivarci: 1-1. Minuti finali tesissimi. Eklind fischia la fine dei 90 minuti regolamentari. Si va ai supplementari. Al 4° minuto del primo tempo Schiavio segna il gol della vittoria. Davanti a 50.000 spettatori, di cui ben 11.000 cecoslovacchi, la nazionale italiana conquista il suo primo titolo mondiale. Al termine dell’incontro avviene la premiazione: Coppa della Vittoria e Coppa del Duce alla squadra vincitrice, a ritirarla il capitano Combi che sale in tribuna insieme a Planicka, capitano cecoslovacco e Szepan, capitano della nazionale tedesca premiata come terza classificata in seguito alla finalina vinta contro l’Austria per 3-2. Coppa del CONI per Planicka e Coppa della F. I. G. C. per Szepan; i due capitani ritirano i trofei assegnati alle rispettive nazionali.
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lunedì 10 giugno 2024
sabato 5 agosto 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 agosto 1948, dopo 20 anni di dedizione e due mondiali di calcio vinti, Vittorio Pozzo lascia la panchina della nazionale italiana di calcio.
Vittorio Pozzo nasce a Torino, il 2 marzo del 1886. Calciatore degli albori di questo sport, che sarebbe diventato il più seguito d'Europa, è famoso per aver regalato, da allenatore, tuttora l'unico della storia del calcio, ben due Coppe del Mondo alla nazionale azzurra, nel 1934 e nel 1938. Negli anni '10, è stato tra i fondatori di una delle società calcistiche più importanti di sempre, il Torino Football Club. Terminata l'attività di allenatore, si è felicemente riciclato commentatore e giornalista, pur dopo aver pagato un severo dazio sportivo nell'immediato dopoguerra, a causa di più o meno veritiere compromissioni con il partito Fascista.
Sia quest'ultimo, che, successivamente, la retorica antifascista, hanno cercato in tutti i modi di far proprio questo personaggio dello sport nazionale e mondiale, in realtà allenatore e uomo di sport modernissimo per il suo tempo. Ad ogni modo, è un fatto che Pozzo non si sia mai iscritto al partito di Mussolini pur aderendovi, nella sostanza, durante tutte le manifestazioni sportive, le quali erano una delle parti principali della retorica e della propaganda di potere fascista. Alla sua nazionale del 1938 resta anche legata l'immagine della vittoria dell'Italia ai quarti di finale contro la Francia, disputata nell'unica volta della sua storia in un completo interamente di colore nero.
La vera origine di Vittorio Pozzo è legata alla cittadina di Biella, per la precisione alla piccola frazione di Ponderano, luogo natìo della sua famiglia. I suoi genitori appartengono ad una bassa borghesia, di modeste condizioni economiche e fanno di tutto per iscrivere il piccolo Vittorio al Liceo Cavour di Torino.
Tuttavia, ben presto le attitudini del futuro allenatore azzurro si rivelano per quelle che sono: ama le lingue, ama viaggiare, ama apprendere da altri paesi i segreti del lavoro e, soprattutto, in campo sportivo. Si sposta in Francia e in Svizzera, successivamente in Inghilterra, dove studia dai maestri che hanno inventato il calcio moderno, quello che diventa subito il suo grande amore: il calcio.
Intanto, appena diciottenne, fa i primi passi nel calcio professionistico, se così si può chiamare all'epoca, lavorando e giocando in Svizzera, nella stagione 1905-1906, nelle fila del Grasshoppers. Subito però, torna in Italia, nella sua Torino e contribuisce alla fondazione del Football Club Torinese, poi Torino Football Club, squadra nella quale milita per ben cinque stagioni, sino al ritiro dall'attività agonistica, nel 1911.
Dal 1912 al 1922 allora, Vittorio Pozzo si dedica alla direzione tecnica della società, studiando nuovi metodi tattici e contribuendo alla creazione di una vera e propria tradizione calcistica, la quale successivamente farà scuola in Italia. Il 1912 però, è importantissimo, perché segna anche l'inizio del suo rapporto con la Nazionale Italiana di calcio, con la nomina a commissario unico degli azzurri, ruolo che ricoprirà a più riprese nel corso degli anni '10 e '20, durante le varie esibizioni, ancora del tutto dilettantistiche, della squadra italiana, spesso però coadiuvato da altri tecnici e allenatori.
Alle due principali manifestazioni, le olimpiadi di Stoccolma e quelle francesi, le selezioni da lui guidate non raggiungono gli esiti sperati, e vengono eliminate subito, rispettivamente al primo turno e ai quarti di finale.
Nel frattempo viene assunto alla Pirelli, dove diventa dirigente, non prima di prendere parte alla Guerra Mondiale che scoppia nel 1914, come tenente degli alpini. Esperienza importante questa, se è vero, come si racconta, che il futuro allenatore della nazionale due volte campione del mondo racconterà ai suoi giocatori, durante i ritiri e per caricarli al meglio, della resistenza del Piave, oltre che di altre imprese belliche da lui realmente vissute.
L'anno di svolta però, è il 1929, quando Pozzo viene convocato dal capo del calcio fascista, Leandro Arpinati, il quale lo vuole come direttore unico della Nazionale. Non è un fascista, ma è un uomo che ama vincere e, soprattutto, un militare. Pozzo inventa il ritiro, impone uno stile di vita spartano ai suoi e al contempo, lavora ad una serie di schemi tattici di grande valore, modernissimi per quei tempi, pur senza sacrificare l'estro di alcuni ottimi giocatori di quegli anni, come il grande Giuseppe Meazza. È, forse, il grande iniziatore del cosiddetto metodo all'italiana: difesa rocciosa, mediani instancabili e attaccanti veloci, per favorire il contropiede.
Il primo trionfo mondiale è quello del 1934, in Italia, quando i gerarchi fascisti si godono lo spettacolo della vittoria dalle tribune. Non sono partite però, sono battaglie all'ultimo sangue, come la partitissima prima della semifinale vinta dopo il "replay" contro i cugini spagnoli, letteralmente massacrati dai giocatori azzurri (lo stesso arbitro dell'incontro, il signor Mercet, verrà successivamente sospeso dalla Federcalcio svizzera, a causa del suo comportamento troppo "casalingo").
Ad ogni modo, dopo una semifinale altrettanto equivoca quanto ad episodi (un gol sospetto per gli azzurri), vinta ai danni dell'Austria davanti ai quarantacinque mila spettatori di San Siro, arriva anche la vittoria in finale contro la Cecoslovacchia, per 2-1 ai supplementari, questa sì regolare e senza polemiche. Il gol decisivo è di Schiavio, il quale sviene in campo, dopo averlo realizzato.
Quattro anni dopo, vinte anche le Olimpiadi dai cugini tedeschi, nel 1936, Pozzo compie il miracolo e vince anche in Francia, dove il grande Jules Rimet è riuscito a fare organizzare il campionato mondiale di calcio. A trascinare la nazionale, apparentemente più povera tecnicamente ma molto più squadra, è la giovane punta Silvio Piola, lanciato nella mischia dall'allenatore torinese e memorabile proprio nella partita contro i francesi. L'Italia batte anche il forte Brasile, per 2-0, e in finale supera i magiari dell'Ungheria, guidati dal grande attaccante Sarosi, con un perentorio 4-2.
Insieme con le due Coppe Internazionali (l'allora Coppa Europea) vinte, e con i due Mondiali e le Olimpiadi del '36, Vittorio Pozzo mette la firma su un decennio calcistico straordinario, che la Seconda Guerra Mondiale va ad interrompere.
Alla ripresa, pertanto, nel 1948, l'allenatore biellese viene indotto a dare le dimissioni, su pressioni della Federcalcio italiana, la quale non ha mai sopportato le sue presunte connivenze con il fascismo, pur restando sempre sulla carta, come detto, indimostrate.
Pozzo dà le dimissioni dopo ben 6.927 giorni di incarico: un primato ineguagliabile. L'anno dopo, nel 1949, deve riconoscere, in modo ufficiale, i corpi dei calciatori del Grande Torino, morti durante la tragedia di Superga: ci sono amici ed ex allievi.
Fino al 1958, il maestro piemontese si pone come consigliere di lusso alla direzione del comitato tecnico che, proprio in quegli anni, dà vita al Centro Federale di Coverciano.
All'età di ottantadue anni, dieci anni dopo, Vittorio muore: è il 21 dicembre 1968.
Dopo il rifiuto di dedicargli lo stadio di Torino, in occasione dei Mondiali di Italia '90, nel giugno del 2008 gli viene dedicato e intitolato l'impianto di Biella.
Il 5 agosto 1948, dopo 20 anni di dedizione e due mondiali di calcio vinti, Vittorio Pozzo lascia la panchina della nazionale italiana di calcio.
Vittorio Pozzo nasce a Torino, il 2 marzo del 1886. Calciatore degli albori di questo sport, che sarebbe diventato il più seguito d'Europa, è famoso per aver regalato, da allenatore, tuttora l'unico della storia del calcio, ben due Coppe del Mondo alla nazionale azzurra, nel 1934 e nel 1938. Negli anni '10, è stato tra i fondatori di una delle società calcistiche più importanti di sempre, il Torino Football Club. Terminata l'attività di allenatore, si è felicemente riciclato commentatore e giornalista, pur dopo aver pagato un severo dazio sportivo nell'immediato dopoguerra, a causa di più o meno veritiere compromissioni con il partito Fascista.
Sia quest'ultimo, che, successivamente, la retorica antifascista, hanno cercato in tutti i modi di far proprio questo personaggio dello sport nazionale e mondiale, in realtà allenatore e uomo di sport modernissimo per il suo tempo. Ad ogni modo, è un fatto che Pozzo non si sia mai iscritto al partito di Mussolini pur aderendovi, nella sostanza, durante tutte le manifestazioni sportive, le quali erano una delle parti principali della retorica e della propaganda di potere fascista. Alla sua nazionale del 1938 resta anche legata l'immagine della vittoria dell'Italia ai quarti di finale contro la Francia, disputata nell'unica volta della sua storia in un completo interamente di colore nero.
La vera origine di Vittorio Pozzo è legata alla cittadina di Biella, per la precisione alla piccola frazione di Ponderano, luogo natìo della sua famiglia. I suoi genitori appartengono ad una bassa borghesia, di modeste condizioni economiche e fanno di tutto per iscrivere il piccolo Vittorio al Liceo Cavour di Torino.
Tuttavia, ben presto le attitudini del futuro allenatore azzurro si rivelano per quelle che sono: ama le lingue, ama viaggiare, ama apprendere da altri paesi i segreti del lavoro e, soprattutto, in campo sportivo. Si sposta in Francia e in Svizzera, successivamente in Inghilterra, dove studia dai maestri che hanno inventato il calcio moderno, quello che diventa subito il suo grande amore: il calcio.
Intanto, appena diciottenne, fa i primi passi nel calcio professionistico, se così si può chiamare all'epoca, lavorando e giocando in Svizzera, nella stagione 1905-1906, nelle fila del Grasshoppers. Subito però, torna in Italia, nella sua Torino e contribuisce alla fondazione del Football Club Torinese, poi Torino Football Club, squadra nella quale milita per ben cinque stagioni, sino al ritiro dall'attività agonistica, nel 1911.
Dal 1912 al 1922 allora, Vittorio Pozzo si dedica alla direzione tecnica della società, studiando nuovi metodi tattici e contribuendo alla creazione di una vera e propria tradizione calcistica, la quale successivamente farà scuola in Italia. Il 1912 però, è importantissimo, perché segna anche l'inizio del suo rapporto con la Nazionale Italiana di calcio, con la nomina a commissario unico degli azzurri, ruolo che ricoprirà a più riprese nel corso degli anni '10 e '20, durante le varie esibizioni, ancora del tutto dilettantistiche, della squadra italiana, spesso però coadiuvato da altri tecnici e allenatori.
Alle due principali manifestazioni, le olimpiadi di Stoccolma e quelle francesi, le selezioni da lui guidate non raggiungono gli esiti sperati, e vengono eliminate subito, rispettivamente al primo turno e ai quarti di finale.
Nel frattempo viene assunto alla Pirelli, dove diventa dirigente, non prima di prendere parte alla Guerra Mondiale che scoppia nel 1914, come tenente degli alpini. Esperienza importante questa, se è vero, come si racconta, che il futuro allenatore della nazionale due volte campione del mondo racconterà ai suoi giocatori, durante i ritiri e per caricarli al meglio, della resistenza del Piave, oltre che di altre imprese belliche da lui realmente vissute.
L'anno di svolta però, è il 1929, quando Pozzo viene convocato dal capo del calcio fascista, Leandro Arpinati, il quale lo vuole come direttore unico della Nazionale. Non è un fascista, ma è un uomo che ama vincere e, soprattutto, un militare. Pozzo inventa il ritiro, impone uno stile di vita spartano ai suoi e al contempo, lavora ad una serie di schemi tattici di grande valore, modernissimi per quei tempi, pur senza sacrificare l'estro di alcuni ottimi giocatori di quegli anni, come il grande Giuseppe Meazza. È, forse, il grande iniziatore del cosiddetto metodo all'italiana: difesa rocciosa, mediani instancabili e attaccanti veloci, per favorire il contropiede.
Il primo trionfo mondiale è quello del 1934, in Italia, quando i gerarchi fascisti si godono lo spettacolo della vittoria dalle tribune. Non sono partite però, sono battaglie all'ultimo sangue, come la partitissima prima della semifinale vinta dopo il "replay" contro i cugini spagnoli, letteralmente massacrati dai giocatori azzurri (lo stesso arbitro dell'incontro, il signor Mercet, verrà successivamente sospeso dalla Federcalcio svizzera, a causa del suo comportamento troppo "casalingo").
Ad ogni modo, dopo una semifinale altrettanto equivoca quanto ad episodi (un gol sospetto per gli azzurri), vinta ai danni dell'Austria davanti ai quarantacinque mila spettatori di San Siro, arriva anche la vittoria in finale contro la Cecoslovacchia, per 2-1 ai supplementari, questa sì regolare e senza polemiche. Il gol decisivo è di Schiavio, il quale sviene in campo, dopo averlo realizzato.
Quattro anni dopo, vinte anche le Olimpiadi dai cugini tedeschi, nel 1936, Pozzo compie il miracolo e vince anche in Francia, dove il grande Jules Rimet è riuscito a fare organizzare il campionato mondiale di calcio. A trascinare la nazionale, apparentemente più povera tecnicamente ma molto più squadra, è la giovane punta Silvio Piola, lanciato nella mischia dall'allenatore torinese e memorabile proprio nella partita contro i francesi. L'Italia batte anche il forte Brasile, per 2-0, e in finale supera i magiari dell'Ungheria, guidati dal grande attaccante Sarosi, con un perentorio 4-2.
Insieme con le due Coppe Internazionali (l'allora Coppa Europea) vinte, e con i due Mondiali e le Olimpiadi del '36, Vittorio Pozzo mette la firma su un decennio calcistico straordinario, che la Seconda Guerra Mondiale va ad interrompere.
Alla ripresa, pertanto, nel 1948, l'allenatore biellese viene indotto a dare le dimissioni, su pressioni della Federcalcio italiana, la quale non ha mai sopportato le sue presunte connivenze con il fascismo, pur restando sempre sulla carta, come detto, indimostrate.
Pozzo dà le dimissioni dopo ben 6.927 giorni di incarico: un primato ineguagliabile. L'anno dopo, nel 1949, deve riconoscere, in modo ufficiale, i corpi dei calciatori del Grande Torino, morti durante la tragedia di Superga: ci sono amici ed ex allievi.
Fino al 1958, il maestro piemontese si pone come consigliere di lusso alla direzione del comitato tecnico che, proprio in quegli anni, dà vita al Centro Federale di Coverciano.
All'età di ottantadue anni, dieci anni dopo, Vittorio muore: è il 21 dicembre 1968.
Dopo il rifiuto di dedicargli lo stadio di Torino, in occasione dei Mondiali di Italia '90, nel giugno del 2008 gli viene dedicato e intitolato l'impianto di Biella.
domenica 20 marzo 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
E’una splendida mattina di inizio primavera quella del 20 marzo 1966, a Londra. La sala della Central Hall a Westminster, è piena di cultori e amanti della filatelia. Ma i fotografi sono tutti lì per lei, la splendida e maledetta, Coppa Rimet.
Da qualche settimana l’Inghilterra è stata scelta come sede dei mondiali di Calcio, che si terranno in estate. Il governo britannico decide così di esporre, la mitica Coppa, nella sala centrale dell’esposizione universale di francobolli sportivi.
Lo stupore dei presenti è incredibile. Tutti sono ammirati da quello splendido oggetto simbolo di vittoria e potere. La giornata prosegue tranquilla, quando ad un tratto le sirene della Central Hall, iniziano a strillare, creando il panico tra i presenti. La Coppa Rimet è stata rubata. Ma come avranno fatto?
L’Inghilterra è in ginocchio. E’ un brutto colpo per il proseguo dell’organizzazione dell’evento. I mondiali ora sono a rischio.
Le indagini partono immediatamente, e in breve tempo si riesce ad arrivare ad uno strano personaggio, della zona portuale di Londra: Edward Bletchley.
Bletchey inviò infatti alla Lancaster Gate, sede della Football Association, una lettera anonima in cui si propose per una trattativa: 15000 sterline di riscatto per la testa all’interno della Coppa Rimet. E’ incredibile. L’inghilterra sprofonda di nuovo all’epoca dell’investigatore Sherlock Holmes. Sembra di assistere ad un appassionante libro giallo.
Joe Mears, presidente della FA, è disposto a tutto pur di riavere la Coppa nella teca della sede. Di conseguenza accetta la proposta, ma avvisa la polizia, che interviene in borghese, sul luogo dello scambio: Battersea Park. Al momento dell’incontro, Bletchey si accorge di strani movimenti dietro di lui, rendendosi conto di essere braccato da centinaia di poliziotti nascosti tra la folla.
A quel punto, scappa tentando la fuga, ma qualche metro più avanti viene catturato, arrestato e portato immediatamente alla vicina prigione di Brixton.
Ora però bisogna ritrovare la Coppa.
Tutto il popolo inglese contribuisce alle ricerche, ma qualche giorno più tardi, esattamente il 27 marzo, un cagnolino di nome Pickles (cetriolino) avrà il suo momento di gloria. Pickles mentre era a passeggio con il suo padrone, David Corbett, ritrova la coppa avvolta in carta di giornale, che sbucava fuori dal terreno in cui era nascosto.
La Coppa fu ritrovata e l’Inghilterra tirò un sospiro di sollievo, merito di Pickles, l’eroe a quattro zampe, che permise lo svolgimento della manifestazione e successivamente della prima vittoria inglese ai mondiali di Calcio.
La Coppa Rimet fu rubata nuovamente il 19 dicembre 1983, dalla sede della Confederazione Brasiliana di Calcio. Sergio Pereira Ayres detto Peralta, insieme a José Luis Rivera, detto Luiz Bigode (baffuto), un decoratore, e Francisco José Rocha, detto Chico Barbudo, ex detective e al tempo attivo nel mercato dell'oro, si introdussero nella sede della Confederazione dopo aver immobilizzato il guardiano e si appropriarono della coppa. Decisero poi di fonderla in lingotti d'oro. Per questa operazione si fecero aiutare da José Carlos Hernandez, commerciante di origine argentina in affari con Barbudo. Con l'attrezzatura di quest'ultimo potevano però fondere al massimo 250 grammi alla volta; la parte aurea del trofeo, che pesava 1800 grammi, fu dunque sezionata e fusa un pezzo alla volta in un arco di tempo di 7 ore. La vendita dell'oro fruttò ai malviventi 15.500 dollari. Il progetto di Peralta fu poi svelato da Antonio Setta, brasiliano contattato da Peralta come primo complice che però si rifiutò di collaborare. Da qui gli investigatori scoprirono in poco tempo tutti i complici. La Confederazione commissionò una replica fatta da Eastman Kodak, usando 1800 grammi d'oro. Questa replica venne presentata al presidente brasiliano João Baptista de Oliveira Figueiredo nel 1984.
A seguito della morte di George Bird, artefice della copia nel 1966, i suoi eredi decisero nel 1997 di vendere quest'ultima inserendola nel catalogo della casa d'asta Sotheby's dove venne descritta come «replica». Il prezzo di riserva di 20.000-30.000 sterline parve eccessivo a molti, dato lo scarso valore intrinseco dell'oggetto (circa un decimo). Forse proprio per questo si fece strada in qualcuno l'idea che si trattasse della coppa originale; l'asta infatti fu chiusa al prezzo astronomico di 254.500 sterline e vinta dalla FIFA, che se la disputò con la Federazione Calcistica Brasiliana. Fu poi verificato che il trofeo era effettivamente una copia e la FIFA lo mise in mostra al National Football Museum a Preston.
Negli anni si è fatta strada l'idea che il trofeo porti con sé una qualche specie di maledizione, soprattutto a seguito della morte in circostanze particolari di molti di quelli che furono a vario grado coinvolti nei furti della Coppa Rimet (compreso il cagnolino Pickles, strangolato dal proprio guinzaglio mentre inseguiva un gatto).
E’una splendida mattina di inizio primavera quella del 20 marzo 1966, a Londra. La sala della Central Hall a Westminster, è piena di cultori e amanti della filatelia. Ma i fotografi sono tutti lì per lei, la splendida e maledetta, Coppa Rimet.
Da qualche settimana l’Inghilterra è stata scelta come sede dei mondiali di Calcio, che si terranno in estate. Il governo britannico decide così di esporre, la mitica Coppa, nella sala centrale dell’esposizione universale di francobolli sportivi.
Lo stupore dei presenti è incredibile. Tutti sono ammirati da quello splendido oggetto simbolo di vittoria e potere. La giornata prosegue tranquilla, quando ad un tratto le sirene della Central Hall, iniziano a strillare, creando il panico tra i presenti. La Coppa Rimet è stata rubata. Ma come avranno fatto?
L’Inghilterra è in ginocchio. E’ un brutto colpo per il proseguo dell’organizzazione dell’evento. I mondiali ora sono a rischio.
Le indagini partono immediatamente, e in breve tempo si riesce ad arrivare ad uno strano personaggio, della zona portuale di Londra: Edward Bletchley.
Bletchey inviò infatti alla Lancaster Gate, sede della Football Association, una lettera anonima in cui si propose per una trattativa: 15000 sterline di riscatto per la testa all’interno della Coppa Rimet. E’ incredibile. L’inghilterra sprofonda di nuovo all’epoca dell’investigatore Sherlock Holmes. Sembra di assistere ad un appassionante libro giallo.
Joe Mears, presidente della FA, è disposto a tutto pur di riavere la Coppa nella teca della sede. Di conseguenza accetta la proposta, ma avvisa la polizia, che interviene in borghese, sul luogo dello scambio: Battersea Park. Al momento dell’incontro, Bletchey si accorge di strani movimenti dietro di lui, rendendosi conto di essere braccato da centinaia di poliziotti nascosti tra la folla.
A quel punto, scappa tentando la fuga, ma qualche metro più avanti viene catturato, arrestato e portato immediatamente alla vicina prigione di Brixton.
Ora però bisogna ritrovare la Coppa.
Tutto il popolo inglese contribuisce alle ricerche, ma qualche giorno più tardi, esattamente il 27 marzo, un cagnolino di nome Pickles (cetriolino) avrà il suo momento di gloria. Pickles mentre era a passeggio con il suo padrone, David Corbett, ritrova la coppa avvolta in carta di giornale, che sbucava fuori dal terreno in cui era nascosto.
La Coppa fu ritrovata e l’Inghilterra tirò un sospiro di sollievo, merito di Pickles, l’eroe a quattro zampe, che permise lo svolgimento della manifestazione e successivamente della prima vittoria inglese ai mondiali di Calcio.
La Coppa Rimet fu rubata nuovamente il 19 dicembre 1983, dalla sede della Confederazione Brasiliana di Calcio. Sergio Pereira Ayres detto Peralta, insieme a José Luis Rivera, detto Luiz Bigode (baffuto), un decoratore, e Francisco José Rocha, detto Chico Barbudo, ex detective e al tempo attivo nel mercato dell'oro, si introdussero nella sede della Confederazione dopo aver immobilizzato il guardiano e si appropriarono della coppa. Decisero poi di fonderla in lingotti d'oro. Per questa operazione si fecero aiutare da José Carlos Hernandez, commerciante di origine argentina in affari con Barbudo. Con l'attrezzatura di quest'ultimo potevano però fondere al massimo 250 grammi alla volta; la parte aurea del trofeo, che pesava 1800 grammi, fu dunque sezionata e fusa un pezzo alla volta in un arco di tempo di 7 ore. La vendita dell'oro fruttò ai malviventi 15.500 dollari. Il progetto di Peralta fu poi svelato da Antonio Setta, brasiliano contattato da Peralta come primo complice che però si rifiutò di collaborare. Da qui gli investigatori scoprirono in poco tempo tutti i complici. La Confederazione commissionò una replica fatta da Eastman Kodak, usando 1800 grammi d'oro. Questa replica venne presentata al presidente brasiliano João Baptista de Oliveira Figueiredo nel 1984.
A seguito della morte di George Bird, artefice della copia nel 1966, i suoi eredi decisero nel 1997 di vendere quest'ultima inserendola nel catalogo della casa d'asta Sotheby's dove venne descritta come «replica». Il prezzo di riserva di 20.000-30.000 sterline parve eccessivo a molti, dato lo scarso valore intrinseco dell'oggetto (circa un decimo). Forse proprio per questo si fece strada in qualcuno l'idea che si trattasse della coppa originale; l'asta infatti fu chiusa al prezzo astronomico di 254.500 sterline e vinta dalla FIFA, che se la disputò con la Federazione Calcistica Brasiliana. Fu poi verificato che il trofeo era effettivamente una copia e la FIFA lo mise in mostra al National Football Museum a Preston.
Negli anni si è fatta strada l'idea che il trofeo porti con sé una qualche specie di maledizione, soprattutto a seguito della morte in circostanze particolari di molti di quelli che furono a vario grado coinvolti nei furti della Coppa Rimet (compreso il cagnolino Pickles, strangolato dal proprio guinzaglio mentre inseguiva un gatto).
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ottobre
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