Buongiorno, oggi è il 18 marzo.
Il 18 marzo 1968 il Congresso degli Stati Uniti abolisce definitivamente la necessità che una riserva aurea supporti la valorizzazione del dollaro, decretando così la morte definitiva del Sistema Aureo, detto "Gold Standard".
Il "gold standard" è il sistema monetario in cui l'oro svolge le funzioni di equivalente generale e viene usato in modo diffuso come moneta corrente. Con questo sistema le monete nazionali erano convertibili in oro. La coniazione era libera e l’oro, sia in forma di moneta o di oro grezzo, poteva essere liberamente importato ed esportato. Il tasso di cambio fra le monete di diversi paesi si manteneva stabile, in quanto poteva variare solo entro una parità fissa che, oltre alla stabilità dei cambi, assicurava l’equilibrio degli scambi internazionali.
L'epoca di "gold standard" comincia nel 1816-21, quando l'Inghilterra, dopo le guerre napoleoniche, decise di stabilire la convertibilità della cartamoneta in oro. Successivamente fu seguita da altri paesi, come la Germania nel 1872 e gli Usa nel 1900.
A dir il vero molti grandi paesi consideravano l'argento la moneta principale, con o senza quella d'oro, e quest'ultima divenne la forma prevalente di denaro mondiale solo intorno agli anni '60 del XIX sec. (formalmente nel 1867, in una conferenza tenutasi a Parigi). Questa scelta non fu condivisa da molti paesi asiatici, che rifiutarono di estromettere l'argento con l'oro.
Nel 1913 Usa, Gran Bretagna e Francia detenevano il 62% della circolazione monetaria mondiale aurifera (3.500 tonnellate), seguite da Germania e Russia (quest'ultima era sul 7%). Nello stesso anno le tre maggiori potenze mondiali incidevano per il 51% sulle riserve centralizzate mondiali, di cui la più cospicua era quella degli Usa (1.900 tonnellate), seguiti da Russia (1.200) e Francia (1.000). Come quantitativi annuali di oro estratto i primi paesi erano Sudafrica, Usa, Australia e Russia.
Lo scambio di tutti i tipi di denaro con l'oro al valore mondiale era assicurato dalle banche centrali, che detenevano le riserve aurifere nazionali, che, sempre nel 1913, ammontavano, a livello mondiale, a 6,8 miliardi di dollari. Queste Banche non disponevano di riserve reali in dollari; quasi tutte le riserve erano in sterline, giacenti nelle banche londinesi.
A dir il vero solo alcune monete furono dichiarate direttamente convertibili in oro (sterlina, dollaro, franco, marco...); altre (p.es. la lira italiana) non erano direttamente convertibili in oro, ma in monete pregiate che potevano essere subito riconvertite.
Sino alla I guerra mondiale gran parte del metallo aurifero veniva impiegata per battere moneta circolante, mentre una quantità identica finiva nei depositi delle banche centrali e del Tesoro, coprendo sia i crediti che le banconote, passando continuamente dalle riserve alla circolazione e viceversa.
Il contenuto aureo di ogni moneta, fissato per legge, restava invariato per molto tempo: quello della sterlina era di 7,322 gr. d'oro puro; quello del dollaro 1,505 gr., per cui la parità della sterlina in dollari era di 4,867. Una moneta d'oro del valore di 5 rubli, nella Russia zarista, conteneva 87,12 parti d'oro puro, cioè 3,871 gr.
Esisteva una reciproca libera convertibilità della valute in base ai corsi di mercato, che differivano dalle parità ufficiali di circa l'1%. L'import-export dell'oro non era soggetto a limitazioni di sorta, anche se nella fattispecie l'oro interveniva solo per chiudere il saldo della bilancia dei pagamenti, in quanto la stragrande maggioranza dei pagamenti avveniva con semplici trasferimenti di valuta tra banche. P.es. la circolazione mondiale dei pagamenti nel 1894 fu stimata a 20 miliardi di dollari, mentre il movimento effettivo dell'oro fra i vari paesi fu soltanto di 0,7 miliardi di dollari. Per garantire il cambio ininterrotto di banconote furono approvate leggi che obbligavano le banche centrali a tenere sempre nei loro forzieri un quantitativo d'oro non inferiore ad una certa percentuale di banconote da loro stesse emesse.
Come sistema completo e sviluppato il "gold standard" cessò di esistere nel 1914. Tuttavia gli Usa lo conservarono fino al 1933, allorché Roosevelt impose la soppressione della convertibilità del dollaro in oro, mentre Francia, Inghilterra e altri paesi cercarono di ripristinarlo in forma incompleta dopo la I guerra mondiale. Solo negli anni '30 del XX sec. fu soppresso in tutti i paesi capitalistici e nella circolazione monetaria interna non sarà più ripristinato.
Durante la I guerra mondiale l'Inghilterra aveva soppresso il "gold standard" e lo Stato stava concentrando tutto l'oro del paese nelle proprie casse. Non più convertibile in oro, la sterlina si stava deprezzando sia verso l'oro che verso le merci e le valute estere stabili.
I magnati della finanza e i politici conservatori, convinti che la sterlina-oro fosse il principale simbolo dell'impero britannico, decisero di affidare a Churchill la restaurazione del "gold standard" nel 1925. Per poterlo fare bisognava ridurre il livello dei prezzi del paese, elevare il corso della sterlina sul mercato mondiale, migliorare la bilancia dei pagamenti, incrementare l'afflusso di oro e limitare l'emissione di banconote. Ma per ottenere la parità ufficiale della sterlina con l'oro e il vecchio rapporto col dollaro, il prezzo che venne pagato fu la disoccupazione di massa, forti decrementi salariali, sensibili riduzioni dei servizi pubblici e inflazione.
Il corso della sterlina risultava artificiosamente elevato e l'export diventava molto difficile; i prezzi delle merci erano molto più alti di quelli americani, per cui il deficit della bilancia commerciale e dei pagamenti cominciava a diventare insostenibile. Nel 1926 la produzione industriale era del 30% inferiore al livello del 1913 e la disoccupazione interessava il 12% degli abili al lavoro. Si era praticamente costretti a ridurre drasticamente l'import di materie prime. In pochi anni la Gran Bretagna degli anni '20 era diventata l'anello debole dell'economia occidentale. L'intero mercato monetario mondiale diventava instabile e si pensa che tutto ciò abbia sicuramente avuto un certo peso sul crollo della borsa di New York nel 1929.
E questo nonostante che l'unico vero "gold standard" che si riuscì a realizzare nell'Inghilterra degli anni '20 fu soltanto quello del lingotto, poiché quello della sterlina-oro era praticamente inesistente: le Banche centrali cambiavano le banconote solo contro lingotti d'oro di peso standard (circa 12,5 kg), per cui il diritto reale di permuta spettava unicamente alle banche private e ai grandi capitalisti. La sterlina comunque conobbe un forte crollo nel 1931, sotto i colpi della crisi finanziaria mondiale, nonostante che la riserva aurea inglese superasse di alcune volte quella pre-bellica. L’Inghilterra fu costretta a sospendere la convertibilità e nel 1934 gli USA dichiararono che i privati non potevano convertire più i dollari in oro.
In Francia, dove il "gold standard" resistette sino al periodo 1928-36, i piccoli tesaurizzatori a volte acquistavano un lingotto del genere attraverso un gioielliere di fiducia e se lo dividevano con lui. La Francia soppresse il "gold standard" quando la borghesia lottava duramente contro il governo di sinistra del Fronte popolare, guidato dal socialista Léon Blum, per evitare che si continuassero ad esportare ingenti capitali all'estero.
Da notare che se mentre prima della "grande guerra" l'univa vera riserva valutaria era la sterlina, negli anni '20 il dollaro americano era diventato un forte concorrente, tant'è che quando le banche centrali dei vari paesi capitalisti cambiavano le loro rispettive banconote contro valuta estera permutabile in oro, lo facevano sulla base di ingenti riserve valutarie che non erano più solo in sterline ma anche in dollari.
Tutte queste forme di "gold standard" non facevano che togliere l'oro dalla circolazione dei mercati nazionali, concentrandolo invece nelle mani degli Stati come moneta mondiale, per i pagamenti finali della bilancia commerciale.
Insomma, col primo conflitto mondiale la maggioranza dei paesi capitalisti smise di coniare monete d'oro e limitò il cambio delle banconote in oro, cambio che venne meno definitivamente con la crisi economica mondiale del 1929-33. L'oro cessò di essere "denaro" nell'economia interna di questi paesi e andò sempre più accumulandosi nei forzieri degli Stati e delle banche centrali, che lo usavano come mezzo di pagamento dei debiti internazionali.
Il "gold standard" venne meno nel momento stesso in cui il capitalismo industriale stava uscendo dalla sua fase pre-monopolistica, caratterizzata dal dominio di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, per entrare, agli inizi del XX sec., nella fase monopolistica vera e propria, in cui i paesi di recente industrializzazione come la Germania, l'Italia, il Giappone e gli stessi Stati Uniti avevano bisogno di rivedere il loro ruolo nell'ambito dell'economia mondiale.
Non a caso proprio nel periodo migliore del "gold standard", cioè dalla seconda metà del XIX sec. sino agli inizi del XX, si formano i grandi imperi industriali e finanziari del mondo capitalistico: Rockefeller, Dupont, Rothschild, Lazard, Krupp, Stinnes...
In Germania lo Stato nazista subordinò nettamente l'oro e la valuta alla preparazione della guerra, al punto che, dopo aver congelati i conti esteri in marchi e limitato rigidamente ogni pagamento estero, spese praticamente tutte le proprie riserve auree.
Nel settembre 1938 la Germania aveva una riserva di circa 26 tonnellate d'oro, cioè circa 17 milioni di vecchi dollari-oro, mentre gli Usa erano a quota 8.126 milioni di dollari e l'Inghilterra si attestava sui 2.396 milioni di dollari (circa 3.600 tonnellate d'oro).
All'inizio del secondo conflitto mondiale, temendo per le proprie riserve auree, molti Stati europei portarono il loro oro negli Usa, vendendolo contro dollari o depositandolo p.es. nei sotterranei della Banca di riserva federale di New York.
Nonostante questo, i nazisti, con la guerra lampo, riuscirono a impadronirsi delle riserve di Austria, Jugoslavia, Grecia, e in parte anche di Francia, Belgio, Cecoslovacchia e di altri paesi ancora che non avevano fatto in tempo a trasferire tutto l'oro all'estero.
Nel complesso il saccheggio le fruttò qualcosa come 1.300 tonnellate d'oro. E questo nonostante che la Germania avesse fatto di tutto per screditare l'uso dell'oro e per incentivare quello del marco, anche nelle relazioni estere.
Oggi le riserve auree sono identificate universalmente anche come gradiente di ricchezza implicita di un paese: una sorta di ultimo salvadanaio a cui attingere prima di andare a colpire coattivamente il patrimonio dei contribuenti.
Le riserve auree italiane ammontano a 2452 tonnellate, e rappresentano la terza riserva aurea al mondo, dopo quelle di Stati Uniti e Germania, quarta se consideriamo anche la dotazione del FMI. Tale ammontare è rimasto pressoché invariato negli ultimi dieci anni, vale a dire che non si sono verificate operazioni di smobilizzo che ne hanno ridimensionato il montante.
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sabato 18 marzo 2023
venerdì 17 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 marzo.
Il 17 marzo viene festeggiato in tutto il mondo il celeberrimo St. Patrick’s Day dedicato a San Padráigh (Patrizio), il patrono dell’Eire che cristianizzò gli irlandesi. Oggi venerato come santo dalla Chiesa cattolica e ortodossa, San Patrizio è patrono dell’Irlanda, assieme a San Columba di Iona ed a Santa Brigida d’Irlanda.
Rapito da pirati irlandesi all’età di 16 anni, fu venduto come schiavo al re del North Dal Riada, nell’odierna Irlanda del Nord, dove apprese la lingua gaelica e la religione celtica. Fuggì dalla corte del re dopo sei anni, divenne quindi diacono e poi vescovo. Da papa Celestino I gli fu affidata l’evangelizzazione delle isole britanniche e nel 431-432 iniziò il suo apostolato in terre irlandesi, all’epoca quasi interamente pagane. Dalla sua opera di predicatore nacque la corrente del Cristianesimo celtico, che combina elementi cristiani e pagani. A lui si deve ad esempio l’introduzione del simbolo della croce solare sulla croce latina, da cui nacque la croce celtica, simbolo del Cristianesimo celtico, come anche l’emblema nazionale irlandese, il trifoglio, che il Santo utilizzò per spiegare al popolo il concetto cristiano della Trinità (tre entità distinte, come le foglioline, riunite in un’unica pianta).
La Festa di San Patrizio è stata inserita nel calendario liturgico della Chiesa cattolica all’inizio del XVII secolo, su pressione dello storico, nonché frate francescano, Luca Wadding, ma il santo missionario veniva celebrato in alcune chiese irlandesi già da molti anni.
Oggi il St. Patrick’s Day, oltre ad essere festa nazionale per la Repubblica d’Irlanda, viene celebrato dalle comunità irlandesi di tutto il mondo, dal Canada al Regno Unito, Australia, Stati Uniti, Argentina e Nuova Zelanda, come simbolo della propria identità nazionale. L’evento maggiore si svolge a Dublino, ma la ricorrenza è anche festeggiata da non-irlandesi, attratti dai toni folkloristici della giornata e dalla possibilità di gustare buona birra immersi nell’atmosfera festosa che contraddistingue questa ricorrenza.
Le feste più grandi e caratteristiche fuori dall’Irlanda si festeggiano nelle città e nelle nazioni che ospitano una forte componente irlandese, come gli Stati Uniti (San Patrizio è anche il patrono della città di Boston) e il Canada (nella bandiera della città di Montréal è raffigurato anche un trifoglio, per testimoniare la fortissima presenza irlandese in città), ma come detto, la festa ha fatto ormai il giro del mondo e iniziative a lei ispirate sorgono praticamente ovunque. Le celebrazioni sono generalmente incentrate su tutto ciò che ha a che fare con l’Irlanda, a partire dal colore verde (simbolo dell’isola): si è soliti durante la giornata mangiare cibo di quel colore e vestirsi della stessa tonalità. Simbolo irrinunciabile è poi il trifoglio, emblema dell’opera di evangelizzazione portata avanti da San Patrizio, ma anche, nei secoli successivi, simbolo della classe contadina e della ribellione contro la corona britannica durante il XIX secolo. In questo periodo vestire qualcosa di verde, o il trifoglio sull’uniforme militare, era considerato crimine mortale e da qui il forte legame tra il colore e l’orgoglio nazionale irlandese, il così detto “The Wearing of the Green”. Altro simbolo di San Patrizio è il “Leprechaun”, il folletto dell’Irlanda: la notte tra il 16 e il 17 marzo sono in molti a lasciare per lui un bicchiere di latte sul davanzale della finestra ed è la sua maschera ad aprire le sfilate nelle varie città per il giorno di San Patrizio.
Per l’occasione numerosissime sono le iniziative in calendario nelle maggiori città italiane, molte delle quali hanno ospitato negli anni passati veri e propri festival all’insegna della cultura irlandese. Prima fra tutte Milano, con il San Patrizio Milano Festival, seguita da Bologna e Roma, dove è stato possibile degustare un assaggio di un piatto tipico della cucina irlandese e la celebre birra Guinness, accompagnati da musica e tanto divertimento, a bordo dei tram storici dell’Atac. Diverse città d’Italia hanno dato inoltre il proprio contributo alla festa irlandese illuminando di verde alcuni dei monumenti più rappresentativi, dalla Torre di Pisa, alla Fontana di Piazza dei Martiri di Ferrara, alla Porta di San Giacomo di Bergamo.
I festeggiamenti raggiungeranno oggi il clou ovviamente anche a Dublino, con la spettacolare e coloratissima parata del 17 marzo.
Il 17 marzo viene festeggiato in tutto il mondo il celeberrimo St. Patrick’s Day dedicato a San Padráigh (Patrizio), il patrono dell’Eire che cristianizzò gli irlandesi. Oggi venerato come santo dalla Chiesa cattolica e ortodossa, San Patrizio è patrono dell’Irlanda, assieme a San Columba di Iona ed a Santa Brigida d’Irlanda.
Rapito da pirati irlandesi all’età di 16 anni, fu venduto come schiavo al re del North Dal Riada, nell’odierna Irlanda del Nord, dove apprese la lingua gaelica e la religione celtica. Fuggì dalla corte del re dopo sei anni, divenne quindi diacono e poi vescovo. Da papa Celestino I gli fu affidata l’evangelizzazione delle isole britanniche e nel 431-432 iniziò il suo apostolato in terre irlandesi, all’epoca quasi interamente pagane. Dalla sua opera di predicatore nacque la corrente del Cristianesimo celtico, che combina elementi cristiani e pagani. A lui si deve ad esempio l’introduzione del simbolo della croce solare sulla croce latina, da cui nacque la croce celtica, simbolo del Cristianesimo celtico, come anche l’emblema nazionale irlandese, il trifoglio, che il Santo utilizzò per spiegare al popolo il concetto cristiano della Trinità (tre entità distinte, come le foglioline, riunite in un’unica pianta).
La Festa di San Patrizio è stata inserita nel calendario liturgico della Chiesa cattolica all’inizio del XVII secolo, su pressione dello storico, nonché frate francescano, Luca Wadding, ma il santo missionario veniva celebrato in alcune chiese irlandesi già da molti anni.
Oggi il St. Patrick’s Day, oltre ad essere festa nazionale per la Repubblica d’Irlanda, viene celebrato dalle comunità irlandesi di tutto il mondo, dal Canada al Regno Unito, Australia, Stati Uniti, Argentina e Nuova Zelanda, come simbolo della propria identità nazionale. L’evento maggiore si svolge a Dublino, ma la ricorrenza è anche festeggiata da non-irlandesi, attratti dai toni folkloristici della giornata e dalla possibilità di gustare buona birra immersi nell’atmosfera festosa che contraddistingue questa ricorrenza.
Le feste più grandi e caratteristiche fuori dall’Irlanda si festeggiano nelle città e nelle nazioni che ospitano una forte componente irlandese, come gli Stati Uniti (San Patrizio è anche il patrono della città di Boston) e il Canada (nella bandiera della città di Montréal è raffigurato anche un trifoglio, per testimoniare la fortissima presenza irlandese in città), ma come detto, la festa ha fatto ormai il giro del mondo e iniziative a lei ispirate sorgono praticamente ovunque. Le celebrazioni sono generalmente incentrate su tutto ciò che ha a che fare con l’Irlanda, a partire dal colore verde (simbolo dell’isola): si è soliti durante la giornata mangiare cibo di quel colore e vestirsi della stessa tonalità. Simbolo irrinunciabile è poi il trifoglio, emblema dell’opera di evangelizzazione portata avanti da San Patrizio, ma anche, nei secoli successivi, simbolo della classe contadina e della ribellione contro la corona britannica durante il XIX secolo. In questo periodo vestire qualcosa di verde, o il trifoglio sull’uniforme militare, era considerato crimine mortale e da qui il forte legame tra il colore e l’orgoglio nazionale irlandese, il così detto “The Wearing of the Green”. Altro simbolo di San Patrizio è il “Leprechaun”, il folletto dell’Irlanda: la notte tra il 16 e il 17 marzo sono in molti a lasciare per lui un bicchiere di latte sul davanzale della finestra ed è la sua maschera ad aprire le sfilate nelle varie città per il giorno di San Patrizio.
Per l’occasione numerosissime sono le iniziative in calendario nelle maggiori città italiane, molte delle quali hanno ospitato negli anni passati veri e propri festival all’insegna della cultura irlandese. Prima fra tutte Milano, con il San Patrizio Milano Festival, seguita da Bologna e Roma, dove è stato possibile degustare un assaggio di un piatto tipico della cucina irlandese e la celebre birra Guinness, accompagnati da musica e tanto divertimento, a bordo dei tram storici dell’Atac. Diverse città d’Italia hanno dato inoltre il proprio contributo alla festa irlandese illuminando di verde alcuni dei monumenti più rappresentativi, dalla Torre di Pisa, alla Fontana di Piazza dei Martiri di Ferrara, alla Porta di San Giacomo di Bergamo.
I festeggiamenti raggiungeranno oggi il clou ovviamente anche a Dublino, con la spettacolare e coloratissima parata del 17 marzo.
giovedì 16 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Il 16 marzo 1968 tre plotoni di soldati Usa della Compagnia Charlie furono inviati nel villaggio sudvietnamita di My Lai, sospettato di nascondere vietcong, con il compito di uccidere tutti i combattenti nemici individuati. I soldati Usa trovarono nel villaggio soprattutto donne, vecchi e bambini, che cominciarono ad uccidere in moto metodico, per alcune ore.
Un massacro sistematico che portò alla morte di un numero ancora oggi imprecisato di civili, con cifre oscillanti tra le 350 e le 500 vittime. Il massacro di My Lai resta una delle pagine più orribili della storia americana. E ancora oggi, a 50 anni di distanza, il racconto dell'accaduto mette i brividi. "I soldati Usa cominciarono a sparare su tutti: uomini disarmati, donne, bambini, neonati - afferma una ricostruzione - Le casupole dove si erano rifugiate le famiglie furono fatte saltare in aria con le bombe a mano. Chi usciva a mani alzate venne assassinato. Donne vennero stuprate da gruppi di soldati. Alcuni abitanti vennero trafitti con baionette, mutilati, marchiati sul petto con la 'C' della Compagnia Charlie. Gruppi di abitanti vennero allineati nei canali di irrigazione e massacrati a decine alla volta". "Le pallottole sembravano pioggia. Un soldato ha preso mia madre per i capelli e poi l'ha uccisa senza pietà", ha raccontato Hai Thi Quy, una delle poche superstiti, la cui famiglia venne sterminata.
Nella strage si distinse il tenente William Calley, che ordinò agli uomini del plotone di uccidere tutti: sopravvissero soltanto 20 persone. L'unico ferito della giornata fu un soldato statunitense, che si sparò su un piede per non partecipare al massacro. Uno dei pochi personaggi Usa positivi della vicenda è il pilota d'elicottero Hugh Thompson che, giunto a My Lai quando la strage era ormai compiuta, tentò di portare in salvo i pochi abitanti superstiti ordinando ai suoi uomini di sparare sui soldati della Compagnia Charlie se avessero tentato di bloccarlo o se avessero ucciso i feriti che stava caricando sulle barelle. L'operazione venne archiviata dai comandanti militari Usa come l'uccisione di "128 vietcong dopo una feroce battaglia": i soldati di My Lai ricevettero le congratulazioni del generale William Westmoreland, responsabile delle operazioni in Vietnam. Il massacro sarebbe rimasto sconosciuto per sempre se non fosse stato per il soldato Ron Ridenhour, un ex membro della Compagnia Charlie che nel marzo 1969 inviò una serie di lettere alla Casa Bianca, al Pentagono e al Congresso per denunciare l'accaduto. Dopo alcuni mesi le autorità militari avviarono una inchiesta che portò all'incriminazione di Calley e di altri 26 ufficiali. Solo nel novembre 1969 la strage diventò di pubblico dominio grazie al giornalista Seymour Hersh. La diga del silenzio venne infranta.
Pochi giorni dopo Times e Newsweek dedicarono storie di copertina alla vicenda. Vennero poi pubblicate le foto scattate da Ron Haeberle, che dimostravano senza ombra di dubbio l'orrore di quel giorno. La rivelazione del massacro causò un trauma nazionale, dando forza al movimento contro la guerra. I processi militari si conclusero con la condanna di un solo imputato, Calley, un epilogo che ha reso ancora più vergognosa, per l'America, la pagina già orribile della strage di My Lai.
Calley, secondo le testimonianze, radunò al centro del villaggio un gruppo di 80 persone ed ordino ai suoi uomini di aprire il fuoco uccidendone gran parte. Esauriti i colpi, Calley strappò l'arma ad un soldato che si era rifiutato di uccidere altre persone, usandola per portare avanti la strage. Venne condannato all'ergastolo nel 1971 da una Corte marziale per l'uccisione di 22 persone. L'allora presidente Usa Richard Nixon commutò la pena in tre anni di arresti domiciliari. Calley venne infine rilasciato nel settembre del 1974.
La sua linea difensiva fu quella di "aver eseguito ordini dei superiori". Il suo comandante però, il capitano Ernest Medina, è stato giudicato non colpevole, così come gli altri 26 ufficiali processati per la strage.
Quando tornò a piede libero, Calley lavoricchiò come commesso nel negozio del suocero, poi come venditore di polizze. Sempre con il sabba di quei cadaveri che neppure lui sapeva quanti fossero, perché la conta dei cadaveri vietnamiti era notoriamente fasulla e gonfiata, fino alla sera del 20 agosto 2009, quando si è alzato a parlare a una cena del club dei Kiwanis per chiedere, 41 anni dopo, "perdono" e ammettere tutto. Ha confessato di non poter più vivere con il ricordo dell'orrore, di quelle donne violentate e mitragliate, di quei bambini trapassati alla baionetta, dei vecchi consumati dai lanciafiamme abbracciati ai piccoli che cercavano di proteggere e di sperare, nel pubblico pentimento, qualche sollievo dagli spettri che lo assediano, dal 16 marzo del 1968.
"Io lo perdono anche - ha detto alla Associated Press il vecchietto che fa da guardiano al museo del massacro in Vietnam ed ebbe una sorella nella fossa - ma deve venire qui, a My Lai, e chiederlo a noi". Dal 2018 William Calley vive a Gainesville, Florida.
Il 16 marzo 1968 tre plotoni di soldati Usa della Compagnia Charlie furono inviati nel villaggio sudvietnamita di My Lai, sospettato di nascondere vietcong, con il compito di uccidere tutti i combattenti nemici individuati. I soldati Usa trovarono nel villaggio soprattutto donne, vecchi e bambini, che cominciarono ad uccidere in moto metodico, per alcune ore.
Un massacro sistematico che portò alla morte di un numero ancora oggi imprecisato di civili, con cifre oscillanti tra le 350 e le 500 vittime. Il massacro di My Lai resta una delle pagine più orribili della storia americana. E ancora oggi, a 50 anni di distanza, il racconto dell'accaduto mette i brividi. "I soldati Usa cominciarono a sparare su tutti: uomini disarmati, donne, bambini, neonati - afferma una ricostruzione - Le casupole dove si erano rifugiate le famiglie furono fatte saltare in aria con le bombe a mano. Chi usciva a mani alzate venne assassinato. Donne vennero stuprate da gruppi di soldati. Alcuni abitanti vennero trafitti con baionette, mutilati, marchiati sul petto con la 'C' della Compagnia Charlie. Gruppi di abitanti vennero allineati nei canali di irrigazione e massacrati a decine alla volta". "Le pallottole sembravano pioggia. Un soldato ha preso mia madre per i capelli e poi l'ha uccisa senza pietà", ha raccontato Hai Thi Quy, una delle poche superstiti, la cui famiglia venne sterminata.
Nella strage si distinse il tenente William Calley, che ordinò agli uomini del plotone di uccidere tutti: sopravvissero soltanto 20 persone. L'unico ferito della giornata fu un soldato statunitense, che si sparò su un piede per non partecipare al massacro. Uno dei pochi personaggi Usa positivi della vicenda è il pilota d'elicottero Hugh Thompson che, giunto a My Lai quando la strage era ormai compiuta, tentò di portare in salvo i pochi abitanti superstiti ordinando ai suoi uomini di sparare sui soldati della Compagnia Charlie se avessero tentato di bloccarlo o se avessero ucciso i feriti che stava caricando sulle barelle. L'operazione venne archiviata dai comandanti militari Usa come l'uccisione di "128 vietcong dopo una feroce battaglia": i soldati di My Lai ricevettero le congratulazioni del generale William Westmoreland, responsabile delle operazioni in Vietnam. Il massacro sarebbe rimasto sconosciuto per sempre se non fosse stato per il soldato Ron Ridenhour, un ex membro della Compagnia Charlie che nel marzo 1969 inviò una serie di lettere alla Casa Bianca, al Pentagono e al Congresso per denunciare l'accaduto. Dopo alcuni mesi le autorità militari avviarono una inchiesta che portò all'incriminazione di Calley e di altri 26 ufficiali. Solo nel novembre 1969 la strage diventò di pubblico dominio grazie al giornalista Seymour Hersh. La diga del silenzio venne infranta.
Pochi giorni dopo Times e Newsweek dedicarono storie di copertina alla vicenda. Vennero poi pubblicate le foto scattate da Ron Haeberle, che dimostravano senza ombra di dubbio l'orrore di quel giorno. La rivelazione del massacro causò un trauma nazionale, dando forza al movimento contro la guerra. I processi militari si conclusero con la condanna di un solo imputato, Calley, un epilogo che ha reso ancora più vergognosa, per l'America, la pagina già orribile della strage di My Lai.
Calley, secondo le testimonianze, radunò al centro del villaggio un gruppo di 80 persone ed ordino ai suoi uomini di aprire il fuoco uccidendone gran parte. Esauriti i colpi, Calley strappò l'arma ad un soldato che si era rifiutato di uccidere altre persone, usandola per portare avanti la strage. Venne condannato all'ergastolo nel 1971 da una Corte marziale per l'uccisione di 22 persone. L'allora presidente Usa Richard Nixon commutò la pena in tre anni di arresti domiciliari. Calley venne infine rilasciato nel settembre del 1974.
La sua linea difensiva fu quella di "aver eseguito ordini dei superiori". Il suo comandante però, il capitano Ernest Medina, è stato giudicato non colpevole, così come gli altri 26 ufficiali processati per la strage.
Quando tornò a piede libero, Calley lavoricchiò come commesso nel negozio del suocero, poi come venditore di polizze. Sempre con il sabba di quei cadaveri che neppure lui sapeva quanti fossero, perché la conta dei cadaveri vietnamiti era notoriamente fasulla e gonfiata, fino alla sera del 20 agosto 2009, quando si è alzato a parlare a una cena del club dei Kiwanis per chiedere, 41 anni dopo, "perdono" e ammettere tutto. Ha confessato di non poter più vivere con il ricordo dell'orrore, di quelle donne violentate e mitragliate, di quei bambini trapassati alla baionetta, dei vecchi consumati dai lanciafiamme abbracciati ai piccoli che cercavano di proteggere e di sperare, nel pubblico pentimento, qualche sollievo dagli spettri che lo assediano, dal 16 marzo del 1968.
"Io lo perdono anche - ha detto alla Associated Press il vecchietto che fa da guardiano al museo del massacro in Vietnam ed ebbe una sorella nella fossa - ma deve venire qui, a My Lai, e chiederlo a noi". Dal 2018 William Calley vive a Gainesville, Florida.
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