Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 1958 si ebbe, a Lituya Bay, Alaska, il più grande tsunami conosciuto dall'uomo.
La baia è famosa per le sue eccezionali alte maree. La via di accesso alla baia è molto stretta e le maree entranti ed uscenti la baia attraverso l’entrata causano correnti particolarmente pericolose e potenti che creano molti disagi alla navigazione. La sua stessa topografia che causa le forti maree nella baia, contribuì alla creazione del più alto tsunami mai registrato in qualunque parte del mondo. Il mega Tsunami fu originato da una imponente frana che precipitò nella zona del Crillon, alla testa del fiordo. All’origine della colossale frana ci fu una forte scossa tellurica che si verificò il 9 Luglio del 1958 lungo la faglia Fairweather, nel sud-est dell’Alaska. Quella di Fairweather è una faglia di tipo trasforme, ma con notevole movimento verticale del blocco di crosta oceanica verso l’alto. L’epicentro del sisma è stato localizzato attorno a un punto vicino alla catena di Fairweather, circa 7.5 miglia (12 km) a est della superficie dove scorre la grande faglia e 13 miglia a sud-est (20.8 km) dall’imboccatura della Lituya Bay. Il terremoto era di magnitudo 7.9 sulla scala Richter, ma alcune fonti hanno riferito di essere addirittura pari a 8.3 Richter (Brazee & Cloud, 1960).
La scossa è stata sentita in tutte le città del sud-est dell’Alaska su un’area di 400.000 chilometri quadrati, a sud fino a Seattle, nello stato di Washington, e verso est fino a Whitchorse, in Canada. Subito dopo la grande scossa furono registrati spostamenti al suolo di 3,5 metri verso l’alto e 6,3 metri sul piano orizzontale, misure prese in corrispondenza della faglia di Fairweather. La potente scossa avrebbe determinato delle accelerazioni del terreno talmente violente da far franare un intero costone roccioso nel bel mezzo dell’insenatura scatenando l’immane ondata di Tsunami che si incanalò sulla strettoia della Baia, dai fondali profondi, raggiungendo un Run-Up epocale fino alla quota di 500 metri. In pratica l’onda si riversò con tutto il suo carico sulla sponda opposta della baia estirpando alberi di conifere, vegetazione e persino la terra sottostante fino all’altezza di 525 metri. Tuttavia l’onda non è riuscita a scavalcare le montagne che circondano quella baia e per questo non può essere considerata l’onda più distruttiva mai registrata. Durante lo sconvolgente evento sulla baia erano ormeggiate ben tre piccole imbarcazioni, tra queste solo una riuscì a mettersi in salvo cavalcando il fronte d’onda fino alla sua imboccatura. Quello di Lituya Bay sarà ricordato come lo Tsunami più grande mai registrato sul pianeta, almeno in tempi moderni. Questa stretta baia dell’Alaska fin dal passato, visto le sue caratteristiche geomorfologiche uniche al mondo, è stata ripetutamente colpita da ondate giganti che ne hanno modificato il paesaggio più volte.
Nei registri del famoso esploratore francese Laperouse vengono fuori dei commenti sulla mancanza di alberi e la vegetazione ai lati della baia, “come se tutto fosse stato tagliato in modo netto, come con una lama di rasoio”. Altri primi esploratori avevano anche inserito un commento su linee successive di alberi tagliati, indicativo di altre frane storiche di grandi dimensioni e inondazioni originate da colossali ondate. E’ stato stimato che negli ultimi 150 anni la Lituya Bay è stata sconvolta da almeno altri 5 mega Tsunami che ne hanno modellato il particolare assetto geomorfologico fino ai giorni nostri. Alcune leggende indiane su colossali ondate, avvenute fra il 1853 e il 1854, non sono state ancora confermate anche se è molto probabile che siano realmente avvenute. L’ultima onda gigante sulla Lituya Bay prima del 1958 si è verificata il 27 ottobre 1936. Approssimativamente nel 1936 l’onda raggiunse una altezza massima di oltre 150 metri, tagliando gli alberi e la vegetazione tipica di questo fiordo fino a tale quota. Questo evento però non è stato attribuito ad alcun terremoto, quindi fino ad oggi il suo meccanismo di origine rimane del tutto sconosciuto. Potrebbe essere stato causato da una caduta di grandi massi o di una frana di grande portata, al punto da originare il mega Tsunami. A causa delle condizioni geologiche uniche e della sua particolare tettonica non si è escluse che nei prossimi anni la Lituya Bay tornerà ad essere spazzata da nuove imponenti ondate pronte a modificare l’ambiente naturale e l’intero paesaggio.
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sabato 9 luglio 2022
domenica 26 dicembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 dicembre.
Il 26 dicembre 2004 un maremoto di magnitudo 9.3 nell'oceano indiano provoca uno tsunami di proporzioni inaudite che devasta una enorme area asiatica provocando quasi 300.000 vittime.
La causa dello tsunami di Sumatra del 26 dicembre 2004 che ha investito tutto l'Oceano Indiano è stato un terremoto molto violento di magnitudo pari a 9,3 della scala Richter. È stato il terremoto più grosso registrato dopo quello Cileno del 22 maggio 1960 di magnitudo 9,5. Esso ha avuto origine alle ore 00:58:53 GMT (7:58:53 AM locale), su una faglia in zona di subduzione tra la placca Indo-Australiana e la placca di Burma (che fa parte della grande placca Euro-Asiatica, con ipocentro alla profondità di circa 30 km, a 160 km a est di Sumatra. L'epicentro ha latitudine 3° 19' N e longitudine 96° E. Come si può facilmente dedurre questa è una zona ad alto rischio sismico.
La grandezza del maremoto dipende soprattutto dall'estensione della faglia su cui si è verificato e dallo spostamento verticale del fondale oceanico. La faglia in questione ha una lunghezza di circa 1200 km, quasi quanto la lunghezza dell'Italia, e lo spostamento sulla faglia varia mediamente tra i 5 e i 10 m.
Il maremoto ha impiegato tempi diversi per raggiungere i vari paesi. Come abbiamo già detto, la velocità è funzione crescente della profondità del mare, e quindi in mari più profondi l'onda ha viaggiato più velocemente. Il Gruppo di Ricerca sui Maremoti dell'Università di Bologna ha calcolato le velocità di propagazione dello tsunami, che è variata da un minimo di 50 km/h a oltre 1000 km/h nelle zone di mare aperto e più profondo.
Sappiamo che dopo 15-20 minuti lo tsunami aveva già attaccato la parte settentrionale dell'isola di Sumatra, dopo un'ora e mezzo la Tailandia, dopo circa due ore aveva raggiunto le coste dell'India e dello Sri Lanka, facendo in tutto quasi 290 mila morti. Come per tutte le grandi catastrofi, il bilancio definitivo delle vittime non sarà mai completato.
Le foto satellitari scattate prima e alcuni giorni dopo la catastrofe testimoniano l'effetto distruttivo del maremoto. Nelle zone più colpite è chiaramente visibile la distruzione nell'entroterra fino ad alcuni chilometri dalla costa.
Il Gruppo di Ricerca Maremoti dell'Università di Bologna ha sviluppato programmi numerici in grado di simulare maremoti prodotti da terremoti. Come dati di ingresso essi richiedono la batimetria del bacino e i parametri che descrivono il meccanismo del terremoto. Le simulazioni numeriche possono anche essere utilizzate a ritroso, per ricavare informazioni sulla faglia che ha provocato lo tsunami partendo dalla conoscenza degli effetti. Nel caso del terremoto di Sumatra per alcuni giorni dopo l'evento i sismologi non sono riusciti ad avere indicazioni sicure sulla lunghezza della faglia. Stando alle prime elaborazioni, poteva trattarsi di una faglia che si estendeva da Sumatra fino alle isole Andamane a nord, lunga quasi 1200 km, o anche di una faglia lunga soltanto qualche centinaio di chilometri a NO di Sumatra. Le due faglie sono molto differenti tra loro, come del resto anche gli tsunami che ne conseguono. Utilizzando i programmi di simulazione di tsunami si capisce che la seconda faglia produce un maremoto assai diverso da quello che si è verificato, mentre la faglia più lunga dà luogo ad un maremoto più vicino alla realtà, e si conclude quindi che l'ipotesi della faglia meno estesa deve essere rigettata. Questa conclusione fu raggiunta poche ore dopo il verificarsi del maremoto ed ha anticipato i risultati dei sismologi.
Si poteva evitare la perdita di tante vite umane?
La domanda che tutto il mondo si è fatta è se una tale perdita di vite umane poteva essere evitata.
La risposta è che il numero di vittime sarebbe stato molto inferiore, se le persone avessero avuto consapevolezza del rischio ed una qualche conoscenza del fenomeno, e se nell'Oceano Indiano fosse stato installato un sistema di allarme.
In realtà, bollettini relativi alla possibilità che si verificasse un maremoto sono stati diramati dal PTWC (Pacific Tsunami Warning Center), Centro di Allarme Tsunami nel Pacifico, che, una volta rilevato il terremoto, aveva diffuso due bollettini a distanza di 45 minuti l'uno dall'altro: il primo dopo 15 minuti dal terremoto segnalava una magnitudo inferiore a quella reale e non rilevava la possibilità di un maremoto nell'Oceano Indiano anche se nel frattempo lo tsunami aveva già investito la parte settentrionale di Sumatra e le isole Nicobare.
Dopo un'ora dal terremoto un secondo bollettino era stato inviato in cui la magnitudo del terremoto veniva corretta e in cui si affermava che non vi era rischio maremoto se non nella zona vicino all'epicentro.
Ma che cosa non ha funzionato?
Il PTWC è un sistema di allarme che riguarda quasi tutti i paesi che si affacciano sull'Oceano Pacifico. Esso è formato da un sistema di sismometri, mareografi e boe, sparsi nell'Oceano Pacifico. I sismometri danno informazioni sul terremoto, mentre le boe ed i mareografi danno informazioni sul movimento del livello del mare al passaggio del maremoto. Un grande terremoto eccita i sismometri di tutto il mondo, e quindi il terremoto di Sumatra fu rilevato anche dalla rete sismometrica del PTWC. Ma per l'assenza di sensori marini collegati al PTWC nell'Oceano Indiano, al PTWC non sono pervenute rilevazioni dirette sulla propagazione dello tsunami. Da qui l'impossibilità per il PTWC di informare le popolazioni coinvolte, impossibilità che è stata alla base dell'immane catastrofe. Oggi, si stanno installando sistemi d'allarme anche nell'Oceano Indiano. Quindi, un eventuale futuro maremoto potrebbe essere identificato ben prima che attacchi le coste. Si deve comunque notare che nella prassi attuale i bollettini d'allarme vengono emessi in generale 15-20 minuti dopo il verificarsi di un terremoto. Se al momento del terremoto di Sumatra fosse stato in funzione un sistema d'allarme con tale performance, non avrebbe potuto nulla per le popolazioni che vivono nella parte settentrionale di Sumatra che sono state attaccate dal maremoto entro un quarto d'ora e dove si sono contate quasi 4/5 delle vittime (circa 240 mila).
Il 26 dicembre 2004 un maremoto di magnitudo 9.3 nell'oceano indiano provoca uno tsunami di proporzioni inaudite che devasta una enorme area asiatica provocando quasi 300.000 vittime.
La causa dello tsunami di Sumatra del 26 dicembre 2004 che ha investito tutto l'Oceano Indiano è stato un terremoto molto violento di magnitudo pari a 9,3 della scala Richter. È stato il terremoto più grosso registrato dopo quello Cileno del 22 maggio 1960 di magnitudo 9,5. Esso ha avuto origine alle ore 00:58:53 GMT (7:58:53 AM locale), su una faglia in zona di subduzione tra la placca Indo-Australiana e la placca di Burma (che fa parte della grande placca Euro-Asiatica, con ipocentro alla profondità di circa 30 km, a 160 km a est di Sumatra. L'epicentro ha latitudine 3° 19' N e longitudine 96° E. Come si può facilmente dedurre questa è una zona ad alto rischio sismico.
La grandezza del maremoto dipende soprattutto dall'estensione della faglia su cui si è verificato e dallo spostamento verticale del fondale oceanico. La faglia in questione ha una lunghezza di circa 1200 km, quasi quanto la lunghezza dell'Italia, e lo spostamento sulla faglia varia mediamente tra i 5 e i 10 m.
Il maremoto ha impiegato tempi diversi per raggiungere i vari paesi. Come abbiamo già detto, la velocità è funzione crescente della profondità del mare, e quindi in mari più profondi l'onda ha viaggiato più velocemente. Il Gruppo di Ricerca sui Maremoti dell'Università di Bologna ha calcolato le velocità di propagazione dello tsunami, che è variata da un minimo di 50 km/h a oltre 1000 km/h nelle zone di mare aperto e più profondo.
Sappiamo che dopo 15-20 minuti lo tsunami aveva già attaccato la parte settentrionale dell'isola di Sumatra, dopo un'ora e mezzo la Tailandia, dopo circa due ore aveva raggiunto le coste dell'India e dello Sri Lanka, facendo in tutto quasi 290 mila morti. Come per tutte le grandi catastrofi, il bilancio definitivo delle vittime non sarà mai completato.
Le foto satellitari scattate prima e alcuni giorni dopo la catastrofe testimoniano l'effetto distruttivo del maremoto. Nelle zone più colpite è chiaramente visibile la distruzione nell'entroterra fino ad alcuni chilometri dalla costa.
Il Gruppo di Ricerca Maremoti dell'Università di Bologna ha sviluppato programmi numerici in grado di simulare maremoti prodotti da terremoti. Come dati di ingresso essi richiedono la batimetria del bacino e i parametri che descrivono il meccanismo del terremoto. Le simulazioni numeriche possono anche essere utilizzate a ritroso, per ricavare informazioni sulla faglia che ha provocato lo tsunami partendo dalla conoscenza degli effetti. Nel caso del terremoto di Sumatra per alcuni giorni dopo l'evento i sismologi non sono riusciti ad avere indicazioni sicure sulla lunghezza della faglia. Stando alle prime elaborazioni, poteva trattarsi di una faglia che si estendeva da Sumatra fino alle isole Andamane a nord, lunga quasi 1200 km, o anche di una faglia lunga soltanto qualche centinaio di chilometri a NO di Sumatra. Le due faglie sono molto differenti tra loro, come del resto anche gli tsunami che ne conseguono. Utilizzando i programmi di simulazione di tsunami si capisce che la seconda faglia produce un maremoto assai diverso da quello che si è verificato, mentre la faglia più lunga dà luogo ad un maremoto più vicino alla realtà, e si conclude quindi che l'ipotesi della faglia meno estesa deve essere rigettata. Questa conclusione fu raggiunta poche ore dopo il verificarsi del maremoto ed ha anticipato i risultati dei sismologi.
Si poteva evitare la perdita di tante vite umane?
La domanda che tutto il mondo si è fatta è se una tale perdita di vite umane poteva essere evitata.
La risposta è che il numero di vittime sarebbe stato molto inferiore, se le persone avessero avuto consapevolezza del rischio ed una qualche conoscenza del fenomeno, e se nell'Oceano Indiano fosse stato installato un sistema di allarme.
In realtà, bollettini relativi alla possibilità che si verificasse un maremoto sono stati diramati dal PTWC (Pacific Tsunami Warning Center), Centro di Allarme Tsunami nel Pacifico, che, una volta rilevato il terremoto, aveva diffuso due bollettini a distanza di 45 minuti l'uno dall'altro: il primo dopo 15 minuti dal terremoto segnalava una magnitudo inferiore a quella reale e non rilevava la possibilità di un maremoto nell'Oceano Indiano anche se nel frattempo lo tsunami aveva già investito la parte settentrionale di Sumatra e le isole Nicobare.
Dopo un'ora dal terremoto un secondo bollettino era stato inviato in cui la magnitudo del terremoto veniva corretta e in cui si affermava che non vi era rischio maremoto se non nella zona vicino all'epicentro.
Ma che cosa non ha funzionato?
Il PTWC è un sistema di allarme che riguarda quasi tutti i paesi che si affacciano sull'Oceano Pacifico. Esso è formato da un sistema di sismometri, mareografi e boe, sparsi nell'Oceano Pacifico. I sismometri danno informazioni sul terremoto, mentre le boe ed i mareografi danno informazioni sul movimento del livello del mare al passaggio del maremoto. Un grande terremoto eccita i sismometri di tutto il mondo, e quindi il terremoto di Sumatra fu rilevato anche dalla rete sismometrica del PTWC. Ma per l'assenza di sensori marini collegati al PTWC nell'Oceano Indiano, al PTWC non sono pervenute rilevazioni dirette sulla propagazione dello tsunami. Da qui l'impossibilità per il PTWC di informare le popolazioni coinvolte, impossibilità che è stata alla base dell'immane catastrofe. Oggi, si stanno installando sistemi d'allarme anche nell'Oceano Indiano. Quindi, un eventuale futuro maremoto potrebbe essere identificato ben prima che attacchi le coste. Si deve comunque notare che nella prassi attuale i bollettini d'allarme vengono emessi in generale 15-20 minuti dopo il verificarsi di un terremoto. Se al momento del terremoto di Sumatra fosse stato in funzione un sistema d'allarme con tale performance, non avrebbe potuto nulla per le popolazioni che vivono nella parte settentrionale di Sumatra che sono state attaccate dal maremoto entro un quarto d'ora e dove si sono contate quasi 4/5 delle vittime (circa 240 mila).
venerdì 12 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 marzo.
Il 12 marzo 2011, a seguito del terremoto e relativo tsunami avvenuto il giorno precedente, uno dei reattori nucleari della centrale di Fukushima esplode, rilasciando enormi quantità di radioattività nell'aria.
L’incidente che ha coinvolto i reattori nucleari a Fukushima è stato causato dal terremoto e dal conseguente tsunami. Da quanto è emerso finora, questa vulnerabilità allo tsunami era già stata riscontrata e nulla era stato fatto per alzare il livello di sicurezza, i reattori sono andati fuori controllo per il blackout che si è generato. La rete elettrica è stata danneggiata dal terremoto e i generatori diesel di emergenza sono stati danneggiati dallo tsunami. Questo ha fermato le pompe di raffreddamento dei reattori e delle piscine di raffreddamento. Nei reattori la temperatura e la pressione sono salite, cosa che ha costretto l’azienda Tepco a far uscire il vapore per evitare l’esplosione del vessel (che contiene le barre di combustibile). Oltre a emettere vapori contaminati da elementi radioattivi, è uscito idrogeno, prodotto dalla dissociazione dell’acqua nel reattore, che è esploso facendo saltare il tetto dei reattori 1 e 3 (quest’ultimo desta preoccupazioni perché contiene anche MOX combustibile di plutonio e uranio, più difficile da gestire nel reattore). La scoperta di tracce di Plutonio conferma la parziale fusione di almeno uno dei noccioli dei reattori.
La situazione si rese più complicata a causa dal fatto che la piscina di raffreddamento del combustibile irraggiato del reattore 4 era piena e si trovava all’esterno dell’edificio del reattore, cosa che ha provocato alti livelli di contaminazione nelle vicinanze degli impianti e ha costretto più volte l’azienda a evacuare la zona per ridurre i rischi ai lavoratori addetti.
Secondo le stime dell’Istituto di radioprotezione francese (INRS) le emissioni di radioattività (Iodio-131 e Cesio-137) nei primi 10 giorni sono state dell’ordine dei 500 mila Terabequerel in Iodio-equivalente. Questa stima è stata poi confermata da un esperto indipendente tedesco per conto di Greenpeace, che ha osservato come questo livello di emissioni radioattive sia stato il triplo di quello che definisce un incidente di scala INES 7, quella di Cernobyl. Le analisi dell’Istituto di meteorologia austriaco (ZAMG) sono invece abbastanza più elevate di quelle francesi. Le emissioni di Cernobyl sono state maggiori di quelle emesse nei primi 10 giorni a Fukushima secondo l’INRS, ma l’inventario radioattivo nei tre reattori che sono in parziale fusione del nocciolo e nella piscina 4 è maggiore.
I reattori di seconda generazione sono stati progettati con l’obiettivo di una probabilità di fusione del nocciolo ogni 100 mila anni-reattore. Ad oggi, globalmente, siamo arrivati a 14 mila anni reattore (ogni anno ai livelli attuali si aggiungono 440 anni-reattore circa) e oltre a Three Miles Island, Cernobyl abbiamo adesso la assai probabile parziale fusione di 3 reattori a Fukushima. Dunque la “promessa di sicurezza” che l’industria nucleare ha fatto per i reattori di seconda generazione è statisticamente assai discutibile.
Secondo le autorità di sorveglianza francesi (IRSN e ASN), la nube radioattiva sprigionata a più riprese della centrale di Fukushima Dai-ichi sarebbe arrivata sulla Francia attorno al 26 marzo 2011. Considerata la distanza dovrebbe essere stata non particolarmente intensa.
Il 21 marzo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che "le radiazioni provocate dal disastrato impianto nucleare di Fukushima ed entrate nella catena alimentare sono più gravi di quanto finora si fosse pensato" e che l'effetto dell'incidente "è molto più grave di quanto chiunque avesse immaginato all'inizio, quando si pensava che si trattasse di un problema limitato a 20-30 chilometri". Radionuclidi eccedenti i limiti fissati dalla normativa nazionale sono stati rilevati nel latte prodotto nella prefettura di Fukushima e negli spinaci prodotti nelle prefetture di Fukushima, Ibaraki, Tochigi e Gunma.
Il 22 marzo, la TEPCO ha comunicato la presenza di iodio, cesio e cobalto nell'acqua di mare nei pressi del canale di scarico dei reattori 1, 2, 3 e 4. In particolare, si sono rivelati livelli di iodio-131 di 126,7 volte più alti del limite consentito, livelli di cesio-134 di 24,8 volte superiori, quelli del cesio-137 di 16,5 volte e quantitativi non trascurabili di cobalto-58.
Nei giorni successivi i livelli di radioattività in mare hanno superato di oltre 4400 volte i limiti ammessi.
Tuttavia, tanto per farsi un'idea dell'entità della contaminazione ambientale, la quantità totale di radioattività diffusa nell'atmosfera, è stata pari all'incirca a un decimo di quella rilasciata durante il disastro di Chernobyl.
Esemplificativo di questo dato quantitativo è il fatto che già il 25 giugno 2012 è ripresa la vendita di pesce (specificatamente polpi e molluschi, ossia le specie nelle quali, a tale data, non sono state più riscontrate tracce di cesio e iodio radioattivi) catturato al largo delle regioni intorno alla centrale.
La natura e pericolosita' della contaminazione di Fukushima, tuttavia, non puo' propriamente essere comparata a quella del disastro di Chernobil per due ragioni: in primo luogo, la maggior parte della contaminazione e' di natura sotterranea: per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, e' necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto. La seconda differenza critica rispetto a Chernobil e' che questo fu sigillato dentro ad un sarcofago in un limitato lasso di tempo, mentre a Fukushima questa soluzione e' impraticabile; la contaminazione è continuata ininterrottamente fin dal primo giorno, e durera' ancora per un imprecisato numero di anni, secondo certe stime, e se non avvengono crisi sistemiche nell'economia del Giappone, dai 10 ai 20 anni. E' ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d'acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo una gran parte si riversa continuamente in mare, ed una parte si diffonde nell'entroterra. Della data del 22 agosto 2012 e' la notizia che da misurazioni su pesce catturato nella regione, sono stati rilevati elevatissimi tassi di radioattivita' presenti nelle carni, tali da suggerire il blocco della distribuzione di pesce.
Il problema radioattività risulta ancora di assoluta rilevanza, con il processo di decontaminazione che procede a rilento anche a causa della diffusione di sostanze radioattive operata da fiumi e flora. Secondo le stime diffuse da Greenpeace risulterebbero ancora 54 mila siti contaminati nella Prefettura di Fukushima, per un totale di rifiuti atomici compreso tra 15 e 28 milioni di metri cubi.
Il 12 marzo 2011, a seguito del terremoto e relativo tsunami avvenuto il giorno precedente, uno dei reattori nucleari della centrale di Fukushima esplode, rilasciando enormi quantità di radioattività nell'aria.
L’incidente che ha coinvolto i reattori nucleari a Fukushima è stato causato dal terremoto e dal conseguente tsunami. Da quanto è emerso finora, questa vulnerabilità allo tsunami era già stata riscontrata e nulla era stato fatto per alzare il livello di sicurezza, i reattori sono andati fuori controllo per il blackout che si è generato. La rete elettrica è stata danneggiata dal terremoto e i generatori diesel di emergenza sono stati danneggiati dallo tsunami. Questo ha fermato le pompe di raffreddamento dei reattori e delle piscine di raffreddamento. Nei reattori la temperatura e la pressione sono salite, cosa che ha costretto l’azienda Tepco a far uscire il vapore per evitare l’esplosione del vessel (che contiene le barre di combustibile). Oltre a emettere vapori contaminati da elementi radioattivi, è uscito idrogeno, prodotto dalla dissociazione dell’acqua nel reattore, che è esploso facendo saltare il tetto dei reattori 1 e 3 (quest’ultimo desta preoccupazioni perché contiene anche MOX combustibile di plutonio e uranio, più difficile da gestire nel reattore). La scoperta di tracce di Plutonio conferma la parziale fusione di almeno uno dei noccioli dei reattori.
La situazione si rese più complicata a causa dal fatto che la piscina di raffreddamento del combustibile irraggiato del reattore 4 era piena e si trovava all’esterno dell’edificio del reattore, cosa che ha provocato alti livelli di contaminazione nelle vicinanze degli impianti e ha costretto più volte l’azienda a evacuare la zona per ridurre i rischi ai lavoratori addetti.
Secondo le stime dell’Istituto di radioprotezione francese (INRS) le emissioni di radioattività (Iodio-131 e Cesio-137) nei primi 10 giorni sono state dell’ordine dei 500 mila Terabequerel in Iodio-equivalente. Questa stima è stata poi confermata da un esperto indipendente tedesco per conto di Greenpeace, che ha osservato come questo livello di emissioni radioattive sia stato il triplo di quello che definisce un incidente di scala INES 7, quella di Cernobyl. Le analisi dell’Istituto di meteorologia austriaco (ZAMG) sono invece abbastanza più elevate di quelle francesi. Le emissioni di Cernobyl sono state maggiori di quelle emesse nei primi 10 giorni a Fukushima secondo l’INRS, ma l’inventario radioattivo nei tre reattori che sono in parziale fusione del nocciolo e nella piscina 4 è maggiore.
I reattori di seconda generazione sono stati progettati con l’obiettivo di una probabilità di fusione del nocciolo ogni 100 mila anni-reattore. Ad oggi, globalmente, siamo arrivati a 14 mila anni reattore (ogni anno ai livelli attuali si aggiungono 440 anni-reattore circa) e oltre a Three Miles Island, Cernobyl abbiamo adesso la assai probabile parziale fusione di 3 reattori a Fukushima. Dunque la “promessa di sicurezza” che l’industria nucleare ha fatto per i reattori di seconda generazione è statisticamente assai discutibile.
Secondo le autorità di sorveglianza francesi (IRSN e ASN), la nube radioattiva sprigionata a più riprese della centrale di Fukushima Dai-ichi sarebbe arrivata sulla Francia attorno al 26 marzo 2011. Considerata la distanza dovrebbe essere stata non particolarmente intensa.
Il 21 marzo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che "le radiazioni provocate dal disastrato impianto nucleare di Fukushima ed entrate nella catena alimentare sono più gravi di quanto finora si fosse pensato" e che l'effetto dell'incidente "è molto più grave di quanto chiunque avesse immaginato all'inizio, quando si pensava che si trattasse di un problema limitato a 20-30 chilometri". Radionuclidi eccedenti i limiti fissati dalla normativa nazionale sono stati rilevati nel latte prodotto nella prefettura di Fukushima e negli spinaci prodotti nelle prefetture di Fukushima, Ibaraki, Tochigi e Gunma.
Il 22 marzo, la TEPCO ha comunicato la presenza di iodio, cesio e cobalto nell'acqua di mare nei pressi del canale di scarico dei reattori 1, 2, 3 e 4. In particolare, si sono rivelati livelli di iodio-131 di 126,7 volte più alti del limite consentito, livelli di cesio-134 di 24,8 volte superiori, quelli del cesio-137 di 16,5 volte e quantitativi non trascurabili di cobalto-58.
Nei giorni successivi i livelli di radioattività in mare hanno superato di oltre 4400 volte i limiti ammessi.
Tuttavia, tanto per farsi un'idea dell'entità della contaminazione ambientale, la quantità totale di radioattività diffusa nell'atmosfera, è stata pari all'incirca a un decimo di quella rilasciata durante il disastro di Chernobyl.
Esemplificativo di questo dato quantitativo è il fatto che già il 25 giugno 2012 è ripresa la vendita di pesce (specificatamente polpi e molluschi, ossia le specie nelle quali, a tale data, non sono state più riscontrate tracce di cesio e iodio radioattivi) catturato al largo delle regioni intorno alla centrale.
La natura e pericolosita' della contaminazione di Fukushima, tuttavia, non puo' propriamente essere comparata a quella del disastro di Chernobil per due ragioni: in primo luogo, la maggior parte della contaminazione e' di natura sotterranea: per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, e' necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto. La seconda differenza critica rispetto a Chernobil e' che questo fu sigillato dentro ad un sarcofago in un limitato lasso di tempo, mentre a Fukushima questa soluzione e' impraticabile; la contaminazione è continuata ininterrottamente fin dal primo giorno, e durera' ancora per un imprecisato numero di anni, secondo certe stime, e se non avvengono crisi sistemiche nell'economia del Giappone, dai 10 ai 20 anni. E' ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d'acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo una gran parte si riversa continuamente in mare, ed una parte si diffonde nell'entroterra. Della data del 22 agosto 2012 e' la notizia che da misurazioni su pesce catturato nella regione, sono stati rilevati elevatissimi tassi di radioattivita' presenti nelle carni, tali da suggerire il blocco della distribuzione di pesce.
Il problema radioattività risulta ancora di assoluta rilevanza, con il processo di decontaminazione che procede a rilento anche a causa della diffusione di sostanze radioattive operata da fiumi e flora. Secondo le stime diffuse da Greenpeace risulterebbero ancora 54 mila siti contaminati nella Prefettura di Fukushima, per un totale di rifiuti atomici compreso tra 15 e 28 milioni di metri cubi.
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