Buongiorno, oggi è il 30 aprile.
Il 30 aprile 1993, durante un cambio di campo al torneo di tennis di Amburgo, Monica Seles, numero 1 al mondo della classifica WTA, viene accoltellata alla schiena da uno squilibrato, sostenitore della rivale Steffi Graf.
Nata a Novi Sad, in Jugoslavia, Monica capì a sei anni che sarebbe diventata una tennista quando in una vacanza sul mare Adriatico, osservò suo padre Karolj e suo fratello Zoltan che prendevano una borsa con le racchette. Quando chiese dove stavano andando, suo fratello rispose: "A giocare a tennis." Lei aveva udito solo la parola "gioco" da quella frase ed era suonato come un divertimento. Non ha mai, molti anni dopo quel momento, davvero smesso di giocare, anche se rapidamente il tennis ha cessato di essere qualcosa di simile al divertimento.
Il padre in gioventù era stato un campione sportivo ma non avendo potuto proseguire la sua carriera nell’atletica, si ripromise che i figli non avrebbero fatto lo stesso. Il fratello Zoltan è stato un top-ten nella classifica juniores del suo paese e giocava con Boris Becker e Stefan Edberg nelle manifestazioni europee. Monica voleva assolutamente batterlo anche se lui era di otto anni più grande.
In famiglia la nonna e la madre dicevano che non era nella natura di una ragazza giocare così tanto a tennis ma né il papà né Monica avrebbero ascoltato. Era una grande amante dei cartoni animati, così Karolj decise di disegnare il volto di Jerry su ogni palla da tennis e Monica sarebbe stata il gatto Tom che cercava con la sua racchetta di acciuffare il topolino che le era sfuggito. Faceva questo per molte ore al giorno. Vivevano in un appartamento e i bambini non erano ammessi al tennis club locale e così il padre mise una rete tra due auto nel parcheggio vicino casa e Monica doveva indirizzare le palle negli scatoloni predisposti negli angoli del campo. Poteva salire per la cena solo quando 200 palle precise erano posizionate nelle scatole.
La Seles guarda a questo come un momento d'oro. L'unico timore successivamente nella sua vita sarebbe stato quello di perdere. “Ho parlato con alcuni campioni di tennis, nel corso degli anni - McEnroe, Borg, Agassi, Federer - e nonostante abbiano caratteri differenti, sono uniti da una cosa: una schiacciante paura del dolore della sconfitta”. Il desiderio di gloria l’ha sempre spinta fin da quando era giovane. Monica a sette anni giunse terza in un torneo per ragazze molto più grandi di lei ma il suo viso durante la premiazione era una maschera di pura auto-ripugnanza. Non poteva sopportare di non aver vinto.
A 13 anni era classificata tra le 18 giocatrici più forti del mondo. Era stata notata l'anno prima in un torneo negli Stati Uniti dal leggendario allenatore Nick Bollettieri che la invitò ad iscriversi alla sua accademia in Florida. Suo padre le diceva di giocare ogni punto come se fosse l'ultimo, senza pensare a niente altro. Ha ignorato il sistema di punteggio nel tennis anche molto dopo il suo arrivo a Bradenton. “Era capace di impiegare 70 ore di allenamento per imparare un solo colpo, non accettava di non saper fare qualcosa”.
Nel maggio del 1989 vinse il suo primo torneo WTA a Houston battendo in finale Chris Evert. Poco dopo arrivò in semifinale al Roland Garros, sconfitta dalla numero uno del mondo Steffi Graf. Il mondo del tennis rimase affascinato da questa mancina,“quadrumane”,capace di arrivare sempre sulla palla ed imprimere accelerazioni impressionanti in ogni angolo del campo. Ma passò alla storia anche per il suo “grunting” quando colpiva la palla. La Seles disse che non era mai stata veramente consapevole dei suoi rantoli prima dell’attenzione dei media su di esso, perché lo aveva fatto da quando era una bambina.
Monica non aveva mai pensato a se stessa come una grande giocatrice fino a quando batté la stessa Steffi Graf nella finale dei French Open dell’anno successivo all’età di 16 anni. Per tre anni Monica dominò il circuito. Fra il gennaio 1991 e il febbraio 1993 Monica Seles vinse 22 titoli WTA, raggiungendo 33 finali su 34 tornei disputati. Il suo score tra vittorie e sconfitte in quel periodo fu di 159 a 12 (92,9% di vittorie). Nei major era un impressionante 55 a 1. Complessivamente, tra il 1990 e l'inizio del 1993 la Seles vinse otto titoli del Grande Slam. A soli 19 anni la Seles era in testa alle classifiche da oltre due anni.
In molti erano convinti che Monica potesse entrare di diritto nell’Olimpo del tennis se avesse continuato con questo impressionante ruolino di marcia. Infatti il 1993 era cominciato con la vittoria agli Open Australiani ma il 30 aprile, al torneo di Amburgo, durante un cambio campo, venne aggredita alle spalle da un folle tifoso di Steffi Graf, Günther Parche che pensava con il suo gesto di restituire la leadership alla tennista tedesca.
Purtroppo fu proprio così, da quel momento in poi la Graf ritornerà leader del tennis facendo indigestione di record e Slam. Monica dal suo letto di ospedale apprese che la federazione tedesca decise di continuare il torneo come se nulla fosse accaduto. La Graf venne a trovarla per pochi minuti ma non ci fu molto da dire, non erano mai state grandi amiche. Ad esclusione della Sabatini, tutte le top ten votarono contro la decisione della WTA di congelare la sua classifica fino al ritorno alle competizioni.
Parche non rimase neanche un giorno in galera, affidato ai servizi sociali a causa della supposta infermità mentale.
Dopo essere uscita dall'ospedale, la Seles si ritirò dalle competizioni tennistiche. Come se non bastasse, Monica apprese di un tumore diagnosticato al padre che era per lei non solo il suo mentore ma anche il migliore amico. Monica non poteva parlare con lui delle sue ossessioni che non la facevano dormire la notte, delle sue ansie quando camminava per strada e del timore di essere colpita alle spalle da un momento all’altro, il padre aveva altro a cui pensare.
Il cibo diventò il deterrente contro la paura. Più mangiava e più appagava la propria angoscia."Le patatine fritte sono state la mia rovina, così come ero stata una campionessa di tennis, ero diventata un campionessa mangiatrice di patate ". Al suo 21° compleanno, quando avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi, rimase a casa con un sacchetto di biscotti a piangere.
Grazie all’aiuto di Martina Navratilova che la coinvolse in un’esibizione ad Atlantic City nel 1995, la Seles dopo due anni e mezzo decise di riprovarci. Naturalmente pur cercando di arrivare in forma all’appuntamento non era nella stessa condizione di quando aveva lasciato il tennis a 19 anni. "Avevo 25 chili in più ed ho potuto sentire i commenti: Oh mio Dio! Che cosa le è accaduto? Avete visto come è grassa? Voglio dire, mi avevano quasi pugnalato a morte. Ero stata fuori dal circuito per due anni. Mio padre era molto malato. Io non ero più un adolescente. Mi sono sfogata con il cibo. Che cosa si aspettavano? "
Monica Seles vinse un altro importante titolo, l'Australian Open nel 1996, ma pur volendo ancora vincere tanto come prima, non poteva smettere di mangiare per continuare a farlo. Dopo il suo ritorno alle competizioni ha collezionato solo tre finali , una vittoria nelle prove dello Slam e 20 titoli WTA. Essendo stata naturalizzata americana nelle 1994, con la nazionale a stelle e strisce vinse 3 Fed Cup e un bronzo Olimpico ad Atlanta 1996.
Nel 1998 arriva la morte annunciata del padre e comincia un lento declino che la riporta di nuovo ad abbuffate giornaliere da 5000 calorie. Incomincia una serie innumerevole di infortuni ai piedi e alle caviglie che hanno poi prematuramente messo la parola fine alla sua straordinaria e sfortunata carriera. Con il tempo Monica capì che il mistero sul suo mangiare era che non vi era nessun mistero. “Il problema non era ciò che mangiavo, ma ciò che mi stava mangiando” e come ogni grande campione si trova sempre un altro modo per vivere e per vincere.
Oggi la Seles è ambasciatrice dell'ONU e testimonial della microalga "Spirulina" contro la malnutrizione insieme a persone come Maradona, Tushar Gandhi e la famiglia Obama.
Ha pubblicato un libro di memorie il cui titolo nell'edizione italiana è: "Ho ripreso il controllo. Del mio corpo, della mia mente, di me stessa" ed è la compagna del miliardario americano Tom Golisano.
Nel 2011 è stata inserita dalla rivista Time tra le "30 leggende del tennis femminile: passato, presente e futuro".
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giovedì 30 aprile 2026
giovedì 31 marzo 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1997 Martina Hingis diventa la più giovane tennista a raggiungere la vetta del ranking WTA.
Ex tennista professionista svizzera, classe 1980, Martina Hingisova Molitor nasce il 30 settembre a Kosice, Cecoslovacchia (oggi Slovacchia), vive per un certo periodo in Florida, per poi tornare in Svizzera, dove risiede nella cittadina di Trubbach. E' entrata nella storia come la più giovane persona a vincere un titolo al Torneo di Wimbledon. Il suo futuro, d'altronde, non poteva che essere segnato, se è vero che venne chiamata Martina in onore della grande Martina Navratilova, altra grande tennista di origine cecoslovacca.
Come molte tenniste professioniste, Martina Hingis ha iniziato a giocare in giovane età, cosa che, dopotutto, quel durissimo sport che è il tennis richiede. Maneggiare una racchetta è quasi come maneggiare un violino: prima si inizia, meglio è. A cinque anni la vediamo già sgambettare sui campi in terra rossa, partecipare a vari tornei appena diventa un po' più grandicella e, a sedici anni, fare coppia con Helena Sukova in uno storico doppio femminile.
Negli incontri di singolo la carriera è folgorante: è proiettata in men che non si dica nel firmamento internazionale; vince a Wimbledon e gli US Open nel 1997 (a soli diciassette anni) e gli Australian Open rispettivamente nel 1997, 1998 e 1999.
Nel 1998 vince tutti i tornei di doppio del Grande Slam, incantando pubblico e intenditori per il suo stile elegante e altamente spettacolare. Un tipo di gioco che è il frutto di una meticolosa applicazione della materia grigia, una sostanza che non tutti possono vantare di avere. Mancando infatti della potenza fisica di Monica Seles (per non parlare di altre atlete esplosive come Serena Williams), ha dovuto adattarsi ad un gioco basato sulla fantasia e sull'elemento sorpresa, affidandosi a colpi da fondo campo, fluidi e precisi, alla sua abilità sotto rete - che le ha permesso di diventare un'eccezionale giocatrice di doppio - e alla sua notevole varietà di colpi.
Martina Hingis è diventata popolare tra gli appassionati di tennis anche per il suo comportamento brillante ed effervescente in pubblico, combinato con un aspetto attraente che l'ha resa quasi un sex-symbol, nonché icona appetita dai sempre famelici pubblicitari. Nessuno stupore, dunque, che le sue apparizioni in doppio con l'altra campionessa-modella del tennis, Anna Kournikova, abbiano attirato l'attenzione dei media per motivi non solo sportivi.
Ma la carriera di Martina, dopo questa messe di successi, è destinata ad un duro stop. Dopo essere stata la numero 1 della classifica femminile, nell'ottobre 2002 interrompe l'attività a causa di cronici infortuni a piedi e ginocchio; nel febbraio 2003 dichiara addirittura di non prevedere un ritorno alle competizioni. Martina Hingis confessa di non essere in grado di giocare ad alti livelli, e che non è intenzionata a sopportare il dolore ai piedi giocando ad un livello inferiore.
Dopo lo stop si dedica allo studio serio dell'inglese, a cui alterna apparizioni pubblicitarie per conto di diversi sponsor.
L'altra sua grande passione è l'equitazione e certo non si fa mancare lunghe cavalcate con il suo cavallo preferito. Le era stata attribuita una relazione con Sergio García, giocatore di golf professionista, ma questi ha pubblicamente riconosciuto la fine della relazione nel 2004.
Dopo uno stop di tre anni, all'inizio del 2006 arriva il ritorno ufficiale al tennis della ex numero uno del mondo, superando il primo turno del torneo Wta di Gold Coast (Australia).
Nel mese di maggio dello stesso anno trionfa agli Internazionali di Roma, tornando di prepotenza nella top 20 mondiale.
Poi precipita: annuncia il ritiro all'inizio del mese di novembre 2007, dopo che è stata trovata positiva alla cocaina all'ultimo Torneo di Wimbledon: nel corso di una conferenza stampa a Zurigo, ha ammesso di essere coinvolta in un'inchiesta sul doping e di voler quindi lasciare l'attività agonistica.
All'inizio del 2008 la Federazione Internazionale di Tennis, come da regolamento, cancella tutti i suoi risultati ottenuti da Wimbledon 2007 e la squalifica per due anni. A ottobre del 2009, terminato il periodo di squalifica, Martina Hingis annuncia di non tornare più sui campi da tennis; a 29 anni decide di dedicarsi ai cavalli.
Nel 2013 ha ricominciato a calcare i campi del tennis professionistico, solo in doppio, disciplina nella quale nel 2015 torna la numero 1 della classifica mondiale.
Si è definitivamente ritirata nel 2017, quando era ancora al primo posto nella classifica mondiale del doppio femminile, in coppia con la Chan.
Il 31 marzo 1997 Martina Hingis diventa la più giovane tennista a raggiungere la vetta del ranking WTA.
Ex tennista professionista svizzera, classe 1980, Martina Hingisova Molitor nasce il 30 settembre a Kosice, Cecoslovacchia (oggi Slovacchia), vive per un certo periodo in Florida, per poi tornare in Svizzera, dove risiede nella cittadina di Trubbach. E' entrata nella storia come la più giovane persona a vincere un titolo al Torneo di Wimbledon. Il suo futuro, d'altronde, non poteva che essere segnato, se è vero che venne chiamata Martina in onore della grande Martina Navratilova, altra grande tennista di origine cecoslovacca.
Come molte tenniste professioniste, Martina Hingis ha iniziato a giocare in giovane età, cosa che, dopotutto, quel durissimo sport che è il tennis richiede. Maneggiare una racchetta è quasi come maneggiare un violino: prima si inizia, meglio è. A cinque anni la vediamo già sgambettare sui campi in terra rossa, partecipare a vari tornei appena diventa un po' più grandicella e, a sedici anni, fare coppia con Helena Sukova in uno storico doppio femminile.
Negli incontri di singolo la carriera è folgorante: è proiettata in men che non si dica nel firmamento internazionale; vince a Wimbledon e gli US Open nel 1997 (a soli diciassette anni) e gli Australian Open rispettivamente nel 1997, 1998 e 1999.
Nel 1998 vince tutti i tornei di doppio del Grande Slam, incantando pubblico e intenditori per il suo stile elegante e altamente spettacolare. Un tipo di gioco che è il frutto di una meticolosa applicazione della materia grigia, una sostanza che non tutti possono vantare di avere. Mancando infatti della potenza fisica di Monica Seles (per non parlare di altre atlete esplosive come Serena Williams), ha dovuto adattarsi ad un gioco basato sulla fantasia e sull'elemento sorpresa, affidandosi a colpi da fondo campo, fluidi e precisi, alla sua abilità sotto rete - che le ha permesso di diventare un'eccezionale giocatrice di doppio - e alla sua notevole varietà di colpi.
Martina Hingis è diventata popolare tra gli appassionati di tennis anche per il suo comportamento brillante ed effervescente in pubblico, combinato con un aspetto attraente che l'ha resa quasi un sex-symbol, nonché icona appetita dai sempre famelici pubblicitari. Nessuno stupore, dunque, che le sue apparizioni in doppio con l'altra campionessa-modella del tennis, Anna Kournikova, abbiano attirato l'attenzione dei media per motivi non solo sportivi.
Ma la carriera di Martina, dopo questa messe di successi, è destinata ad un duro stop. Dopo essere stata la numero 1 della classifica femminile, nell'ottobre 2002 interrompe l'attività a causa di cronici infortuni a piedi e ginocchio; nel febbraio 2003 dichiara addirittura di non prevedere un ritorno alle competizioni. Martina Hingis confessa di non essere in grado di giocare ad alti livelli, e che non è intenzionata a sopportare il dolore ai piedi giocando ad un livello inferiore.
Dopo lo stop si dedica allo studio serio dell'inglese, a cui alterna apparizioni pubblicitarie per conto di diversi sponsor.
L'altra sua grande passione è l'equitazione e certo non si fa mancare lunghe cavalcate con il suo cavallo preferito. Le era stata attribuita una relazione con Sergio García, giocatore di golf professionista, ma questi ha pubblicamente riconosciuto la fine della relazione nel 2004.
Dopo uno stop di tre anni, all'inizio del 2006 arriva il ritorno ufficiale al tennis della ex numero uno del mondo, superando il primo turno del torneo Wta di Gold Coast (Australia).
Nel mese di maggio dello stesso anno trionfa agli Internazionali di Roma, tornando di prepotenza nella top 20 mondiale.
Poi precipita: annuncia il ritiro all'inizio del mese di novembre 2007, dopo che è stata trovata positiva alla cocaina all'ultimo Torneo di Wimbledon: nel corso di una conferenza stampa a Zurigo, ha ammesso di essere coinvolta in un'inchiesta sul doping e di voler quindi lasciare l'attività agonistica.
All'inizio del 2008 la Federazione Internazionale di Tennis, come da regolamento, cancella tutti i suoi risultati ottenuti da Wimbledon 2007 e la squalifica per due anni. A ottobre del 2009, terminato il periodo di squalifica, Martina Hingis annuncia di non tornare più sui campi da tennis; a 29 anni decide di dedicarsi ai cavalli.
Nel 2013 ha ricominciato a calcare i campi del tennis professionistico, solo in doppio, disciplina nella quale nel 2015 torna la numero 1 della classifica mondiale.
Si è definitivamente ritirata nel 2017, quando era ancora al primo posto nella classifica mondiale del doppio femminile, in coppia con la Chan.
lunedì 5 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 luglio.
Il 5 luglio 1975 Arthur Ashe vince il torneo di Wimbledon, unico atleta nero della storia a conquistarlo.
Arthur Robert Ashe nasce a Richmond, Virginia, il 10 luglio 1943. Durante la giovane età era basso e poco coordinato. Ma da quando iniziò a frequentare la scuola si diede alla pratica di varie discipline sportive, tra le quali il tennis, la pallacanestro e il football americano. Nel tennis vinse il titolo statale, mentre nel football aiutò la sua squadra ad arrivare al titolo cittadino, giocando come Wide receiver.
Ashe iniziò ad attirare l'attenzione degli appassionati di tennis dopo che vinse un premio tennistico a UCLA nel 1963; nello stesso anno divenne il primo afroamericano ad essere selezionato per giocare nella squadra statunitense in Coppa Davis.
Nel 1965 Ashe vinse il titolo individuale NCAA e diede un importante contributo alla vittoria di UCLA del titolo a squadre NCAA. Con questa carriera universitaria costellata di successi, Ashe ascese facilmente ad essere considerato uno dei migliori giocatori dell'intero panorama mondiale, grazie anche al suo passaggio tra i professionisti nel 1969.
A partire dal 1969 era opinione comune che Ashe fosse il miglior giocatore maschile statunitense. Egli vinse il primo Us Open dell'era open e aiutò gli Stati Uniti a vincere nello stesso anno la Coppa Davis. Dato che il tennis pro non stava ricevendo una importanza mediatica commensurabile alla crescente popolarità dello sport in generale, Ashe fu una delle figure chiave nella fondazione dell'Association of Tennis Professionals (ATP).
In questo anno Ashe dovette superare un'altra prova, quando gli fu impedito dal governo di Johannesburg di giocare gli Open organizzati in Sudafrica. Ashe decise di usare questo caso internazionale per avviare una campagna di denuncia nei confronti dell'Apartheid arrivando a chiedere l'espulsione della federazione sudafricana dal circuito tennistico professionale.
L'anno successivo aggiunse, nel frattempo, al suo palmares un secondo titolo del Grande Slam, l'Australian Open.
Nel 1975, dopo alcuni anni di risultati di non altissimo livello, Ashe giocò la migliore stagione della sua carriera, vincendo il torneo più prestigioso del mondo, Wimbledon, sconfiggendo inaspettatamente in finale Jimmy Connors.
Rimane anche attualmente il solo giocatore di colore ad aver vinto il singolare maschile a Wimbledon, all'US Open o all'Australian Open e uno dei due tennisti di colore ad aver vinto un torneo singolare maschile del Grande Slam insieme a Yannich Noah che vinse il Roland Garros nel 1983.
Ashe giocò per altri anni, ma dopo essere stato colpito da un infarto nel 1979, si ritirò nel 1980.
Nella sua autobiografia pubblicata nel 1979 Jack Kramer ha inserito Ashe al ventunesimo posto della classifica dei migliori tennisti di tutti i tempi.
Dopo il suo ritiro Ashe assunse tanti altri compiti come scrivere per il TIME, fare il commentatore per la ABC Sport, fondare la National Junior Tennis League ed essere il capitano della squadra statunitense di Coppa Davis. Nel 1983 Ashe subì un secondo attacco di cuore. Nel 1985 fu meritatamente nominato nella Tennis Hall of Fame.
La vita di Ashe subì una svolta tragica nel 1988 quando scoprì di aver contratto il virus HIV durante una trasfusione di sangue subita durante una delle due operazioni che subì al cuore. Lui e sua moglie mantennero segreta la notizia della malattia sino all'8 aprile 1992 quando USA Today riportò la notizia del suo grave stato di salute.
Negli ultimi anni della sua vita Ashe prestò molta attenzione alla diffusione dell'AIDS nel mondo. Due mesi prima di morire fondò la Arthur Ashe Institute for Urban Health per aiutare le persone dotate di un'assicurazione medica insufficiente alla propria salute; questa fondazione fece sì che Ashe fosse nominato sportivo dell'anno dal magazine di Sports Illustrated. Spese anche buona parte dei suoi ultimi anni nello scrivere le sue memorie, Days of Grace, finendo il manoscritto soltanto una settimana prima della sua morte.
Ashe morì per le complicazioni insorte in seguito all'AIDS il 6 febbraio 1993; non aveva ancora compiuto 50 anni.
A Flushing Meadows, dove si giocano gli US Open, il campo centrale è stato intitolato alla sua memoria.
Il 5 luglio 1975 Arthur Ashe vince il torneo di Wimbledon, unico atleta nero della storia a conquistarlo.
Arthur Robert Ashe nasce a Richmond, Virginia, il 10 luglio 1943. Durante la giovane età era basso e poco coordinato. Ma da quando iniziò a frequentare la scuola si diede alla pratica di varie discipline sportive, tra le quali il tennis, la pallacanestro e il football americano. Nel tennis vinse il titolo statale, mentre nel football aiutò la sua squadra ad arrivare al titolo cittadino, giocando come Wide receiver.
Ashe iniziò ad attirare l'attenzione degli appassionati di tennis dopo che vinse un premio tennistico a UCLA nel 1963; nello stesso anno divenne il primo afroamericano ad essere selezionato per giocare nella squadra statunitense in Coppa Davis.
Nel 1965 Ashe vinse il titolo individuale NCAA e diede un importante contributo alla vittoria di UCLA del titolo a squadre NCAA. Con questa carriera universitaria costellata di successi, Ashe ascese facilmente ad essere considerato uno dei migliori giocatori dell'intero panorama mondiale, grazie anche al suo passaggio tra i professionisti nel 1969.
A partire dal 1969 era opinione comune che Ashe fosse il miglior giocatore maschile statunitense. Egli vinse il primo Us Open dell'era open e aiutò gli Stati Uniti a vincere nello stesso anno la Coppa Davis. Dato che il tennis pro non stava ricevendo una importanza mediatica commensurabile alla crescente popolarità dello sport in generale, Ashe fu una delle figure chiave nella fondazione dell'Association of Tennis Professionals (ATP).
In questo anno Ashe dovette superare un'altra prova, quando gli fu impedito dal governo di Johannesburg di giocare gli Open organizzati in Sudafrica. Ashe decise di usare questo caso internazionale per avviare una campagna di denuncia nei confronti dell'Apartheid arrivando a chiedere l'espulsione della federazione sudafricana dal circuito tennistico professionale.
L'anno successivo aggiunse, nel frattempo, al suo palmares un secondo titolo del Grande Slam, l'Australian Open.
Nel 1975, dopo alcuni anni di risultati di non altissimo livello, Ashe giocò la migliore stagione della sua carriera, vincendo il torneo più prestigioso del mondo, Wimbledon, sconfiggendo inaspettatamente in finale Jimmy Connors.
Rimane anche attualmente il solo giocatore di colore ad aver vinto il singolare maschile a Wimbledon, all'US Open o all'Australian Open e uno dei due tennisti di colore ad aver vinto un torneo singolare maschile del Grande Slam insieme a Yannich Noah che vinse il Roland Garros nel 1983.
Ashe giocò per altri anni, ma dopo essere stato colpito da un infarto nel 1979, si ritirò nel 1980.
Nella sua autobiografia pubblicata nel 1979 Jack Kramer ha inserito Ashe al ventunesimo posto della classifica dei migliori tennisti di tutti i tempi.
Dopo il suo ritiro Ashe assunse tanti altri compiti come scrivere per il TIME, fare il commentatore per la ABC Sport, fondare la National Junior Tennis League ed essere il capitano della squadra statunitense di Coppa Davis. Nel 1983 Ashe subì un secondo attacco di cuore. Nel 1985 fu meritatamente nominato nella Tennis Hall of Fame.
La vita di Ashe subì una svolta tragica nel 1988 quando scoprì di aver contratto il virus HIV durante una trasfusione di sangue subita durante una delle due operazioni che subì al cuore. Lui e sua moglie mantennero segreta la notizia della malattia sino all'8 aprile 1992 quando USA Today riportò la notizia del suo grave stato di salute.
Negli ultimi anni della sua vita Ashe prestò molta attenzione alla diffusione dell'AIDS nel mondo. Due mesi prima di morire fondò la Arthur Ashe Institute for Urban Health per aiutare le persone dotate di un'assicurazione medica insufficiente alla propria salute; questa fondazione fece sì che Ashe fosse nominato sportivo dell'anno dal magazine di Sports Illustrated. Spese anche buona parte dei suoi ultimi anni nello scrivere le sue memorie, Days of Grace, finendo il manoscritto soltanto una settimana prima della sua morte.
Ashe morì per le complicazioni insorte in seguito all'AIDS il 6 febbraio 1993; non aveva ancora compiuto 50 anni.
A Flushing Meadows, dove si giocano gli US Open, il campo centrale è stato intitolato alla sua memoria.
giovedì 14 gennaio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1985 Martina Navratilova vince per la centesima volta un torneo di tennis.
Martina Navratilova nasce a Praga (attualmente Repubblica Ceca, ex Cecoslovacchia) il 18 ottobre del 1956.
I monti Krkonose, i Monti dei Giganti che confinano con la Polonia, sono stati la cornice della sua prima infanzia; su quelle nevi la madre Jana, maestra di sci, le impartì le prime lezioni e lì nacque la sua passione per la montagna (tuttora la residenza di Martina è ad Aspen, nello stato del Colorado). L'incontro fatale con il tennis avvenne qualche anno più tardi, sui campi in terra rossa di Revnice, il paesino nella campagna boema, poco distante da Praga, in cui la madre si trasferì verso il 1960, dopo la separazione dal marito. Il tennis era una tradizione nella famiglia di Martina: la nonna materna, Agnes Semanska, aveva fatto parte della nazionale cecoslovacca negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale. La piccola Martina trascorreva interi pomeriggi palleggiando contro il muro di casa con la racchetta di legno della nonna, e seguiva la madre quando si recava a giocare presso il locale club di tennis. Poi arrivarono le lezioni sul campo: il primo maestro di Martina fu l'amato patrigno Mirek Navratil, sposatosi con la madre nel 1962.
“Un giorno vincerai Wimbledon”; così Mirek spronava il suo talento, invitandola ad attaccare, a scendere a rete il più possibile, a costruire un gioco creativo e spettacolare. Il gioco al quale Martina ci abituò per tanti anni: estroso, istintivo, a tratti quasi “maschile” nella sua spregiudicatezza. La piccola mancina arrivò alle semifinali nel primo torneo disputato, all'età di otto anni, e dai dieci anni in poi iniziò a collezionare esperienza e successi in molti tornei giovanili, sia in patria che all'estero. Le lezioni prese al Klamovka Park di Praga da George Parma, il più grande tennista cecoslovacco di quei tempi, raffinarono ulteriormente la sua tecnica. A nove anni Martina iniziò a maturare l'idea di diventare una tennista professionista, dopo aver assistito con il padre ad un incontro di Rod Laver, il campione australiano vincitore di due Grandi Slam, che stava giocando un torneo a Praga. Due anni più tardi segnò il destino, suo e del suo paese, uno dei momenti più drammatici della storia cecoslovacca, che abbattè definitivamente la tacita speranza di rinnovamento covata dal popolo ceco dalla conquista sovietica del 1948 in poi. La mattina del 21 agosto 1968 i carri armati sovietici entrarono a Praga, stroncando quella che i libri ricordano come la Primavera di Praga, nel corso della quale Alexander Dubcek aveva tentato di imboccare la via del cosìddetto “socialismo dal volto umano”. Venne avviato in seguito un rigido processo di normalizzazione. Martina si trovò a crescere in un paese profondamente cambiato, più triste, certamente più povero, schiacciato da una dittatura che usava lo sport e i suoi campioni come meri strumenti di propaganda. Provò a vivere secondo i loro dettami nei primi due anni di professionismo, e questi non fecero che rafforzare in lei la decisione di lasciare il paese.
Numero uno nelle classifiche nazionali da oltre un anno, nel 1973, all'età di sedici anni, Martina divenne professionista. Fu proprio in quell'autunno che potè compiere il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il paese in cui prendeva forma la libertà tanto sognata, il paese di DisneyWorld, dei suoi attori preferiti visti al cinema (Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Ginger Rogers, Fred Astaire), nonché degli hamburger e di un consumismo a lei completamente estraneo. Al torneo di Akron Martina giocò il primo di quella lunga serie di incontri che avrebbero generato la più bella rivalità nella storia degli sport individuali. Quel giorno nell'Ohio vinse Chris Evert, già graziosa reginetta del tennis e beniamina indiscussa del pubblico americano. Nell'agosto del 1975, frustrata dalle continue intromissioni nella sua programmazione dei tornei da parte della Federazione Cecoslovacca, che zittiva ogni sua protesta con la minaccia di non concederle più permessi d'espatrio, Martina lasciò definitivamente la terra natia e volò negli Stati Uniti per giocare gli Open, dove giunse in semifinale, sconfitta dalla Evert. Di lì ad un mese ottenne la Green Card, il permesso di soggiorno. Diciannovenne, aveva lasciato la sua patria, che dopo averla assurta per anni ad icona dello sport nazionale, ora la privava della cittadinanza, dichiarandola "persona non desiderata", e nella quale solo nel 1986, in occasione della Federation Cup, le venne concesso un breve rientro, sotto la rigida sorveglianza che spetta ai dissidenti politici. Ma aveva lasciato anche la vita da studente, le partite ad hockey su ghiaccio con gli amici e, soprattutto, la famiglia. Temeva che non le sarebbe più stato possibile rivedere i suoi cari; effettivamente, potè riabbracciarli solo quattro anni dopo. Furono difficili i primi periodi negli Stati Uniti, e non segnarono grossi successi in campo tennistico; la non perfetta forma fisica, dovuta ad un'alimentazione sbagliata, le valse inoltre l'ironico soprannome di “Great Wide Hope”, coniato dal giornalista Bud Collins.
Lentamente Martina cercò di crearsi delle radici nella sua nuova patria, circondandosi di buoni amici; un grande aiuto le venne offerto proprio da un'amica, la campionessa di golf Sandra Haynie. Insegnò a Martina come razionalizzare le tumultuose emozioni foriere di tanti scoppi d'ira, inutilmente dispendiosi in termini di energia e che la condannavano a perdere partite altrimenti alla sua portata. La nuova forma mentis regalò a Martina il primo grande risultato della sua carriera, avveramento della profezia paterna: l'8 luglio del 1978 si aggiudicò il torneo di Wimbledon, sconfiggendo in finale l'amica – rivale Chris Evert. E, con i punti così guadagnati, divenne per la prima volta la numero uno delle classifiche mondiali. Ci sarebbero voluti comunque molti anni ancora, prima che Martina potesse scrollarsi di dosso defintivamente l'etichetta di loser, di perdente, che gli americani le avevano ormai affibbiato; diventando addirittura, ironia della sorte e beffa per i giornalisti dalle sentenze facili, la giocatrice che ha vinto più di chiunque altro nella storia del tennis, maschile e femminile. Vicende sentimentali influirono sui suoi risultati tra il 1979 e il 1980, per cui vinse ancora Wimbledon nel '79, ma nessun titolo del Grande Slam l'anno seguente. In particolare, i media fissarono la loro attenzione sulla relazione con la scrittrice Rita Mae Brown, nota autrice americana di bestseller; Martina fece la scelta coraggiosa, e controcorrente in quegli anni, di dichiarare la propria bisessualità in risposta alle domande dei giornalisti. Pagò per la sua sincerità; la più grande tennista della storia non fu certamente anche la più sponsorizzata dalle aziende... Il 21 luglio del 1981, dopo sei anni trascorsi da apolide, Martina ottenne finalmente la cittadinanza americana. Coronò l'anno vincendo di nuovo un torneo dello Slam: gli Australian Open, sull'erba del vecchio stadio Kooyong di Sydney. Era l'inizio di una nuova fase nella carriera di Martina: quella dei grandi successi, dei guadagni e dei molti record. E, finalmente, degli applausi del pubblico, che iniziava a schierarsi dalla sua parte.
La “nuova” Martina era il frutto del duro lavoro di preparazione atletica messo a punto con Nancy Lieberman, giovane stella del basket americano negli anni Settanta, vincitrice di due medaglie d'oro alle Olimpiadi. La loro brillante collaborazione sportiva proseguì dalla metà del 1981 agli inizi del 1984. Il piano di allenamento mirava allo sviluppo delle potenzialità atletiche utili nel tennis, e spaziava dal sollevamento pesi allo stretching, dalla corsa agli esercizi per migliorare l'agilità fisica, comprendendo anche una adeguata dieta alimentare. In campo ebbe, per la prima volta da quando era diventata professionista, un'allenatrice, Renée Richards, alla quale fecero seguito Mike Estep e, dal 1989, Craig Kardon; insieme a loro Martina elaborò nuove tecniche d'allenamento, studiò ogni singolo aspetto del gioco, perfezionando l'esecuzione dei colpi ed adattandola ai mutamenti dell'attrezzo. Erano infatti gli anni in cui le racchette di legno cominciavano lentamente a venire sostituite con le nuove versioni oversize. Queste rivoluzionarono non poco il gioco; acquisirono sempre maggiore peso i fondamentali e la tecnica del fondocampo, e si assistette al graduale tramonto del serve and volley, di cui Martina sarebbe rimasta sempre più solitaria esponente. Nel 1982 una prodigiosa Martina mostrò al mondo intero la sua nuova forza, fisica e mentale; vinse la cifra record di 15 tornei nel singolare e - da non dimenticare - 14 tornei nel doppio, per un totale quindi di 29 tornei in un anno! Tra questi, il primo titolo sulla terra di Parigi e la prima delle sei vittorie consecutive sull'amata erba londinese. L'anno successivo si aggiudicò altri 15 tornei nel singolare (e 13 nel doppio); vinse per la prima volta, finalmente, gli Open della sua patria “adottiva” e si riconfermò campionessa a Wimbledon e in Australia, realizzando così un “Piccolo Slam". Nel 1984 completò nuovamente tre quarti di Slam: fu sconfitta nella finale della quarta tappa, quella australiana. L'ex connazionale Helena Sukova la bloccò proprio ad un passo dalla realizzazione del Grande Slam.
Ormai Martina aveva raggiunto e, per molti versi, superato, il livello della sua eterna rivale; ma Chris Evert non si diede per vinta. Con classe ed umiltà da vera campionessa si "rimboccò le maniche", inziando ad allenarsi duramente per adeguarsi alle nuove abilità di Martina, e cedette solo a caro prezzo lo scettro a lungo appartenutole. Ne risultò una rivalità bellissima, dignitosa, emozionante, mai scontata, che per quasi un decennio fece innamorare del tennis femminile gli sportivi di tutto il mondo. Martina e Chris offrivano uno scontro appassionante sul piano tecnico, con due modi differenti di interpretare il gioco: le spettacolari discese a rete, l'estroso serve and volley di Martina, contro l'attacco da fondocampo preciso, quasi “chirurgico”, di Chris. Ma offrivano anche uno scontro sul piano mentale: l'emotività, l'istintività di Martina, contro il controllo e la ponderazione razionale di Chris. L'eterna sfida terminò sul finire del 1988, con la vittoria di Martina nella finale del torneo di Chicago. L'anno successivo Chris Evert si ritirò dal professionismo; ricominciò da allora l'amicizia che le aveva legate in gioventù, e che gli anni di continua competizione avevano inevitabilmente affievolito.
Nell'agosto del 1987, dopo 331 settimane trascorse al vertice delle classifiche mondiali, Martina dovette cedere lo scettro a Steffi Graf. Per Martina fu l'inizio di un'era di nuovi scontri: quelli dell'ormai ex regina alle prese con giovani arrembanti, tutte tecnicamente più simili a Chris Evert, mentalmente agguerrite, dotate della spavalderia adolescenziale non intaccata dall'esperienza che segna l'età adulta. Nel 1990 Martina realizzò un ultimo, straordinario ed ambito, record: la nona vittoria a Wimbledon, su quell'erba che forse meglio di ogni altra superficie ha saputo valorizzare il suo gioco.
Il 1991 portò con sè non poche amarezze nella vita di Martina: la separazione da Judy Nelson, sua compagna per otto anni, si concluse con uno spiacevole procedimento giudiziario che le valse per mesi l'attenzione dei media americani. Dal marzo di quell'anno la nuova reginetta delle classifiche era la diciassettenne jugoslava Monica Seles, con la quale Martina giocò tre finali quasi consecutive: agli Us Open, a Milano - prima ed unica edizione femminile del torneo -, ai Virginia Slims Masters di New York. Il verdetto fu sempre il medesimo: partite belle, emozionanti, incerte sino alla fine, che negli ultimi games vedevano il sopravvento della maggiore resistenza fisica e dalla minore età di Monica. Il 21 febbraio del 1993 Martina ottenne quella che lei stessa definì come una delle vittorie più belle e significative della sua carriera: a 36 anni e 4 mesi sconfisse la numero uno in carica, Monica, in tre set molto combattuti. Il destino ha voluto che quella fosse la loro ultima sfida; il 30 aprile seguente Monica venne accoltellata da uno squilibrato durante un cambio di campo, nei quarti del torneo di Amburgo. Solo nell'agosto del 1995, mezz'anno dopo il ritiro di Martina, Monica Seles tornò alle gare, con grande coraggio e sollecitata in tal senso proprio da Martina, per cercare di riaccaparrarsi quello scettro assurdamente strappatole con la violenza.
Il 1994 viene ricordato come l'anno del farewell tour, il tour dell'addio; alla fine del 1993 Martina aveva infatti annunciato la sua intenzione di lasciare il professionismo al termine dell'anno successivo. Ebbe modo così di congedarsi dai tornei che più aveva amato in ventun anni di carriera, e dal suo pubblico. A Roma venne sconfitta in finale dalla spagnola Conchita Martinez e ricevette un'interminabile standing – ovation. Fu poi la volta di Parigi, dove perse al primo turno; commovente il commiato di "Queen of Wimbledon" dal suo torneo, nel quale giocò un'ennesima, inaspettata finale, sconfitta nuovamente dalla Martinez. Tornò a casa con un ciuffo d'erba come ricordo, immortalata dai fotografi nell'atto di strapparlo dopo la premiazione. Il 14 ottobre, al torneo di Filderstadt, Martina giocò il suo ultimo incontro in Europa. Il 15 novembre, l'addio. Al primo turno dei Masters di New York, sconfitta da Gabriela Sabatini. Nell'atrio del Madison Square Garden era esposta un'enorme palla da tennis, con impresse diecimila firme di ammiratori e tifosi di Martina, ed una semplice, eloquente, scritta: “Thanks for the memories”.
A partire dal 2000 tornò a giocare nei tornei di doppio, e occasionalmente in singolare. Nel 2003 vinse il doppio misto agli Australian Open e a Wimbledon, in coppia con Leander Paes. Questo la rese in quel momento la più vecchia vincitrice in un torneo del Grande Slam (a 46 anni e 8 mesi). La vittoria agli Australian Open la rese la terza giocatrice nella storia a vincere tutti e quattro i tornei del Grande Slam sia nel singolare femminile, che nel doppio, che nel doppio misto. La vittoria a Wimbledon le permise di uguagliare il record di Billie Jean King, di 20 titoli di Wimbledon (sommando singolari e doppi) e portò il numero complessivo di titoli del Grande Slam a 58 (seconda solo a Margaret Court, che ne vinse 62). La Navrátilová vinse un incontro di singolo nel primo turno del torneo di Wimbledon del 2004, a 47 anni e 8 mesi, diventando la giocatrice più anziana a vincere un incontro di singolo in un torneo del circuito professionistico nell'era Open.
Nel corso della carriera ha vinto 167 tornei di singolare (più di chiunque altro nell'era Open) e 178 titoli di doppio. Il 5 luglio 2006, a Wimbledon, ha annunciato il suo addio definitivo anche alle competizioni di doppio, entro l'anno, per «andare verso la mia vita futura, passare più tempo a casa, con la mia compagna (one-and-only) e con i miei animali, e dedicarmi di più ai miei interessi». Successivamente ha reso noto che gli US Open di New York sarebbero stati il suo ultimo torneo.
A meno di due mesi dai 50 anni, è riuscita a restare in vetta fino all'ultimo: il 21 agosto 2006, agli US Open, insieme al connazionale Bob Bryan, ha battuto nella finale del doppio misto, i cechi Kveta Peschke-Martin Damm (6-2 6-3 il punteggio) salutando il tennis giocato alla sua maniera: con l'ennesimo titolo del Grande Slam.
Nel dicembre 2010 è stata curata nell'ospedale di Nairobi per un edema polmonare acuto che ha colpito la tennista a quota 4.500 metri, durante un tentativo di scalata del Kilimangiaro. Nel dicembre 2014 si è sposata con Julia Lemigova, sua compagna da diversi anni.
Il 14 gennaio 1985 Martina Navratilova vince per la centesima volta un torneo di tennis.
Martina Navratilova nasce a Praga (attualmente Repubblica Ceca, ex Cecoslovacchia) il 18 ottobre del 1956.
I monti Krkonose, i Monti dei Giganti che confinano con la Polonia, sono stati la cornice della sua prima infanzia; su quelle nevi la madre Jana, maestra di sci, le impartì le prime lezioni e lì nacque la sua passione per la montagna (tuttora la residenza di Martina è ad Aspen, nello stato del Colorado). L'incontro fatale con il tennis avvenne qualche anno più tardi, sui campi in terra rossa di Revnice, il paesino nella campagna boema, poco distante da Praga, in cui la madre si trasferì verso il 1960, dopo la separazione dal marito. Il tennis era una tradizione nella famiglia di Martina: la nonna materna, Agnes Semanska, aveva fatto parte della nazionale cecoslovacca negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale. La piccola Martina trascorreva interi pomeriggi palleggiando contro il muro di casa con la racchetta di legno della nonna, e seguiva la madre quando si recava a giocare presso il locale club di tennis. Poi arrivarono le lezioni sul campo: il primo maestro di Martina fu l'amato patrigno Mirek Navratil, sposatosi con la madre nel 1962.
“Un giorno vincerai Wimbledon”; così Mirek spronava il suo talento, invitandola ad attaccare, a scendere a rete il più possibile, a costruire un gioco creativo e spettacolare. Il gioco al quale Martina ci abituò per tanti anni: estroso, istintivo, a tratti quasi “maschile” nella sua spregiudicatezza. La piccola mancina arrivò alle semifinali nel primo torneo disputato, all'età di otto anni, e dai dieci anni in poi iniziò a collezionare esperienza e successi in molti tornei giovanili, sia in patria che all'estero. Le lezioni prese al Klamovka Park di Praga da George Parma, il più grande tennista cecoslovacco di quei tempi, raffinarono ulteriormente la sua tecnica. A nove anni Martina iniziò a maturare l'idea di diventare una tennista professionista, dopo aver assistito con il padre ad un incontro di Rod Laver, il campione australiano vincitore di due Grandi Slam, che stava giocando un torneo a Praga. Due anni più tardi segnò il destino, suo e del suo paese, uno dei momenti più drammatici della storia cecoslovacca, che abbattè definitivamente la tacita speranza di rinnovamento covata dal popolo ceco dalla conquista sovietica del 1948 in poi. La mattina del 21 agosto 1968 i carri armati sovietici entrarono a Praga, stroncando quella che i libri ricordano come la Primavera di Praga, nel corso della quale Alexander Dubcek aveva tentato di imboccare la via del cosìddetto “socialismo dal volto umano”. Venne avviato in seguito un rigido processo di normalizzazione. Martina si trovò a crescere in un paese profondamente cambiato, più triste, certamente più povero, schiacciato da una dittatura che usava lo sport e i suoi campioni come meri strumenti di propaganda. Provò a vivere secondo i loro dettami nei primi due anni di professionismo, e questi non fecero che rafforzare in lei la decisione di lasciare il paese.
Numero uno nelle classifiche nazionali da oltre un anno, nel 1973, all'età di sedici anni, Martina divenne professionista. Fu proprio in quell'autunno che potè compiere il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il paese in cui prendeva forma la libertà tanto sognata, il paese di DisneyWorld, dei suoi attori preferiti visti al cinema (Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Ginger Rogers, Fred Astaire), nonché degli hamburger e di un consumismo a lei completamente estraneo. Al torneo di Akron Martina giocò il primo di quella lunga serie di incontri che avrebbero generato la più bella rivalità nella storia degli sport individuali. Quel giorno nell'Ohio vinse Chris Evert, già graziosa reginetta del tennis e beniamina indiscussa del pubblico americano. Nell'agosto del 1975, frustrata dalle continue intromissioni nella sua programmazione dei tornei da parte della Federazione Cecoslovacca, che zittiva ogni sua protesta con la minaccia di non concederle più permessi d'espatrio, Martina lasciò definitivamente la terra natia e volò negli Stati Uniti per giocare gli Open, dove giunse in semifinale, sconfitta dalla Evert. Di lì ad un mese ottenne la Green Card, il permesso di soggiorno. Diciannovenne, aveva lasciato la sua patria, che dopo averla assurta per anni ad icona dello sport nazionale, ora la privava della cittadinanza, dichiarandola "persona non desiderata", e nella quale solo nel 1986, in occasione della Federation Cup, le venne concesso un breve rientro, sotto la rigida sorveglianza che spetta ai dissidenti politici. Ma aveva lasciato anche la vita da studente, le partite ad hockey su ghiaccio con gli amici e, soprattutto, la famiglia. Temeva che non le sarebbe più stato possibile rivedere i suoi cari; effettivamente, potè riabbracciarli solo quattro anni dopo. Furono difficili i primi periodi negli Stati Uniti, e non segnarono grossi successi in campo tennistico; la non perfetta forma fisica, dovuta ad un'alimentazione sbagliata, le valse inoltre l'ironico soprannome di “Great Wide Hope”, coniato dal giornalista Bud Collins.
Lentamente Martina cercò di crearsi delle radici nella sua nuova patria, circondandosi di buoni amici; un grande aiuto le venne offerto proprio da un'amica, la campionessa di golf Sandra Haynie. Insegnò a Martina come razionalizzare le tumultuose emozioni foriere di tanti scoppi d'ira, inutilmente dispendiosi in termini di energia e che la condannavano a perdere partite altrimenti alla sua portata. La nuova forma mentis regalò a Martina il primo grande risultato della sua carriera, avveramento della profezia paterna: l'8 luglio del 1978 si aggiudicò il torneo di Wimbledon, sconfiggendo in finale l'amica – rivale Chris Evert. E, con i punti così guadagnati, divenne per la prima volta la numero uno delle classifiche mondiali. Ci sarebbero voluti comunque molti anni ancora, prima che Martina potesse scrollarsi di dosso defintivamente l'etichetta di loser, di perdente, che gli americani le avevano ormai affibbiato; diventando addirittura, ironia della sorte e beffa per i giornalisti dalle sentenze facili, la giocatrice che ha vinto più di chiunque altro nella storia del tennis, maschile e femminile. Vicende sentimentali influirono sui suoi risultati tra il 1979 e il 1980, per cui vinse ancora Wimbledon nel '79, ma nessun titolo del Grande Slam l'anno seguente. In particolare, i media fissarono la loro attenzione sulla relazione con la scrittrice Rita Mae Brown, nota autrice americana di bestseller; Martina fece la scelta coraggiosa, e controcorrente in quegli anni, di dichiarare la propria bisessualità in risposta alle domande dei giornalisti. Pagò per la sua sincerità; la più grande tennista della storia non fu certamente anche la più sponsorizzata dalle aziende... Il 21 luglio del 1981, dopo sei anni trascorsi da apolide, Martina ottenne finalmente la cittadinanza americana. Coronò l'anno vincendo di nuovo un torneo dello Slam: gli Australian Open, sull'erba del vecchio stadio Kooyong di Sydney. Era l'inizio di una nuova fase nella carriera di Martina: quella dei grandi successi, dei guadagni e dei molti record. E, finalmente, degli applausi del pubblico, che iniziava a schierarsi dalla sua parte.
La “nuova” Martina era il frutto del duro lavoro di preparazione atletica messo a punto con Nancy Lieberman, giovane stella del basket americano negli anni Settanta, vincitrice di due medaglie d'oro alle Olimpiadi. La loro brillante collaborazione sportiva proseguì dalla metà del 1981 agli inizi del 1984. Il piano di allenamento mirava allo sviluppo delle potenzialità atletiche utili nel tennis, e spaziava dal sollevamento pesi allo stretching, dalla corsa agli esercizi per migliorare l'agilità fisica, comprendendo anche una adeguata dieta alimentare. In campo ebbe, per la prima volta da quando era diventata professionista, un'allenatrice, Renée Richards, alla quale fecero seguito Mike Estep e, dal 1989, Craig Kardon; insieme a loro Martina elaborò nuove tecniche d'allenamento, studiò ogni singolo aspetto del gioco, perfezionando l'esecuzione dei colpi ed adattandola ai mutamenti dell'attrezzo. Erano infatti gli anni in cui le racchette di legno cominciavano lentamente a venire sostituite con le nuove versioni oversize. Queste rivoluzionarono non poco il gioco; acquisirono sempre maggiore peso i fondamentali e la tecnica del fondocampo, e si assistette al graduale tramonto del serve and volley, di cui Martina sarebbe rimasta sempre più solitaria esponente. Nel 1982 una prodigiosa Martina mostrò al mondo intero la sua nuova forza, fisica e mentale; vinse la cifra record di 15 tornei nel singolare e - da non dimenticare - 14 tornei nel doppio, per un totale quindi di 29 tornei in un anno! Tra questi, il primo titolo sulla terra di Parigi e la prima delle sei vittorie consecutive sull'amata erba londinese. L'anno successivo si aggiudicò altri 15 tornei nel singolare (e 13 nel doppio); vinse per la prima volta, finalmente, gli Open della sua patria “adottiva” e si riconfermò campionessa a Wimbledon e in Australia, realizzando così un “Piccolo Slam". Nel 1984 completò nuovamente tre quarti di Slam: fu sconfitta nella finale della quarta tappa, quella australiana. L'ex connazionale Helena Sukova la bloccò proprio ad un passo dalla realizzazione del Grande Slam.
Ormai Martina aveva raggiunto e, per molti versi, superato, il livello della sua eterna rivale; ma Chris Evert non si diede per vinta. Con classe ed umiltà da vera campionessa si "rimboccò le maniche", inziando ad allenarsi duramente per adeguarsi alle nuove abilità di Martina, e cedette solo a caro prezzo lo scettro a lungo appartenutole. Ne risultò una rivalità bellissima, dignitosa, emozionante, mai scontata, che per quasi un decennio fece innamorare del tennis femminile gli sportivi di tutto il mondo. Martina e Chris offrivano uno scontro appassionante sul piano tecnico, con due modi differenti di interpretare il gioco: le spettacolari discese a rete, l'estroso serve and volley di Martina, contro l'attacco da fondocampo preciso, quasi “chirurgico”, di Chris. Ma offrivano anche uno scontro sul piano mentale: l'emotività, l'istintività di Martina, contro il controllo e la ponderazione razionale di Chris. L'eterna sfida terminò sul finire del 1988, con la vittoria di Martina nella finale del torneo di Chicago. L'anno successivo Chris Evert si ritirò dal professionismo; ricominciò da allora l'amicizia che le aveva legate in gioventù, e che gli anni di continua competizione avevano inevitabilmente affievolito.
Nell'agosto del 1987, dopo 331 settimane trascorse al vertice delle classifiche mondiali, Martina dovette cedere lo scettro a Steffi Graf. Per Martina fu l'inizio di un'era di nuovi scontri: quelli dell'ormai ex regina alle prese con giovani arrembanti, tutte tecnicamente più simili a Chris Evert, mentalmente agguerrite, dotate della spavalderia adolescenziale non intaccata dall'esperienza che segna l'età adulta. Nel 1990 Martina realizzò un ultimo, straordinario ed ambito, record: la nona vittoria a Wimbledon, su quell'erba che forse meglio di ogni altra superficie ha saputo valorizzare il suo gioco.
Il 1991 portò con sè non poche amarezze nella vita di Martina: la separazione da Judy Nelson, sua compagna per otto anni, si concluse con uno spiacevole procedimento giudiziario che le valse per mesi l'attenzione dei media americani. Dal marzo di quell'anno la nuova reginetta delle classifiche era la diciassettenne jugoslava Monica Seles, con la quale Martina giocò tre finali quasi consecutive: agli Us Open, a Milano - prima ed unica edizione femminile del torneo -, ai Virginia Slims Masters di New York. Il verdetto fu sempre il medesimo: partite belle, emozionanti, incerte sino alla fine, che negli ultimi games vedevano il sopravvento della maggiore resistenza fisica e dalla minore età di Monica. Il 21 febbraio del 1993 Martina ottenne quella che lei stessa definì come una delle vittorie più belle e significative della sua carriera: a 36 anni e 4 mesi sconfisse la numero uno in carica, Monica, in tre set molto combattuti. Il destino ha voluto che quella fosse la loro ultima sfida; il 30 aprile seguente Monica venne accoltellata da uno squilibrato durante un cambio di campo, nei quarti del torneo di Amburgo. Solo nell'agosto del 1995, mezz'anno dopo il ritiro di Martina, Monica Seles tornò alle gare, con grande coraggio e sollecitata in tal senso proprio da Martina, per cercare di riaccaparrarsi quello scettro assurdamente strappatole con la violenza.
Il 1994 viene ricordato come l'anno del farewell tour, il tour dell'addio; alla fine del 1993 Martina aveva infatti annunciato la sua intenzione di lasciare il professionismo al termine dell'anno successivo. Ebbe modo così di congedarsi dai tornei che più aveva amato in ventun anni di carriera, e dal suo pubblico. A Roma venne sconfitta in finale dalla spagnola Conchita Martinez e ricevette un'interminabile standing – ovation. Fu poi la volta di Parigi, dove perse al primo turno; commovente il commiato di "Queen of Wimbledon" dal suo torneo, nel quale giocò un'ennesima, inaspettata finale, sconfitta nuovamente dalla Martinez. Tornò a casa con un ciuffo d'erba come ricordo, immortalata dai fotografi nell'atto di strapparlo dopo la premiazione. Il 14 ottobre, al torneo di Filderstadt, Martina giocò il suo ultimo incontro in Europa. Il 15 novembre, l'addio. Al primo turno dei Masters di New York, sconfitta da Gabriela Sabatini. Nell'atrio del Madison Square Garden era esposta un'enorme palla da tennis, con impresse diecimila firme di ammiratori e tifosi di Martina, ed una semplice, eloquente, scritta: “Thanks for the memories”.
A partire dal 2000 tornò a giocare nei tornei di doppio, e occasionalmente in singolare. Nel 2003 vinse il doppio misto agli Australian Open e a Wimbledon, in coppia con Leander Paes. Questo la rese in quel momento la più vecchia vincitrice in un torneo del Grande Slam (a 46 anni e 8 mesi). La vittoria agli Australian Open la rese la terza giocatrice nella storia a vincere tutti e quattro i tornei del Grande Slam sia nel singolare femminile, che nel doppio, che nel doppio misto. La vittoria a Wimbledon le permise di uguagliare il record di Billie Jean King, di 20 titoli di Wimbledon (sommando singolari e doppi) e portò il numero complessivo di titoli del Grande Slam a 58 (seconda solo a Margaret Court, che ne vinse 62). La Navrátilová vinse un incontro di singolo nel primo turno del torneo di Wimbledon del 2004, a 47 anni e 8 mesi, diventando la giocatrice più anziana a vincere un incontro di singolo in un torneo del circuito professionistico nell'era Open.
Nel corso della carriera ha vinto 167 tornei di singolare (più di chiunque altro nell'era Open) e 178 titoli di doppio. Il 5 luglio 2006, a Wimbledon, ha annunciato il suo addio definitivo anche alle competizioni di doppio, entro l'anno, per «andare verso la mia vita futura, passare più tempo a casa, con la mia compagna (one-and-only) e con i miei animali, e dedicarmi di più ai miei interessi». Successivamente ha reso noto che gli US Open di New York sarebbero stati il suo ultimo torneo.
A meno di due mesi dai 50 anni, è riuscita a restare in vetta fino all'ultimo: il 21 agosto 2006, agli US Open, insieme al connazionale Bob Bryan, ha battuto nella finale del doppio misto, i cechi Kveta Peschke-Martin Damm (6-2 6-3 il punteggio) salutando il tennis giocato alla sua maniera: con l'ennesimo titolo del Grande Slam.
Nel dicembre 2010 è stata curata nell'ospedale di Nairobi per un edema polmonare acuto che ha colpito la tennista a quota 4.500 metri, durante un tentativo di scalata del Kilimangiaro. Nel dicembre 2014 si è sposata con Julia Lemigova, sua compagna da diversi anni.
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