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mercoledì 15 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.

Il 15 gennaio 1943 viene completata l'edificazione del Pentagono.

Presso la spettacolare struttura del Pentagono si trova la sede del quartier generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America; l’edificio sorge nella contea di Arlington, sulla riva opposta del fiume Potomac, appena fuori dalla Capitale statunitense.

I lavori per la realizzazione del Pentagono iniziarono l’11 settembre 1941, sotto la direzione dell’architetto statunitense George Bergstrom. La scelta della posizione fu imposta dalle esigenze organizzative e militari che richiedevano un’area non troppo lontana ai luoghi dirigenziali del governo e alla Casa Bianca ma, che allo stesso tempo, per ovvie ragioni di sicurezza, non fosse pericolosamente vicina ad essi.

Le opere furono portate al termine con molta velocità, anche perché, arrivati ormai inevitabilmente vicini allo scoppio della seconda guerra mondiale, era necessario avere un efficiente quartier generale delle forze armate statunitensi.

L’edificio fu concepito per essere un luogo sicuro ed inespugnabile, che potesse assicurare un rifugio sicuro per il presidente e per tutte le figure fondamentali dello stato, in caso di attacco o invasione da parte di forze armate ostili.

Il Pentagono fu inaugurato il 15 gennaio del 1943 e da allora la sua importanza nel panorama politico statunitense è in continua ascesa.

L’11 settembre del 2001, l’edificio fu colpito da un attacco terroristico che costò la vita a 125 persone che in quel momento si trovavano all’interno della struttura.

Fortunatamente, il volo di linea n. 77 della American Airlines si schiantò contro il lato ovest del Pentagono, un’area che in quel periodo era interessata da lavori di ristrutturazione che miravano ad aumentare la sicurezza del palazzo e questo ridusse notevolmente il numero delle vittime. Subito dopo l’attacco terroristico furono avviate le opere di sistemazione della struttura che furono portate a termine in meno di un anno.

La struttura del Pentagono fu pensata per essere un grande fortino che richiamava le idee di architettura bellica francese di fine Ottocento. Si tratta di un edificio in cemento armato unico composto da cinque pentagoni concentrici separati da pozzi di luce e collegati tra loro da corridoi.

La sua caratteristica forma a cinque lati è davvero imponente e occupa una superficie di 600.000 metri quadrati sviluppati in 5 piani. Attorno a questa colossale struttura, il più grande complesso di uffici del mondo, ogni giorno gravitano circa 40.000 persone, fra militari, addetti alla sicurezza e personale diplomatico.

Il Pentagono vanta più di 17 chilometri di corridoi ma, grazie al modo in cui è stata concepita la struttura, per passare da un punto dell’edificio al suo opposto bastano circa 7 minuti.

I numeri che raccontano questa imponente architettura sono davvero impressionanti: 19 scale mobili e 131 scale; 284 bagni ed è stato stimato che con i fili elettrici che si trovano al suo interno sarebbe possibile fare il giro del mondo quattro volte e mezza!

Per visitare le aree aperte al pubblico, che ogni anno vedono interessati oltre 105000 visitatori, è necessario effettuare una prenotazione attraverso il sito del Pentagono, con almeno 14 giorni di anticipo ma, data la richiesta, vi consigliamo di prenotare con largo anticipo per evitare di non trovare posto.

Il programma del Pentagono Tours vi porterà alla scoperta delle missioni intraprese dalle cinque forze armate degli Stati Uniti. La visita dura circa un’ora e lungo il percorso è possibile vedere foto storiche che raccontano momenti significativi della storia militare americana. Il tour guidato comprende la visita alla 9/11 Memorial Chapel.

martedì 14 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.

Il 14 gennaio 1900 viene rappresentata per la prima volta a Roma la "Tosca" di Puccini.

Nato a Parigi nel 1831, il giovane insegnante di francese Victorien Sardou si pone in evidenza come apprezzato autore di testi teatrali. La sua copiosa produzione gli conferisce un discreto successo, ma egli è consapevole che si tratta di notorietà effimera che non gli riserverà gloria imperitura nella storia del teatro e, in particolare, della drammaturgia. E così, quando si appresta alla stesura de “La Tosca” – pensata per Sarah Bernhardt – che andrà in scena nel 1887, non immagina che sta invece consegnandosi alla storia non per l’opera teatrale in sé, ma in quanto essa ispirerà il maestro Giacomo Puccini che la convertirà nella celeberrima e omonima opera lirica.

Il primo incontro fra il musicista lucchese e la rappresentazione teatrale avviene tre anni dopo, nel 1890, in occasione della messa in scena de “La Tosca” a Milano. Puccini viene subito attratto dall’idea di tradurla in melodramma, ma esita nella sua realizzazione per alcuni anni fino a quando torna a rivederla, a Firenze, e questa volta si determina alla realizzazione del progetto caldeggiato, peraltro, anche dal poeta e commediografo Ferdinando Fontana.

Investito il suo editore Ricordi si scopre, però, che l’idea era già venuta al compositore Alberto Franchetti e che il librettista Luigi Illica sta già lavorando alla metrica e, contestualmente, alla riduzione della ponderosa stesura originaria in soli cinque atti. Franchetti, tuttavia, rinuncia al lavoro ben lieto di cederlo all’amico Puccini. Ad Illica viene affiancato Giuseppe Giacosa, che cura i momenti più propriamente melodrammatici dell’opera.

Dopo una intricata serie di disaccordi e scontri fra i vari addetti ai lavori – a cominciare dallo stesso compositore – il cui esito, tra l’altro, è l’ulteriore riduzione del numero degli atti a tre – “Tosca” vede finalmente la luce.

L’ambientazione è a Roma, nel giugno dell’Ottocento. La napoleonica Repubblica Romana è appena stata abolita e sono in corso rappresaglie nei confronti degli ex repubblicani. Fra questi Cesare Angelotti, già console della Repubblica che, evaso da Castel Sant’Angelo, trova rifugio nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle. Qui incontra il suo amico pittore Mario Cavaradossi che gli assicura aiuto e collaborazione. Il colloquio fra i due è interrotto dal sopraggiungere della cantante Floria Tosca, amante del pittore, che si lascia andare ad una scenata di gelosia perché si accorge che il volto di Maria Maddalena che Mario sta dipingendo è quello della marchesa Attivanti. Dopo essere stata rassicurata dal pittore, Tosca lascia la chiesa e i due amici fuggono via.

Il resto della storia si sviluppa intorno al personaggio del barone Scarpia, capo delle Guardie Pontificie il quale, venuto a conoscenza dell’intesa fra il fuggiasco ed il pittore, ordisce una trappola per conseguire il duplice obiettivo di sedurre Tosca e catturare Angelotti. Fa dunque arrestare Cavaradossi con l’accusa di cospirazione e poi costringe Tosca, con la promessa di un salvacondotto per il suo amato, a promettersi a lui ed a rivelare il nascondiglio di Angelotti.

Tosca cede al ricatto ma, non appena ottenuto il documento, estrae un coltello ed uccide Scarpia. Corre dunque a salvare il suo uomo ma giunge tardi perché, nel frattempo, Mario è stato fucilato. Colta dalla disperazione, Tosca si toglie la vita gettandosi nelle acque del Tevere.

I momenti più intensi del melodramma pucciniano sono probabilmente contenuti nelle arie “Vissi d’arte”, nel II atto, ed “E lucevan le stelle”, nel III. In “Vissi d’arte”, romanza divenuta celebre, si coglie la poetica disperazione e lo smarrimento di Tosca che, sotto l’atroce ricatto di Scarpia, si scopre incapace di concepire e di comprendere tanta cattiveria e si rivolge a Dio con toni di supplica ma anche di risentimento: “Vissi d’arte, vissi d’amore, non feci mai male ad anima viva!… Nell’ora del dolore, perché, perché Signore, perché me ne rimuneri così?”

In “E lucevan le stelle”, romanza ancor più famosa, il pittore Cavaradossi rinchiuso in carcere e consapevole del destino che lo attende di lì a poco, ripercorre con la mente i bei momenti trascorsi con la sua amata in un insieme di nostalgia, passione e scoramento: “… Oh! dolci baci, o languide carezze, mentr’io fremente le belle forme disciogliea dai veli! Svanì per sempre il sogno mio d’amore… L’ora è fuggita… E muoio disperato! E non ho amato mai tanto la vita!… ”.

Il quadro politico dell’Italia, nei primi del Novecento, è caratterizzato da malcontento e tensioni. Movimenti antiunitari, antimonarchici e anarchici esercitano, ognuno per proprio conto, azioni di disturbo anche attraverso iniziative violente e sanguinarie; a ciò si aggiungano l’ostilità mai sopita del Vaticano che si ostina a non riconoscere il Regno d’Italia, una severa crisi economica e l’isolamento internazionale dell’Italia.

Questo è il clima preoccupante con il quale, nel gennaio 1900, ci si appresta ad accogliere la prima della Tosca di Puccini, e che non mancherà di condizionare l’importante evento. A Roma, la sera del 14 gennaio 1900, infatti, con un Teatro dell’Opera (detto anche Teatro Costanzi) ridondante di pubblico, poco prima dell’apertura del sipario il direttore d’orchestra Leopoldo Mugnone è raggiunto da un funzionario di polizia che lo informa del concreto rischio di un attentato nel corso della serata, cosa già accaduta in altri teatri.

Si paventano iniziative di disturbo da parte dei rivali di Puccini ma, soprattutto, la annunciata presenza in sala della regina Margherita fa temere iniziative terroristiche da parte degli anarchici.

Alla prima saranno inoltre presenti personalità politiche e del mondo culturale di primissimo piano. Con queste premesse e con conseguente pessimo stato d’animo il maestro Mugnone raggiunge dunque il suo posto e la serata ha inizio. Fortunatamente, dopo un iniziale rumoreggiare dei soliti detrattori che determina una breve sospensione dell’esecuzione, la rappresentazione riprende e giunge felicemente a conclusione con un grande successo.

Tra le opere di Puccini, la “Tosca” rimarrà la più maltrattata nelle recensioni della stampa specializzata. Scriverà Colombani, sul “Corriere della Sera”:

“…Con tutta la deferenza pel grande drammaturgo francese, io vorrei affermare che il suo lavoro fu migliorato prima dall’Illica e dal Giacosa, che ne affinarono i principali elementi, poi dal Puccini che con una tavolozza delicata e aristocratica ne nobilitò la rappresentazione. Ma – per quanto abilmente mascherato – il difetto originale del dramma a tinte troppo forti, e povero di ogni elemento psicologico, rimane visibile ostacolo ad una libera estrinsecazione della fantasia musicale di Giacomo Puccini…”.

Di tenore analogo sono i commenti del “Secolo” e di altri quotidiani, che trovano l’opera musicalmente poco originale e la trama eccessivamente appesantita da torture, assassini e suicidi. Nonostante le perplessità della critica, però, la “Tosca” viene promossa a pieni voti dal pubblico ed inizia a fare il giro del mondo, dall’Europa all’intero continente americano passando per Costantinopoli e Il Cairo, fregiandosi negli anni delle più prestigiose interpreti fino a Maria Callas, nel 1941.

“Tosca”, insieme a “Manon Lescaut” (1893), “La Bohème” (1896), “Madama Butterfly” (1904), “Turandot” (1926), costituiscono solo una parte della copiosa produzione pucciniana che fa del maestro lucchese uno dei massimi rappresentanti della nuova scuola operistica italiana e lo iscrive fra più grandi compositori della storia della musica.


lunedì 13 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.

Il 13 gennaio 1953 il maresciallo Josip Tito diventa presidente della Jugoslavia.

Il mattino del 12 gennaio 1980, dopo aver presieduto una riunione dei suoi collaboratori, il maresciallo Tito entrava nella migliore clinica di Lubiana, per un intervento chirurgico alla gamba sinistra, colpita da una infiammazione. L' operazione ebbe luogo il giorno successivo, ma a parere dei medici era ormai troppo tardi: per evitare la cancrena fu deciso un ulteriore e più drastico intervento con l' amputazione della gamba. Il maresciallo sembrò riprendersi ma a partire da metà febbraio le sue condizioni cominciarono a peggiorare. Le cure intensive cui fu sottoposto ritardarono solo la fine che sopravvenne alle ore 15 del 4 maggio (tre giorni dopo avrebbe compiuto 88 anni). Con la morte di Josip Broz (il vero nome di Tito) la Jugoslavia, una delle tante invenzioni della conferenza di pace di Versailles, perse il suo dispotico padrone che l'aveva tenuta unita, grazie al carisma di cui godeva e all'occhiuta e asfissiante vigilanza della polizia politica. Del resto lo stesso Tito sapeva che con la sua scomparsa quella effimera costruzione statale non gli sarebbe sopravvissuta. Già nel 1978 ad uno dei suoi più fedeli collaboratori che gli chiedeva "Cosa c' è che non va in Jugoslavia?" aveva risposto "La Jugoslavia non esiste". Facile previsione: nemmeno due mesi dopo la sua morte la signora Jovanka, ultima moglie, che per 25 anni gli era stata a fianco come first lady, fu sfrattata dalla residenza privata del maresciallo, in quanto proprietà dello Stato, e le venne sottratto persino il brillante che portava al dito. Una conferma che non solo Tito ma lo stesso "titismo" era per sempre finito. Eppure la figura di questo straordinario croato, oggi più che mai dopo i quattro anni di sconvolgenti carneficine nelle terre ex jugoslave, appare per certi versi unica nel panorama dei grandi personaggi emersi dal cataclisma della seconda guerra mondiale. Hitler, Mussolini, Stalin, Churchill, Roosevelt, per non parlare che dei maggiori protagonisti, preesistevano a quegli anni tremendi: Tito invece emerse dal nulla, un fantasma dai molti nomi e contornato dalle più incredibili leggende, che si materializzò nella primavera del 1942 quando i tedeschi, già duramente impegnati dalla guerriglia partigiana, svelarono che il capo delle formazioni combattenti comuniste altri non era che Josip Broz, nato in Croazia, a Kumrovec, nel maggio 1892, soldato austriaco nella prima guerra mondiale, che soggiornò in Russia negli anni della rivoluzione e della guerra civile, poi detenuto dal 1928 al 1934 nelle prigioni croate per le sue attività sovversive. Insomma, pareva allora, uno dei tanti oscuri militanti costretti a un' esistenza clandestina e randagia dalla messa fuori legge dei vari partiti comunisti. In realtà quel signor nessuno -come ci ricorda Jasper Ridley in una accattivante biografia edita da Mondadori (Tito, sottotitolo "Genio e fallimento di un dittatore", pagg. 442), nella quale rifugge, secondo i canoni dello storicismo anglosassone, da ogni visione demonizzante e aprioristica - aveva già a quell' epoca un burrascoso e ricco passato. Come molti comunisti costretti all' emigrazione in Urss era sopravvissuto alle tremende purghe staliniane, diventando segretario del partito jugoslavo nel 1937. Riuscì a salvarsi grazie alla spiccata avversione per le dispute ideologiche, da lui profondamente disprezzate, e ad un carattere gioviale che gli consentiva di stabilire buoni rapporti con i freddi e spietati esponenti del Comintern. E nella primavera del 1940 fu rispedito da Mosca in Jugoslavia a dirigere il lavoro illegale del partito, sostenendo sempre disciplinatamente il punto di vista sovietico, in quel periodo contraddistinto dall'alleanza fra Stalin e Hitler: la guerra scatenata dal dittatore tedesco contro gli anglo-francesi doveva ritenersi difatti come uno scontro fra opposti imperialismi. Ma il 6 aprile 1941 il ciclone nazista colpì anche la Jugoslavia: la fragile costruzione dello Stato crollò miseramente di fronte alla fulminea invasione della Wehrmacht. Quando i tedeschi entrarono il 10 aprile a Zagabria vennero accolti dall' entusiasmo della popolazione croata che vedeva in loro i "liberatori" dall' oppressivo dominio del centralismo serbo. L' ala oltranzista del nazionalismo, sotto la guida di Ante Pavelic, non tardò nemmeno un giorno nel mettere in atto una spaventosa pulizia etnica: in pochi mesi circa 250mila tra serbi, ebrei e zingari vennero massacrati in un gigantesco genocidio, benedetto dai nazisti e dalle autorità cattoliche croate. Le esitazioni e i contorcimenti ideologici che sino allora avevano spinto i comunisti a giustificare l' accordo tra Stalin e Hitler vennero definitivamente spazzati dall' aggressione nazista all' Urss il 22 giugno di quello stesso anno. Senza attendere gli ordini di Mosca già il 27 giugno Tito veniva nominato dal politburo del partito comunista comandante in capo delle forze di liberazione nazionale. Cominciava così quella straordinaria pagina del secondo conflitto mondiale costituita dalla guerra partigiana jugoslava, l' unica che in tutta Europa riuscì ad impegnare severamente in termini militari l' esercito d'occupazione tedesco. Il tutto in un caotico quadro di contrasti politici e di odi razziali che videro sanguinosamente contrapposti gli "ustascia" fascisti di Pavelic, i "cetnici" ultranazionalisti serbi di Draza Mihailovic, spesso alleati degli occupanti tedeschi e italiani, e i "comunisti" di Tito. Fu in questo drammatico clima che s'impose l' abilità politica del "maresciallo", il tener fede cioè, malgrado gli obiettivi "comunisti" fissati ai suoi partigiani, all'identità jugoslava, contro le visioni particolaristiche. Che Tito avesse conquistato sul campo il diritto alla guida del movimento di liberazione venne dapprima confermato dagli stessi tedeschi: fu contro le sue brigate partigiane che essi lanciarono una serie di offensive, costringendole a combattere ininterrottamente, ma senza mai riuscire a scompaginarle in modo risolutivo. E successivamente dagli stessi anglo-americani, che dopo aver puntato sui "cetnici" di Mihailovich si resero conto che solo aiutando Tito avrebbero avuto un efficace concorso nella lotta armata contro i nazisti. Il pragmatismo, l'astuzia, il realistico senso dei rapporti di forza da lui messi in mostra avrebbero finito per catturare persino la benevolenza di Churchill, il quale grazie al suo sottile intuito aveva subito compreso come Tito fosse, tutto sommato, un comunista "diverso". La Jugoslavia, grazie ai partigiani del maresciallo, riuscì difatti a liberarsi da sola e l' arrivo dell' Armata Rossa nei suoi territori non fece che sancirne il successo. Dal l944 al 1948, anno della rottura clamorosa con Stalin, i rapporti fra Belgrado e Mosca conobbero momenti di grandi intese e di sotterranee contrapposizioni, ma sempre in ogni circostanza Tito seppe mantenere una posizione di parità e di sostanziale indipendenza. Che il dittatore sovietico non potesse a lungo tollerare posizioni così lontane dall' acquiescente subordinazione accettata da tutti gli altri Stati satelliti del suo impero era nel fatale ordine delle cose. Fu uno scontro, quello con Stalin, che si protrasse sino alla morte di questi e proseguì anche dopo sia con Krusciov che con Breznev. La Jugoslavia non venne mai meno al suo ruolo di equidistanza fra i due blocchi che si contrapposero per decenni nel corso della guerra fredda e che fecero di Tito il leader indiscusso dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Ai grandi successi internazionali il maresciallo non seppe aggiungerne di analoghi sul piano interno. La Jugoslavia rimase una federazione di serbi, croati,sloveni, bosniaci, montenegrini e macedoni, come nei tempi prebellici ma senza riuscire a fondersi in una vera nazione. Il fuoco nazionalistico continuava a covare sotto la cenere e la dittatura comunista a malapena celava il ricostituirsi di un predominio serbo. Sul piano economico le pur coraggiose varianti al tradizionale "socialismo" di matrice sovietica - quali l'autogestione e un moderato collettivismo agrario - non seppero appianare le contraddizioni fra un nord industriale e più strettamente collegato all' Europa ed un sud arretrato e balcanico. E la Jugoslavia poté evitare il crollo del proprio sistema solo grazie ai massicci aiuti dell' Occidente. In quei lunghi anni di dominio Tito visse come un re del passato. Ininterrotti viaggi all' estero per trovare continue legittimazioni, interminabili partite di caccia, periodi di riposo nelle sue lussuose ville alternati alle poche decisioni di governo nelle quali intendeva impegnarsi (per non venir meno al ruolo di grande "moderatore" dei contrasti), mentre la polizia segreta teneva i cittadini in riga. Insomma un dittatore "morbido", certo non paragonabile al modello staliniano, che riteneva la democrazia un lusso non confacente al suo paese. Un satrapo che viaggiava su un "treno blu", fumando oltre cento sigarette al giorno e dotato di un appetito formidabile (il proprietario di un albergo del sud della Francia che l' aveva ospitato era rimasto allibito "nel vedere che Tito, a colazione, alle sei del mattino, mangiava zuppa di cavoli, salsicce, carne bollita e pollo arrosto"). Nel 1971 un sinistro scricchiolio nell' edificio jugoslavo denotò come la costruzione di Versailles riattata da Tito non avrebbe avuto vita lunga. In Croazia il movimento indipendentista e nazionalista riemerse alla luce con tutta la sua forza, e solo le energiche misure di polizia e l' autorità di cui ancora godeva il leader riuscirono a bloccarlo. Ma era la riprova che lo spaventoso bagno di sangue patito tra il 1941 e il 1945, quando croati, serbi, bosniaci si erano fra loro massacrati, non avrebbe impedito ulteriori drammatiche lacerazioni. Ciò che è puntualmente avvenuto sotto gli occhi di un mondo distratto, e tutto sommato indifferente per meschini calcoli politici, in questi ultimi anni. Il regime di Tito, questa la lezione della storia, non poteva dunque sopravvivergli. Ma oggi - conclude Jasper Ridley - "la popolazione di quella che era un tempo la Jugoslavia pensa a Tito con maggior simpatia di qualche anno fa. A Sarajevo e Mostar, molti dicono che era preferibile vivere in un sistema in cui i leader politici potevano venire arrestati arbitrariamente piuttosto che in un paese dove in due anni sono state trucidate trecentomila persone... Oggi, la gente apprezza più di un tempo i giorni in cui era governata da Belgrado da Josip Broz Tito, e si diceva che la Jugoslavia aveva sei repubbliche, cinque etnie, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un partito".

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