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giovedì 16 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 16 luglio 1951 viene pubblicato "Il giovane Holden", di J. D. Salinger.
Il giovane Holden tratta la storia di un ragazzo sedicenne molto sensibile e irrequieto descritto dall’autore soprattutto nei suoi stati d’animo e nei suoi sentimenti, tralasciando in parte il suo aspetto fisico solamente accennato. È un ragazzo poco robusto, abbastanza alto, con capelli corti ed in certi punti addirittura bianchi, ed è piuttosto debole per via della sua magrezza.
Ha un carattere molto complicato: è bugiardo, insofferente alle ipocrisie, ribelle e anticonformista e afferma più volte di essere un codardo e di non sopportare gli snob e i ricconi.
È figlio di una benestante famiglia di New York. Frequenta con scarsi risultati un college in Pennsylvania al quale i suoi genitori lo hanno iscritto dopo alcuni insuccessi maturati in altre scuole del paese, infatti lui non ama studiare. Ha il vizio di fumare, di bere ed è comunque un ragazzo come tanti altri che attraversa il periodo dell’adolescenza.
Tutti sono preoccupati della sua situazione ma lui sembra non pensarci affatto; ama molto leggere i libri e stare in compagnia di determinati amici che cambiano a seconda del suo stato d’animo. La persona con cui sta più volentieri è la sorella.
Un’altra cosa che fa volentieri è viaggiare in treno, preferibilmente di notte. Si diverte a fare lo "scemo" affermando di farlo per non annoiarsi.
Questo racconto dimostra come l'adolescenza sia un periodo difficile per ogni giovane che chiede attenzione, comprensione e lealtà soprattutto dalla famiglia; solidarietà, il bisogno di sentirsi qualcuno al proprio fianco e di cui fidarsi (il protagonista riesce in questo con la giovane sorella) e il desiderio di libertà.
Holden è molto attaccato alla sua famiglia, soprattutto al fratello maggiore che è uno sceneggiatore di successo a Hollywood, alla sorella di nome Phoebe, che lui consulta molto spesso nei momenti più difficili, e infine a un fratello più piccolo, di pochi anni, venuto a mancare per leucemia.
I fatti si sviluppano nell'arco di un solo week-end, iniziando il sabato prima della vigilia di Natale.
All'approssimarsi delle vacanze di Natale Holden viene espulso dal college per scarso rendimento e decide di abbandonare anzitempo l’istituto che frequenta. All'insaputa degli insegnanti e degli stessi genitori, che ignorano ancora il provvedimento disciplinare al quale è stato sottoposto, Holden si reca nella sua città con l’intento di trascorrere cinque giorni in assoluta autonomia e indipendenza. In questi giorni avrà nuove e molte esperienze, tra cui un incontro con una prostituta e una sua vecchia amica. In questi giorni passerà la notte in una camera a buon mercato di uno scadente albergo del centro. Inizia a nascere in lui il desiderio di abbandonare tutto e andare a vivere a ovest e ricominciare una nuova vita spensierata e senza preoccupazioni. Il tutto si concluderà il lunedì mattina successivo quando il ragazzo si reca allo zoo con sua sorella. Sarà proprio il richiamo affettivo rappresentato dalla fidata sorella che porterà il nostro giovane protagonista ad accettare di sottoporsi a un breve periodo di cura in una struttura psichiatrica.
Fra tutti i candidi e torbidi personaggi in cui si è incarnato il mito dell’adolescente, abisso di nequizia e di aromatica innocenza, Holden è, insieme, il più esposto e il più scaltro, il più ingenuo e il più cosciente. È più che un protagonista : è una figura collettiva – come ci avverte lo straordinario successo, ormai pluridecennale, di questo libro senza trama, senza amore, senza sesso, senza imprevisti – è un mito. Il personaggio che vive un mito – sia esso Odisseo, o questo loquace Telemaco – deve acconciarsi ad una dura, rigorosa disciplina: non gli sono consentite passioni private e arbitrarie, né potrà trattare se stesso come contingente; le sue prove di esperienza avranno la grazia e la tristezza della spersonalizzazione. Holden non si sottrae a questa legge. La sua solitudine – confermata dai suoi inetti conati di dialogo – ha la qualità del destino. Consapevole di ciò, il ragazzo non se ne lamenta, non si compiange. Di molte cose Holden è consapevole: in primo luogo, di sé medesimo. Non si ama, né si ammira: anzi convive con un certo fastidio, una irritazione senza eroismo.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado all'edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda cosa faccio, come niente dico che sto andando all'opera. É terribile».
«Io quando comincio a dire bugie posso andare avanti per ore, se mi sento in vena. Senza scherzi. Ore».
«Ma io sono pazzo. Giuro su Dio che sono pazzo. A metà strada cominciai a far finta che avevo una pallottola nel ventre. Il vecchio Maurice mi aveva impiombato…»
Holden si conosce assai bene: ma non per analisi di sé; ma perché si è inventato, si è fabbricato. È, alla lettera, un personaggio: la vitalità dei suoi gesti, delle sue parole si alimenta di altro, che gli preesiste e gli sottostà. Holden è una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva: ma la tecnica è inadeguata, la maschera per fessure e discontinuità mostra sotto la dura fibra la giovane epidermide; e il fascino del libro è appunto in questa commistione di vero e falso, in questa costante ambiguità e duplicità di sensi. Si veda in primo luogo questo delizioso impasto di gergo, ammiccamenti, clichés: il linguaggio di un liceale, con la sua pretestuosa audacia, colmo di interiezioni variamente empie e indecenti, ma in realtà innocente e inetto. Sonovabitch, crap, moron, ass, phony, lousy, e altrettante parole «che non si debbono dire» sono gesti apotropaici, scongiuri intelligibili ed efficaci nell'ambito di un rituale collettivo; ma ecco la patetica contraddizione: il gergo collettivo di Holden è parlato da lui solo; l’adozione di un gergo evoca l’immagine di una collettività; ma questa non va oltre un’esistenza puramente allucinatoria; e quel gergo diventa il segno di una solitudine perfetta. Come i matti, Holden «parla da solo».
A codesta recitazione, Holden è costretto dalla necessità di proteggersi, non tanto dagli altri, quanto da se stesso; lo minaccia infatti una rovinosa discontinuità psicologica, anzi la sua vita si svolge in condizione di morte imminente. In qualunque istante potrebbe dissolversi; e codesta labilità egli cerca di contrastare col discorso eccitato, l’angoscioso cerimoniale dei gesti impersonali.
Tema che ricorre in altri racconti di Salinger, v’è nel Giovane Holden un fratello morto; e con questa forma di divinità privata, non ricordabile, non nota ad altri, Holden ha continui dialoghi, e gli offre le sole preghiere esplicite di un libro che costantemente allude umiltà dell’invocazione. Ormai prossimo al crollo finale, Holden è colto con atroce chiarezza dal senso della propria inconsistenza, dall'arbitrarietà assoluta tanto della continuità che della sparizione.
«… continuai a camminare per la Quinta Avenue… Poi, tutt'a un tratto, cominciò a succedere una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall'altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente. Non potete nemmeno immaginarvelo. Cominciai a sudare come dio sa che – tutta la camicia e la biancheria, tutto ! Poi cominciai a fare un’altra cosa. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. ‘Allie – gli dicevo – non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Per piacere, Allie’. E poi, quando raggiungevo l’altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo ‘grazie’. E poi tutto daccapo non appena arrivavo all'altra cantonata. Ma io continuavo a camminare eccetera eccetera».
Non sappiamo quanto sarà efficace questa minima divinità: sappiamo che Holden, egli stesso appena diversificato dal fantasma, ne trae alimento per quel gesto vitale, il rifiuto, il «no», che contrappone al mondo dell’esistenza certa e ottusa. Altra squisita ambiguità del libro: Holden ricorre ad un linguaggio, a modi collettivi per esorcizzare valori collettivi. Tiene a bada il mondo degli adulti, rozzo e fatuo: vero mondo di adolescenza ideologica e sentimentale, proterva e senza pateticità, saldamente ancorata al mediocre cerimoniale di una convenzione noiosa e senza stile; non per caso praticamente l’unico intervento della madre di Holden è il monito a Phoebe, la figlia minore, che non dica una certa parola, perché papà «non vuole». In codesta condizione, le menzogne fantasiose e innecessarie, le recitazioni, la codardia, sono verità, autenticità, eroismo.
Salinger è un «mistificatore tragico»: in questo romanzo, e soprattutto in certi racconti, come lo straordinario Zooey, l’obiettivo di Salinger potrebbe essere descritto all’incirca in questo modo: costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame. Il linguaggio di Holden è ciarpame, e solo perchè tale può essere estremamente individuale; solo perché stereotipato, è idoneo ad accogliere l’ambigua e instabile ricchezza delle cose vive.
Per estremo, conclusivo paradosso, il discontinuo, l’adolescente Holden è pietra di paragone, unità di misura degli adulti, del mondo della storia. A questa, come a tutta la realtà sociale, Holden è estraneo: in qualche modo la precede, ad essa è irriducibile; è dumb, come dice di sé, è lo sciocco, lo stultus, e forse su di lui si rintracciano i segni – le stimmate – del fool, del matto shakespeariano. Salinger ama queste figure costrette ad una perenne, simbolica attesa di destino: ragazzi, bambini, pazzi; esseri fragili e sinistri, come la bambina miope di Uncle Wiggily in Connecticut, che dorme accosto alla sponda del letto, per far posto all'invisibile compagno allucinatorio; o l’altra che gioca sulla spiaggia con l’uomo che deve uccidersi. In costoro i tratti umani sono imperfetti, larvali: esseri forse definitivamente aurorali, si alimentano di un continuo, inconsapevole, fiducioso rapporto con la morte: e ad ogni istante noi ci attendiamo di vederli scomparire definitivamente.
venerdì 15 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 maggio 1886 muore ad Amherst (Massachussets), luogo in cui era nata 56 anni prima, Emily Dickinson.
Trascorre tutta la vita nel paese natale, in pressoché completo isolamento culturale, se si esclude il notevole epistolario. Di carattere fiero ed indipendente non accetta l'imposizione paterna a sospendere gli studi e prosegue a casa da autodidatta. Nel 1858 entra in amicizia con Samuel Bowles, direttore dello Springfiel Daily Republican, giornale su cui appariranno (a partire dal 1861) alcune sue poesie. Il 1860 è l'anno del massimo furore poetico, scriverà 365 liriche in parte ispirate dall'amore, mai corrisposto per Bowles. Nello stesso anno avvia una corrispondenza con lo scrittore scrittore Thomas W. Higginson, a cui si affida per un giudizio letterario: egli rimarrà impressionato dall'eccezionalità dello spirito, dell'intelligenza e del genio della poetessa, pur ritenendo "impubblicabili" le sue opere. Verso il 1870 Emily prende la decisione di autorecludersi. Il resto della sua vita sarà segnato dall'amore, l'unico corrisposto, per l'anziano giudice Otis Lord, che morirà nel 1884, e da una serie di tragedie famigliari, tra cui la morte della madre (1882) e dell'amato nipote Gilbert (1883).
Le sue 1775 poesie, che ebbero un'edizione critica solo nel 1955 (vennero stampate post-mortem in versione "edulcorata", solo sette fra loro erano apparse quando la scrittrice era in vita), ne fanno una delle voci più significative della letteratura americana.
La riflessione sui grandi temi dell'amore, della morte, della natura, di Dio, si sviluppa con accenti fortemente metafisici nella ricerca di un possibile equilibrio tra eternità e contingenza, tra immortalità e disfacimento, tra individualismo e puritanesimo, e trova forme metriche, sintattiche e ritmiche inusuali e trasgressivamente libere.
Malinconica, fiera, ironica, dura la Dickinson fa della sua solitudine strumento privilegiato allo scopo di sondare l’animo umano, trasformando il silenzio della sua stanza in spietato interlocutore da ascoltare ed interrogare col coraggio di chi sa percepire ogni attimo in modo intenso e febbrile, lasciandosi attrarre con grande trasporto dalla magia delle piccole cose che popolano il quotidiano e, al contempo, dimostrandosi in grado di rivolgere, senza timore, il proprio sguardo verso l’infinito, lo sconosciuto il trascendente, con la consapevolezza che “scrivere è rendersi immortale nell’atto stesso di imprimere il proprio segno”.
lunedì 2 giugno 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 giugno.
Il 2 giugno 1897 Mark Twain, in seguito alle voci che circolavano sulla sua morte, dichiarò sul New York Journal che "la notizia della mia morte è una esagerazione".
Samuel Langhorne Clemens, noto con lo pseudonimo di Mark Twain, nasce nella città di Florida, nello stato del Missouri, il 30 novembre 1835. La madre è calvinista, il padre è dedito alla vita avventurosa. Cresce nella città di Hannibal: nel 1847 muore il fratello; Samuel ha solo dodici anni ed è costretto ad abbandonare gli studi per guadagnarsi da vivere e sostenere la famiglia. Lavora come tipografo presso il giornale del fratello scomparso.
Il mestiere lo porta ad alimentare l'interesse per la letteratura; inizia così a scrivere alcune novelle le quali verranno pubblicate proprio dai giornali presso i quali era impiegato.
In questi anni ottiene il brevetto di pilota per i battelli a vapore che percorrono il fiume Mississippi.
Gli anni dal 1857 al 1861 sono caratterizzati proprio da una vita condotta sul Mississippi, che lascerà tracce profonde nello spirito del narratore, e che diventerà un tema ricorrente nelle sue opere.
Twain iniziò a utilizzare il suo pseudonimo principale dopo aver lavorato a bordo dei battelli che navigavano sul Mississippi: il termine "Mark" fa riferimento alla misurazione della profondità delle acque (ma è ambivalente essendo anche un nome proprio), mentre "Twain" è la forma arcaica (old english) di "Two" (due), quindi il barcaiolo gridava "Mark Twain!" o meglio "by the Mark Twain!" che significa "dal segno [la profondità] è due tese" ovvero "l'acqua è profonda 12 piedi, è sicuro passare".
Il suo primo libro è una raccolta di novelle intitolata "Il ranocchio saltatore" (1865).
Desideroso di cercar fortuna, Mark Twain si trasferisce in California e diviene un cercatore d'oro, minatore, giornalista nonché reporter a San Francisco. Visita le Hawaii e viaggia in Africa, Francia e Italia.
Da queste esperienze nasce il suo secondo libro "Gli innocenti all'estero".
Dopo il successo dei suoi primi lavori nel 1870 Mark Twain sposa Olivia Langdon e si trasferisce a Hartford, nello stato del Connecticut, dove rimarrà sino al 1891.
Dopo il 1894, con l'intensificarsi della sua attività di conferenziere, i suoi viaggi si moltiplicano.
Sebbene fosse di carattere pessimista, Mark Twain è noto e conosciuto come scrittore dall'irresistibile umorismo. Il suo lato negativo con il passare degli anni andrà accentuandosi, anche a causa dei gravi lutti che colpiscono la sua famiglia: nel 1893 muore la figlia Susan; nel 1904 la moglie; nel 1909 la figlia Jane.
Egli scrisse nel 1909: "Sono arrivato con la cometa di Halley nel 1835. Tornerà l'anno prossimo e io me ne andrò con lei". Così avvenne: il 21 aprile 1910, il giorno successivo al passaggio della cometa, sarà stroncato da un infarto cardiaco, all'età di 74 anni.
Twain e molti membri della sua famiglia sono sepolti in una collina boscosa nel Woodlawn National Cemetery, ad Elmira, nello stato di New York; la sepoltura si trova, per volontà della figlia, a 12 piedi di profondità (3,7 metri), cioè "due tese" da cui appunto aveva tratto il soprannome "Mark Twain".
Tutta l'opera di Mark Twain, ispirata alle vicende e ai luoghi in cui visse e che visitò, è da considerarsi autobiografica. La sua opera viene comunemente divisa in quattro gruppi: le impressioni di viaggio ("Gli innocenti all'estero"); i ricordi d'infanzia e della prima giovinezza ("Le avventure di Tom Sawyer", 1876, "Le avventure di Huckleberry Finn", 1884); vita sul Mississippi; le narrazioni satiriche ambientate nel Medioevo e nel Rinascimento ("Un americano alla corte di Re Artù").
Mark Twain, al massimo della sua notorietà, fu con tutta probabilità la maggiore celebrità americana del suo tempo.
giovedì 20 marzo 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Il 20 marzo 1852 Harriet Beecher Stowe pubblica il romanzo "La capanna dello zio Tom".
Lo zio Tom è uno schiavo che vive in una piantagione americana nella prima metà dell’Ottocento.
Il suo è un padrone buono. Sfortunatamente, per un dissesto finanziario questo buon padrone è costretto a vendere le sue proprietà.
E quando si parla di proprietà, si intendono anche gli esseri umani.
Perché, in quel periodo, gli afroamericani schiavi erano considerati al pari del mobilio di una casa.
Tra gli schiavi pronti per essere venduti c’è anche un bambino, Henry, che rischia di venire strappato per sempre alla propria famiglia (situazione assai comune in quel periodo, purtroppo).
Ma sua madre, Elise, riesce a strapparlo ai mercanti e a fuggire con lui e a raggiungere il Canada, libero da ogni forma di schiavitù.
Sorte diversa spetta al buon Tom.
Viene venduto a Simon Legree, un brutale coltivatore di cotone, che vuole fare di lui un sorvegliante/aguzzino.
Ma Tom si rifiuta di eseguire gli ordini. Non si ribella, non decide di rivoltarsi contro il padrone. Semplicemente dice di no. E viene punito. Legree lo fa frustare a morte.
E il figlio del suo primo padrone, che nel frattempo era riuscito a ricostruire la sua ricchezza e lo stava cercando per riportarlo a casa, non riesce ad arrivare in tempo. Lo trova agonizzante. E, con le ultime forze rimaste, e nonostante il trattamento ricevuto, riesce a perdonare.
Pubblicato nel 1852, in seguito ad un atto legislativo promulgato nel 1850, il Fugitive Slave Law, che decretava un dovere la denuncia degli schiavi fuggiti e la restituzione ai proprietari, il romanzo ebbe un profondo effetto sugli atteggiamenti nei confronti degli afro-americani e la schiavitù negli Stati Uniti e rese più acuto il conflitto che condusse alla guerra civile americana.
Harriett Beecher Stowe era un’abolizionista convinta. Questo romanzo è stato il suo tentativo, assai riuscito, di sollevare le coscienze delle persone dell’epoca.
La capanna dello zio Tom colpì talmente l’opinione pubblica che Abramo Lincoln, parlando della sua autrice, alla fine della guerra civile americana che sancì l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti: “E’ la piccola donna che ha vinto la guerra”.
La Stowe focalizzò il romanzo sul personaggio di zio Tom e sulla lunga sofferenza degli schiavi neri attorno alla quale si intrecciano le storie di altri personaggi. Il romanzo descrive la realtà della schiavitù e afferma che l’amore cristiano può superare la distruzione e la riduzione in schiavitù di altri esseri umani.
La critica che la comunità afroamericana rivolge oggi a questo libro è il fatto di aver rappresentato la figura dello schiavo in modo troppo negativo e rassegnato, senza nessun impulso alla lotta contro il potere dei padroni.
Nonostante gli stereotipi che ha contribuito a creare sugli afroamericani, e nonostante sia scritto in una forma letteraria non eccelsa, questo libro ha avuto il grande pregio di svegliare le coscienze di una gran parte del popolo americano.
Ed è entrato di prepotenza nei classici della letteratura nordamericana.
E’ un libro commovente, da leggere in compagnia dei propri figli (perché è, di fatto, una lettura per ragazzi). Ed è un ottimo modo per aiutarli a capire che le differenze vanno coltivate e non eliminate.
lunedì 14 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 14 novembre 1851 Melville pubblica "Moby Dick".
Nel 1850, quando si decise a scrivere finalmente Moby Dick, Herman Melville era semplicemente noto al grande pubblico come “lo scrittore che amava i cannibali”. Di certo allora la sua fama era incontrastabile: con Typee e il seguito Omoo divenne nel giro di un anno, uno degli scrittori più amati, nell’ambito ovviamente del filone narrativo picaresco e avventuroso. I suoi libri, inoltre, avevano un modo tipicamente romantico e provocatorio nel delineare i cannibali come un popolo dal fascino quasi decadente, una civiltà schiavizzata dall’incomprensibile avidità degli uomini bianchi e del loro sfrenato colonialismo.
Nel 1841 su una baleniera diretta verso i Mari del Sud, Melville conobbe un ragazzino che gli fece leggere “Il racconto dello straordinario e spaventevole naufragio della baleniera Essex”. Anche un articolo su un numero di Life del 1952 narra la storia di questo naufragio: una sorta di “baleniera maledetta” perseguitata da tempeste ed incidenti di ogni sorta, fino all’assalto di una balena che l’affondò.
Nonostante gli emozionanti viaggi protagonisti nei romanzi precedenti, resi stranissimi dalla scelta di un’impostazione polemica e anticonvenzionale, Melville rimase turbato ma anche colpito, ed in un certo senso affascinato dalla tragedia.
Pubblicato nel 1851, Moby Dick, capolavoro indiscusso di Herman Melville, per la sua forza evocativa e l’architettura enciclopedica, rimane tutt’ora un testo criptico ed indecifrabile, un’ammaliante esplosione di parole, una sorta di universo in continua espansione. Per questi ed altri motivi, un’opera leggendaria.
Libro d’avventura, manuale per la caccia alle balene, dizionario, memorandum, saggio d’introspezione psicologica, racconto epico, trattato epistemologico, filosofico, artistico o semplicemente linguistico, l’autore utilizza un numero impressionante di digressioni prese dai libri di storia, testi antichi e suoi contemporanei, Shakespeare, La Bibbia. Per rendervi l’idea, chi s’imbatte nella lettura di quest’opera non può trascurare la stessa sofferenza con la quale si affronta il suo più illustre predecessore: La Divina Commedia.
La trama del libro è lineare, e si può riassumere brevemente come il viaggio della baleniera “Pequod”, comandata dal capitano Achab, a caccia di balene, ed in particolare della enorme balena bianca che da il titolo al romanzo: Moby Dick, bianchissima, enorme e malvagia, che in passato ha fatto naufragare la sua nave tranciando di netto una gamba al capitano.
Raccontata da Ismaele, l’unico che alla fine si salverà dall’inevitabile naufragio, ed alter – ego dello scrittore, è la storia di un’analisi precisa e pedante dell’uomo quando è spinto dall’odio per l’ambiguità e l’intangibilità del Male, specialmente quando si nasconde nelle sue forme più innocenti.
La lotta contro una balena bianca non deve essere vista tanto un desiderio di vendetta quanto la metafora dell’orrore e del fascino che attira l’uomo verso l’inafferrabile e l’ignoto.
Ambivalente è prima di tutto la forza espressiva della narrazione, che rimane bipolare ed interscambiabile attraverso i due protagonisti della vicenda: Achab è colui che si ribella e agisce, Ismaele è invece colui che osserva e descrive. Al di là dell’espediente narrativo, si può cogliere già da subito il nucleo centrale della dialettica melvilliana: voler conoscere – e quindi in questo caso s’intende l’uccisione della balena – significherebbe non riconoscere i limiti della natura umana, ribellarsi ad essa, e di conseguenza votarsi alla sconfitta. Ma accettare, cioè non voler conoscere, comporterebbe un diverso tipo di frustrazione: seppellire il proprio genio, ghettizzare la propria personalità ed illudersi in un’esistenza sterile. In entrambi i casi l’uomo rimane condannato all’infelicità.
Quindi non esiste alcun dono divino, e semmai ve ne fosse uno, si rivelerebbe un meccanismo perverso destinato all’uomo ed a ogni essere vivente, una malformazione congenita della propria esistenza.
La balena bianca, uno dei più grandi simboli della letteratura di tutti i tempi, si offre a svariate interpretazioni, contraddittorie e mai contingenti, un ricamo in cui ogni simbolo non è mai quello giusto, quasi come se volesse destare nella parte più profonda del nostro animo, al tempo stesso, sia il Bene che il Male Supremo. Sembra di volta in volta una creatura fisica e metafisica, leviatano e messaggero divino, mimesi terrificante ed essere angelico, un’apparizione ineluttabile della realtà, un’epifania simultanea del Bene e del Male. La “Pequod” stessa diventa, sulla scia del modello dantesco, una sorta di microcosmo emblematico nel quale si esibiscono, in un’ipotetica parata, vari “campioni” dell’umanità: diverse etnie, diverse fedi religiose, diverse filosofie e scelte esistenziali. Quindi, e non in ultima istanza, non solo un conflitto tra Realtà e Dio, Achab e la Balena, ma una specie di giudizio universale dal sapore faustiano, un tentativo estremo dell’umanità intera di redimersi.
Ma Moby Dick non può essere letto solo come tentativo definitivo di esplicare un simbolo. Ricca di spunti realistici, l’opera di Melville è anche, nella sua grandiosa struttura quasi cinematografica, uno splendido romanzo di avventure nel quale, il tema del mare, si afferma come una delle costanti più significative della letteratura americana. Cresciuti nella realtà e nel mito della frontiera, gli americani scoprirono nel mare, nell’oceano, una nuova frontiera, poetica e terrificante.
L’oceano e il suo presagio: Moby Dick
lunedì 25 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 luglio 1897 Jack London parte per andare in Klondike insieme ai cercatori d'oro. Da questa esperienza troverà l'ispirazione per i suoi romanzi di successo.
John Griffith Chaney, conosciuto con lo pseudonimo di Jack London, scrittore statunitense nato a San Francisco il 12 gennaio 1876, è una delle più singolari e romanzesche figure della letteratura americana. Figlio illegittimo, allevato da una madre spiritista, da una nutrice nera e da un padre adottivo che passava da un fallimento commerciale all'altro, si fece precocemente adulto sui moli di Oakland e sulle acque della baia di San Francisco insieme a compagnie poco raccomandabili.
Se la strada fu la culla della sua adolescenza, Jack London era uso frequentare ladri e contrabbandieri, costretto ai mestieri più disparati e non sempre legali. Nella sua giovinezza passò da un lavoro all'altro senza troppe difficoltà: cacciatore di foche, corrispondente di guerra, avventuriero, venne coinvolto egli stesso nelle famose spedizioni in Canada alla ricerca del mitico oro del Klondìke. Jack London ha comunque sempre coltivato e custodito dentro di sè il "morbo" della letteratura, essendo costituzionalmente un gran divoratore di libri di ogni genere.
Cimentatosi ben presto anche con la scrittura London riuscì a essere per circa un quinquennio scrittore tra i più famosi, prolifici, e meglio retribuiti che si ricordino, pubblicando in tutto qualcosa come quarantanove volumi. Il suo spirito era però perennemente insoddisfatto e ne sono testimonianza i continui problemi di alcool e gli eccessi che hanno contrassegnato la sua vita.
Una stupenda trasfigurazione di quello che Jack London era, sia sul piano sociale che interiore, la fece lui stesso nell'indimenticabile "Martin Eden", storia di un giovane marinaio dall'animo ipersensibile che si scopre scrittore e una volta raggiunta la fama si autodistrugge, anche a causa delle netta percezione di essere comunque un "diverso" rispetto alla società fine e colta rappresentata dalla benestante ed educata borghesia.
Jack London scrisse romanzi di vario genere, da quelli avventurosi come "Il richiamo della foresta" (pubblicato nel 1903) a "Zanna Bianca" (1906), a quelli appunto autobiografici, fra cui si ricordano fra l'altro "In strada" (1901), il già citato "Martin Eden" (1909) e "John Barleycorn" (1913); si è cimentato anche con la fantapolitica ("Il tallone di ferro") e ha scritto numerosi racconti, tra cui spiccano "Il silenzio bianco", e "Farsi un fuoco" (1910).
Più volte si è dedicato al reportage (come quello, del 1904, sulla guerra russo-giapponese) e alla saggistica e trattatistica politica ("Il popolo dell'abisso", celebre inchiesta, condotta di prima mano, sulla povertà nell'East End di Londra).
Il suo stile narrativo rientra a pieno titolo nella corrente del realismo americano che, ispirandosi al naturalismo di Zola e alle teorie scientifiche di Darwin, privilegiando i temi della lotta per la sopravvivenza e del passaggio dalla civiltà allo stato primitivo.
Gli scritti di Jack London hanno avuto, e continuano ad avere, una diffusione enorme, specie tra il pubblico popolare d'Europa e dell'Unione Sovietica. Non altrettanta fortuna ha però avuto questo irruento ed istintivo scrittore presso i critici, specie quelli accademici; soltanto in anni recenti si è assistito, sia in Francia sia in Italia, a una larga rivalutazione, soprattutto a opera di critici militanti della sinistra, grazie alle tematiche affrontate nei suoi romanzi, spesso orientate alla descrizione di ambienti rozzi e degradati tipici delle classi subalterne, con storie incentrate su avventurieri e diseredati, impegnati in lotte spietate e selvagge per la sopravvivenza, in ambienti esotici o insoliti: i mari del Sud, i ghiacciai dell'Alaska, i bassifondi delle grandi metropoli.
Al di là di queste rivalutazioni postume, di cui in fondo London per sua fortuna non ha mai avuto bisogno, è sempre stato riconosciuto a questo scrittore anti-accademico un talento narrativo "naturale", meglio espresso nella dimensione ridotta dei racconti. La sua narrativa è caratterizzata infatti da un grande ritmo, da intrecci avvincenti e originalità nella scelta dei paesaggi. Il suo stile è asciutto, giornalistico.
Quella che viene ora rivalutata è però la sua capacità di cogliere con immediatezza contrasti e contraddizioni non solo personali, ma collettivi e sociali, in particolare taluni conflitti caratteristici del movimento operaio e socialista americano di fine secolo.
Sulla morte di Jack London non vi è una chiara e precisa cronaca: una delle ipotesi più accreditate è che, distrutto dal vizio dell'alcool, sia morto suicida il 22 novembre 1916 a Glen Ellen, in California.
mercoledì 21 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 21 luglio 1899 nasce a Oak Park, Illinois, Ernest Hemingway.
Ernest Hemingway è lo scrittore simbolo del Novecento letterario, colui il quale ha saputo rompere con una certa tradizione stilistica riuscendo ad influenzare successivamente generazioni intere di scrittori.
Appassionato di caccia e pesca, istruito in tal senso dal padre, proprietario di una fattoria nei boschi del Michigan, fin da piccolo impara a praticare diversi sport, fra i quali è inclusa la violenta e pericolosa boxe: un'attrazione per le emozioni forti che non abbandonerà mai Hemingway e che rappresenta il suo segno distintivo come uomo e come scrittore.
E' il 1917 quando comincia a maneggiare carta e penna, dopo essersi diplomato, lavorando come cronista al "Kansas City Star". L'anno dopo, non potendo, a causa di un difetto all'occhio sinistro, arruolarsi nell'esercito degli Stati Uniti appena scesi in guerra, diventa autista di autoambulanze della Croce Rossa e viene spedito in Italia sul fronte del Piave. Ferito gravemente dal fuoco di un mortaio l'8 luglio del 1918 a Fossalta di Piave, mentre sta salvando un soldato colpito a morte, viene ricoverato in ospedale a Milano, dove s'innamora dell'infermiera Agnes Von Kurowsky. Dopo essere stato decorato al valor militare, nel 1919 torna a casa.
Nonostante sia accolto come un eroe, la sua natura irrequieta e perennemente insoddisfatta non lo fa sentire comunque a posto. Si dedica alla stesura di alcuni racconti, del tutto ignorati da editori e dall'ambiente culturale. Scacciato di casa dalla madre che l'accusa d'essere uno scapestrato, si trasferisce a Chicago dove scrive articoli per il "Toronto Star" e "Star Weekly". Ad una festa conosce Elizabeth Hadley Richardson, di sei anni più grande di lui, alta e graziosa. I due s'innamorano e nel 1920 si sposano, contando sulla rendita annua di tremila dollari di lei e progettando di andare a vivere in Italia. Ma lo scrittore Sherwood Anderson, già allora famoso per "I racconti dell'Ohio", guardato come modello da Hemingway, lo spinge verso Parigi, capitale culturale di allora, dove la coppia addirittura si trasferisce. Naturalmente, lo straordinario ambiente culturale lo influenza enormemente, soprattutto a causa del contatto con le avanguardie, che lo spingono ad una riflessione sul linguaggio, indicandogli la via verso l'antiaccademismo.
Intanto, nel 1923 nasce il primo figlio, John Hadley Nicanor Hemingway, detto Bumby e l'editore McAlmon pubblica il suo primo libro, "Tre racconti e dieci poesie", seguito l'anno dopo da "Nel nostro tempo", elogiato dal critico Edmund Wilson e da un poeta fondamentale come Ezra Pound. Nel 1926 escono libri importanti come "Torrenti di primavera" e "Fiesta", tutti grandi successi di pubblico e di critica, mentre l'anno dopo esce, non senza prima aver divorziato, il volume di racconti "Uomini senza donne".
Il buon successo a cui vanno incontro i suoi libri lo galvanizza e nel 1928 eccolo di nuovo ai piedi dell'altare per impalmare la bella Pauline Pfeiffer, ex redattrice di moda di "Vogue". I due fanno poi ritorno in America, mettono su casa a Key West, Florida e danno alla luce Patrick, il secondo figlio di Ernest. Nello stesso periodo il turbolento scrittore porta a termine la stesura dell'ormai mitico "Addio alle armi". Purtroppo, un evento davvero tragico arriva a sconvolgere il tranquillo trend di casa Hemingway: il padre, fiaccato da un male incurabile, si uccide sparandosi alla testa.
Fortunatamente, "Addio alle armi", viene salutato con entusiasmo dalla critica e gratificato da un notevole successo commerciale. Intanto nasce la sua passione per la pesca d'altura nella Corrente del Golfo.
Nel 1930 ha un incidente automobilistico e si frattura il braccio destro in più punti. E' uno dei molti incidenti in cui incappa in questo periodo di viaggi e di avventure: mal di reni causato dalla pesca nelle gelide acque spagnole, uno strappo inguinale procuratosi mentre visita Palencia, un'infezione da antrace, un dito lacerato fino all'osso in un incidente con un sacco da pugilato, una ferita al bulbo oculare, graffi profondi a braccia, gambe e faccia prodotti da spine e rami mentre attraversa un bosco del Wyoming in sella a un cavallo imbizzarrito.
Queste esibizioni vitalistiche, il fisico muscoloso, il carattere da attaccabrighe, la predilezione per le grandi mangiate e le formidabili bevute lo rendono un personaggio unico dell'alta società internazionale. E' bello, duro, scontroso e, nonostante sia poco più che trentenne, è considerato un patriarca della letteratura, tanto che cominciano a chiamarlo "Papa".
Nel 1932 pubblica "Morte nel pomeriggio", un grosso volume tra saggio e romanzo dedicato al mondo della corrida. L'anno dopo è la volta dei racconti riuniti sotto il titolo "Chi vince non prende nulla".
Partecipa al suo primo safari in Africa, un altro terreno per saggiare la propria forza e il proprio coraggio. Nel viaggio di ritorno conosce sulla nave Marlene Dietrich, la chiama "la crucca" ma diventano amici e lo restano per tutta la vita.
Nel 1935 esce "Verdi colline d'Africa", romanzo senza trama, con personaggi reali e lo scrittore protagonista. Compra un'imbarcazione diesel di dodici metri e la battezza "Pilar", nome del santuario spagnolo ma anche nome in codice di Pauline.
Nel 1937 pubblica "Avere e non avere", il suo unico romanzo d'ambientazione americana, che racconta la storia di un uomo solitario e senza scrupoli che resta vittima di una società corrotta e dominata dal denaro.
Si reca in Spagna, da dove manda un reportage sulla Guerra civile. La sua ostilità verso Franco e la sua adesione al Fronte Popolare sono evidenti nella collaborazione alla riduzione cinematografica di "La terra di Spagna" insieme a John Dos Passos, Lillian Hellman e Archibald MacLeish.
L'anno successivo pubblica un volume che si apre con "La quinta colonna", una commedia a favore dei repubblicani spagnoli, e contiene vari racconti tra cui "Breve la vita felice di Francis Macomber" e "Le nevi del Chilimangiaro", ispirati al safari africano. Questi due testi entrano a far parte della raccolta "I quarantanove racconti", pubblicata nel 1938, che resta tra le opere più straordinarie dello scrittore. A Madrid incontra la giornalista e scrittrice Martha Gellhorn, che aveva conosciuto in patria, e divide con lei le difficoltà del lavoro dei corrispondenti di guerra.
E' il 1940 quando divorzia da Pauline e sposa Martha. La casa di Key West resta a Pauline e loro si stabiliscono a Finca Vigía (Fattoria della Guardia), Cuba. Alla fine dell'anno esce "Per chi suona la campana" sulla guerra civile spagnola ed è un successo travolgente. La storia di Robert Jordan, l' "inglès" che va ad aiutare i partigiani antifranchisti, e che s'innamora della bellissima Maria, conquista il pubblico e si aggiudica il titolo di Libro dell'anno. La giovane Maria e Pilar, la donna del capo partigiano, sono i due personaggi femminili più riusciti di tutta l'opera di Hemingway. Meno entusiasta si mostra la critica, a cominciare da Edmund Wilson e da Butler, rettore della Columbia University, che pone il veto alla scelta per il Premio Pulitzer.
La sua guerra privata. Nel 1941 marito e moglie vanno in Estremo Oriente come corrispondenti della guerra cino-giapponese. Quando gli Stati Uniti scendono in campo nella seconda Guerra mondiale, lo scrittore vuole partecipare a modo suo e ottiene che la "Pilar" diventi ufficialmente una nave-civetta in servizio di pattugliamento anti-sommergibili nazisti al largo delle coste cubane. Nel 1944 partecipa davvero alla guerra per iniziativa della bellicosa Martha, inviata speciale in Europa della rivista Collier's, che gli procura l'incarico della RAF, l'aeronautica militare inglese, di descrivere le sue gesta. A Londra subisce un incidente automobilistico che gli provoca una brutta ferita alla testa. Conosce un'attraente bionda del Minnesota, Mary Welsh, giornalista del "Daily Express", e comincia a corteggiarla, soprattutto in versi, circostanza davvero inaspettata.
Il 6 giugno è il D-day, il grande sbarco alleato in Normandia. Sbarca anche Hemingway e Martha prima di lui. A questo punto però "Papa" si getta in guerra con grande impegno, una sorta di guerra privata, per combattere la quale costituisce una sua sezione del servizio segreto e una unità partigiana con la quale partecipa alla liberazione di Parigi. Finisce nei guai per aver violato la condizione di non combattente, ma poi tutto si aggiusta e viene decorato con la 'Bronze Star'.
Nel 1945, dopo un periodo di rimproveri e di stilettate, divorzia da Martha e nel 1946 sposa Mary, quarta e ultima moglie. Due anni più tardi trascorre parecchio tempo in Italia, a Venezia, dove stringe un'amicizia dolce e paterna, appena sfiorata da un erotismo autunnale, con la diciannovenne Adriana Ivancich. La giovane e lui stesso sono i protagoniti del romanzo che sta scrivendo, "Di là dal fiume e tra gli alberi", che esce nel 1950, accolto tiepidamente.
Si rifà due anni dopo con "Il vecchio e il mare", un romanzo breve, che commuove la gente e convince la critica, raccontando la storia di un povero pescatore cubano che cattura un grosso marlin (pesce spada) e cerca di salvare la sua preda dall'assalto dei pescecani. Pubblicato in anteprima su un numero unico della rivista Life, vende cinque milioni di copie in 48 ore. Vince il Premio Pulitzer.
Due incidenti aerei. Nel 1953 Hemingway va di nuovo in Africa, questa volta con Mary. Ha un incidente aereo mentre si recano nel Congo. Ne esce con una spalla contusa, illesi Mary e il pilota, ma i tre rimangono isolati e si sparge nel mondo la notizia della morte dello scrittore. Fortunatamente si mettono in salvo quando trovano una barca: si tratta nientemeno che della barca affittata tempo prima al regista John Huston per le riprese del film "La regina d'Africa". Decidono di mettersi in viaggio per Entebbe su un piccolo aereo, ma durante il decollo il velivolo cade e s'incendia. Mary se la cava ma lo scrittore è ricoverato a Nairobi per trauma grave, perdita della vista all'occhio sinistro, perdita dell'udito all'orecchio sinistro, ustioni di primo grado alla faccia e alla testa, distorsione del braccio destro, della spalla e della gamba sinistra, una vertebra schiacciata, danni a fegato, milza e reni.
Nel 1954 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura, ma rinuncia ad andare a Stoccolma per riceverlo di persona, essendo assai provato dalle ferite riportate nei due incidenti aerei. In effetti ha un crollo fisico e nervoso, che lo affligge per diversi anni. Nel 1960 lavora a uno studio sulla corrida, parte del quale esce su Life.
Scrive "Festa mobile", un libro di ricordi degli anni parigini, che uscirà postumo (1964). Un altro libro postumo è "Isole nella corrente" (1970), dolente storia di Thomas Hudson, celebre pittore americano, che perde i tre figli, due in un incidente automobilistico e uno in guerra.
Non riesce a scrivere. Debole, invecchiato, malato si ricovera in una clinica del Minnesota. Nel 1961 compra una villa a Ketchum, Idaho, dove si traferisce non sentendosi più tranquillo a vivere a Cuba dopo la presa di potere di Fidel Castro, che peraltro apprezza.
Tragico epilogo. Profondamente depresso perché pensa che non riuscirà più a scrivere, la mattina di domenica 2 luglio si alza di buon'ora, prende il suo fucile a canna doppia, va nell'anticamera sul davanti della casa, appoggia la doppia canna alla fronte e si spara, uccidendosi come fecero Il padre Clarence, i fratelli Leicester ed Ursula e la nipote Margaux, tutti morti suicidi.
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