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venerdì 19 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 novembre.
Il 19 novembre 1917 nasce ad Allahabad, in India, Indira Gandhi.
Indira era l'unica figlia di Kamla e Jawaharlal Nehru. Quest'ultimo fu il primo presidente dell'India indipendente e tale fatto fu solo l'apogeo di una vita completamente pervasa dalla politica. Fin dalla più tenera età Indira non poté fare a meno di rimanere coinvolta nella lotta per l'indipendenza dell'India che vide in concreto ogni membro della sua famiglia parteciparvi attivamente. I nonni, gli zii (tra i quali Vija Lakshmi Pandit, prima donna chiamata a presiedere l'ONU) e i genitori, ciclicamente venivano arrestati per reati contro l'Impero Britannico, costringendola fin da subito ad assumersi diverse responsabilità come donna di casa.
Capitava addirittura che in alcune occasioni tutti i componenti della famiglia fossero agli arresti e lei fosse l'unica rimasta libera. Ciò avvenne già all'età di quattro anni e nel decennio che seguì fu un'eventualità piuttosto frequente. Il duro trattamento cui furono sottoposti i suoi genitori durante i lunghi periodi di prigionia, indebolì notevolmente la salute della madre che fu costretta a trascorrere una lunga convalescenza in Svizzera, accompagnata dalla piccola Indira che aveva compiuto da poco gli otto anni.
La lontananza dal paese natio e gli studi in un collegio svizzero modificarono per sempre la sua visione del mondo. Infatti, provenendo da una famiglia molto ricca e culturalmente all'avanguardia, avrebbe potuto adagiarsi nel tradizionale riserbo delle donne indiane, in attesa di un buon matrimonio che gli garantisse un futuro prospero. Al contrario, trascorrere i primi anni dell'adolescenza in una nazione straniera gli permise di vedere la realtà della sua nazione con gli occhi di un'osservatrice distaccata, capace di vedere i difetti e i problemi pur mantenendo inalterato l'amor patrio trasmessole dal padre.
Rientrata in India divenne attiva nella guerriglia contro gli Inglesi già a 11 anni. Fondò la Monkey Brigade, una formazione costituita interamente da ragazzi che si ispirava all'esercito Monkey del poema epico Ramayana. Composto da più di seimila membri, il movimento ebbe ruolo attivo nella lotta per l'indipendenza sia fornendo un servizio accurato e sicuro di trasmissione delle comunicazioni tra i delegati dei movimenti per l'indipendenza sia attaccando impunemente alcune caserme inglesi. Come lei stessa ricorda, in questa prima parte della sua vita fu d'enorme importanza la vicinanza di suo padre e del Mahatma Gandhi che non la esclusero mai dalle discussioni politiche né dalla partecipazione attiva nelle azioni di protesta e di lotta. A proposito ella disse: " le mie scelte furono influenzate da loro, dallo spirito d'uguaglianza che essi infusero in me; la mia ossessione per la giustizia viene da mio padre che a sua volta la ricevette dal Mahatma Gandhi. Però non è giusto dire che mio padre mi influenzò più degli altri. Furono tutti, fu un tutto..."
Lo stretto legame col padre, già profondamente chiaro dalle lettere che le scrisse dal carcere durante il tempo della Monkey Brigade, poi raccolte in due libri divenuti famosi, fu ulteriormente aumentato dalla prematura scomparsa della madre (1934) dovuta ad un cancro. L'improvvisa mancanza della figura materna sconvolse a lungo Indira che fino all'inizio della Seconda Guerra Mondiale si disinteressò della vita politica, dedicandosi unicamente agli studi superiori, diplomandosi prima alla Visva-Bharati University, nello stato del Bengala, per poi continuare i propri studi di nuovo all'estero presso il Sommersville College di Oxford in Gran Bretagna.
La permanenza sul suolo inglese fu particolarmente fruttuoso per quel che riguarda l'attività politica della futura leader. Si iscrisse al partito laburista e cominciò un'intensa attività d'appoggio al movimento del Congresso indiano in cui era entrata nel 1938. L'impegnativo lavoro le permise di entrare in contatto con altri esponenti indiani del Movimento anch'essi in Gran Bretagna per motivi di studio e di lavoro. Tra loro v'era uno sconosciuto avvocato di Bombay, Ferozi Gandhi, omonimo, ma non parente, del Mahatma che riuscì a far breccia nel cuore della giovane Indira che fino ai diciotto anni si era professata profondamente convinta di poter fare a meno degli uomini. Quell'amore che poi sarebbe culminato nel matrimonio nel 1942 fu fortemente osteggiato addirittura da tutta l'India. I motivi erano semplici: Indira apparteneva ad una famiglia di Brahamini, di religione Indù, mentre Ferozi era un Parsi, discendente di un gruppo culturale fuggito secoli addietro dalla Persia per evitare le persecuzioni musulmane. La differenza di religione, uno dei mali oscuri che affliggono ancora oggi l'India, costituiva un insormontabile problema per qualunque persona nata laggiù, tranne per Indira. Il padre Nehru fu in principio contrario ad un matrimonio che provocava dissidi persino tra i sostenitori del suo partito e faceva ricevere alla sposa centinaia di lettere minatorie al giorno, ma fu costretto a cedere all'ostinato rifiuto della figlia di rinviare le nozze anche di un solo giorno. La cerimonia avvenne nel Febbraio del 1942.
Se Nehru aveva creduto che la vita coniugale avrebbe potuto cambiare almeno parzialmente il carattere troppo irrequieto della figlia, si dovette ricredere ben presto. Anche Ferozi era impegnato politicamente quanto la moglie. Da un'unione del genere non ci si poteva aspettare altro se non una dura lotta d'opposizione all'occupazione britannica. Già sei mesi dopo le nozze, le autorità di Sua Maestà li avevano arrestati con l'accusa di attività sovversiva. Indira fu condannata a 7 anni di reclusione che furono poi convertiti in tredici mesi di cui solo nove effettivamente scontati nelle prigioni indiane. Il suo coinvolgimento nella lotta per l'indipendenza dell'India fu via via maggiore e quando il grande paese finalmente la ottenne nel 1947, la nomina di suo padre a primo presidente della repubblica indiana sembrava preludere ad una sua attiva partecipazione al governo. Invece là dove non erano riusciti né i fanatici religiosi né la polizia britannica, riuscì la nascita in rapida successione dei suoi due figli. Il nuovo ruolo di madre la convinse a mettere momentaneamente da parte le sue aspettative politiche per dedicarsi alla vita familiare. Nei suoi ricordi quegli anni vengono dipinti come i più felici della sua vita e non c'è motivo di dubitarne, potendo vedere quale amore legò alla madre entrambi i figli.
Il distacco dalla vita pubblica durò fino al 1955, quando le fu affidato l'incarico di prima collaboratrice del padre. Come segretaria e consigliere personale dell'illustre genitore ebbe modo di abituarsi al potere senza dover subire gli aspetti negativi della pressione causata dal suo diretto esercizio. Già nel 1957 a Chamba parlò per la prima volta ufficialmente in un comizio elettorale al posto del padre, raccogliendo grandi consensi. Il successo era proprio dietro l'angolo. Come sovente accade, le fortune professionali non coincidono con quelle familiari. Il sempre maggiore coinvolgimento di Indira negli affari di stato causò un progressivo allontanamento dal marito che, abituato a un ménage tranquillo e compassato aveva mal digerito i continui spostamenti della moglie. La separazione fu inevitabile, ma nessuno dei due volle mai divorziare. C'è chi dice che rimasero sposati per convenienza, ma Indira stessa affermò che l'amore non era finito e che la lontananza era causata solo dal suo lavoro col padre. Comunque sia, tale condotta durò poco, perché Ferozi Gandhi morì nel 1960.
L'anno precedente Indira aveva ottenuto la nomina a Presidente del Partito del Congresso, primo passo verso posti di maggiore responsabilità. Nel 1964 Nehru morì improvvisamente, lasciando la figlia, appena eletta al Parlamento indiano, priva della sua ala protettrice. Per la successione al grande statista non fu presa in considerazione Indira che ancora non aveva sufficiente carisma per pretenderla. Fu nominato Primo Ministro Lal Bahadur Shastri che comunque non dimenticò la fazione del partito che era fedele alla famiglia di Nehru, concedendo ad Indira di diventare Ministro dell'Informazione.
L'abilità e la determinazione di Indira sarebbero forse passate inosservate se Shastri avesse mantenuto la carica più a lungo. Gli equilibri di potere si sarebbero consolidati escludendo l'erede di Nehru dal potere, anche a causa del fatto di essere una donna in una nazione profondamente tradizionalista. Invece nel 1966, il Primo Ministro moriva per un attacco di cuore, lasciando vacante l'incarico più importante dell'India. Il partito del Congresso che possedeva saldamente la maggioranza all'interno del Parlamento era però diviso al suo interno tra un'ala di tendenze socialiste cui si richiamavano anche i seguaci della corrente di Nehru ed una di destra moderata guidata da Moraji Desai. Entrambe disponevano di largo appoggio tra la popolazione, ma nessuna delle due aveva voti sufficienti per eleggere il proprio rappresentante. Per non correre il rischio che l'opposizione approfittasse di queste discussioni interne si acconsentì a designare Primo Ministro una figura di compromesso che rispecchiasse la continuità col passato. Quale scelta migliore di Indira Gandhi, figlia di Nehru?
In aggiunta a tali motivazioni chiaramente d'opportunità ve ne erano altre più difficili da confessare. Desai era convinto che Indira fosse facilmente controllabile ed influenzabile, quindi l'ideale per esercitare il potere restando nell'ombra. Raramente nella storia moderna un giudizio personale fu così errato. Una volta conquistato il posto, Indira ebbe circa un anno per prepararsi alle elezioni del 1967. Durante quel periodo mise in pratica una politica decisamente aggressiva contro tutti i mali che attanagliavano il suo paese, primo fra tutti la povertà diffusa. Procedette ad una nazionalizzazione delle risorse minerarie e finanziarie, rendendo finalmente indipendente dall'estero anche l'economia indiana. Le nazionalizzazioni non furono però fini a se stesse, ma preordinate ad un più vasto progetto di ridistribuzione delle ricchezze che le fece guadagnare l'appellativo di "Comunista" che la irritava alquanto, poiché ella si sentiva più socialista, dove per socialismo intendeva una politica di giustizia più che un'ideologia. In un periodo in cui nel mondo si poteva essere o con i Sovietici o con gli Statunitensi, l'India cercò una terza via, quella del non-allineamento.
Il 1966 fu anche l'anno in cui si svolse una delle più gravi carestie che abbia mai colpito l'India. Ebbene, seppure provata dalla fame e dalla sofferenza, il governo di Indira rifiutò ogni aiuto dall'estero. Il brillante superamento di quelle difficoltà fu seguito da una pianificazione accurata delle nascite, attraverso una politica demografica all'avanguardia. Conscia dell'impossibilità di sostenere un tasso di crescita pari ad un quinto della popolazione ogni quindici anni, Indira adottò provvedimenti estremamente drastici che in paesi europei non sarebbero mai stati accettati, ma che si addicevano alla gravità della situazione indiana. Giunse persino alla sterilizzazione maschile decretata per legge in casi limite. Seppure a fatica cominciò a insegnare al proprio popolo che i figli sono una ricchezza non perché possono portare a casa un nuovo stipendio già a sei o sette anni d'età, ma piuttosto per il futuro migliore che potevano garantire all'India.
La risposta dei Sikh fu univoca: vendetta. Una vendetta affidata a tutti gli appartenenti al popolo, una vendetta di razza. Indira non si curò di quelle minacce di morte che considerava parole dette al vento, tanto che prese la decisione di mantenere nella propria scorta personale due Sikh. Fu il più grave errore di valutazione della sua vita. Il 31 Ottobre 1984, mentre si stava recando in visita all'attore americano Peter Ustinov a New Dehli, fu assassinata da quelle stesse due persone che non ebbero nessuna esitazione a scaricare contro di lei i loro revolver, pur sapendo che li avrebbero immediatamente arrestati, come poi effettivamente avvenne. La vendetta promessa era stata ottenuta. Però la linea familiare al governo dell'India non si interruppe. Rajiv Gandhi sostituì la madre come Primo Ministro.

giovedì 18 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 novembre.
Il 18 novembre 1978 a Jonestown, i membri della setta religiosa "Il tempio del popolo" mettono in pratica il più grande suicidio di massa della storia, nel quale 913 persone, di cui 276 bambini, si tolgono la vita.
Il fondatore del Tempio del Popolo fu Jim Jones, nato nel 1931 a Crete (USA). Fin da adolescente il suo interesse fu rivolto al marxismo e ben presto entrò in contatto con il partito comunista degli Stati Uniti.
Dopo essersi laureato, Jones vorrebbe iscriversi a Partito Comunista, ma gli stessi dirigenti lo invitano a lavorare per il partito. E per fare questo Jones sotto suggerimento dei membri del partito decide di fondare una Chiesa. Per raggiungere tale scopo Jones si rende conto che deve sviluppare ciò che cercano le folle nei predicatori e cioè i doni di guarigione, che per altro egli considera frutto della suggestione. Per questo motivo comincia a studiare i Battisti ed in seguito entrerà in contatto con i pentecostali. In questo periodo crea una congregazione ad Indianapolis: qui predicherà l’integrazione razziale. Grazie al favore suscitato dalla causa razziale, Jones raccoglie un certo numero di seguaci. Però accanto a questi comincia anche a crescere il numero di coloro che nutrono una certa diffidenza. Tra questi alcuni pentecostali che cominciano ad insospettirsi di quest’uomo che afferma di non credere in un Dio trascendente. Nel 1955 Jones fonda la Wings of Deliverance (Ali della Liberazione), che in seguito si chiamerà Tempio del Popolo. Benchè Jones si sia sempre dichiarato marxista e il movimento sia apparso relegato in un orientamento leninista-stalinista, il Tempio del popolo rivelerà idee concordanti con quelle in voga negli anni ‘60 nel mondo protestante: idee simili a quelle della teologia della liberazione.
Nel 1965 il Tempio del Popolo si trasferisce in California dove Jones si legherà all’ala sinistra del partito democratico, stringendo così amicizie nell’ambiente politico, tra cui Rosalynn Carter, moglie del futuro presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. II movimento è ormai noto per il suo radicalismo politico; meno nota è la sua minaccia rivoluzionaria che richiede che si accumulino armi e si stringano legami con gruppi terroristici come le Pantere Nere e i Simbionesi. E’ proprio nell’ambiente politico che cominciano a fomentarsi le reazioni più dure contro il Tempio del Popolo: il partito repubblicano della California lancia alla scoperta dei segreti del movimento i giornalisti più aggressivi e si alleerà con gruppi di genitori che denunciano 1’impegno a tempo pieno dei figli nel Tempio del Popolo. Nel 1977 Jim Jones e i suoi fedeli si trasferiscono a Guyana. Benchè da tempo affiliati con i discepoli di Cristo, qui si rivela in modo definitivo la vera intenzione di Jones, cioè quella di creare un esperimento di monachesimo all’interno del marxismo.
“A Jonestown non esiste neppure una cappella, sostituita da una sala di riunioni; in compenso, un sistema di altoparlanti diffonde ossessivamente Radio Cuba o brani del bollettino delle Pantere Nere; tutti sorvegliano tutti attraverso un sistema stalinista di comitati per la difesa della Rivoluzione[...] e ci si prepara a difendere in armi la città attraverso un corpo scelto chiamato Brigata Rossa."
Dallo studio dei documenti della setta e dalle testimonianze dei superstiti si evince che l’esperimento attuato nella Città di Jones era molto severo e gerarchico e tuttavia volontario. Di opinione contraria erano invece i gruppi anti-sette che chiesero ed ottennero interventi delle autorità: quando queste ultime mandarono il 17 novembre 1978 una missione esplorativa e dei giornalisti a Jonestown, a cui partecipò il deputato Leo Ryan, questi all’impatto non ebbero una impressione negativa, se non 3 o 4 persone che volevano abbandonare il Tempio.
Jonestown sarebbe dovuta essere un sogno di Utopia libero dal razzismo, un paradiso di giustizia.
II 18 Novembre 1978, però, in Guyana divenne il palcoscenico di un indicibile orrore quando Jones condusse il suo gregge nel peggiore omicidio/suicidio di massa della storia moderna. In un episodio da cataclisma più di 900 persone, la maggioranza vecchi e bambini bevvero, o furono costretti a farlo, un succo di frutta corretto al cianuro su ordine di Jones, un tempo maniaco carismatico che si era guadagnato le simpatie della elité di sinistra di San Francisco.
Altri, tra cui dei bambini, morirono in omicidi/suicidi in una stanza di hotel di Georgetown. Jones stesso, a quell’epoca tossicodipendente e malato di mente, venne ucciso da una mano sconosciuta con una pallottola alla testa.
Questo avvenimento suscitò un’enorme impressione negli Stati Uniti d’America. Gli ambienti anti-sette - che considerano i nuovi movimenti religiosi in genere come realtà pericolose e nocive - ne approfittarono per scatenare una campagna mediatica e giudiziaria contro quelli che chiamavano “culti” o “sette”, che mantenne una notevole intensità per quasi quindici anni.


mercoledì 17 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 novembre.
Il 17 novembre 1878 Giovanni Passannante attentò, senza riuscirvi, alla vita di re Umberto I di Savoia.
Giovanni Passannante nacque il 19 febbraio del 1849 a Salvia, oggi Savoia di Lucania (Pz).
Ultimo di dieci figli, fu anarchico e repubblicano; si avvicinò dapprima ai giornali e agli scritti Mazziniani poi, trasferitosi a Salerno per motivi di lavoro, abbracciò le idee repubblicane frequentando i circoli mazziniani. Questa sua partecipazione attiva gli costa un arresto, viene trattenuto per due mesi.
Ben presto passa da posizioni repubblicane a posizioni anarchiche. Trasferitosi a Napoli, dove trova impiego come cuoco, si rende protagonista dell’attentato al Re.
Era il 17 novembre e Umberto I, accompagnato dalla regina Margherita, dopo un viaggio attraverso diverse città meridionali, giungeva a Napoli. Percorrendo le vie partenopee con la sua carrozza, all’altezza del Largo della Carriera Grande, Passannante si avvicinò alla carrozza reale. Salito sul predellino estrasse da uno straccio rosso un coltellino, lungo non più di 4 dita, e vibrò un colpo. Il sovrano rimase leggermente ferito al braccio sinistro.
Benedetto Cairoli, presidente del consiglio che sedeva accanto al re, nel tentativo di proteggere il sovrano venne ferito alla gamba destra. L’attentatore fu colpito da una sciabolata al capo, arrestato in flagranza, interrogato e torturato.
Come conseguenza del gesto di Passannante tutta la sua famiglia fu arrestata il giorno seguente e fu condotta al manicomio criminale di Aversa.
Il consiglio comunale del paese di Passannante tramutò il nome da Salvia in Savoia di Lucania come gesto riparatore nei confronti della famiglia reale.
L'attentato sconvolse il regno intero e produsse opposti sentimenti da una parte, con cortei di protesta solidali nei confronti del Re, cui si contrapposero coloro che invece elogiarono l'attentatore. Il giorno successivo, a Firenze, venne lanciata una bomba contro un corteo monarchico: due uomini e una bambina restarono uccisi e una decina di persone furono ferite. Si attribuì la tragedia agli internazionalisti e vennero arrestati diversi esponenti del movimenti, che verranno poi scarcerati per mancanza di prove. Uno di loro, Cesare Batacchi, verrà graziato solo il 14 maggio 1900. Secondo alcuni, l'arresto di Batacchi e degli altri internazionalisti sarebbe stato una strumentalizzazione poliziesca per reprimere le associazioni avverse alla monarchia.
A Pisa, un'altra bomba venne esplosa durante una manifestazione a favore del re, ma non si registrarono vittime. Venne arrestato un tale Pietro Orsolini, che, nonostante diverse prove di innocenza, morì nel carcere di Lucca nel 1887. La notte del 18 novembre venne assalita una caserma a Pesaro con un deposito di 5000 fucili: un internazionalista fu arrestato. Si registrarono sommosse in tutta la nazione e il governo, che temeva un complotto anarchico contro la corona, intervenne con un'opera di repressione. Vi furono scontri con le forze dell'ordine in città come Bologna, Genova, Pesaro e molte persone vennero arrestate al solo elogio verso l'attentatore o alla sola denigrazione nei confronti del re, come accadde a Torino, Città di Castello, Milano, Guglionesi, La Spezia e Bologna.
Il poeta Giovanni Pascoli, intervenendo in una riunione di aderenti ad ambienti socialisti a Bologna, diede pubblica lettura di una sua Ode a Passannante. Subito dopo la lettura, Pascoli distrusse l'ode e di tale componimento si conosce solo il contenuto dei versi conclusivi, di cui è stata tramandata la parafrasi: «Con la berretta del cuoco, faremo una bandiera». Pascoli, in seguito, verrà arrestato per aver manifestato a favore degli anarchici che erano stati a loro volta tratti in arresto per i disordini generati dalla condanna di Passannante. Durante il loro processo, il poeta urlò: «Se questi sono i malfattori, evviva i malfattori!».
Pochi giorni dopo il tentato regicidio, in Parlamento la condanna dell'attentato fu unanime ma il governo Cairoli fu attaccato dalla destra e da una parte della sinistra, con l'accusa di incapacità nel tutelare l'ordine pubblico e di eccessiva tolleranza nei confronti delle associazioni internazionaliste e repubblicane. L'11 dicembre 1878, il ministro Guido Baccelli presentò una mozione di fiducia al governo, che fu respinta con 263 voti contrari, 189 favorevoli e 5 astenuti, costringendo Cairoli a rassegnare le dimissioni.
Il Passannante intanto fu rinchiuso in una cella angusta, priva di latrina, alta soltanto un metro e quaranta, posta sotto il livello del mare a Portoferraio, sull’isola d’Elba.
Visse di stenti in completo isolamento e solo dopo anni fu trasferito presso il manicomio criminale di Montelupo Fiorentino dove morì il 4 febbraio 1910.
Dopo la morte il cadavere, in ossequio alle teorie dell'antropologia criminale dell'epoca, miranti ad individuare supposte cause fisiche alla "devianza", fu sottoposto ad autopsia e decapitato. Non si sa ancora chi abbia dato l'autorizzazione. Mentre del suo corpo non si hanno più notizie, il cervello e il cranio di Passannante, immersi in una soluzione di cloruro e zinco, furono preservati nel manicomio di Montelupo Fiorentino per poi essere portati alla Scuola Superiore di Polizia associato al carcere giudiziario "Regina Coeli" di Roma.
Nel 1936 i suoi resti, assieme ai suoi blocchi di appunti, vennero trasferiti presso il Museo Criminologico dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma, ove il cervello, immerso in formalina, venne conservato in una teca di vetro sigillato. Nel 1982 il cervello fu oggetto di studi del prof. Alvaro Marchiori dell'Istituto di Medicina Legale dell'università romana "La Sapienza". Il cervello e il cranio rimasero ivi esposti sino al 2007.
La permanenza dei resti nel Museo causò proteste e interrogazioni dei parlamentari: tra questi Francesco Rutelli, che sollecitò la tumulazione delle spoglie dell'anarchico nel suo paese natio.  Del caso si occupò anche l'allora eurodeputato Gianni Pittella, che portò la questione alla Commissione e al Consiglio europeo chiedendo, in base alla Carta dei diritti fondamentali dell'UE, di darne umana sepoltura. Il 23 febbraio 1999 il ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta per la traslazione dei resti di Passannante da Roma a Savoia di Lucania, che avvenne però solamente otto anni dopo. L'attore Ulderico Pesce diede vita a una raccolta di firme che contribuì a portare le spoglie rimanenti del defunto nella città natale. All'iniziativa aderirono numerosi personaggi dello spettacolo e della letteratura tra cui Francesco Guccini, Dario Fo, Marco Travaglio, Antonello Venditti, Oliviero Diliberto, Paola Turci, Carmen Consoli, Peter Gomez, Erri De Luca e Giorgio Tirabassi.
 Il 7 gennaio 2012, la tomba di Passannante è stata profanata da ignoti: la lapide è stata presa a martellate e gravemente danneggiata. Nei giorni seguenti, Vittorio Emanuele di Savoia ha condannato l'atto vandalico.

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