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mercoledì 13 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 agosto.

Il 13 agosto 1521 Hernan Cortes conquista Tenochtitlàn, la capitale dell'Impero Azteco.

Gli Aztechi furono un popolo molto potente che dominò per secoli quello che oggi è il Messico, nell'America Centrale; il nome stesso "Messico" deriva dall'appellativo Mexica con cui gli Aztechi solevano chiamarsi tra di loro.

Il termine "Azteco" venne coniato in seguito da uno studioso tedesco per distinguere i Mexica  dalle altre popolazioni precolombiane (cioè esistenti prima dell'arrivo di Colombo).

Gli Aztechi erano originariamente un popolo nomade proveniente dalle regione settentrionali (Aztlán, un termine in lingua nahuatl che significa "luogo dell'airone", era il loro leggendario luogo di origine; da qui il nome "Aztechi") che si stanziò attorno al XII secolo in America Centrale e si mischiò con le tribù locali.

La colonizzazione, e la successiva espansione, avvennero perlopiù con la forza e la sottomissione delle città confinanti, le quali, una ad una, dovettero piegarsi al dominio di questi guerrieri formidabili.

La capitale azteca era Tenochtitlàn, una specie di "Venezia" in mezzo alla giungla, poiché sorgeva in mezzo al lago Texoco ed era attraversata da canali e fiumiciattoli melmosi.

I formidabili guerrieri aztechi non avevano paura di morire in combattimento (anzi ciò era un segno d'onore!), e dunque in pochi furono in grado di contrastare la loro avanzata. 

Così come i Maya, gli Aztechi accompagnavano a capanne e palafitte di legno la costruzione di immense piramidi di pietra, il cui scopo era quello di ospitare gli importanti rituali propiziatori dei sacerdoti.

Queste città dall'aspetto imponente si ergevano su acquitrini o in mezzo alla foresta pluviale, e proprio questa conformazione del territorio impedì all'impero Azteco di reggersi sotto un governo centrale e diretto (come invece accadeva in Europa), ma di svilupparsi piuttosto con grandi centri abitati semi-indipendenti (tipo città-stato) che intrecciarono una rete di tributi e invio di ostaggi da parte degli insediamenti sottomessi.

Come quasi tutte le civiltà antiche, le classi sociali erano divisi tra nobili, che guidavano gli eserciti e riscuotevano le tasse, i sacerdoti, i contadini e gli schiavi.

Anche se soldati e governanti spietati, gli Aztechi sapevano divertirsi!

Oltre alla composizione di poesie e canzoni infatti, essi si intrattenevano con uno sport a metà tra il calcio, la pallavolo e il basket chiamato pelota: questi consisteva in una competizione tra due squadre che, passandosi una piccola palla di gomma, dovevano farla passare attraverso un anello ai lati del campo.

Non è chiaro con quali parte del corpo fosse permesso toccare il pallone (si pensa alle anche!), ma sappiamo che questo gioco era molto importante per gli Aztechi, tanto che la squadra perdente, rischiava spesso di fare una brutta fine…

La brutalità del mondo azteco può essere ricondotta alla visione molto cruenta che essi avevano del mondo.

Accanto al culto di Quetzalcoatl, il Serpente Piumato creatore dell'umanità che un giorno sarebbe ritornato sulla Terra, gli Aztechi coltivavano anche una concezione piuttosto "catastrofica" della realtà, poiché pensavano che ogni era fosse fatta da 52 anni, e allo scadere di essi, il mondo venisse ciclicamente distrutto e poi ricreato dal nulla.

La paura costante della fine del mondo, spingeva gli aztechi ad una ossessiva ricerca del consenso delle divinità, le quali però, a differenza delle altre religioni, erano anch'esse mortali!

Secondo la tradizione infatti, gli antichi dei si erano gettati nel fuoco per far sì che il Sole, fonte di ogni vita, non si spegnesse!

I sacerdoti aztechi allora rinnovavano ogni volta questo gesto eseguendo terribili sacrifici umani: i poveri schiavi che venivano catturati o mandati come ostaggi dai nemici sconfitti, venivano infatti mandati in cima alle piramidi delle città e lì venivano giustiziati dai sacerdoti per far sì che il loro sangue alimentasse il Sole.

Alla fine, la tanto temuta catastrofe arrivò, benché non avvenne per mano di terremoti o alluvioni.

Nel Cinquecento infatti, i Conquistadores spagnoli, entrarono in contatto con questa civiltà durante le loro esplorazioni del Nuovo Mondo.

L'ultimo imperatore, Montezuma, si trovò ad affrontare un nemico molto meno numeroso (erano poco più di 500 uomini), ma le cui armature di ferro, i fucili e i cavalli, provocavano un estremo timore negli indigeni, i quali non conoscevano una tale tecnologia e pensavano di avere a che fare con demoni giunti dal mare.

Nel 1521, in solo due anni. il generale dei conquistadores, Hernán Cortés, distrusse il secolare impero azteco, sterminando quasi la totalità della popolazione non solo con la forza, ma anche con le malattie importate dall'Europa contro cui i nativi non avevano alcuna difesa immunitaria.

Anche gli invasori spagnoli  però non erano abituati al clima e ai virus tropicali.

Grandi epidemie colpirono quindi gli europei che, impotenti, pensavano di avere a che fare con una maledizione lanciata da Montezuma per vendicarsi della sconfitta.

Anche al giorno d'oggi, quando in Messico qualche turista poco attento mangia o beve qualcosa di esotico che gli provoca violenti scompensi fisici si parla della temibile "vendetta di Montezuma"!

domenica 21 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1521 Hernan Cortes sbarca a Veracruz.
Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano, passato alla storia unicamente con il nome e cognome di Hernán Cortés, nasce a Medellín, in Estremadura (Spagna), allora territorio della corona spagnola, nel 1485.
Condottiero spagnolo, è noto sui libri di storia per aver ridotto all'obbedienza le popolazioni indigene viventi durante il periodo della conquista del nuovo mondo, abbattendo con i suoi uomini il leggendario Impero Azteco, sottomettendolo al Regno di Spagna. Tra i suoi soprannomi, c'è quello tuttora famoso di "El Conquistador".
Sulle origini di quest'uomo d'arme non ci sono note certe. Alcuni lo vogliono nobile, altri proveniente da umili origini. Di sicuro, l'ambito nel quale cresce è impregnato di cattolicesimo istituzionale, per così dire, mentre deve aver abbracciato sin da subito la vita militare: sua unica, grande vocazione.
L'epopea di Cortés comincia intorno al 1504, al servizio del governatore Diego Velasquez Cuellar, il quale lo vuole prima a Santo Domingo e poi a Cuba, due territori all'epoca sotto la corona spagnola. Il futuro condottiero non è un tipo facile e, per ragioni tuttora inspiegate, finisce agli arresti quasi subito, per volere proprio del governatore. Questi però, fiutando il suo talento militare, a seguito delle due spedizioni messicane fallite dai capitani Cordoba e Grijalva, decide di inviare proprio Cortés in Messico, affidandogli la terza spedizione di conquista.
Di fronte ha un impero di milioni di uomini, quello Azteco, e quando parte, il condottiero ha con sé undici navi e 508 soldati.
Nel 1519, il militare nativo di Medellìn sbarca a Cozumel. Qui si unisce al naufrago Jerónimo de Aguilar e sulla costa del golfo messicano familiarizza con la tribù dei Totonachi, portandoli dalla sua parte nella guerra contro l'Impero azteco-méxica. Il naufrago spagnolo diventa un punto di riferimento per quello che di lì a poco verrà soprannominato El Conquistador: questi parla la lingua dei Maya e questa caratteristica fornisce a Cortés le giuste basi per dare sfoggio alle proprie abilità di comunicatore e soprattutto di manipolatore.
Immediatamente però, a causa dei suoi metodi poco ortodossi e della sua propensione ad agire per proprio conto, Velasquez lo richiama all'ordine, pentendosi della sua decisione di inviare Cortés in Messico. Tuttavia, il condottiero spagnolo si dichiara fedele alla sola autorità del Re di Spagna e incendia le proprie navi, fondando simbolicamente la città di Veracruz, sua base militare e organizzativa.
L'incendio delle navi è una mossa azzardata ma che rispecchia bene l'identità del personaggio: onde evitare qualsiasi ripensamento, pur agendo da ribelle, egli di fatto impone a tutto il suo seguito quale unica risoluzione quella della conquista dei territori messicani.
Da questo momento, nel pieno della sua autorità, si fa ricevere dall'imperatore Montezuma e comincia un'opera di insediamento nei suoi possedimenti quasi agevolata dallo stesso capo tribale, il quale interpreta l'arrivo del militare spagnolo e dei suoi uomini come una sorta di presagio divino, da intendere sotto ogni buon auspicio. Dopo alcuni mesi dalla conquista definitiva dei possedimenti aztechi, convinto da Cortés e dalle sue abilità di grande affabulatore, l'imperatore Montezuma si farà addirittura battezzare cristiano.
Nel giro di poco tempo Hernán Cortés porta dalla sua parte un buon numero di uomini e, forte di oltre 3.000 unità tra indios e spagnoli, si mette in marcia per Tenochtitlán, la capitale dei Méxica. Il 13 agosto del 1521, dopo due mesi e mezzo di assedio, la città messicana viene presa, e in meno di un anno gli spagnoli assumono il pieno dominio della capitale e dei dintorni.
Tenochtitlán è la città su cui sorge la nuova Città del Messico, di cui assume il governatorato lo stesso Cortés, nominandola capitale della "Nuova Spagna" e per volere dello stesso reale spagnolo, Carlo V.
Ad ogni modo, nonostante gli stenti della guerra e la popolazione ormai in ginocchio, dimezzata da stragi e malattie, e pur con pochi uomini al suo servizio, il condottiero decide di partire alla conquista dei restanti territori aztechi, spingendosi fino in Honduras. Quando decide di rimettersi in viaggio, Cortés è un uomo ricco ma che non gode di molta stima da parte dei nobili e della corona spagnola. Nel 1528 viene richiamato in Spagna e gli viene tolta la carica di governatore.
Tuttavia la stasi dura poco. Con il titolo di Marchese della Valle di Oaxaca, riparte verso l'America, nonostante non goda della stima del nuovo Viceré. Per questa ragione il condottiero volge il proprio sguardo verso altre terre e, nel 1535, scopre la California. È il canto del cigno, per così dire, del Conquistador. Il Re infatti, dopo qualche tempo, lo rivuole in Spagna, per spedirlo alla volta dell'Algeria. Ma qui non riesce ad imprimere una svolta all'esercito, che subisce una dura sconfitta.
Cortés, ormai stanco delle spedizioni, decide di ritirarsi a vita privata nella sua proprietà a Castilleja de la Cuesta, in Andalusia. Qui, il 2 dicembre del 1547, Hernán Cortés muore all'età di 62 anni. La sua salma, così come espresso nei suoi ultimi voleri, viene inviata a Città del Messico e tumulata nella chiesa di Gesù Nazareno.
Oggi il Golfo di California, il tratto di mare che separa la penisola della California dal Messico continentale, è conosciuto anche come Mare di Cortés

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