Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1896 nasce lo psicologo Jean Piàget.
Jean Piaget nacque il 9 agosto 1896, a Neuchâtel, Svizzera.
Suo padre, uno storico dedito alla letteratura medievale, è descritto da Piaget come "un uomo con una mente molto coscienziosa e critica, che disdegna fortemente le generalizzazioni improvvisate e che non teme di dare avvio a una battaglia quando scopre che una verità storica è rigirata per adattarsi a tradizioni rispettabili". Piaget ricorda sua madre come una persona intelligente, energica e dolce, ma con un temperamento nevrotico che l'ha portata sia a imitare il padre, sia a rifugiarsi in quello che Piaget ha chiamato un "mondo privato e non fittizio", un mondo di lavoro serio. Piaget riconosce che la situazione turbolenta della sua famiglia ha creato in lui l'interesse per la teoria psicoanalitica. Sarebbe più facile elencare ciò che non interessava Piaget da bambino piuttosto che ciò che lo interessava. Un campione dei suoi interessi comprendeva la meccanica, le conchiglie di mare, gli uccelli e i fossili. Uno dei suoi primi scritti è stato un opuscolo (scritto in matita, perché non gli era ancora permesso di scrivere con l'inchiostro) in cui descriveva un "autovap", un'interessante unione fra un carro e una locomotiva. La prima pubblicazione di Piaget fu un articolo di una pagina, su un passero albino che egli aveva osservato nel parco. Questo risultato fu raggiunto all'età di 10 anni, molto prima che venisse a conoscenza del detto "pubblica o muori! ". L'interesse di Piaget per le raccolte esibite al museo di storia naturale locale, gli valsero l'invito del direttore ad assisterlo nella sua collezione di molluschi di mare. Così Piaget entrò nel campo della malacologia, lo studio dei molluschi, che catturò la sua attenzione per anni. Le pubblicazioni di Piaget sui molluschi attrassero in qualche misura l'attenzione degli studiosi di storia naturale. Senza che fosse conosciuto di persona, gli fu offerta la cura della sezione molluschi al museo di storia naturale di Ginevra. Egli dovette però declinare l'offerta in quanto non aveva ancora completato la scuola secondaria!
Piaget non si sottrasse alle crisi sociali e filosofiche tipiche dell'adolescenza. I conflitti fra l'insegnamento religioso e quello scientifico lo stimolarono a leggere avidamente Bergson, Kant, Spencer, Comte, Durkheim e William James, fra gli altri. Questa inquietudine filosofica viene espressa in un romanzo filosofico, pubblicato nel 1917. Che questo romanzo non divenne un best-seller lo si può capire leggendo frasi come queste: "Ora non ci può essere consapevolezza alcuna di queste qualità, perciò queste qualità non possono esistere, se non c'è relazione fra di esse, se cioè non sono mescolate in una qualità globale che le contiene pur mantenendole distinte", e "una teoria positiva della qualità che prenda in considerazione solo le relazioni di equilibrio e disequilibrio fra le nostre qualità". Piaget osservò che "nessuno parlò di quello scritto, ad eccezione di due filosofi indignati". Piaget continuò a scrivere intorno a una quantità di questioni filosofiche. Egli annota: "Scrissi anche se lo facevo solo per me stesso, poiché non potevo pensare senza scrivere, ma doveva essere fatto in modo sistematico, come se si trattasse di un articolo da pubblicare". In questi scritti si possono ritrovare temi che sono fondamentali nei successivi lavori di Piaget, quali l'organizzazione logica delle azioni e la relazione fra le parti e il tutto. Piaget completò i suoi studi formali in scienze naturali e prese la laurea con una tesi sui molluschi all'Università di Neuchâtel, nel 1918 all'età di 21 anni. Nonostante fino a quel momento avesse già pubblicato più di venti lavori, egli non era per niente ansioso di dedicare la sua vita alla malacologia. Dopo aver visitato i laboratori di psicologia a Zurigo e aver brevemente esplorato la teoria psicoanalitica, Piaget passò due anni alla Sorbonne. Lì studiò psicologia e filosofia. Fortunatamente (per la psicologia dello sviluppo), Piaget incontrò Théodore Simon, un pioniere nello sviluppo dei test di intelligenza. Simon, che aveva a disposizione il laboratorio di Alfred Binet in una scuola di Parigi, suggerì a Piaget di standardizzare i test di ragionamento di Binet sui bambini di Parigi. Piaget cominciò il lavoro con scarso entusiasmo, ma il suo interesse aumentò quando comincio a chiedere ai bambini le giustificazioni alle risposte corrette e scorrette da loro date. Cominciò ad essere affascinato dai processi di pensiero che apparivano guidare le risposte. In queste "conversazioni" egli faceva uso di tecniche psichiatriche che aveva appreso quando intervistava malati mentali per il corso che seguiva alla Sorbonne.
All'insaputa di Simon, Piaget continuò questo studio per due anni. La successiva pubblicazione di tre articoli basati sulla ricerca condotta nel laboratorio di Binet gli procurò nel 1921 l'offerta di diventare direttore degli studi all'Istituto J. J. Rousseau a Ginevra. Piaget progettava di passare solo cinque anni a studiare la psicologia del bambino (un piano che, fortunatamente, non riuscì). La libertà e le facilitazioni per la ricerca che Piaget ha avuto in questa posizione nutrirono le sue tendenze produttive e lo condussero a pubblicare cinque libri: Il linguaggio e il pensiero del fanciullo (1923), Giudizio e ragionamento nel bambino (1924), La rappresentazione del mondo nel fanciullo (1926), La causalità fisica nel bambino (1927), Il giudizio morale nel fanciullo (1932). Con sua grande sorpresa, i libri vennero letti e discussi diffusamente. Egli divenne noto come psicologo dello sviluppo, anche se non aveva la laurea in psicologia. Era molto richiesto per conferenze e in Europa la sua fama crebbe rapidamente. Questa attenzione del pubblico in qualche modo disturbava Piaget, anche perché pensava che le idee espresse nei suoi libri fossero preliminari e poco solide, piuttosto che affermazioni definitive come molta gente riteneva. Negli anni immediatamente seguenti, Piaget continuò le sue ricerche all'Istituto, insegnò filosofia all'Università di Neuchâtel, imparò la teoria della Gestalt, osservò i suoi figli e persino condusse qualche ricerca sui molluschi nel suo tempo libero! Dal 1929 al 1945, egli occupò diverse posizioni accademiche e amministrative all'Università di Ginevra, come pure posti internazionali, come la presidenza della commissione svizzera dell'Unesco. Intrattenne collaborazioni produttive con Mina Szeminska, Barbei Inhelder e Marcel Lambercier su temi come la manipolazione di oggetti, le nozioni di numero, di quantità fisica, di spazio e lo sviluppo della percezione. Venuto a conoscenza del lavoro di Piaget, Albert Einstein lo incoraggiò ad occuparsi dei concetti di tempo, velocità e movimento. In seguito a questo suggerimento, Piaget scrisse due libri stimolanti: Le développement de la notion du temps chez l'enfant (1946) e Les notions du mouvement et de la vitesse chez l'enfant (1946).
Gli anni Quaranta e Cinquanta furono segnati da ricerche su una straordinaria varietà di temi: vari aspetti dello sviluppo mentale, filosofia della conoscenza (la sua vecchia passione), educazione, storia del pensiero e logica. Fra i suoi titoli c'era quello di Professore di Psicologia all'Università' di Ginevra e della Sorbonne, Direttore dell'Istituto di Scienze dell'Educazione e Direttore dell'Ufficio Internazionale dell'Educazione. Inoltre, fondò il Centro di Epistemologia Genetica, un punto d'incontro per filosofi e per psicologi. Nel 1969, la American Association assegnò a Piaget il Distinguished Scientific Contribution Award "per la sua prospettiva rivoluzionaria sulla natura della conoscenza dell'uomo e dell'intelligenza biologica". Fu il primo europeo a ricevere tale riconoscimento. Piaget continuò a studiare il pensiero del bambino fino alla sua morte che avvenne il 16 settembre 1980, all'età dì 84 anni. Anche durante i suoi ultimi anni, libri e articoli continuarono a uscire dalla sua casa, il Centro di Epistemologia Genetica. I suoi ondeggianti capelli bianchi, la pipa, il berretto e la bicicletta erano una vista familiare a Ginevra. Abbiamo la seguente descrizione di Piaget a 70 anni: "Si muove in modo deliberato, ma i suoi occhi azzurri brillano di giovinezza, buon umore ed entusiasmo. Era benevolo ma non così pesante da assomigliare a Babbo Natale; piuttosto, richiamava vagamente delle immagini di Franz Liszt che fossero scese fra di noi". Non si può fare a meno di essere colpiti dalla straordinaria produttività di Piaget. Una stima conservativa dei suoi scritti parla di un numero di libri superiore a quaranta e più di 100 articoli solo di psicologia del bambino. Se si aggiungono le pubblicazioni di filosofia e di educazione, le cifre si gonfiano ancora di più.
Jean Piaget è stato lo studioso che ha maggiormente contribuito a modificare l'immagine del fanciullo e dell'educazione nel XX secolo, benché non fosse un pedagogista, ma uno psicologo. Il suo apporto alla psicologia dell'età evolutiva consiste nell'aver dato una consistenza concreta e scientifica all'idea della pedagogia moderna (da Rousseau all'attivismo) circa la specificità della natura infantile che nei suoi modi di pensare, agire, amare, fare, parlare è profondamente diversa da quella dell'adulto. Per quanto attiene alla pedagogia, Piaget ha sempre sostenuto la necessità di un suo passaggio ad una fase scientifica con precisi punti di riferimento nella psicologia sperimentale, nella sociologia e nei raccordi interdisciplinari, anche se non la concepisce come una disciplina puramente applicativa. L'educatore, infatti, deve avere una preparazione psicologica e deve conoscere quanto gli viene offerto dalla psicologia, ma tocca poi a lui vedere come potrà utilizzare questo bagaglio conoscitivo ideando un insieme di tecniche da sperimentare e adattare personalmente. Certo Piaget ritiene che i tempi e la successione delle fasi di sviluppo psicologico siano immodificabili, togliendo in tal modo rilevanza ed efficacia all'intervento dell'adulto che non può né cambiare né accelerare questi aspetti. L'educazione dunque può solo preparare l'ambiente alla loro comparsa o al loro rinforzo. Poiché il motore dell'intelligenza è la sua azione, l'educatore deve predisporre le condizioni idonee all'esercizio di questo fare, adeguando le sue richieste al livello di sviluppo dell'allievo e costruendo situazioni perché questo adeguamento si produca. Questa centralità del fare (che si traduce in un "far fare") costituisce il punto di vicinanza di Piaget con l'attivismo. Perciò lo scienziato svizzero, se ha sempre insistito sulla necessità di un adeguamento della scuola alle scoperte della psicologia, ha caldeggiato anche un nuovo profilo professionale degli insegnanti che conciliasse la padronanza dei contenuti disciplinari con una solida preparazione psicologica e un'adeguata capacità di gestione dei metodi e della scuola secondo valenze interdisciplinari. In questo senso la didattica deve essere psicologica e l'insegnante un ricercatore in grado di trovare le condizioni migliori per l'apprendimento e le sottostanti dinamiche psicologiche. Si spiega così anche lo sforzo di Piaget di indagare e chiarire le strutture logiche, linguistiche metodologiche delle discipline in quanto, insieme con la delineazione dei momenti di costruzione, formazione e mutamento delle strutture logiche, psicologiche, cognitive, linguistiche, etiche ecc. dovrebbe essere così possibile dare un'impostazione nuova e funzionale ai metodi, ai curricoli e alla programmazione scolastica. In un contesto storico contrassegnato da profondi cambiamenti sociali, economici e tecnologici, Piaget reca in tal modo il suo contributo ad un adeguamento della scuola e dell'educazione nel delicato momento del passaggio da una scuola d'élite a una scuola di massa e a una formazione permanente.
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venerdì 9 agosto 2024
lunedì 20 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1863 muore a Berlino Jacob Ludwig Karl Grimm, che insieme a suo fratello Wilhelm Karl è famoso in tutto il mondo per le fiabe da loro raccolte.
I fratelli Grimm nacquero nel 1785 (Jacob) e nel 1786 (Wilhelm) ad Hanau, vicino a Francoforte. Frequentarono il Friedrichs Gymnasium di Kassel e poi studiarono legge all'università di Marburg. Furono allievi del noto giurista tedesco Friedrich Carl von Savigny, del quale rielaborarono il pensiero e gli studi di metodologia della scienza giuridica. Dal 1837 al 1841, si unirono a cinque colleghi professori dell'università di Göttingen per protestare contro l'abrogazione della costituzione liberale dello stato di Hannover da parte del re Ernesto Augusto I. Questo gruppo divenne celebre in tutta la Germania col nome Die Göttinger Sieben (I sette di Göttingen). In seguito alla protesta, tutti e sette i professori furono licenziati dai loro incarichi universitari e alcuni di loro furono persino deportati. L'opinione pubblica e l'accademia tedesche, tuttavia, si schierarono decisamente a favore dei Grimm e dei loro colleghi. Wilhelm morì nel 1859; suo fratello maggiore Jakob nel 1863. Sono sepolti nel cimitero di St Matthäus Kirchhof a Schöneberg, un distretto di Berlino. I Grimm contribuirono a formare un'opinione pubblica democratica in Germania e sono considerati progenitori del movimento democratico tedesco, la cui rivolta fu in seguito soppressa nel sangue dal regno di Prussia nel 1848.
I fratelli Grimm sono celebri per aver raccolto ed elaborato moltissime fiabe della tradizione tedesca; l'idea fu di Jacob, professore di lettere e bibliotecario. Nei loro volumi pubblicarono tuttavia anche fiabe francesi, che i Grimm conobbero attraverso un autore ugonotto che costituiva una delle loro principali fonti. Le loro storie non erano concepite per i bambini; oggi, molte delle loro fiabe sono ricordate soprattutto in una forma edulcorata e depurata dei particolari più cruenti, che risale alle traduzioni inglesi della settima edizione delle loro raccolte (1857).
Le storie dei fratelli Grimm hanno spesso un'ambientazione oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi in cui accadono terribili fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare. L'unica opera di depurazione che sembra essere stata messa scientemente in atto dai Grimm riguarda i contenuti sessualmente espliciti, piuttosto comuni nelle fiabe del tempo e ampiamente ridimensionati nella narrazione dei fratelli tedeschi.
All'inizio del XIX secolo il Sacro Romano Impero aveva da poco cessato di esistere, e la Germania era frammentata in centinaia di principati e piccole nazioni, unificate solo dalla lingua tedesca. Una delle motivazioni che spinsero i Grimm a trascrivere le fiabe, altro retaggio culturale comune dei popoli di lingua tedesca, fu il desiderio di aiutare la nascita di una identità germanica.
I fratelli perseguirono questo scopo anche lavorando alla compilazione di un dizionario di tedesco, il Deutsches Wörterbuch. Sebbene meno noto al grande pubblico moderno, il Deutsches Wörterbuch fu un passo essenziale nella definizione della lingua tedesca moderna "standard", probabilmente il più importante dopo la traduzione della Bibbia da parte di Martin Lutero. Il dizionario dei Grimm, in 33 volumi, è ancora oggi considerato la fonte più autorevole per l'etimologia dei vocaboli tedeschi.
Jacob Grimm è anche famoso in linguistica per aver formulato la legge di Grimm sui mutamenti di suono nelle lingue germaniche rispetto all'indoeuropeo (erste Lautverschiebung), più in particolare sull'evoluzione di alcuni dialetti tedeschi rispetto alle altre lingue germaniche (zweite Lautverschiebung), in seguito confermata dal filologo danese Rasmus Christian Rask.
Gli psicologi e antropologi moderni sostengono che molte delle storie per bambini della cultura popolare occidentale, incluse quelle narrate dai Grimm, sono rappresentazioni simboliche di sensazioni negative quali la paura dell'abbandono, l'abuso da parte dei genitori, e spesso alludono al sesso e allo sviluppo sessuale. Lo psicologo infantile Bruno Bettelheim, nel suo libro Il mondo incantato, sostiene che le fiabe dei Grimm siano rappresentazione di miti freudiani.
Secondo Bettelheim il bambino nella prima infanzia è attraversato da forme comportamentali animistiche per cui l’elemento magico del fiabesco appare essenziale. I bambini, come i filosofi, cercano di dare delle soluzioni ai primi ed eterni interrogativi dell’uomo. Attraverso il loro pensiero animistico i bambini si domandano: chi sono? come devo comportarmi di fronte ai problemi ed agli avvenimenti della vita?
La fiaba intrattiene il bambino e gli permette di conoscersi perché offre significato a molti livelli. Il processo di sviluppo del bambino inizia con una fase di resistenza ai genitori e con la paura di crescere e termina quando il giovane ha realmente trovato se stesso, raggiunge l’indipendenza psicologica e la maturità morale, non considera più l’altro sesso come minaccioso ed è capace di entrare positivamente in relazione con esso.
Le fiabe pongono il bambino di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte ecc), esemplificando tutte le situazioni e incarnando il bene e il male in determinati personaggi, rendendo distinto e chiaro ciò che nella realtà è confuso. Esse esprimono in modo simbolico un conflitto interiore e poi suggeriscono come può essere risolto.
La fiaba offre aiuto per superare il primo conflitto, che riguarda il problema dell'integrazione della personalità. Per evitare di essere sconvolti dalla nostre ambivalenze e di esserne lacerati, è necessario che noi le integriamo per conseguire una personalità unificata in grado di affrontare con successo e con sicurezza le difficoltà della vita. L'integrazione interiore è un compito che ci troviamo di fronte per tutta la vita, in diverse forme e gradi.
La seconda crisi di sviluppo è il conflitto edipico, che comprende una serie di dolorose e disorientanti esperienze attraverso le quali il bambino diviene realmente se stesso se riesce a separarsi dai suoi genitori. Perché questo sia possibile, egli deve liberarsi dal potere che i genitori hanno su di lui e dalla sua dipendenza da loro. La funzione catartica della fiaba permette di prendere coscienza del conflitto (gelosia per i fratelli, odio edipico per il genitore, aggressività, insicurezza) e, grazie ai sentimenti infantili di onnipotenza, esercita un ruolo fondamentale per la rimozione dei conflitti e delle lotte del bambino all’interno del suo ambiente.
A differenza di tutti noi, nella fiaba i personaggi hanno un carattere non ambivalente: o solo buoni o solo cattivi. Bettelheim utilizza le categorie Super Io, Io e Es per analizzare il contenuto delle fiabe. Lo scontro tra Es ed Io e Io e Super Io corrisponde alla necessità di un percorso di maturazione interiore. Le fiabe parlano, oltre che all'io cosciente, al nostro inconscio: l'ambiguità contenuta nelle fiabe si sviluppa nell'inconscio dando significati diversi alla medesima storia.
Attraverso esempi tratti dalla più famosa tradizione popolare (Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel e Le Mille e una notte, l’autore dimostra come il loro messaggio aiuti a superare l’angoscia di essere bambini in un mondo di grandi: solo affrontando le sfide della vita e superandole essi potranno arrivare alla propria indipendenza e realizzazione, così come l’eroe ottiene il suo regno e la felicità dopo aver vinto le battaglie che si presentano durante il cammino. L’identificazione coi personaggi e la partecipazione emotiva al racconto sono possibili perché le fiabe parlano il linguaggio della fantasia, che è lo stesso del bambino.
HANSEL E GRETEL
In questa fiaba si evidenzia il tentativo del bambino di aggrapparsi ai suoi genitori anche quando è giunto il momento di affrontare il mondo da solo. Nel racconto si evidenzia la necessità di superare il bisogno di oralità (infatuazione dei bambini per la casetta di marzapane) e l’angoscia di separazione. Questa fiaba permette al bambino di fronteggiare le sue paure, anche quella di essere divorati; ma alla fine i bambini escono vittoriosi e sconfiggono il nemico più minaccioso: la perfida strega. Queste paure, frequenti intorno ai 4-5 anni, si presentano a livello inconscio in tutte le età.
La fiaba può offrire significato e incoraggiamento anche nelle età successive, quando i fanciulli a livello inconscio provano timore di manifestare la paura di essere abbandonati dai genitori o la propria avidità orale. In questo caso la fiaba parla all’inconscio del fanciullo, esprime le sua ansie inconsce e le allevia, evitando che esse affiorino alla coscienza.
Un’adolescente era stata affascinata da questa fiaba, ne faceva l’oggetto delle sue fantasticherie e ne traeva consolazione. Da bambina era stata dominata da un fratello più grande di lei che, come Hansel nella fiaba, l’aveva guidata, mostrandole i sassolini nel sentiero (della vita). Da adolescente, era ancora dipendente dal fratello, ma risentita dal suo predominio. La storia diceva al suo inconscio che, se si fosse ancora affidata alla guida del fratello, sarebbe retrocessa anziché andare avanti; inoltre risultava evidente che, anche se era stato Hansel il capo all’inizio della storia, alla fine fu Gretel a conquistare la libertà e l’indipendenza per entrambi. Da adulta comprese che la fiaba l’aveva aiutata a liberarsi dalla dipendenza da suo fratello.
L’infanzia è il momento giusto per imparare a separare l’immenso solco tra le esperienze interiori e il mondo reale. Le fiabe appaiono assurde, fantastiche o del tutto incredibili all’adulto che è stato privato della fantasia di tipo fiabesco nella propria infanzia o ha represso questi ricordi. Chi non ha raggiunto una sufficiente integrazione tra il mondo della realtà e quello dell’immaginazione non è in grado di recepire queste storie.
CAPPUCCETTO ROSSO
In Cappuccetto Rosso la nonna buona viene improvvisamente sostituita dal rapace lupo che minaccia di distruggere la bambina. A volte la nonna (o una figura familiare), che è sempre stata affettuosa verso il bambino, può diventare improvvisamente minacciosa e comportarsi in modo completamente diverso e diventa una crudele matrigna che nega al bambino ciò che egli vuole. La tendenza a scindere una persona in due per mantenere intatta l’immagine buona è un espediente usato da molti bambini per gestire situazioni difficili, per risolvere le contraddizioni.
Cappuccetto Rosso può essere letta su diversi piani; quello simbolico è della bambina che diventa adulta dopo essere stata mangiata dal Lupo. Ci sono riferimenti sessuali: il passaggio della fase edipica con il rapporto con l'altro sesso. Si potrebbe interpretare il lupo della favola di Cappuccetto come un solenne avvertimento a non fare ciò che è stato proibito, poiché i genitori sanno ciò che è bene per il bambino, che non vede il pericolo in un lupo che parla con voce suadente. Il lupo rappresenta il Super-io come immagine dei genitori e del senso di colpa che assale i bambini quando compiono qualcosa contro il loro volere.
Cappuccetto Rosso non segue il messaggio materno. Il lupo potrebbe incarnare dei desideri rimossi. Impadronirsi del ruolo di carnefice da parte della vittima è una riproduzione della medesima aggressività del lupo, che fa permanere il bambino allo stadio pregenitale.
Nella narrazione è assente l’elemento maschile: dal principio alla fine di Cappuccetto Rosso non si fa accenno a un padre, che è presente in forma nascosta. Il padre è presente come lupo, che incarna i pericoli di violenti sentimenti edipici, e come cacciatore nella sua funzione protettiva e salvatrice.
La maggior parte dei bambini sente il bisogno di scindere l’immagine del genitore nei suoi aspetti benevoli e in quelli minacciosi per sentirsi completamente protetta dai primi, a livello inconscio. Spesso il bambino, a livello cosciente, si abbandona a occhi aperti a fantasie accentrate sull’idea che i genitori non sono veramente i propri, pensa di essere il figlio di qualche personaggio prestigioso e di essere stato ridotto a vivere con persone che dichiarano di essere i suoi genitori, ma non lo sono.
Queste fantasie sono utili, perché permettono al bambino di provare un’autentica collera verso il falso genitore senza sentirsi in colpa. L’espediente delle fiabe di scindere la madre in una buona madre (spesso morta) e in una cattiva matrigna permette di conservare una buona madre interiore dalla bontà infinita e di detestare la cattiva matrigna senza rimorso. La fiaba suggerisce come il bambino può controllare i sentimenti contradditori senza esserne sopraffatto e senza compromettere i suoi rapporti familiari.
Nelle fiabe con streghe e orchi spaventosi, al momento buono arriva l’aiuto delle fate buone, che sono più potenti dei personaggi cattivi. In molte fiabe (Pollicino) il feroce gigante viene giocato dal piccolo uomo intelligente, cioè qualcuno che sembra debole come il bambino stesso si sente.
RAPERONZOLO
In “Raperonzolo” (“Rapunzel” nel titolo originale) si legge che la maga rinchiude la giovane protagonista – Raperonzolo – nella torre quando la bambina aveva compiuto i dodici anni. Non è difficile individuare in essa la storia di un’adolescente e di una madre gelosa che vuole impedirle di acquisire la propria indipendenza. Si tratta di una problematica tipica della pubertà e che in questa fiaba trova una felice soluzione quando Raperonzolo si unisce al suo principe. In base però all’età, al sesso o alla situazione che vive, il lettore può trovare una propria chiave interpretativa. Spiega infatti lo psicopedagogista austriaco:
«[…] un bambino di cinque anni ricavò una rassicurazione completamente diversa da questa storia. Quando seppe che sua nonna, che accudiva a lui per la maggior parte della giornata, avrebbe dovuto andare all’ospedale perchè gravemente ammalata […] chiese che gli fosse letta la fiaba di “Rapunzel”. In quel momento critico della sua vita, due elementi della storia erano importanti per lui. In primo luogo, c’era la sicurezza da tutti i pericoli garantita alla bambina dal sostituto materno […]. Perciò quello che normalmente avrebbe potuto essere visto come la rappresentazione di un comportamento negativo ed egoistico era in grado di avere un significato assai rassicurante in particolari circostanze. E ancora più importante per il ragazzo era un altro motivo essenziale della storia: il fatto che Rapunzel trovò i mezzi per sfuggire alla propria difficile situazione nel proprio corpo, ovvero con le trecce che il principe usò per arrampicarsi fino alla sua stanza nella torre. Che il proprio corpo possa fornire a una persona il sistema per salvarsi lo rassicurò con l’idea che anche lui, in caso di necessità, avrebbe analogamente trovato nel suo corpo la fonte della sua sicurezza. […]» (B. Bettelheim, “Il mondo incantato”, pp. 21-22)
Ciò può dimostrare come una fiaba, raccontando in modo immaginoso e indiretto problemi umani esistenziali, può suggerire insegnamenti, soluzioni anche a un bambino di sesso maschile seppure l’eroina della storia sia una ragazza adolescente.
È caratteristico delle fiabe esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conciso. Questo permette al bambino di cogliere il problema nella sua essenza, senza destare confusione. La fiaba semplifica tutte le situazioni e i suoi personaggi sono nettamente tratteggiati.
Nelle fiabe il male è onnipresente come il bene. Essi si incarnano in certi personaggi e nelle loro azioni, così come sono presenti nella vita e nelle inclinazioni verso l’uno o l’altro. È infatti proprio questo dualismo che pone il problema morale e richiede una lotta affinché possa essere superato.
È importante sottolineare che non è il trionfo finale della virtù a promuovere la moralità, bensì il fatto che è l’eroe a risultare maggiormente esemplare per il bambino, permettendogli di identificarsi con lui nelle sue lotte. Grazie a ciò il piccolo immagina di sopportare con l’eroe prove e tribolazioni e trionfa con lui quando la virtù conquista la vittoria. Tale lotta instilla in lui il senso morale.
Va specificato che i personaggi delle fiabe non sono mai ambivalenti, buoni e cattivi allo stesso tempo, come accade nella realtà. La presentazione delle polarità del carattere permette al bambino di comprendere con meno difficoltà la differenza fra i due aspetti. Di fatto, le ambiguità potranno essere recepite con un certo discernimento solo quando si sarà formata una personalità relativamente solida.
«Il succo di queste fiabe non è la morale, – scrive ancora Bettelheim – ma piuttosto la fiducia di poter riuscire. La vita può essere affrontata con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà o con la prospettiva della sconfitta: anche questo costituisce un importantissimo problema esistenziale».
Il 20 settembre 1863 muore a Berlino Jacob Ludwig Karl Grimm, che insieme a suo fratello Wilhelm Karl è famoso in tutto il mondo per le fiabe da loro raccolte.
I fratelli Grimm nacquero nel 1785 (Jacob) e nel 1786 (Wilhelm) ad Hanau, vicino a Francoforte. Frequentarono il Friedrichs Gymnasium di Kassel e poi studiarono legge all'università di Marburg. Furono allievi del noto giurista tedesco Friedrich Carl von Savigny, del quale rielaborarono il pensiero e gli studi di metodologia della scienza giuridica. Dal 1837 al 1841, si unirono a cinque colleghi professori dell'università di Göttingen per protestare contro l'abrogazione della costituzione liberale dello stato di Hannover da parte del re Ernesto Augusto I. Questo gruppo divenne celebre in tutta la Germania col nome Die Göttinger Sieben (I sette di Göttingen). In seguito alla protesta, tutti e sette i professori furono licenziati dai loro incarichi universitari e alcuni di loro furono persino deportati. L'opinione pubblica e l'accademia tedesche, tuttavia, si schierarono decisamente a favore dei Grimm e dei loro colleghi. Wilhelm morì nel 1859; suo fratello maggiore Jakob nel 1863. Sono sepolti nel cimitero di St Matthäus Kirchhof a Schöneberg, un distretto di Berlino. I Grimm contribuirono a formare un'opinione pubblica democratica in Germania e sono considerati progenitori del movimento democratico tedesco, la cui rivolta fu in seguito soppressa nel sangue dal regno di Prussia nel 1848.
I fratelli Grimm sono celebri per aver raccolto ed elaborato moltissime fiabe della tradizione tedesca; l'idea fu di Jacob, professore di lettere e bibliotecario. Nei loro volumi pubblicarono tuttavia anche fiabe francesi, che i Grimm conobbero attraverso un autore ugonotto che costituiva una delle loro principali fonti. Le loro storie non erano concepite per i bambini; oggi, molte delle loro fiabe sono ricordate soprattutto in una forma edulcorata e depurata dei particolari più cruenti, che risale alle traduzioni inglesi della settima edizione delle loro raccolte (1857).
Le storie dei fratelli Grimm hanno spesso un'ambientazione oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi in cui accadono terribili fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare. L'unica opera di depurazione che sembra essere stata messa scientemente in atto dai Grimm riguarda i contenuti sessualmente espliciti, piuttosto comuni nelle fiabe del tempo e ampiamente ridimensionati nella narrazione dei fratelli tedeschi.
All'inizio del XIX secolo il Sacro Romano Impero aveva da poco cessato di esistere, e la Germania era frammentata in centinaia di principati e piccole nazioni, unificate solo dalla lingua tedesca. Una delle motivazioni che spinsero i Grimm a trascrivere le fiabe, altro retaggio culturale comune dei popoli di lingua tedesca, fu il desiderio di aiutare la nascita di una identità germanica.
I fratelli perseguirono questo scopo anche lavorando alla compilazione di un dizionario di tedesco, il Deutsches Wörterbuch. Sebbene meno noto al grande pubblico moderno, il Deutsches Wörterbuch fu un passo essenziale nella definizione della lingua tedesca moderna "standard", probabilmente il più importante dopo la traduzione della Bibbia da parte di Martin Lutero. Il dizionario dei Grimm, in 33 volumi, è ancora oggi considerato la fonte più autorevole per l'etimologia dei vocaboli tedeschi.
Jacob Grimm è anche famoso in linguistica per aver formulato la legge di Grimm sui mutamenti di suono nelle lingue germaniche rispetto all'indoeuropeo (erste Lautverschiebung), più in particolare sull'evoluzione di alcuni dialetti tedeschi rispetto alle altre lingue germaniche (zweite Lautverschiebung), in seguito confermata dal filologo danese Rasmus Christian Rask.
Gli psicologi e antropologi moderni sostengono che molte delle storie per bambini della cultura popolare occidentale, incluse quelle narrate dai Grimm, sono rappresentazioni simboliche di sensazioni negative quali la paura dell'abbandono, l'abuso da parte dei genitori, e spesso alludono al sesso e allo sviluppo sessuale. Lo psicologo infantile Bruno Bettelheim, nel suo libro Il mondo incantato, sostiene che le fiabe dei Grimm siano rappresentazione di miti freudiani.
Secondo Bettelheim il bambino nella prima infanzia è attraversato da forme comportamentali animistiche per cui l’elemento magico del fiabesco appare essenziale. I bambini, come i filosofi, cercano di dare delle soluzioni ai primi ed eterni interrogativi dell’uomo. Attraverso il loro pensiero animistico i bambini si domandano: chi sono? come devo comportarmi di fronte ai problemi ed agli avvenimenti della vita?
La fiaba intrattiene il bambino e gli permette di conoscersi perché offre significato a molti livelli. Il processo di sviluppo del bambino inizia con una fase di resistenza ai genitori e con la paura di crescere e termina quando il giovane ha realmente trovato se stesso, raggiunge l’indipendenza psicologica e la maturità morale, non considera più l’altro sesso come minaccioso ed è capace di entrare positivamente in relazione con esso.
Le fiabe pongono il bambino di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte ecc), esemplificando tutte le situazioni e incarnando il bene e il male in determinati personaggi, rendendo distinto e chiaro ciò che nella realtà è confuso. Esse esprimono in modo simbolico un conflitto interiore e poi suggeriscono come può essere risolto.
La fiaba offre aiuto per superare il primo conflitto, che riguarda il problema dell'integrazione della personalità. Per evitare di essere sconvolti dalla nostre ambivalenze e di esserne lacerati, è necessario che noi le integriamo per conseguire una personalità unificata in grado di affrontare con successo e con sicurezza le difficoltà della vita. L'integrazione interiore è un compito che ci troviamo di fronte per tutta la vita, in diverse forme e gradi.
La seconda crisi di sviluppo è il conflitto edipico, che comprende una serie di dolorose e disorientanti esperienze attraverso le quali il bambino diviene realmente se stesso se riesce a separarsi dai suoi genitori. Perché questo sia possibile, egli deve liberarsi dal potere che i genitori hanno su di lui e dalla sua dipendenza da loro. La funzione catartica della fiaba permette di prendere coscienza del conflitto (gelosia per i fratelli, odio edipico per il genitore, aggressività, insicurezza) e, grazie ai sentimenti infantili di onnipotenza, esercita un ruolo fondamentale per la rimozione dei conflitti e delle lotte del bambino all’interno del suo ambiente.
A differenza di tutti noi, nella fiaba i personaggi hanno un carattere non ambivalente: o solo buoni o solo cattivi. Bettelheim utilizza le categorie Super Io, Io e Es per analizzare il contenuto delle fiabe. Lo scontro tra Es ed Io e Io e Super Io corrisponde alla necessità di un percorso di maturazione interiore. Le fiabe parlano, oltre che all'io cosciente, al nostro inconscio: l'ambiguità contenuta nelle fiabe si sviluppa nell'inconscio dando significati diversi alla medesima storia.
Attraverso esempi tratti dalla più famosa tradizione popolare (Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel e Le Mille e una notte, l’autore dimostra come il loro messaggio aiuti a superare l’angoscia di essere bambini in un mondo di grandi: solo affrontando le sfide della vita e superandole essi potranno arrivare alla propria indipendenza e realizzazione, così come l’eroe ottiene il suo regno e la felicità dopo aver vinto le battaglie che si presentano durante il cammino. L’identificazione coi personaggi e la partecipazione emotiva al racconto sono possibili perché le fiabe parlano il linguaggio della fantasia, che è lo stesso del bambino.
HANSEL E GRETEL
In questa fiaba si evidenzia il tentativo del bambino di aggrapparsi ai suoi genitori anche quando è giunto il momento di affrontare il mondo da solo. Nel racconto si evidenzia la necessità di superare il bisogno di oralità (infatuazione dei bambini per la casetta di marzapane) e l’angoscia di separazione. Questa fiaba permette al bambino di fronteggiare le sue paure, anche quella di essere divorati; ma alla fine i bambini escono vittoriosi e sconfiggono il nemico più minaccioso: la perfida strega. Queste paure, frequenti intorno ai 4-5 anni, si presentano a livello inconscio in tutte le età.
La fiaba può offrire significato e incoraggiamento anche nelle età successive, quando i fanciulli a livello inconscio provano timore di manifestare la paura di essere abbandonati dai genitori o la propria avidità orale. In questo caso la fiaba parla all’inconscio del fanciullo, esprime le sua ansie inconsce e le allevia, evitando che esse affiorino alla coscienza.
Un’adolescente era stata affascinata da questa fiaba, ne faceva l’oggetto delle sue fantasticherie e ne traeva consolazione. Da bambina era stata dominata da un fratello più grande di lei che, come Hansel nella fiaba, l’aveva guidata, mostrandole i sassolini nel sentiero (della vita). Da adolescente, era ancora dipendente dal fratello, ma risentita dal suo predominio. La storia diceva al suo inconscio che, se si fosse ancora affidata alla guida del fratello, sarebbe retrocessa anziché andare avanti; inoltre risultava evidente che, anche se era stato Hansel il capo all’inizio della storia, alla fine fu Gretel a conquistare la libertà e l’indipendenza per entrambi. Da adulta comprese che la fiaba l’aveva aiutata a liberarsi dalla dipendenza da suo fratello.
L’infanzia è il momento giusto per imparare a separare l’immenso solco tra le esperienze interiori e il mondo reale. Le fiabe appaiono assurde, fantastiche o del tutto incredibili all’adulto che è stato privato della fantasia di tipo fiabesco nella propria infanzia o ha represso questi ricordi. Chi non ha raggiunto una sufficiente integrazione tra il mondo della realtà e quello dell’immaginazione non è in grado di recepire queste storie.
CAPPUCCETTO ROSSO
In Cappuccetto Rosso la nonna buona viene improvvisamente sostituita dal rapace lupo che minaccia di distruggere la bambina. A volte la nonna (o una figura familiare), che è sempre stata affettuosa verso il bambino, può diventare improvvisamente minacciosa e comportarsi in modo completamente diverso e diventa una crudele matrigna che nega al bambino ciò che egli vuole. La tendenza a scindere una persona in due per mantenere intatta l’immagine buona è un espediente usato da molti bambini per gestire situazioni difficili, per risolvere le contraddizioni.
Cappuccetto Rosso può essere letta su diversi piani; quello simbolico è della bambina che diventa adulta dopo essere stata mangiata dal Lupo. Ci sono riferimenti sessuali: il passaggio della fase edipica con il rapporto con l'altro sesso. Si potrebbe interpretare il lupo della favola di Cappuccetto come un solenne avvertimento a non fare ciò che è stato proibito, poiché i genitori sanno ciò che è bene per il bambino, che non vede il pericolo in un lupo che parla con voce suadente. Il lupo rappresenta il Super-io come immagine dei genitori e del senso di colpa che assale i bambini quando compiono qualcosa contro il loro volere.
Cappuccetto Rosso non segue il messaggio materno. Il lupo potrebbe incarnare dei desideri rimossi. Impadronirsi del ruolo di carnefice da parte della vittima è una riproduzione della medesima aggressività del lupo, che fa permanere il bambino allo stadio pregenitale.
Nella narrazione è assente l’elemento maschile: dal principio alla fine di Cappuccetto Rosso non si fa accenno a un padre, che è presente in forma nascosta. Il padre è presente come lupo, che incarna i pericoli di violenti sentimenti edipici, e come cacciatore nella sua funzione protettiva e salvatrice.
La maggior parte dei bambini sente il bisogno di scindere l’immagine del genitore nei suoi aspetti benevoli e in quelli minacciosi per sentirsi completamente protetta dai primi, a livello inconscio. Spesso il bambino, a livello cosciente, si abbandona a occhi aperti a fantasie accentrate sull’idea che i genitori non sono veramente i propri, pensa di essere il figlio di qualche personaggio prestigioso e di essere stato ridotto a vivere con persone che dichiarano di essere i suoi genitori, ma non lo sono.
Queste fantasie sono utili, perché permettono al bambino di provare un’autentica collera verso il falso genitore senza sentirsi in colpa. L’espediente delle fiabe di scindere la madre in una buona madre (spesso morta) e in una cattiva matrigna permette di conservare una buona madre interiore dalla bontà infinita e di detestare la cattiva matrigna senza rimorso. La fiaba suggerisce come il bambino può controllare i sentimenti contradditori senza esserne sopraffatto e senza compromettere i suoi rapporti familiari.
Nelle fiabe con streghe e orchi spaventosi, al momento buono arriva l’aiuto delle fate buone, che sono più potenti dei personaggi cattivi. In molte fiabe (Pollicino) il feroce gigante viene giocato dal piccolo uomo intelligente, cioè qualcuno che sembra debole come il bambino stesso si sente.
RAPERONZOLO
In “Raperonzolo” (“Rapunzel” nel titolo originale) si legge che la maga rinchiude la giovane protagonista – Raperonzolo – nella torre quando la bambina aveva compiuto i dodici anni. Non è difficile individuare in essa la storia di un’adolescente e di una madre gelosa che vuole impedirle di acquisire la propria indipendenza. Si tratta di una problematica tipica della pubertà e che in questa fiaba trova una felice soluzione quando Raperonzolo si unisce al suo principe. In base però all’età, al sesso o alla situazione che vive, il lettore può trovare una propria chiave interpretativa. Spiega infatti lo psicopedagogista austriaco:
«[…] un bambino di cinque anni ricavò una rassicurazione completamente diversa da questa storia. Quando seppe che sua nonna, che accudiva a lui per la maggior parte della giornata, avrebbe dovuto andare all’ospedale perchè gravemente ammalata […] chiese che gli fosse letta la fiaba di “Rapunzel”. In quel momento critico della sua vita, due elementi della storia erano importanti per lui. In primo luogo, c’era la sicurezza da tutti i pericoli garantita alla bambina dal sostituto materno […]. Perciò quello che normalmente avrebbe potuto essere visto come la rappresentazione di un comportamento negativo ed egoistico era in grado di avere un significato assai rassicurante in particolari circostanze. E ancora più importante per il ragazzo era un altro motivo essenziale della storia: il fatto che Rapunzel trovò i mezzi per sfuggire alla propria difficile situazione nel proprio corpo, ovvero con le trecce che il principe usò per arrampicarsi fino alla sua stanza nella torre. Che il proprio corpo possa fornire a una persona il sistema per salvarsi lo rassicurò con l’idea che anche lui, in caso di necessità, avrebbe analogamente trovato nel suo corpo la fonte della sua sicurezza. […]» (B. Bettelheim, “Il mondo incantato”, pp. 21-22)
Ciò può dimostrare come una fiaba, raccontando in modo immaginoso e indiretto problemi umani esistenziali, può suggerire insegnamenti, soluzioni anche a un bambino di sesso maschile seppure l’eroina della storia sia una ragazza adolescente.
È caratteristico delle fiabe esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conciso. Questo permette al bambino di cogliere il problema nella sua essenza, senza destare confusione. La fiaba semplifica tutte le situazioni e i suoi personaggi sono nettamente tratteggiati.
Nelle fiabe il male è onnipresente come il bene. Essi si incarnano in certi personaggi e nelle loro azioni, così come sono presenti nella vita e nelle inclinazioni verso l’uno o l’altro. È infatti proprio questo dualismo che pone il problema morale e richiede una lotta affinché possa essere superato.
È importante sottolineare che non è il trionfo finale della virtù a promuovere la moralità, bensì il fatto che è l’eroe a risultare maggiormente esemplare per il bambino, permettendogli di identificarsi con lui nelle sue lotte. Grazie a ciò il piccolo immagina di sopportare con l’eroe prove e tribolazioni e trionfa con lui quando la virtù conquista la vittoria. Tale lotta instilla in lui il senso morale.
Va specificato che i personaggi delle fiabe non sono mai ambivalenti, buoni e cattivi allo stesso tempo, come accade nella realtà. La presentazione delle polarità del carattere permette al bambino di comprendere con meno difficoltà la differenza fra i due aspetti. Di fatto, le ambiguità potranno essere recepite con un certo discernimento solo quando si sarà formata una personalità relativamente solida.
«Il succo di queste fiabe non è la morale, – scrive ancora Bettelheim – ma piuttosto la fiducia di poter riuscire. La vita può essere affrontata con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà o con la prospettiva della sconfitta: anche questo costituisce un importantissimo problema esistenziale».
venerdì 31 maggio 2013
#Mentalismo e disciplina
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Pur travestendosi da psicologia sperimentale, il mentalismo è una disciplina teatrale che – come un quadro di Magritte – gioca a confondere i confini tra realtà e rappresentazione. In quanto tale, applica alla lettera la definizione attribuita a Orazio: Ars est celare artem, l’arte consiste nel nascondere l’arte.
Mariano Tomatis, Te lo leggo nella mente
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