Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta astronomia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta astronomia. Mostra tutti i post

venerdì 13 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
La notte del 13 marzo 1781 Wilhelm Herschel scoprì per caso Urano. Questa scoperta produsse due cambiamenti immediati.
Il primo fu quello di espandere, raddoppiandole, le dimensioni del nostro Sistema Solare e il secondo quello di aumentare il numero delle stelle erranti, ovvero quegli oggetti del cielo che i greci chiamavano “planetes” e che l'uomo conosceva già da migliaia di anni. Fino a quella data infatti, i pianeti conosciuti erano solo sei e Saturno rappresentava l'ultimo e il più lontano fra tutti quelli che l'occhio umano era riuscito a vedere. Quella notte però, Herschel ebbe una fortuna sfacciata perché nell'osservare le stelle si ritrovò tra le mani un pianeta.
L'euforia seguita alla scoperta di Urano spinse gli astronomi e i matematici di tutta Europa a cercare di tracciare l'orbita teorica del pianeta utilizzando le leggi della meccanica celeste di Keplero e Newton. Purtroppo, con il passare del tempo, si osservò che Urano era sempre leggermente spostato rispetto a quanto teoricamente ci si aspettava. Si pensò che questa anomalia orbitale fosse prodotta da un corpo che ne perturbava l'orbita e con questa convinzione si iniziò la caccia all'oggetto sconosciuto, anche se la sua ricerca non era semplice. Troppo lontano e dunque troppo piccolo per essere trovato semplicemente guardando nel telescopio, motivo per cui bisognava prima trovarne la posizione teorica anche se questo voleva dire elaborare una enorme quantità di dati. Gli unici a raccogliere la sfida furono due matematici, l'inglese John Adams e il francese Urbain Le Verrier i quali, partendo dagli scostamenti osservati, calcolarono teoricamente prima la massa del corpo perturbatore, l'orbita ed infine la posizione che doveva occupare in quel periodo. Fu poi l'astronomo tedesco J. Galle dell'Osservatorio di Berlino a scoprire il corpo perturbatore trovandolo, grazie ai calcoli forniti da Le Verrier, nella costellazione dell'Acquario.
A distanza di 65 anni dalla scoperta di Urano, nella notte del 23 settembre 1846 fu scoperto Nettuno.
La scoperta di Nettuno, invece di soddisfare gli astronomi, portò nuovi problemi da risolvere. La sua presenza non giustificava ancora completamente le anomalie di Urano; anzi, lo stesso Nettuno sembrava subire delle anomalie “apparenti” nel suo moto orbitale. Doveva dunque esserci ancora qualcosa oltre l'orbita di Nettuno che perturbava questi due pianeti.
Ripartì allora la ricerca del nuovo oggetto perturbatore, l'ipotetico nono pianeta, la cui ricerca, stranamente, coinvolse questa volta più gli astronomi americani che quelli europei. Confidando sul metodo di calcolo utilizzato per trovare Nettuno, il ricco americano Percival Lowell fece costruire nel 1894 un Osservatorio privato a Flagstaff in Arizona. Flagstaff era una città di recente crescita considerato che quando la ferrovia la raggiunse nel 1882, collegandola al Pacifico lungo il 35° parallelo, contava all'incirca soltanto 200 persone.
All'interno dell'Osservatorio, Lowell aveva fatto installare un rifrattore da 61 cm di diametro per l'osservazione planetaria considerato che il suo campo di ricerca era duplice, cercare prove della vita su Marte (dopo che Schiaparelli aveva senza colpe prodotto nella gente la credenza sulla esistenza dei marziani) e cercare il corpo responsabile delle anomalie sui moti orbitali di Urano e Nettuno. Qui Lowell aveva anche organizzato un vero centro di calcolo che aveva portato a due risultati. Il primo suggeriva che il corpo perturbatore potesse avere una massa stimata in 6,5 volte quella terrestre e il secondo che dovesse orbitare a una distanza media di 43 U.A. dal Sole.
La campagna di ricerca fotografica per rintracciare l'oggetto tenne impegnato l’astronomo statunitense dal 1905 al 1916 ma nonostante il lungo e laborioso lavoro, il confronto delle immagini (che veniva fatto con lente d'ingrandimento) indispensabile per trovare lo spostamento di un astro, non diede alcun risultato. Lowell non riuscì dunque a trovare l'oggetto che tanto cercava e nel 1916 morì. L'attività all'Osservatorio si interruppe per lunghi anni, bloccata soprattutto dalla mancanza di soldi legati a questioni ereditarie.
Riprenderà soltanto nel 1928 sotto il nuovo Direttore Vesto Slipher e con un nuovo telescopio da 33 cm di diametro, in grado di catturare immagini di grandi aree di cielo con estensione pari a 12x14°, imprimendole su lastre fotografiche di vetro. Ora la nuova tecnica di ricerca sarebbe stata quella di confrontare sempre due lastre prese a distanza di giorni, utilizzando un comparatore ottico così da rendere più agevole l'individuazione dell'oggetto.
Un lavoro in ogni caso abbastanza noioso quello di fotografare e comparare, che poteva anche non portare a nulla e per questo poco inviso agli astronomi professionisti dell'Osservatorio, impegnati sicuramente in ricerche più gratificanti.
Avevano quindi bisogno di un giovane con poca esperienza, dotato però di grande entusiasmo, ottima vista e tanta, ma tanta pazienza. La scelta cadde su un giovane di 23 anni che lavorava con i genitori in una fattoria del Kansas, appassionato di astronomia al punto da costruirsi un telescopio newtoniano da 23 cm con cui osservare Marte e Giove. I suoi schizzi migliori impressionarono così favorevolmente il direttore dell'osservatorio Lowell, che il giovane venne immediatamente assunto. Si chiamava Clyde William Tombaugh ed era dotato di quanto serviva: ottima vista, precisione nel vedere i dettagli, qualità nel lavoro. Con un biglietto di sola andata, Tombaugh prese il treno che portava a Flagstaff e la sera del 15 gennaio 1929 prese servizio sulla “Mars Hill”, la collina dove sorgeva la specola che Lowell aveva utilizzato per osservare la superficie di Marte.
Nell'aprile del 1929 il direttore Slipher iniziò a studiare con il comparatore le prime fotografie elaborate dal giovane Tombaugh, partendo proprio dalla zona di cielo che includeva la costellazione dei Gemelli. La voglia di trovare il pianeta era così tanta che Slipher lavorò con troppa fretta per accorgersi dello spostamento di quell'astro che si trovava poco lontano da Delta dei Gemelli.
E così, dopo un paio di mesi, le lastre si erano accumulate e superavano di molto quelle già visionate al punto che Slipher, persa la speranza di trovare in fretta il pianeta, delegò tutto il lavoro al giovane assunto. Tombaugh avrebbe dovuto fotografare di notte e visionare di giorno, ma lo fece con voglia pur di non perdere il posto e dover tornare alla fattoria nel Kansas. Con scrupolo stese un nuovo programma di lavoro che prevedeva di fotografare le regioni di cielo sempre in opposizione al Sole, così da riuscire a riprendere tutta la fascia dello Zodiaco nel giro di un anno.
Fu così che nel gennaio 1930 si ritrovò a fotografare nuovamente la Costellazione dei Gemelli, prendendo la prima lastra nella notte del 21 e quelle da comparare nelle notti successive del 23 e 29 gennaio. La loro comparazione avvenne invece nel pomeriggio del 18 febbraio 1930. Tombaugh si accorse quasi subito di un piccolissimo oggetto, attorno alla 15° magnitudine, che sulla seconda immagine si era spostato di circa 3,5 mm. Doveva per forza trattarsi dell'oggetto che stavano cercando. Nelle settimane successive fu fotografata e confrontata nuovamente la stessa zona di cielo e non ci furono dubbi, quello scoperto era proprio il nono pianeta del Sistema Solare.
L'annuncio ufficiale fu però tenuto volutamente in sospeso fino al 13 marzo 1930, una data che rivestiva un doppio significato: commemorava la nascita di Percival Lowell e per combinazione celebrava anche quella in cui Wilhelm Herschel nel lontano 1781 aveva scoperto Urano. A 84 anni dalla scoperta di Nettuno, si chiudeva dunque il cerchio con quel filo che legava la scoperta di Urano a quella di Plutone. Clyde Tombaugh, l'ultimo arrivato, un giovane senza titoli e senza esperienza, aveva dunque scoperto Plutone.
Plutone fu trovato quasi esattamente nella posizione prevista dai calcoli teorici, per cui inizialmente si credette di aver trovato il corpo perturbatore. Col passare degli anni le misurazioni rivelarono tuttavia che Plutone era di gran lunga troppo piccolo per spiegare le perturbazioni osservate, e si pensò quindi che non si potesse trattare dell'ultimo pianeta del sistema solare. Partì quindi la caccia al decimo pianeta, il cosiddetto Pianeta X - un gioco di parole basato sul fatto che la X è il numero romano per 10 ed è anche il simbolo dell'incognito.
La questione fu risolta solo nel 1989, quando l'analisi dei dati della sonda Voyager 2 rivelò che le misure della massa di Urano e Nettuno comunemente accettate in precedenza erano lievemente sbagliate. Le orbite calcolate con le nuove masse non mostravano alcuna anomalia, il che escludeva categoricamente la presenza di qualunque pianeta più esterno di Nettuno con una massa elevata.
La scoperta di Plutone fu in definitiva casuale, trovandosi il pianeta al posto giusto nel momento giusto mentre si dava la caccia a qualcos'altro.
Precedentemente considerato un pianeta vero e proprio, il 24 agosto 2006 Plutone è stato declassato a pianeta nano dall'Unione Astronomica Internazionale, ricevendo il nome di 134340 Pluto.

giovedì 14 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi il 14 novembre.
Il 14 novembre 2003 viene osservato per la prima volta Sedna, un corpo celeste che orbita attorno al sole oltre Nettuno.
Sedna è un oggetto transnettuniano di grandi dimensioni che orbita attorno al Sole su di un’orbita particolarmente eccentrica che lo porta ad avvicinarsi al sistema solare esterno in prossimità del perielio e ad allontanarsi fino ad oltre 5 giorni luce dal Sole quando si approssima all’afelio. Il suo avvicinamento è di gran lunga superiore alla distanza che ci separa da Plutone, in un punto così lontano che il Sole appare come un banale puntino luminoso. Ad una distanza di 12,8 miliardi di chilometri non è ipotizzabile per nessuno strumento, sia terrestre che spaziale, capire le sue reali caratteristiche superficiali, ma gli astronomi sono stati in grado di identificare il colore rossastro del pianeta nano. A tal punto che nel 2004 è stato descritto come l’oggetto più rosso del nostro sistema solare dopo Marte, il pianeta rosso per eccellenza. Sedna è stato scoperto da un team guidato da Mike Brown, un astronomo del California Institute of Technology. La sua scoperta e quella di altri oggetti simili ad esso rappresentò uno dei motivi principali che portò nel 2006 l’Unione Astronomica internazionale a declassare Plutone a pianeta nano. Come spesso accade, la scoperta avvenne per puro caso nel corso di una più ampia indagine che ebbe inizio nel 2001. L’identificazione di satelliti, pianeti, asteroidi e comete avviene grazie al loro moto differente rispetto alle stelle di fondo cielo (misurabile con immagini scattate a distanza di qualche ora) che sembrano stazionarie nel cielo. Tuttavia, gli oggetti nella Nube di Oort sono estremamente lontani e si muovono molto lentamente. Per questo è necessario un’indagine più accurata.
La nube di Oort è un’ipotetica nube sferica di comete posta tra 20.000 e 100.000 UA, o 0,3 e 1,5 anni luce dal Sole, cioè circa 2400 volte la distanza tra il Sole e Plutone. Periodicamente questi oggetti ricevono una spinta gravitazionale verso il Sole, si riscaldano e si trasformano in comete. Sedna, però, ha dimensioni ben più grandi di una cometa. Secondo le ultime stime, il pianeta nano è leggermente più piccolo rispetto alle dimensioni di Plutone. Sedna richiede un certo tempo (circa 10.000 anni) per orbitare intorno al sole, non solo a causa della sua grande distanza, ma anche perché la sua orbita, come detto, è molto eccentrica. Al momento della scoperta si trovava in uno dei punti più vicini al Sole lungo la sua orbita, rendendo l’osservazione più favorevole. Una coincidenza di non poco conto. Oggi Sedna non è l’unico oggetto transnettuniano; tra i principali Plutone e Eris

giovedì 22 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.
Il 22 febbraio 2017 la NASA annuncia la scoperta di un sistema solare simile al nostro, distante circa 40 anni luce.
TRAPPIST-1, una stella nana rossa ultra fredda distante poco più di 39 anni luce dal nostro sistema solare, ospita sette pianeti di tipo terrestre. Tre di questi erano già stati scoperti mediante una serie di osservazioni condotte nel 2015.
Poco più di un anno fa, un team di astronomi aveva annunciato una scoperta entusiasmante derivante da precedenti osservazioni: la scoperta di tre pianeti di tipo terrestre in orbita intorno ad una nana rossa ultra fredda. Utilizzando il metodo fotometrico dei transiti, erano stati in grado di scoprire tre pianeti delle dimensioni della Terra in orbita intorno a questa nana rossa. I due pianeti più interni hanno evidenze di essere in rotazione sincrona alla loro stella ospite. Il team ha fatto le sue osservazioni da settembre a dicembre 2015 e ha pubblicato i suoi risultati nel numero di maggio 2016 della rivista Nature.
MASS J23062928-0502285 (nota anche come TRAPPIST-1 dal sistema di osservazione che l’ha studiato) è una stella nana ultrafredda – molto più fredda e più rossa del Sole. Queste stelle sono molto comuni nella nostra galassia e vivono molto a lungo. Nonostante sia così vicina alla Terra, questa stella è troppo debole e troppo rossa per essere vista a occhio nudo o anche con un telescopio amatoriale nella banda visibile: con l’opportuna strumentazione è visibile nella costellazione dell’Acquario.
Ora, un team internazionale di trenta astronomi ha raccolto una serie di evidenze sufficienti per affermare che il sistema contiene in effetti ben sette pianeti, tutti di tipo terrestre. Il dato più affascinante è che i pianeti scoperti risulterebbero in gran parte nella zona abitabile del sistema e questo, come abbastanza ben noto recentemente dopo sempre più numerose scoperte di esopianeti, significa che potrebbero ospitare acqua allo stato liquido. Questo fa di TRAPPIST-1 il primo caso di sistema con un così elevato numero di pianeti in zona abitabile e per di più con dimensioni terrestri. Questa scoperta apre profonde implicazioni nella ricerca di vita extraterrestre nei sistemi extrasolari.
TRAPPIST-1 non è molto più grande di Giove, ed emette una piccola frazione della luminosità totale del nostro Sole. I sette pianeti che orbitano attorno alla stella nana, denominati TRAPPIST-1b, 1c, 1d, 1e, 1f, 1g, e 1h, sono raccolti in un sistema solare decisamente più piccolo del nostro. Un anno (o un giorno, essendo in rotazione sincrona) sul pianeta più interno dura solo 1,5 giorni terrestri, sul secondo dura appena 2,4 giorni terrestri, mentre l’orbita del terzo pianeta è meno certa, con un range che va da 4,5 a 73 giorni terrestri. Il fatto che le stelle nane rosse costituiscono dal 30 al 50% delle stelle della nostra galassia (il cui numero è compreso tra 100 e 400 miliardi), fa di esse la tipologia più abbondante (considerando che le stelle simili al nostro sole ammontano invece ad un 10%).
Il primo pianeta extrasolare (o esopianeta) è stato scoperto 27 anni fa e da allora l’idea della vita come la conosciamo, presente in altri sistemi planetari, s’è fatta strada secondo vie che sino ad allora erano rimaste inesplorate. Il sistema cosiddetto “dei transiti” ha rivelato via via nuovi pianeti e con la missione Kepler, il numero di esopianeti scoperti ha visto un aumento esponenziale. Michael Gillon, astronomo presso l’Università di Liegi e i suoi colleghi, hanno usato lo stesso metodo per individuare i sette pianeti di questa scoperta. I primi tre sono stati individuati utilizzando un telescopio terrestre, mentre i successivi quattro attraverso il telescopio orbitante della NASA Spitzer. Lo studio suggerisce che i diametri e le masse dei pianeti, stimate sulla base dell’abbassamento della luminosità stellare in prossimità del transito del pianeta, sono compatibili con quelle dei pianeti rocciosi. Date le distanze calcolate e la determinazione della zona di abitabilità del sistema solare, ecco l’affermazione secondo cui l’acqua allo stato liquido potrebbe trovare ampio spazio su questi pianeti. Questo non significa che possiamo saltare alla conclusione di presenza di vita. Come già visto anche per il caso di Proxima b, ci sono svariate condizioni al contorno che possono determinare fattori decisamente poco favorevoli allo sviluppo di vita, dai brillamenti solari alle emissioni di masse coronali: sfortunatamente proprio le nane rosse hanno questa prerogativa con fenomeni anche violenti. Altro aspetto è che tutti i pianeti sembrano orbitare in risonanza, il che potrebbe significare che rivolgono sempre lo stesso lato verso la stella. Dal punto di vista opposto, nessuno di questi fattori può a priori escludere la vita su qualcuno di questi pianeti. TRAPPIST-1 è una stella “molto tranquilla”, ha detto Gillon, per quanto tranquille possano essere delle masse gassose incandescenti come le stelle. Gillon ha anche aggiunto che la rivoluzione in risonanza e la rotazione sincrona potrebbero anche essere un vantaggio, nel senso che potrebbero aver indotto ad un robusto riscaldamento sincrono dei nuclei planetari. Questo calore potrebbe di conseguenza aver sciolto il ghiaccio in acqua liquida e generato un comportamento vulcanico alla base di un isolamento di una atmosfera planetaria. Da qui al passo successivo, ovvero la presenza di vita, il tragitto è breve.
«La scoperta di TRAPPIST-1 e del suo sistema planetario è solo l’inizio», ha detto Gillon. In futuro gli astronomi puntano ad utilizzare le potenzialità in infrarosso del James Webb Space Telescope per rilevare le atmosfere dei pianeti e verificare la presenza di ossigeno e altri gas utili allo sviluppo della vita. Lo stesso vale per il futuro Extremely Large Telescope dell’ESO.
«Può ogni pianeta di questi ospitare la vita? Semplicemente non lo sappiamo» ha detto Ignas A.G. Snellen, un ricercatore della Leiden University che ha rivisto lo studio per Nature, «ma una cosa è certa: in pochi miliardi di anni, quando il Sole avrà esaurito tutto il suo combustibile e il Sistema Solare avrà cessato di esistere, TRAPPIST-1 sarà ancora una stella molto giovane. Brucia il suo idrogeno così lentamente che sopravvivrà ancora per centinaia di miliardi di anni, 700 volte l’età attuale dell’Universo e quindi un tempo sicuramente ragionevole per lo sviluppo di vita».

giovedì 14 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.
Il 14 dicembre 1546 nasce in Danimarca Tycho Brahe.
Come Copernico era stato il primo europeo dal tempo dei greci ad innalzarsi all'altezza di Aristarco e di Tolomeo nel campo teorico, così Tycho Brahe fu il primo ad innalzarsi all'altezza di Ipparco nel campo dell'osservazione astronomica. 
Sinceramente contrario alla teoria copernicana, il suo sistema era ancora geocentrico anche se diverso dal sistema Tolemaico. Egli infatti immaginava che la Terra fosse immobile al centro dell'universo, che il Sole e la Luna ruotassero attorno alla Terra  e che tutti i pianeti ruotassero attorno al Sole. 
 Fino alla fine della sua vita egli non fu capace di accorgersi che questa cosiddetta nuova teoria era esattamente uguale a quella di Copernico. Infatti dal punto di vista matematico, la trasformazione da un sistema all'altro è insignificante. 
Pur essendo ingenuo in campo teorico, il suo lavoro di osservazione fu preziosissimo per lo sviluppo successivo dell'astronomia. 
Nato in Danimarca, a Knudstrup, Tycho era figlio del governatore del castello di Helsingborg. 
Dopo aver compiuto gli studi a Copenaghen e in Germania, si interessò presto di astronomia e di astrologia. Possiamo già farci un'idea della sua particolare personalità da un fatto curioso: arrivò a sfidare a duello un compagno di studi che aveva osato mettere in dubbio le sue capacità matematiche. Ci rimise il naso che si fece poi ricostruire con una protesi in oro.
Osservando nel 1563 una congiunzione di Giove e Saturno si rese conto che anche le più recenti e aggiornate tavole astronomiche (le Tabulae Prutenicae di Erasmo Rehinold) erano in errore di parecchi giorni. 
 Cominciò a progettare e  collezionare strumenti di osservazione sempre più imponenti fra cui un grande quadrante per osservazioni stellari e un globo celeste sul quale andava segnando le posizioni delle stelle confermando ancora  l'imprecisione e la lacunosità delle misurazioni astronomiche fino ad allora eseguite. 
Il grande contributo di Tycho Brahe all'astronomia fu infatti soprattutto quello di imporre l'esigenza di misurazioni e osservazioni continue e sempre più precise, a differenza dei precedenti astronomi che, influenzati dalla concezione aristotelica, davano molta più importanza agli aspetti qualitativi che a quelli quantitativi. 
Nel novembre del 1572 compariva una stella molto luminosa nella costellazione di Cassiopea. Si trattava di una supernova. Tycho la osservò accuratamente nelle sue fasi di luce, notando che doveva essere molto più lontana della Luna. Infatti non presentava nessuna parallasse sensibile e quindi doveva appartenere al cielo delle stelle fisse. La cosa dovette suscitare un certo scalpore negli ambienti accademici, visto che si riteneva che tutti i corpi celesti appartenenti al cielo delle stelle fisse non avrebbero dovuto essere soggetti a mutazioni e corruzioni. 
Viaggiò parecchio in Germania e in Italia, pensando poi di andare a stabilirsi a Basilea con la famiglia. Il re Federico II, che era un protettore delle arti e delle scienze, per timore di perderlo gli fece un dono favoloso: gli conferì l'isola danese di Hveen con tutte le rendite che produceva e si impegnò a costruirgli un osservatorio a spese dello stato. 
Nacque così un grande edificio chiamato Uranjborg (castello del cielo), una singolare costruzione situata nel mezzo di un giardino quadrato circondato da mura come una fortezza e orientato con i vertici verso i quattro punti cardinali. Il castello possedeva torri di osservazione con tetti mobili, una biblioteca, un laboratorio di alchimia e altri locali di lavoro e di abitazione. Vi installò molti strumenti astronomici (sestanti, armille equatoriali, strumenti parallattici, orologi ecc.). Un secondo edificio, costruito da Tycho in seguito, fu chiamato Stjerneborg (castello delle stelle). Aveva la particolarità di essere in gran parte sotterraneo, probabilmente per porvi gli strumenti in posizioni più stabili che non sulle terrazze. I tetti di questi vani sotterranei erano a forma di cupola e le osservazioni potevano essere eseguite attraverso delle aperture praticate sulle cupole stesse. 
Visse a Uranjborg per vent'anni, durante i quali raccolse un'ampia collezione di dati che gli sarebbe servita in seguito per costruire il suo nuovo sistema cosmologico. 
La megalomania di cui soffriva lo portò presto a tiranneggiare i poveri abitanti dell'isola di Hveen con balzelli non dovuti e condanne per insolvenze. Si circondò persino di una incredibile "corte" con tanto di "nano-buffone" che pranzava sotto la tavola.
Proprio per porre un freno a questa situazione, il successore di Federico II cominciò a limitarne gli appannaggi di cui godeva e  Tycho, offeso, abbandonò l'isola e  riprese le sue peregrinazioni per l'Europa portandosi dietro la famiglia e i suoi numerosi strumenti. Finì alla corte di re Rodolfo II (personaggio altrettanto eccentrico) con l'incarico di Mathematicus imperialis. Nel 1600 incontrò Keplero nel quale Tycho sperava di trovare un fedele discepolo della sua teoria, ma il rapporto tra i due astronomi fu breve e insofferente. Tycho infatti morì nel 1601 misteriosamente senza riuscire a convincere Keplero sul suo sistema geocentrico.  
L’enigma della morte di Tycho Brahe è stato definitivamente svelato. Il Dipartimento della Cultura di Praga ha accordato ad alcuni ricercatori il permesso di aprire la tomba dell’astronomo, che si trova nella cattedrale di Tyn, nella stessa città di Praga. Un gruppo di esperti danesi e cechi è stato in grado di compiere un’analisi dettagliata sulle ossa dell’astronomo, sui capelli e sull’abbigliamento rimasto, nel tentativo di trovare la risposta a un mistero vecchio di secoli, e cioè se sia stato assassinato o no. Anche se gli storici hanno generalmente attribuito la sua morte a problemi alla vescica o a calcoli renali, alcuni credono che egli possa essere stato avvelenato. Molti ricercatori credono che possa essere morto, accidentalmente o intenzionalmente, per avvelenamento da mercurio. La questione è stata ripresa negli ultimi anni, dopo che un professore svedese ha scoperto un diario in cui un lontano parente di Tycho Brahe, Erik Brahe, sosteneva che l’astronomo era stato avvelenato.
Occorre però ricordare che questi uomini che fecero la storia dell’astronomia e cambiarono definitivamente le conoscenze erano e rimanevano uomini, dotati di virtù che li hanno resi grandi, ma anche di vizi che li accomunano a noi “comuni mortali”. Tycho Brahe non fece eccezione: vita sessuale movimentata, duelli, interesse nell’alchimia e una morte ancora velata da un alone di mistero. Si pensi, per esempio, al già citato duello in cui Tycho Brahe perse parte del naso durante la sua permanenza all’ Università di Rostock; questa menomazione lo costrinse ad indossare una protesi metallica per il resto della sua vita.
L’episodio, prima di giungere alla questione della sua morte, merita un piccolo approfondimento: la discussione con Manderup Parsbjerg, membro della nobiltà danese, sfociò in un duello al buio che gli costò il setto nasale, costringendolo a portare una piastra di rame per coprire la cavità nasale esposta. La ragione dello scontro non fu una donna, non furono i soldi, ma una diatriba matematica a noi sconosciuta.
Questa mutilazione, contrariamente a quanto si possa pensare, non fece altro che contribuire a rendere Brahe l’uomo di scienza che diventò nel futuro: da quel momento, infatti, Brahe si interessò anche di medicina e di alchimia, oltre a divenire uno degli uomini più facoltosi di Danimarca.
Tycho Brahe, nel corso della sua vita, ebbe modo di entrare quotidianamente a contatto con il mercurio, sia per le sue attività di alchimista, dove il metallo era ampiamente utilizzato, sia per gli unguenti e le polveri medicinali che egli stesso si preparava ed assumeva. È noto che lo stesso imperatore Rodolfo si fece più volte curare da Tycho con preparati di cui non si conosce l’esatta composizione, e sarebbe interessante verificare se anche i baffi dell’imperatore conservino tracce di mercurio (fra l’altro, intorno al 1610, lo stesso imperatore fu vittima di strani attacchi di pazzia che potrebbero essere stati prodotti dal mercurialismo, un avvelenamento del sangue dovuto all’ingestione o all’inalazione di mercurio).
Ricordiamo che Tycho fece uso per decenni di una pomata con la quale si ungeva il moncherino che aveva al posto del naso, triste ricordo del duello giovanile, moncherino che poi ricopriva con la protesi in lega d’oro e d’argento. E non è da escludere che in tale impiastro ci fosse del cinabro (solfuro rosso di mercurio) o l’acqua fagedenica (bicloruro di mercurio sciolto in acqua di calce), con proprietà cicatrizzanti e disinfettanti, che nel corso del tempo possono aver prodotto il mercurialismo riscontrato nei baffi analizzati all’università di Copenaghen.
Nel 1901, a circa trecento anni dalla morte di Tycho Brahe, il suo corpo venne riesumato e mostrò livelli alti di mercurio, cosa che portò a pensare che la vescica potesse non essere stata la causa della sua morte. La leggenda infatti vuole che la vescica di Brahe esplose durante un banchetto reale a causa di una grave infezione contratta undici giorni prima. A seguito di un tentativo estremo di contenersi educatamente durante questo banchetto importante, Tycho morì per il cedimento della propria vescica. A quell’epoca, infatti, alzarsi da tavola prima di chi aveva un rango più nobile era considerato estremamente maleducato e inopportuno.
Jens Vellev della Aarthus University ha guidato un team di scienziati nella riapertura della tomba dell’astronomo, allo scopo di ottenere campioni migliori di quelli prelevati oltre un secolo fa. Le analisi di Vellev sembrano sorprendentemente escludere l’ipotesi dell’avvelenamento da mercurio. “Tutti i test hanno dato lo stesso risultato: quelle concentrazioni di mercurio non erano sufficienti per ucciderlo”.
Brahe non avrebbe subito alcun avvelenamento da mercurio. Al contrario, sembra che non sia stato mai esposto a questo metallo negli ultimi 5-10 anni della sua vita, e la descrizione della sua morte fatta da Keplero sarebbe coerente con il decesso per una grave infezione alla vescica.

giovedì 5 gennaio 2023

#Almanaccoquoridiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.
Il 5 gennaio 2005 viene battezzato ufficialmente Eris, il più grande pianeta nano del sistema solare, scoperto il 21 ottobre 2003 da alcune immagini catturate dall'Osservatorio sul Monte Palomar.
Se oggi il sistema solare non ha più nove pianeti, ma solo otto, è colpa di Eris. Il nome attribuitogli dagli astronomi era del resto azzeccato: Eris, la dea della discordia. Quando venne scoperto, nel 2003, dimostrò che oltre l’orbita di Nettuno esiste un numero significativo di pianeti-nani grandi quanto e anche più di Plutone (Eris lo supera del 27% circa). Bisognava allora allargare il novero di pianeti del nostro sistema solare, includendo tutti i fratelli minori e maggiori di Plutone? Sembrava davvero troppo. Così, nel 2006, l’Unione astronomica internazionale prese la storica decisione di ridimensionare Plutone a pianeta-nano come Eris, riducendo il numero di pianeti ufficiali del sistema solare a otto. Per Eris sembra arrivato ora un nuovo momento di notorietà dopo che un’affascinante teoria sulla materia e l’energia oscura indica proprio questo remoto pianetino, con la sua minuscola luna, come il possibile candidato a risolvere in un colpo solo i due più grandi misteri della cosmologia contemporanea.
Un campo gravitazionale prodotto dalle particelle del vuoto spiegherebbe gli effetti su scala cosmica attribuiti alla materia oscura.
Secondo Dragan Hajdukovic, fisico del CERN che lavora su soluzioni alternative al problema dell’energia e della materia oscura, i due misteri sono correlati. Anche altre teorie prendono in considerazione quest’ipotesi, ma Hajdukovic ha pubblicato sulla rivista Astrophysics and Space Science non solo un modello esplicativo ma anche un metodo per metterlo alla prova. La sua teoria parte dall’energia del vuoto. È noto che il vuoto più estremo che possiamo trovare negli abissi interstellari è in realtà un ribollire continuo di particelle virtuali che compaiono e scompaiono in pochi istanti, distruggendosi a vicenda e producendo nell’annichilazione grandi quantità di energia.
Ebbene, secondo il fisico montenegrino queste particelle virtuali possiederebbero in realtà delle cariche gravitazionali opposte. Un po’ come le cariche elettriche, che sono negative e positive. Interagendo con un campo gravitazionale, queste particelle creerebbero un secondo campo di forza, anch’esso gravitazionale, che si andrebbe a sommare a quello tradizionale. Ciò spiegherebbe perché le galassie sembrano possedere più materia di quanto risulta all’osservazione: non a causa di una materia ancora sconosciuta, ma di un secondo campo gravitazionale prodotto dalle particelle virtuali nel vuoto, che fa sì che l’universo sembri “più pesante”. Ma non è finita qui: lo spaziotempo stesso, a causa delle particelle virtuali, possiederebbe una piccola carica, repulsiva e opposta a quella attrattiva della forza gravitazionale classica. Ciò spiegherebbe perché l’universo, invece di contrarsi, si stia espandendo a una velocità accelerata. L’energia oscura non sarebbe altro che un’energia repulsiva effetto della carica posseduta dal tessuto spaziotemporale.
Sembra troppo bello per essere vero: due misteri risolti in un colpo solo. L’ipotesi implica tuttavia una vera ridefinizione della fisica, per cui non potrebbe essere accettata senza prove schiaccianti. Hajdukovic è convinto di poterle presentare attraverso l’osservazione di Eris e della sua piccola luna, Disnomia. Entrambi si trovano così distanti dal Sole da far sì che gli effetti della gravitazione relativistica siano trascurabili, a differenza degli altri pianeti del sistema solare che ne risentono fortemente per via della curvatura dello spaziotempo prodotta dalla nostra stella. Lì, il moto di Disnomia e di Eris dovrebbe essere regolato dalla sola gravitazione classica newtoniana. Se così fosse, la precessione del moto di Disnomia intorno a Eris sarebbe di 13 secondi di arco in un secolo. Nel caso in cui esistesse davvero una gravità quantistica, come sostiene il fisico del CERN, la precessione sarebbe negativa, pari a -190 secondi di arco in un secolo.
Possiamo scoprire chi ha ragione? Forse sì. La prossima generazione di telescopi terrestri, tra cui l’enorme E-ELT in costruzione in Cile, potrebbe essere sufficientemente potente da calcolare con precisione la precessione di Disnomia intorno a Eris. In alternativa, il nuovo telescopio spaziale James Webb,in orbita da dicembre 2021, potrebbe riuscire laddove i telescopi terrestri non possono. L’impresa non è facile, né promette di fornire risultati a breve. Ma la speranza è che, come la teoria di Einstein poté essere confermata dalla sua spiegazione del moto anomalo di Mercurio intorno al Sole, la teoria di Hajdokovic possa trovare conferme attraverso l’osservazione di un pianeta nano all’estremo opposto del nostro sistema solare.

sabato 8 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 gennaio.
L'8 gennaio 1998 Saul Perlmutter, fisico del Berkley Lab, annuncia che in base agli studi effettuati sulle supernove, l'universo risulta essere in continua espansione accelerata. Per questi studi verrà insignito nel 2011 del premio Nobel per la fisica.
Quasi tutti gli scienziati sono concordi sul fatto che l'universo ha avuto origine con il Big Bang, ma non si sa con certezza quale sarà il suo futuro. Infatti, le galassie e gli ammassi sono soggetti a due forze che si fronteggiano da quando l'universo è nato: la forza di attrazione gravitazionale, che tenderebbe a far collassare l'universo su se stesso, e la spinta di espansione del Big Bang. Quale delle due vincerà? È difficile dirlo: tutto dipende da quanta massa esattamente l'universo contiene.
Gli astronomi hanno individuato una densità critica dell'universo, e quindi una massa critica, con la quale le due forze si bilancerebbero esattamente.
Se la massa dell'universo è superiore alla massa critica, la forza gravitazionale avrà la meglio: un giorno, l'espansione rallenterà fino a fermarsi, e pian piano l'universo comincerà a contrarsi sotto l'azione della propria forza di gravitazione. Le galassie si avvicineranno fino a fondersi tra loro, le stelle anche. Tutto l'universo, ormai composto solo di particelle atomiche e radiazione, collasserà in un unico punto. Uno scenario di questo tipo viene detto universo chiuso; maggiore è la massa dell'universo e più rapidamente si ripiegherà su se stesso.
Se invece la massa è minore di quella critica, vincerà la spinta di espansione e l'universo continuerà ad espandersi per sempre. Gli ammassi di galassie si allontaneranno tra loro, nelle galassie tutto il gas verrà trasformato in stelle. Poi forse le stelle scivoleranno verso il centro della galassia, formando dei giganteschi buchi neri, e tutta la materia circostante verrà inghiottita. Le galassie degli ammassi si fonderanno, dando luogo anch'esse a buchi neri enormi. Nel frattempo, l'universo diventerà sempre più freddo, buio e vuoto, morendo lentamente. Questo scenario viene chiamato universo aperto.
In un universo piatto l'espansione cesserebbe dopo un certo intervallo di tempo. Un universo chiuso si richiuderebbe su se stesso, mentre un universo aperto continuerebbe ad espandersi all'infinito.
Attualmente, per diversi motivi, gli scienziati sono convinti che la massa presente nell'universo sia quasi esattamente uguale alla massa critica, scenario che viene chiamato universo piatto. Se sommiamo la massa di tutte le galassie che conosciamo, peró, il totale è decine di volte più piccolo della massa necessaria per "chiudere" l'universo. Esso sembrerebbe quindi destinato ad espandersi all'infinito. Gli astronomi però hanno scoperto che intorno a molte galassie esistono degli immensi aloni di materia oscura, un tipo di materia di natura ancora ignota. Essa non emette radiazione di alcun tipo e la sua presenza può essere rivelata solo grazie agli effetti gravitazionali che induce sulla materia normale che le sta vicino.
La materia oscura è stata rivelata in grandi quantità anche negli ammassi di galassie. Alcuni pensano che in totale la sua massa potrebbe essere molte volte superiore alla massa di tutta la materia visibile dell'universo, forse sufficiente per produrre un universo piatto o forse no. Calcolare la massa di tutta la materia esistente nell'universo, sia essa oscura o visibile, non è per niente facile. Si tratta di una delle imprese più difficili e affascinanti che gli astronomi di oggi devono affrontare.
L'universo in accelerazione descrive l'osservazione che il nostro Universo è in una fase di espansione accelerata, ovvero che la velocità con cui esso si sta espandendo sta aumentando.
L'Universo accelerante implica che la velocità a cui una galassia si allontana dalle altre aumenta nel tempo. Se l'accelerazione dovesse continuare le galassie si allontaneranno le une dalle altre in modo tale che il loro spostamento verso il rosso sarà così grande da rendere difficile la loro osservazione e l'universo apparirà oscuro. In scenari più spinti, il risultato finale sarà il disgregamento di tutta la materia nell'Universo. La nuova teoria della fine dell'Universo è stata chiamata il Big Rip (Grande Strappo).
L'osservata accelerazione implica che l'universo potrebbe essere costituito per un 75% di energia non osservata direttamente, chiamata energia oscura, distribuita omogeneamente nell'universo. I modelli cosmologici che tentano una spiegazione dell'accelerazione si differenziano sulle ipotesi che fanno per le candidate a questa energia oscura: dal modello a costante cosmologica diversa da zero (che può aver causato anche l'inflazione cosmica), al modello della quintessenza, ad altri. Le ultime osservazioni WMAP tendono a favorire il modello basato su una costante cosmologica positiva.
L'osservazione di un universo in accelerazione pone grossi problemi alla teoria della civiltà eterna di Dyson. Questa teoria si basa su un universo in decelerazione, che per molti anni è stato il modello dominante in cosmologia perché, in assenza di evidenze osservative per l'esistenza di energia oscura, si pensava che la forza di gravità della materia presente nell'Universo avrebbe agito per rallentare l'espansione.
Secondo i professori José Senovilla, Marc Mars e Raül Vera dell'Università di Bilbao e dell'Università di Salamanca, Spagna, una differente spiegazione potrebbe essere data assumendo l'ipotesi che il tempo stia rallentando, e che un domani potrebbe fermarsi del tutto. Se il tempo rallenta, essi affermano, è possibile spiegare lo spostamento verso il rosso soltanto con questa ipotesi, senza dover supporre l'esistenza di una energia oscura che sinora non è mai stata misurata direttamente, e senza scontrarsi con la difficoltà di dover risolvere il paradosso di una velocità di espansione che aumenterebbe indefinitamente. L'universo starebbe quindi sì espandendosi, ma nient'affatto accelerando: "Noi non diciamo che l'universo non stia espandendosi, ma che potrebbe essere un'illusione che stia accelerando". La teoria proposta rientra come variante particolare della teoria delle superstringhe, nella quale si immagina il nostro universo confinato su una membrana fluttuante in uno spazio a più dimensioni. Gary Gibbons, cosmologo presso l'Università di Cambridge ha commentato che l'ipotesi è degna di attenzione: "Noi pensiamo che il tempo sia emerso all'epoca del Big Bang, e se è emerso può anche scomparire."

mercoledì 15 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 1682 l'astronomo Edmund Halley potè rilevare che il moto di una cometa da lui osservata aveva seguito correttamente la traiettoria ipotizzata nei suoi calcoli matematici, giungendo al perielio esattamente quel giorno, come da lui predetto. Successivamente la cometa prese il suo nome.
Edmond Halley nacque a Haggerston (Londra) il 29 ottobre del 1656  da un ricco fabbricante di sapone del Derbyshire in un momento in cui l'uso del sapone si stava diffondendo in tutta Europa.
Halley venne istruito privatamente a casa prima di essere inviato alla St Paul's School dove potè mostrare il suo talento. Dal 1673 studiò al The Queen's College di Oxford e a soli diciassette anni poteva considerarsi già un astronomo esperto, grazie a una bella collezione di strumenti acquistati dal padre.
Potè iniziare a lavorare come assistente all’astronomo reale Flamsteed nel 1675, che lo portò con se a compiere osservazioni sia a Oxford che a Greenwich.
A Oxford fece importanti osservazioni tra cui una occultazione di Marte da parte della Luna in data 11 giugno 1676, che pubblicò nel Philosophical Transactions della Royal Society.
Prima di laurearsi pubblicò saggi sul Sistema solare e le macchie solari.
Lasciata Oxford, nel 1676 salpò per Sant'Elena nel sud del mondo: con l'apertura del Royal Observatory di Greenwich nel 1675, Flamsteed intraprese il compito di mappare le stelle dell'emisfero nord e Halley decise di integrare questo lavoro per l'emisfero sud.
A novembre del 1678 Halley torna in Inghilterra e l’anno seguente pubblica Catalogus Stellarum Australium che comprende 341 stelle meridionali e un ammasso di stelle in Centauro.
Per queste aggiunte alla mappa stellare Halley viene paragonato a Tycho Brahe e consegue il Master of Arts a Oxford e viene anche eletto membro della Royal Society il 30 Novembre 1678 diventando il membro più giovane all'età di 22 anni.
Nel 1679 la Royal Society invia Halley a Danzica per gestire una controversia tra Hooke e Hevelius giacchè Hooke afferma che le osservazioni di Hevelius, fatte senza cannocchiale, non possono essere ritenute accurate.
Hevelius aveva 68 anni e deve essersi sentito poco felice del fatto che fosse stato inviato un uomo di 23 anni a giudicarlo, ma dopo due mesi di controlli delle osservazioni di Hevelius da parte di Halley questi li dichiarò precisi.
Successivamente Halley identifica nel riscaldamento solare la causa dei moti atmosferici e stabilisce anche la relazione fra la pressione barometrica e l'altezza sul livello del mare. La fama è il riconoscimento che Halley ha raggiunto così rapidamente non fanno piacere a Flamsteed che trasforma ben presto la sua lode per Halley nei suoi giorni da studente in astio.
Avere l'astronomo reale come nemico non è la migliore raccomandazione per un giovane astronomo, anche se famoso come Halley, che avrebbe presto dovuto pagarne il prezzo.
Nel 1680 Halley osserva una cometa vicino a Calais e si reca a Parigi dove, insieme a Cassini , effettua ulteriori osservazioni nel tentativo di determinare la sua orbita, operazione poi riuscita.
Nel 1682 Halley torna in Inghilterra e si sposa con Maria Tooke Halley stabilendosi a Islington dove passa la maggior parte del suo tempo osservando la Luna e interessandosi alla gravità, anche grazie alla prova delle leggi di Keplero sul moto planetario.
Nel 1686 pubblica la seconda parte del resoconto della sua spedizione a sant’Elena in un saggio e una una mappa del mondo che mostra i venti dominanti sopra gli oceani; questo saggio ha la particolarità di essere il primo grafico meteorologico mai pubblicato.
Nell'agosto del 1684 va a Cambridge per discuterne delle sue riflessioni sulla gravità con Isaac Newton e scopre che Newton ha risolto il problema ma non ha ancora pubblicato niente, per cui Halley lo convince a scrivere Philosophiae Naturalis Principia Mathematica nel 1687, opera pubblicata a spese di Halley.
Mostrando particolari doti in molti campi, nel 1693 pubblica un articolo sulle rendite vitalizie; un'analisi basata sugli archivi della città di Breslavia, nota per tenere una documentazione meticolosa, che ha permesso al governo britannico di vendere le rendite vitalizie ad un prezzo congruo, basato sull'età dell'acquirente. Il suo lavoro influenzerà fortemente lo sviluppo della demografia.
Nel 1698 riceve l'incarico da da Guglielmo III di comandare una nave, la Pink Paramore di Sua Maestà Britannica, per fare approfondite osservazioni sulle condizioni del magnetismo terrestre. Il viaggio nell'oceano atlantico dura due anni e i risultati vengono pubblicati in una carta generale delle declinazioni magnetiche nel 1701, la prima carta di questo tipo ad essere mai stata pubblicata e la prima su cui appaiono le isocline.
Nel 1691 fa domanda per la cattedra vacante di astronomia a Oxford. Data la sua straordinaria ricerca in astronomia, avrebbe dovrebbe essere nominato senza problemi, ma Flamsteed si oppose fortemente ed al suo posto verrà nominato David Gregory .
Nel novembre del 1703 Halley viene nominato Professore di Geometria all'Università di Oxford, e nel 1710 riceve una laurea ad honorem in legge.
Nel 1705 pubblica Synopsis Astronomia Cometicae nel quale espone il suo convincimento che gli avvistamenti di comete del 1456, 1531 1607 e 1682 erano tutti della stessa cometa, e ne predice il ritorno nel 1758; a seguito della correttezza della sua predizione questa cometa prenderà il nome di Halley.
Nel 1716, Halley suggerisce una misurazione precisa della distanza tra la Terra e il Sole basandosi sul transito di Venere, nel 1718 scopre il moto proprio delle stelle "fisse", comparando le sue misurazioni astrometriche con quelle riportate nell' Almagesto.
Il suo genio spazia ancora in diversi campi, portandolo ad interessarsi alla scienza greca e rendendolo anche un filologo ed editore di antichi trattati. Nel 1706 cura l'edizione del De sectione rationis di Apollonio di Perga, alla quale aggiunge una sua ricostruzione dell'opera perduta De sectione spatii.
Dato che l'opera di Apollonio si era conservata solo in traduzione araba, Halley impara l'arabo per poterla tradurre.
Nel 1710 pubblica un'edizione delle Coniche, alla quale aggiunge il De sectione cylindri et coni di Sereno di Antinoe. La sua traduzione dall'arabo in latino degli Sphaerica di Menelao di Alessandria sarà solo postuma, nel 1758.
Nel 1720, Halley succede a John Flamsteed come Astronomo Reale, impiego che mantenne fino alla sua morte, il 14 gennaio 1742.
Venne seppellito nella St. Margaret's Church a Lee, nel sud-est di Londra.
In suo onore, oltre alla citata cometa, hanno preso il suo nome anche un cratere di Marte e una base scientifica in Antartide.

venerdì 28 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 maggio.
Il 28 maggio 585 a.C. avvenne un'eclisse di Sole, predetta da Talete e narrata da Erodoto. Grazie a ciò essa si può considerare una data importante da cui calcolare tutte le eclissi successive.
Erodoto, il grande storico del V secolo avanti Cristo, ci narra un avvenimento a dir poco originale: "...scoppiò una guerra fra i Lidi e i Medi che durò per cinque anni... Mentre essi con pari fortuna proseguivano la guerra, nel sesto anno si scontrarono e, nel corso della battaglia, il giorno all'improvviso diventò notte... I Lidi e i Medi cessarono allora il combattimento e s'adoprarono entrambi affinché si facesse fra loro la pace" [Erodoto, Storie, I, 74].
A proposito di questa eclisse, al di là della sua natura "pacificatrice", lo storico di Alicarnasso aggiunge una notazione davvero interessante: "Talete di Mileto aveva predetto questo fenomeno, indicando quello stesso anno in cui effettivamente avvenne". Quello che Erodoto non spiega è come abbia fatto Talete a predire l'eclisse con tanta esattezza.
Per calcolare in anticipo il verificarsi di un'eclisse, occorre conoscere due cicli. Il primo di essi, la durata del mese lunare, è molto facile da determinare, giacché è sufficiente individuare il lasso di tempo che trascorre tra un plenilunio e l'altro. Il secondo ciclo, invece, è molto più arduo da scoprire: si tratta della rotazione nello spazio di due punti invisibili; questi punti, chiamati nodi, sono individuati dall'intersezione dell'orbita lunare con il piano dell'orbita terrestre. Un'eclisse di Sole può avere luogo soltanto quando la Luna è nuova e si trova in uno dei due nodi. I primi a conoscere questo meccanismo furono i Babilonesi. Si tratta del cosiddetto "ciclo Saros": durante 223 lunazioni, pari a poco più di 18 anni e 10 giorni, si verificano in media 43 eclissi di Sole (di cui 16 anulari) e 28 eclissi lunari; e poiché al termine di questo periodo le posizioni reciproche del Sole, della Luna e dei nodi si ripresentano quasi in maniera identica, ne consegue che le eclissi verificatesi precedentemente si ripetono con la medesima successione e il medesimo ritmo.
Con ogni probabilità Talete di Mileto, matematico e astronomo, conosceva il ciclo Saros: tuttavia tale conoscenza è necessaria ma non sufficiente per fondare la previsione di un'eclisse. Il ciclo Saros, infatti, permette di calcolare quando si verificherà un'eclisse, ma di per sé non è in grado di stabilire da quale punto della Terra sarà visibile. Per prevedere con esattezza un'eclisse, dunque, sono necessarie ulteriori nozioni geodetiche e matematiche, che all'epoca di Talete non erano ancora disponibili. Volendo attribuire un qualche credito all'affermazione di Erodoto, quindi, è possibile che Talete abbia effettivamente predetto il verificarsi di un'eclisse: il fatto però che questa sia avvenuta proprio nei cieli dell'Asia Minore è stato un grosso colpo di fortuna per il matematico di Mileto.

martedì 18 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio 1910 la cometa di Halley incrociò di nuovo, nella sua orbita, la Terra.
L’astronomo britannico Edmond Halley (1656-1742) aveva capito che una bella signora dalla chioma luminosa (una cometa, dal greco kòme, che significa appunto chioma) era solita farsi rivedere in cielo a intervalli regolari. Halley fu infatti il primo a intuire la periodicità della cometa che di lì in poi porterà il suo nome, e il primo a calcolarne l’orbita, scoprendo che la più famosa tra le comete faceva capolino nella volta celeste ogni 76 anni circa, e che di conseguenza si potevano conoscere in anticipo le date degli appuntamenti successivi. Un rendez-vous che, seppure non previsto, era avvenuto tante altre volte nella storia. La prima, proprio il 30 marzo 239 a.C, come suggeriscono le cronache cinesi dell’epoca, lo Shih chi e il Wen Hsien Thung Khao, nonché alcuni recenti calcoli astronomici. Da lì in poi quella cometa (ufficialmente 1P-Halley) non sarebbe mai più passata inosservata, e avrebbe fatto da cornice a importanti avvenimenti storici, spesso ritenuta portatrice di oscuri presagi o di avvenimenti eccezionali.
Le coincidenze importanti di questo corpo celeste risalgono già alla sua quarta apparizione (documentata), nel 12 a.C.: secondo alcuni, quella sua comparsa sarebbe in grado di spiegare la famosa Stella di Betlemme che guidò i re Magi verso la natività. Nel 1066, invece, la scia luminosa accompagnò la Battaglia di Hastings tra anglosassoni e normanni, per il controllo dell’Inghilterra. Un passaggio visto di buon auspicio da questi ultimi, che per festeggiare la vittoria decisero di raffigurarla nell’ arazzo di Bayeux. Neanche duecento anni dopo, nel 1301, la cometa passava sopra la testa di Giotto, che ne trasse ispirazione per raffigurare nella sua Adorazione dei Magi una stella dalla lunga coda splendente. Non a caso la sonda spaziale dell’ Agenzia spaziale europea, destinata a studiare la cometa di Halley, prende proprio il nome del pittore.
La cometa fu puntuale ai successivi appuntamenti, ma fino all’intuizione di Edmond Halley, delle sue periodiche comparse non si ebbe notizia. Per secoli, infatti, si ritenne che i passaggi delle comete fossero eventi unici. Solo dopo la scoperta dell’astronomo inglese si cominciò a spulciare nel passato alla ricerca di testimonianze storiche e astronomiche.
La scoperta di Halley, che nella vita fu anche matematico, metereologo e geofisico, era iniziata nel 1682. Testimone del passaggio della cometa, ne rimase affascinato. Prese così a studiare quegli oggetti celesti da vicino (per modo di dire): con gli occhi puntati al cielo e la mano alle prese coi numeri, Halley nel 1705 calcolò - grazie alle leggi elaborate dall’amico Isaac Newton e alle teorie di Keplero - la traiettoria di 24 comete descritte dal 1337 al 1698. Fu così che, basandosi sulle descrizioni storiche, scoprì che i passaggi del 1531, del 1607 e del 1682 avevano caratteristiche assai simili. Così simili da indurlo a credere che si trattasse sempre dello stesso corpo celeste. Se aveva visto giusto, la cometa sarebbe apparsa di nuovo nel 1758, dopo 76 anni circa. E così fu.
L’astronomo, morto nel 1742, non fece in tempo a vedere con i suoi occhi quello che i calcoli gli avevano già suggerito. Ma la cometa si presentò puntuale la sera di Natale del 1758 e di nuovo nel 1835, nel 1910 e ancora nel 1986. Per rivederla bisognerà attendere il 2061.

martedì 16 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Secondo le previsioni degli astronomi, esiste una buona probabilità che il 16 marzo 2880 un asteroide colpisca il pianeta Terra.
L'asteroide cattivo si chiama 1950 DA e l’orbita che percorre intorno al Sole incrocia pericolosamente quella della Terra. Uno di questi incontri potrebbe addirittura trasformarsi in un rovinoso tamponamento cosmico.
Il lato buono della faccenda è che questo appuntamento è fissato per il 16 marzo 2880.
Decisamente presto preoccuparsene ora, è vero, ma per i nipoti dei nostri pronipoti si potrebbe trattare di emergenza planetaria. Vediamo dunque un po’ più da vicino l’intera faccenda.
Contrariamente a quanto si possa pensare, 1950 DA non è un oggetto appena individuato ma si tratta di una vecchia conoscenza degli astronomi. Scoperto nella notte del 23 febbraio 1950 da C.A. Wirtanen (Lick Observatory - California), l’asteroide venne osservato con cura per 17 giorni ma poi se ne perse ogni traccia.
Quando il 31 dicembre 2000 il Programma di ricerca LONEOS (Lowell Observatory Near Earth Object Search) individuò un nuovo oggetto (inizialmente battezzato 2000 YK66) e fu possibile ipotizzarne l’orbita, risultò chiaro che si trattava proprio di 1950 DA. Recuperata l'identità dell’asteroide, fu possibile individuare la sua presenza anche su lastre fotografiche risalenti agli anni ’80.
Davvero una situazione fantastica per gli astronomi che dovevano determinare l’orbita dell’asteroide: unendo le nuove osservazioni con quelle del 1950 e degli anni ’80 si poteva stimare l’orbita di 1950 DA con una precisione straordinaria.
La ciliegina sulla torta venne aggiunta nel 2001. Nei primi giorni del mese di marzo l’asteroide sarebbe transitato nei pressi della Terra e il team di Steve Ostro non si lasciò sfuggire l'occasione di puntare su 1950 DA le antenne radar di Goldstone e Arecibo. Il passaggio era sufficientemente ravvicinato (circa 7,8 milioni di km, poco più di 20 volte la distanza Terra-Luna) e ciò ha consentito non solo di effettuare accurati rilievi della posizione dell’asteroide, ma anche di determinarne le dimensioni e la forma.
Ad occuparsi di quanto potesse essere pericoloso l’appuntamento cosmico del 16 marzo 2880 ci ha pensato un team di scienziati di primo piano, coordinati da Jon Giorgini. Lo studio è stato pubblicato su Science il 5 aprile 2002.
Il risultato più appariscente della ricerca è senza dubbio la valutazione della probabilità di impatto con la Terra, compresa tra lo zero (assenza di impatto) e lo 0,33% (una probabilità su 300). Il fatto da sottolineare, però, è che questa volta l'incertezza non dipende da carenza di dati astrometrici, ma dalla inadeguatezza delle nostre conoscenze dei parametri fisici dell'asteroide. Questo rende il caso di 1950 DA completamente diverso dai precedenti.
Il punto cruciale che emerge dallo studio è che le nostre previsioni ed i calcoli relativi a futuri possibili rischi di impatto di asteroidi con il nostro pianeta sono profondamente collegati alle conoscenze delle caratteristiche fisiche del potenziale proiettile. Il ruolo giocato dai parametri fisici è fondamentale per studiare il comportamento dinamico dell'asteroide sul lungo periodo: l’impossibilità, cioè, di determinare con certezza cosa avverrà nel 2880 dipende strettamente dalla nostra limitata conoscenza di 1950 DA.
Alcune cose già le conosciamo, ma molte altre mancano all’appello.
Grazie alle eccezionali immagini radar sappiamo che ha una forma grossomodo sferica e che il suo diametro maggiore è di 1,1 km. Sappiamo inoltre che 1950 DA sta ruotando su se stesso piuttosto velocemente compiendo un giro in poco più di due ore, un valore che lo pone al secondo posto nella classifica dei rotatori della sua stazza. Ignoriamo però come sia orientato nello spazio il suo asse di rotazione, ci è sconosciuto il valore della sua massa, nulla sappiamo della composizione interna e neppure di come la sua superficie rifletta la luce. Tutte conoscenze indispensabili perché nel lungo periodo faranno sentire la loro influenza perturbando lievemente l’orbita: un leggero soffio che, per i nostri lontani discendenti, giocherà un ruolo cruciale, trasformando l’appuntamento cosmico con 1950 DA in un impatto catastrofico o in un innocuo passaggio ravvicinato.
Nello studio del comportamento futuro dell'asteroide si è tenuto conto di una miriade di fattori perturbativi, praticamente di tutto ciò che le nostre attuali conoscenze ci consentono di ipotizzare. Non tutti questi fenomeni, però, sono noti con sufficiente precisione e questo spiega come mai ci si deve accontentare di un range di valori quale quello proposto dal team di Giorgini.
La causa principale di questo margine di indeterminazione è l’attuale impossibilità di valutare il disturbo arrecato dall’effetto Yarkovsky (una sorta di effetto-razzo causato dall'emissione termica della faccia più calda dell'asteroide). La definizione accurata di questo fattore richiede non solo di conoscere dettagliatamente i parametri fisici più grossolani quali la massa, la forma e la collocazione spaziale dell’asse di rotazione, ma anche di possedere informazioni particolareggiate sulle caratteristiche ottiche e il comportamento termico dell’intera superficie. Tutte conoscenze per le quali potrebbe anche risultare indispensabile una specifica missione spaziale.
In attesa che ciò possa avvenire è indispensabile sfruttare ogni occasione per approfondire il più possibile le nostre conoscenze su 1950 DA. In tal senso un primo importante appuntamento sarà il passaggio ravvicinato del 2032, occasione che si presta molto bene ad una nuova analisi radar.
Nel frattempo è doveroso non prendere assolutamente decisioni affrettate. La Terra allo stato attuale non corre nessun pericolo e l’umanità ha davanti a sé poco meno di 860 anni per acquisire nuove conoscenze e progettare un eventuale intervento su 1950 DA. Il nostro ruolo non è comunque di assoluta indifferenza. L'asteroide deve assolutamente essere inserito nella lista dei "sorvegliati speciali" per acquisire il maggior numero possibile di informazioni sul suo conto.
Se, poi, l’eventualità dell’impatto dovesse essere spiacevolmente confermata, ci penserebbero i nipoti dei nostri pronipoti a predisporre un piano di difesa sfruttando al meglio le informazioni raccolte ed i sofisticati marchingegni della loro tecnologia.

venerdì 3 gennaio 2014

#AstronomiaE #Cosmologia


http://www.teverenotizie.it


 L'astronomia e la cosmologia studiano spazi così vasti che rendono inadeguate le unità di misura del tempo, dello spazio e della velocità sulla Terra. Si è dovuto inventarne altre, multipli di multipli, equazioni inestricabili. La nostra scienza è fatta solo di probabilità e incertezze, poiché avanziamo a tentoni, incapaci d'immaginare i veri limiti dell'universo di cui facciamo parte.

  Mark Levy, Il primo giorno

Cerca nel blog

Archivio blog