Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 1561 si ebbe il cosiddetto "fenomeno celeste di Norimberga".
Il fenomeno celeste di Norimberga è un evento accaduto a Norimberga il 14 aprile 1561, quando, secondo le cronache del tempo, la popolazione vide comparire in cielo numerosi oggetti volanti, di varie forme, che ingaggiarono fra di loro una sorta di combattimento.
Qualcosa di analogo si verificò, cinque anni più tardi, anche a Basilea.
Le cronache del tempo riportarono l'accaduto con dovizia di particolari, affinché della vicenda ne rimanesse chiara memoria. Inoltre, furono eseguite diverse incisioni su legno e stampe su carta. L'avvenimento durò circa un'ora e terminò quando diversi oggetti precipitarono al suolo, alla periferia della città, causando un incendio.
Secondo l'incisore Hans Glaser, che, insieme a «numerosissime persone, uomini e donne», assistette al combattimento, la mattina del 14 aprile apparvero vicini al Sole «due oggetti a forma di falce, simili alla Luna calante, di colore rosso. Questi oggetti si spostavano dal centro ai lati del Sole, e poi sopra e sotto». Glaser aggiunge che «C'erano anche delle sfere di colore rosso, blu e nero, e dei dischi tondeggianti. Volavano a file di tre, o a quattro formando dei quadrati, e alcuni dischi volavano da soli. Mescolate a questi oggetti sono state viste anche molte croci di colore rosso, e fra di esse c'erano oggetti di forma allungata con la parte posteriore più spessa e la parte anteriore più snella. In mezzo a tutto questo c'erano due grandi oggetti cilindrici, uno sulla destra ed uno sulla sinistra, e dentro ognuno di essi c'erano numerose sfere, e tutti iniziarono a combattere fra di loro».
Sempre secondo il racconto di Glaser, «la battaglia nei cieli durò circa un'ora e fu vista da numerosissime persone, sia nella città che nelle campagne circostanti, poi alcuni oggetti caddero in fiamme sulla terra, alla periferia della città, provocando un vasto incendio ed una grande nube di fumo. I presenti videro anche, vicino alle sfere volanti, una specie di grande lancia nera». Il testo di Glaser, attualmente conservato presso la Wickiana della Biblioteca Centrale di Zurigo, venne pubblicato insieme ad un breve commento di stampo religioso sul Giudizio Universale e sul peccato nella gazzetta della città di Norimberga, corredato da una stampa a colori.
E' possibile che la narrazione sia una sorta di metafora?
Probabilmente no: nella seconda metà del 1500 l’Europa risolse positivamente il periodo di crisi generale che l’aveva colpita e diede inizio ad una profonda trasformazione culturale e politica, che sfociò nella formazione degli Stati nazionali e delle Signorie in Italia. Nel 1400 scomparve definitivamente la civiltà medioevale e si affermò una nuova visione del mondo. Le varie corti ospitarono uomini di cultura appartenenti a tutti i settori: artistico, scientifico, musicale, filosofico, letterario, politico. In Italia i Signori che diedero impulso alla nuova cultura, indicata per il Quattrocento con il nome di Umanesimo e per i primi decenni del Cinquecento con il nome di Rinascimento, furono gli Aragonesi a Napoli, i Montefeltro ad Urbino, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i papi a Roma, gli Sforza a Milano. Lorenzo dei Medici, Signore di Firenze, riunì attorno a sé filosofi come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola; letterati come Angelo Poliziano e Luigi Pulci; artisti come Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.
Si riscoprirono gli autori classici latini e greci (le Humanae litterae), da cui derivò il nome di Umanesimo, allo scopo di rintracciare modelli da additare ai contemporanei e si esaltarono le qualità dell’uomo, come la dignità, la libertà e la creatività del pensiero;
si diffuse un’immensa fiducia nell’intelligenza umana, nella capacità di penetrare nei segreti della natura con gli strumenti scientifici e di allargare i confini del mondo conosciuto. Non a caso il 1492, anno della scoperta dell’America, segnò il passaggio dall’età medioevale a quella moderna;
gli autori dei vari settori artistici cercarono di realizzare gli ideali di bellezza e di armonia;
si estese sempre più l’uso della lingua volgare, affinché gli scritti fossero accessibili ad un vasto pubblico.
Nel Cinquecento nacque la “questione della lingua”, per cui si ricercò una lingua letteraria nobile, distinta da quella comune e si assunsero come modelli Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa; in pratica si propose la tradizione del “fiorentino illustre”. Allo scopo di difendere il patrimonio linguistico nazionale, nel 1583 venne fondata l’Accademia della Crusca, tuttora esistente.
Molti furono gli autori importanti del Quattrocento e del Cinquecento e tra i tanti vanno ricordati Poliziano, Lorenzo il Magnifico, Ariosto, Tasso.
Era l'epoca del protestantesimo con Martin Lutero che diffondeva il suo paradigma (agevolato dalla chiesa cattolica in pieno decadimento). Inoltre le prime proto-narrazioni di una fantascienza embrionale sono del 1608.
Ma allora cosa è successo nei cieli di Norimberga?
È impossibile stabilire con certezza cosa accadde quel giorno nei cieli di Norimberga. Alcuni ufologi ipotizzano che si sia trattato di un avvistamento UFO, interpretando le cronache del tempo come la descrizione di un combattimento nei cieli con grandi "navette-madri" dalle quali partivano moduli di dimensioni minori.
Altri, invece, attribuiscono l'evento a fenomeni solari di tipo naturale come pareli (Il parelio, comunemente noto anche come "cani solari", è un fenomeno ottico atmosferico dovuto alla rifrazione della luce solare da parte dei piccoli cristalli di ghiaccio sospesi nell'atmosfera e che solitamente costituiscono i cirri), comuni nell'Europa del nord, e raggi crepuscolari. Anche questa ipotesi, tuttavia, risulta contestata.
Carl Gustav Jung manifestò il suo interesse per l'avvenimento, così come per il fenomeno celeste di Basilea del 1566, nel saggio Ein moderner Mythus: Von Dingen, die am Himmel gesehen werden ("Un mito moderno. Le cose che si vedono nel cielo") del 1958, soffermandosi sull'interpretazione che i presenti diedero all'avvenimento.
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giovedì 14 aprile 2022
mercoledì 13 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1519 nasce a Firenze Caterina De' Medici.
Il destino di Caterina de’ Medici (Firenze, 13 aprile 1519-Castello di Blois 5 gennaio 1589 ) sembra essere già scritto appena i suoi occhi si aprono sul mondo. Caterina, ultima erede di Lorenzo il Magnifico, subisce «il peso e la gloria dei più famosi antenati»: è una pedina nella scacchiera degli interessi politico-economici e di alleanze che caratterizzano l’Europa del XVI secolo.
La sua famiglia, attraverso le ricchezze – accumulate grazie al commercio – e l’abilità politica, era riuscita a intrecciare legami potenti e influenti, così il prozio, papa Clemente VII, per rafforzare la propria posizione, combina il matrimonio tra la nipote ed Enrico, secondogenito del re di Francia Francesco I.
La vita di Caterina è contrassegnata dalla solitudine e dai lutti, dagli intrighi di corte e dalle umiliazioni, dal potere e dalle infamie. Sino al secolo scorso l’immagine storica della regina di Francia era macchiata da molte calunnie: realtà storica e leggende spesso si confondevano con il prevalere delle seconde a discapito della prima. Oggi, invece, il suo spessore di regnante è stato rivalutato, le accuse subite ridimensionate e la sua figura, scevra da racconti falsati, è riabilitata, pur sempre con luci e ombre.
Rimasta orfana appena nata, trascorre la sua infanzia prima a Palazzo Riccardi con la zia Clarice e i cugini Alessandro e Ippolito, per cui prova un profondo affetto, poi nei conventi delle Domenicane di Santa Lucia e delle monache benedettine delle Murate. Infine a Roma, a Palazzo Salviati, presso la zia Lucrezia. Cresciuta senza l’affetto di una famiglia tutta sua, senza il conforto delle parole materne e la forza dell’abbraccio paterno, indossa, per tutta la vita, una “maschera” per non far comprendere a nessuno i suoi veri sentimenti. Ragione per la quale è stata considerata dai suoi detrattori come donna priva di scrupoli e calcolatrice.
A Firenze le si aprono le porte dei più importanti salotti letterari, dove Caterina dimostra, nonostante la sua giovane età, «ricercata istruzione», sapienza, contegno, prontezza e la capacità di integrarsi perfettamente nell’ambiente. È una straordinaria osservatrice, impara ben presto a dosare le parole, a rivolgersi in modo differente rispetto al proprio interlocutore, a comprendere appieno le dinamiche di corte. Sa perfettamente che la sua vita è merce di scambio e non si dispera quando lo zio le cerca marito, perché è convinta che «con l’astuzia e la sagacia si può ottenere un risultato meno spiacevole». Machiavelliana sin nel profondo, durante il suo regno si adopera per volgere le situazioni a proprio vantaggio. Non sempre, però, la buona sorte è dalla sua parte.
A volte le sue decisioni sembrano azzardate, a volte hanno conseguenze devastanti anche per il regno dei Valois. Per esempio il matrimonio della figlia Margherita con il protestante Enrico di Navarra porta alla terribile notte di San Bartolomeo. Ma la decisione nasce dalla speranza di sedare gli animi turbolenti, le lotte di religione, convinta che compromessi e tolleranza siano la giusta soluzione. Dopo la strage, Caterina esce sconfitta e additata – probabilmente a torto – come la principale responsabile. La sua politica si basa sull’instancabile ricerca della concordia.
Nel 1533 sposa Enrico, che, dopo la prematura e improvvisa scomparsa del fratello Francesco II nel 1536, diventa il Delfino di Francia. La vita matrimoniale è complessa e triste.
A Caterina «non manca l’esperienza e la consuetudine con il mondo della politica e dell’aristocrazia» e riesce con il suo comportamento a farsi apprezzare nonostante sia “straniera”. Le sue doti innate, il carattere volitivo, l’intelligenza, la raffinatezza, l’enorme cultura, le buone maniere, l’umiltà le permettono di ingraziarsi il re di Francia Francesco I. Ma tali doti non sono sufficienti a conquistare il cuore del consorte Enrico, da tempo innamorato della bellissima Diana de Poitiers. La relazione palesata ferisce profondamente Caterina, che subisce anche l’onta della “glorificazione degli amanti”, a corte tutti gli artisti elogiano nelle proprie opere l’amore di Enrico e Diana. La situazione è resa insopportabile dalla momentanea incapacità di Caterina di dare un erede al marito (già padre) e rischia pertanto il ripudio. Ulteriore smacco è dato dall’aiuto rivoltole dalla sua eterna rivale, che conduce la regina da un medico che trova il giusto rimedio alla sua sterilità. Infatti in tredici anni dà alla luce dieci figli (Luigi e le gemelle Giovanna e Vittoria non superano il primo anno di vita). La mancanza d’amore e la condivisione del marito con Diana, sono indubbiamente motivo di dolore per Caterina, sofferenza che non mostra mai in pubblico, tuttavia essere la regina ha i suoi vantaggi e lei li sfrutta con «tenacia e astuzia»: ad esempio concede ricompense e posizioni privilegiate ai fiorentini presenti a corte.
Il regno di Caterina dura una ventina di anni durante i quali non le sono risparmiate sofferenze ed umiliazioni, ma con grinta e forza continua la sua strada cercando di proteggere regno e figli. La sua posizione non è semplice, le casse dello stato dopo Francesco I sono vuote, le lotte religiose stanno dividendo la Francia come l’intera Europa, la morte prematura dei sovrani – a partire dal marito Enrico – riaccende le speranze delle fazioni opposte, primi fra tutti i Guisa. Il corpo e l’animo fiaccati, l’abbandonano e, costretta a letto, la sua salute subisce il colpo letale a causa della sconsideratezza compiuta da Enrico III – ordina l’assassinio di Enrico di Guisa, perdendo ogni possibilità di rimanere re di Francia. Il cuore non regge alla consapevolezza della fine imminente del figlio prediletto, l’ultimo sovrano dei Valois. Così, tra insinuazioni e amarezze, tra dolori e preoccupazioni per il futuro del regno, si spegne, nel 1589, la regina italiana, che «in un secolo così difficile, aveva fatto per la Francia più di chiunque altro».
Le spoglie di Caterina sono poste accanto a quelle del marito solo nel 1610… uniti dopo la morte, come non lo furono in vita.
Il 13 aprile 1519 nasce a Firenze Caterina De' Medici.
Il destino di Caterina de’ Medici (Firenze, 13 aprile 1519-Castello di Blois 5 gennaio 1589 ) sembra essere già scritto appena i suoi occhi si aprono sul mondo. Caterina, ultima erede di Lorenzo il Magnifico, subisce «il peso e la gloria dei più famosi antenati»: è una pedina nella scacchiera degli interessi politico-economici e di alleanze che caratterizzano l’Europa del XVI secolo.
La sua famiglia, attraverso le ricchezze – accumulate grazie al commercio – e l’abilità politica, era riuscita a intrecciare legami potenti e influenti, così il prozio, papa Clemente VII, per rafforzare la propria posizione, combina il matrimonio tra la nipote ed Enrico, secondogenito del re di Francia Francesco I.
La vita di Caterina è contrassegnata dalla solitudine e dai lutti, dagli intrighi di corte e dalle umiliazioni, dal potere e dalle infamie. Sino al secolo scorso l’immagine storica della regina di Francia era macchiata da molte calunnie: realtà storica e leggende spesso si confondevano con il prevalere delle seconde a discapito della prima. Oggi, invece, il suo spessore di regnante è stato rivalutato, le accuse subite ridimensionate e la sua figura, scevra da racconti falsati, è riabilitata, pur sempre con luci e ombre.
Rimasta orfana appena nata, trascorre la sua infanzia prima a Palazzo Riccardi con la zia Clarice e i cugini Alessandro e Ippolito, per cui prova un profondo affetto, poi nei conventi delle Domenicane di Santa Lucia e delle monache benedettine delle Murate. Infine a Roma, a Palazzo Salviati, presso la zia Lucrezia. Cresciuta senza l’affetto di una famiglia tutta sua, senza il conforto delle parole materne e la forza dell’abbraccio paterno, indossa, per tutta la vita, una “maschera” per non far comprendere a nessuno i suoi veri sentimenti. Ragione per la quale è stata considerata dai suoi detrattori come donna priva di scrupoli e calcolatrice.
A Firenze le si aprono le porte dei più importanti salotti letterari, dove Caterina dimostra, nonostante la sua giovane età, «ricercata istruzione», sapienza, contegno, prontezza e la capacità di integrarsi perfettamente nell’ambiente. È una straordinaria osservatrice, impara ben presto a dosare le parole, a rivolgersi in modo differente rispetto al proprio interlocutore, a comprendere appieno le dinamiche di corte. Sa perfettamente che la sua vita è merce di scambio e non si dispera quando lo zio le cerca marito, perché è convinta che «con l’astuzia e la sagacia si può ottenere un risultato meno spiacevole». Machiavelliana sin nel profondo, durante il suo regno si adopera per volgere le situazioni a proprio vantaggio. Non sempre, però, la buona sorte è dalla sua parte.
A volte le sue decisioni sembrano azzardate, a volte hanno conseguenze devastanti anche per il regno dei Valois. Per esempio il matrimonio della figlia Margherita con il protestante Enrico di Navarra porta alla terribile notte di San Bartolomeo. Ma la decisione nasce dalla speranza di sedare gli animi turbolenti, le lotte di religione, convinta che compromessi e tolleranza siano la giusta soluzione. Dopo la strage, Caterina esce sconfitta e additata – probabilmente a torto – come la principale responsabile. La sua politica si basa sull’instancabile ricerca della concordia.
Nel 1533 sposa Enrico, che, dopo la prematura e improvvisa scomparsa del fratello Francesco II nel 1536, diventa il Delfino di Francia. La vita matrimoniale è complessa e triste.
A Caterina «non manca l’esperienza e la consuetudine con il mondo della politica e dell’aristocrazia» e riesce con il suo comportamento a farsi apprezzare nonostante sia “straniera”. Le sue doti innate, il carattere volitivo, l’intelligenza, la raffinatezza, l’enorme cultura, le buone maniere, l’umiltà le permettono di ingraziarsi il re di Francia Francesco I. Ma tali doti non sono sufficienti a conquistare il cuore del consorte Enrico, da tempo innamorato della bellissima Diana de Poitiers. La relazione palesata ferisce profondamente Caterina, che subisce anche l’onta della “glorificazione degli amanti”, a corte tutti gli artisti elogiano nelle proprie opere l’amore di Enrico e Diana. La situazione è resa insopportabile dalla momentanea incapacità di Caterina di dare un erede al marito (già padre) e rischia pertanto il ripudio. Ulteriore smacco è dato dall’aiuto rivoltole dalla sua eterna rivale, che conduce la regina da un medico che trova il giusto rimedio alla sua sterilità. Infatti in tredici anni dà alla luce dieci figli (Luigi e le gemelle Giovanna e Vittoria non superano il primo anno di vita). La mancanza d’amore e la condivisione del marito con Diana, sono indubbiamente motivo di dolore per Caterina, sofferenza che non mostra mai in pubblico, tuttavia essere la regina ha i suoi vantaggi e lei li sfrutta con «tenacia e astuzia»: ad esempio concede ricompense e posizioni privilegiate ai fiorentini presenti a corte.
Il regno di Caterina dura una ventina di anni durante i quali non le sono risparmiate sofferenze ed umiliazioni, ma con grinta e forza continua la sua strada cercando di proteggere regno e figli. La sua posizione non è semplice, le casse dello stato dopo Francesco I sono vuote, le lotte religiose stanno dividendo la Francia come l’intera Europa, la morte prematura dei sovrani – a partire dal marito Enrico – riaccende le speranze delle fazioni opposte, primi fra tutti i Guisa. Il corpo e l’animo fiaccati, l’abbandonano e, costretta a letto, la sua salute subisce il colpo letale a causa della sconsideratezza compiuta da Enrico III – ordina l’assassinio di Enrico di Guisa, perdendo ogni possibilità di rimanere re di Francia. Il cuore non regge alla consapevolezza della fine imminente del figlio prediletto, l’ultimo sovrano dei Valois. Così, tra insinuazioni e amarezze, tra dolori e preoccupazioni per il futuro del regno, si spegne, nel 1589, la regina italiana, che «in un secolo così difficile, aveva fatto per la Francia più di chiunque altro».
Le spoglie di Caterina sono poste accanto a quelle del marito solo nel 1610… uniti dopo la morte, come non lo furono in vita.
martedì 12 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1833 nasce ad Avigliano Giuseppe Nicola Summa, poi divenuto noto col soprannome di Ninco Nanco.
Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco Nanco, soprannome col quale era conosciuta la famiglia paterna, nacque ad Avigliano il 12 aprile 1833 da una famiglia piena di guai con la giustizia. Uno zio paterno, Giuseppe Nicola Coviello, famoso bandito, morí bruciato in una capanna di paglia dove si era nascosto inseguito dalla polizia, mentre uno zio paterno dopo aver scontato dieci anni di reclusione per aver schiaffeggiato un gendarme borbonico, uccise, per una questione di giuoco, un cittadino e per questo fu costretto a fuggire in Puglia, dove uccise il massaro presso cui lavorava dandosi così al brigantaggio.
Gli esempi di violenza dei suoi parenti temprarono il carattere del giovane Nicola, il quale iniziò ben presto ad avere problemi con la giustizia. Proprio per una questione di giuoco a venti anni ricevette un colpo di scure alla testa che lo costrinse ad una lunga guarigione. Tre anni più tardi Ninco Nanco venne assalito e pugnalato da cinque individui che gli procurarono altri tre mesi di degenza, ma i cui nomi non fece alla polizia, meditando di vendicarsi personalmente. Infatti dopo alcuni mesi uccise a colpi di scure uno dei suoi feritori e per questo, dopo aver confessato il delitto, fu condannato a dieci anni di carcere e rinchiuso nel carcere di Ponza, da dove evase nell'agosto 1860.
Una volta evaso tentó dapprima di arruolarsi nelle file garibaldine, ma scartato si presentò a Salerno a Nicola Mennuni, comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, dal quale ebbe un'identica risposta, anzi a stento scampò alla vendetta dei parenti della sua vittima presenti in quella colonna. Tornato ad Avigliano presentò domanda di arruolamento nella G.N., ma l'esito fu lo stesso, come uguale fu il rifiuto alla sua richiesta di incorporamento nel Battaglione Lucano.
Di ritorno da Potenza un sacerdote gli consigliò di tenersi nascosto, perché i nuovi governanti non avrebbero sorvolato sui suoi reati passati, e così il guardiano di vigne di Avigliano decise di darsi alla macchia, vivendo di rapine fino al 7 gennaio 1861 quando in casa di Giuseppe Allamprese, proprietario di Ginestra, incontrò la banda di Crocco e si unì ad essa.
D'ora in poi Ninco Nanco seguirà le orme di Crocco: nell'aprile 1861 fu presente nella reazione del Melfese fino alla battaglia di Rionero; successivamente fuggì con Crocco nell'Irpinia; il 10 agosto era a Ruvo del Monte; il 13 gettò lo scompiglio in Avigliano, intenzionato ad occuparlo, ma senza riuscirvi; con Borjés e Crocco partecipò alla scorreria nel mese di novembre, finché nel febbraio 1862 ottenne un territorio su cui aveva un'illimitata libertà d'azione con la sua banda (di quarantotto uomini), rimanendo sempre disponibile agli ordini di Crocco in occasione di qualche grande scorreria.
Il 1° marzo 1862 assieme a Crocco, Caruso, Coppa e Cavalcante nel bosco di Policoro, attese lo sbarco, ma invano, di soldati inviati da Francesco II; il 25 aprile era in contrada Iscalonga sempre in compagnia di Crocco e Caruso con i quali fu costretto alla fuga da due compagnie di bersaglieri e da un reparto di Guardie Mobili; il 6 maggio nel bosco di Ruvo in uno scontro contro la G. N. perse dieci uomini, mentre altri due li perse in agro di Venosa il 9 giugno.
Per cinque anni in tutto il Vulture-Melfese e la valle di Vitalba (da Atella fino al castello di Lagopesole) non ci fu un viaggio non disturbato dai briganti o che non sfuggisse alla loro vigilanza. Chi si avventurava senza una adeguata scorta armata (per esempio agli operai addetti ai lavori di costruzione della strada Moliterno-Montalbano fu predisposta una scorta armata) veniva sistematicamente depredato, come capitó al corriere postale ai primi di giugno 1861 nel territorio di Venosa, o a quello proveniente da Melfi nell'aprile 1864, o al saccheggio effettuato a scapito di un carretto carico di sale e tabacco nel luglio 1862 ad opera delle bande di Ninco Nanco e di Tortora.
Nel gennaio 1863 Ninco Nanco si rese colpevole della più feroce carneficina, quando uccise a tradimento e infierì sui cadaveri del capitano Capoduro, di un vecchio contadino, di quattro soldati e del delegato di P.S. di Avigliano, Polesella, l'artefice del piano che prevedeva l'eventuale costituzione di Ninco Nanco e della sua banda.
La banda di Ninco Nanco partecipó anche al massacro di uno squadrone di Cavalleggeri di Saluzzo comandato dal capitano Bianchi, nel marzo 1863 a S. Nicola di Melfi, assieme alle bande di Crocco, Coppa, Caruso, Marciano, Sacchetiello, Caporal Teodoro e Malacarne di Melfi. Dei 21 cavalleggeri 15 furono seviziati e successivamente uccisi. Anche Ninco Nanco partecipó alle trattative di resa, nel settembre 1863, e con lui trattó lo stesso prefetto di Potenza, Bruni, motivo per il quale fu costretto a dimettersi; Ninco Nanco peró non si costituì e continuó a commettere omicidi (il 30 ottobre 1863), furti (il 31 dello stesso mese e il 26 gennaio 1864) e ricatti.
L'8 febbraio 1864 la banda fu decimata presso Avigliano, perdendo 17 uomini, triste presagio di ció che avvenne un mese dopo, il 13 marzo, quando presso Lagopesole, Ninco Nanco e tre suoi compagni furono catturati dalla G.N. di Avigliano capitanata da Benedetto Corbo, vecchio protettore di Ninco Nanco. Appena catturato Ninco Nanco fu subito freddato dal caporale delle G.N., Nicola Coviello, ufficialmente per vendicarsi della morte del cognato (ucciso da Ninco Nanco il 27 giugno 1863), ma molto probabilmente fatto eliminare dallo stesso Corbo per evitare che il brigante potesse svelare i suoi protettori, tra cui lo stesso Corbo, e i molti manutengoli. Lo stesso Corbo due mesi dopo fu coinvolto, assieme al giudice mandamentale di Avigliano, Giorgio Marrano, e al delegato di P.S., Mariani, in un'altra vicenda di complicità con i briganti. I tre individui furono accusati dal generale Baligno, comandante delle truppe di Basilicata, di aver rilasciato il 12 aprile "senza avere nessuna autorità" due salvacondotti a due briganti appartenenti alla banda Ninco Nanco, Luccia Domenico e Colangelo Santo. I due salvacondotti, che valevano otto giorni, furono ritirati dal capitano De Maria, comandante della 8° compagnia del 22° fanteria, il 16 aprile, quando la compagnia arrestó i due individui che scorrevano le campagne di Avigliano.
La morte di Ninco Nanco, il piú valido luogotenente di Crocco, fu salutata con gioia da tutte le autorità della provincia e del regno, e la stessa stampa riportó ampi resoconti con vivacitá di stile e ricchezza di particolari. Il giorno successivo il suo cadavere veniva trasportato a Potenza ed esposto al pubblico ludibrio per qualche giorno. Tra gli oggetti ritrovati addosso a Ninco Nanco ci furono: due pacchi di monete d'oro, sette piastre, una rivoltella, due fucili, una carabina, due orologi a cilindro d'argento e una catenella di oro. La morte eliminó fisicamente Ninco Nanco, ma non le polemiche che ne scaturirono in seguito tra il capitano della G.N. di Montemurro, Giovanni Padula, che accusó Benedetto Corbo di essere un manutengolo e un protettore di briganti. Infine i resti della banda di Ninco Nanco confluirono nella banda Ingiongiolo di Oppido Lucano.
Il 12 aprile 1833 nasce ad Avigliano Giuseppe Nicola Summa, poi divenuto noto col soprannome di Ninco Nanco.
Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco Nanco, soprannome col quale era conosciuta la famiglia paterna, nacque ad Avigliano il 12 aprile 1833 da una famiglia piena di guai con la giustizia. Uno zio paterno, Giuseppe Nicola Coviello, famoso bandito, morí bruciato in una capanna di paglia dove si era nascosto inseguito dalla polizia, mentre uno zio paterno dopo aver scontato dieci anni di reclusione per aver schiaffeggiato un gendarme borbonico, uccise, per una questione di giuoco, un cittadino e per questo fu costretto a fuggire in Puglia, dove uccise il massaro presso cui lavorava dandosi così al brigantaggio.
Gli esempi di violenza dei suoi parenti temprarono il carattere del giovane Nicola, il quale iniziò ben presto ad avere problemi con la giustizia. Proprio per una questione di giuoco a venti anni ricevette un colpo di scure alla testa che lo costrinse ad una lunga guarigione. Tre anni più tardi Ninco Nanco venne assalito e pugnalato da cinque individui che gli procurarono altri tre mesi di degenza, ma i cui nomi non fece alla polizia, meditando di vendicarsi personalmente. Infatti dopo alcuni mesi uccise a colpi di scure uno dei suoi feritori e per questo, dopo aver confessato il delitto, fu condannato a dieci anni di carcere e rinchiuso nel carcere di Ponza, da dove evase nell'agosto 1860.
Una volta evaso tentó dapprima di arruolarsi nelle file garibaldine, ma scartato si presentò a Salerno a Nicola Mennuni, comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, dal quale ebbe un'identica risposta, anzi a stento scampò alla vendetta dei parenti della sua vittima presenti in quella colonna. Tornato ad Avigliano presentò domanda di arruolamento nella G.N., ma l'esito fu lo stesso, come uguale fu il rifiuto alla sua richiesta di incorporamento nel Battaglione Lucano.
Di ritorno da Potenza un sacerdote gli consigliò di tenersi nascosto, perché i nuovi governanti non avrebbero sorvolato sui suoi reati passati, e così il guardiano di vigne di Avigliano decise di darsi alla macchia, vivendo di rapine fino al 7 gennaio 1861 quando in casa di Giuseppe Allamprese, proprietario di Ginestra, incontrò la banda di Crocco e si unì ad essa.
D'ora in poi Ninco Nanco seguirà le orme di Crocco: nell'aprile 1861 fu presente nella reazione del Melfese fino alla battaglia di Rionero; successivamente fuggì con Crocco nell'Irpinia; il 10 agosto era a Ruvo del Monte; il 13 gettò lo scompiglio in Avigliano, intenzionato ad occuparlo, ma senza riuscirvi; con Borjés e Crocco partecipò alla scorreria nel mese di novembre, finché nel febbraio 1862 ottenne un territorio su cui aveva un'illimitata libertà d'azione con la sua banda (di quarantotto uomini), rimanendo sempre disponibile agli ordini di Crocco in occasione di qualche grande scorreria.
Il 1° marzo 1862 assieme a Crocco, Caruso, Coppa e Cavalcante nel bosco di Policoro, attese lo sbarco, ma invano, di soldati inviati da Francesco II; il 25 aprile era in contrada Iscalonga sempre in compagnia di Crocco e Caruso con i quali fu costretto alla fuga da due compagnie di bersaglieri e da un reparto di Guardie Mobili; il 6 maggio nel bosco di Ruvo in uno scontro contro la G. N. perse dieci uomini, mentre altri due li perse in agro di Venosa il 9 giugno.
Per cinque anni in tutto il Vulture-Melfese e la valle di Vitalba (da Atella fino al castello di Lagopesole) non ci fu un viaggio non disturbato dai briganti o che non sfuggisse alla loro vigilanza. Chi si avventurava senza una adeguata scorta armata (per esempio agli operai addetti ai lavori di costruzione della strada Moliterno-Montalbano fu predisposta una scorta armata) veniva sistematicamente depredato, come capitó al corriere postale ai primi di giugno 1861 nel territorio di Venosa, o a quello proveniente da Melfi nell'aprile 1864, o al saccheggio effettuato a scapito di un carretto carico di sale e tabacco nel luglio 1862 ad opera delle bande di Ninco Nanco e di Tortora.
Nel gennaio 1863 Ninco Nanco si rese colpevole della più feroce carneficina, quando uccise a tradimento e infierì sui cadaveri del capitano Capoduro, di un vecchio contadino, di quattro soldati e del delegato di P.S. di Avigliano, Polesella, l'artefice del piano che prevedeva l'eventuale costituzione di Ninco Nanco e della sua banda.
La banda di Ninco Nanco partecipó anche al massacro di uno squadrone di Cavalleggeri di Saluzzo comandato dal capitano Bianchi, nel marzo 1863 a S. Nicola di Melfi, assieme alle bande di Crocco, Coppa, Caruso, Marciano, Sacchetiello, Caporal Teodoro e Malacarne di Melfi. Dei 21 cavalleggeri 15 furono seviziati e successivamente uccisi. Anche Ninco Nanco partecipó alle trattative di resa, nel settembre 1863, e con lui trattó lo stesso prefetto di Potenza, Bruni, motivo per il quale fu costretto a dimettersi; Ninco Nanco peró non si costituì e continuó a commettere omicidi (il 30 ottobre 1863), furti (il 31 dello stesso mese e il 26 gennaio 1864) e ricatti.
L'8 febbraio 1864 la banda fu decimata presso Avigliano, perdendo 17 uomini, triste presagio di ció che avvenne un mese dopo, il 13 marzo, quando presso Lagopesole, Ninco Nanco e tre suoi compagni furono catturati dalla G.N. di Avigliano capitanata da Benedetto Corbo, vecchio protettore di Ninco Nanco. Appena catturato Ninco Nanco fu subito freddato dal caporale delle G.N., Nicola Coviello, ufficialmente per vendicarsi della morte del cognato (ucciso da Ninco Nanco il 27 giugno 1863), ma molto probabilmente fatto eliminare dallo stesso Corbo per evitare che il brigante potesse svelare i suoi protettori, tra cui lo stesso Corbo, e i molti manutengoli. Lo stesso Corbo due mesi dopo fu coinvolto, assieme al giudice mandamentale di Avigliano, Giorgio Marrano, e al delegato di P.S., Mariani, in un'altra vicenda di complicità con i briganti. I tre individui furono accusati dal generale Baligno, comandante delle truppe di Basilicata, di aver rilasciato il 12 aprile "senza avere nessuna autorità" due salvacondotti a due briganti appartenenti alla banda Ninco Nanco, Luccia Domenico e Colangelo Santo. I due salvacondotti, che valevano otto giorni, furono ritirati dal capitano De Maria, comandante della 8° compagnia del 22° fanteria, il 16 aprile, quando la compagnia arrestó i due individui che scorrevano le campagne di Avigliano.
La morte di Ninco Nanco, il piú valido luogotenente di Crocco, fu salutata con gioia da tutte le autorità della provincia e del regno, e la stessa stampa riportó ampi resoconti con vivacitá di stile e ricchezza di particolari. Il giorno successivo il suo cadavere veniva trasportato a Potenza ed esposto al pubblico ludibrio per qualche giorno. Tra gli oggetti ritrovati addosso a Ninco Nanco ci furono: due pacchi di monete d'oro, sette piastre, una rivoltella, due fucili, una carabina, due orologi a cilindro d'argento e una catenella di oro. La morte eliminó fisicamente Ninco Nanco, ma non le polemiche che ne scaturirono in seguito tra il capitano della G.N. di Montemurro, Giovanni Padula, che accusó Benedetto Corbo di essere un manutengolo e un protettore di briganti. Infine i resti della banda di Ninco Nanco confluirono nella banda Ingiongiolo di Oppido Lucano.
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