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domenica 20 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 20 aprile.

Il 20 aprile 1992 allo stadio di Wembley si riuniscono moltissime star della musica mondiale per il celeberrimo concerto tributo alla memoria di Freddie Mercury.

Sono trascorsi 33 anni dal più grande tributo della storia della musica rock: The Freddie Mercury Tribute Concert For Aids Awareness.

Quel lungo sogno musicale si svolse al Wembley Stadium dal primo pomeriggio fino a tarda sera del 20 aprile 1992.

Mai così tante star della musica mondiale si sono riunite per celebrare la vita, la carriera e la musica di un solo artista: Freddie Mercury.

Nel febbraio del 1992, alla cerimonia annuale dei Brit Awards, Brian May e Roger Taylor, annunciarono il desiderio di organizzare un grande evento per rendere omaggio al frontman dei Queen, scomparso il 24 novembre del 1991 in seguito a una broncopolmonite dovuta alla deficienza immunitaria.

Il giorno seguente vennero messi in vendita i biglietti per il concerto e tutti i 72.000 tagliandi andarono esauriti in sole due ore, nonostante ancora non fosse stato diffusa la minima informazione su chi avrebbe suonato oltre ai componenti restanti della band.

Si comincia con Lady Diana Spencer e il Principe Carlo sugli spalti, mentre Brian, Roger e John aprono lo spettacolo con un breve discorso.

A fine concerto, la marea umana assetata di musica “sarà sorda, cieca e con la voglia di tornare il giorno dopo” (Brian May).

Aprono i Metallica con un trittico da far paura (Enter Sandman, Sad but True e Nothing Else Matter e poi gli Extreme (“Loro sono dei veri amici ed è il gruppo che più di tutti al mondo ha compreso la musica dei Queen” parole di Brian May) con un medley che comprende tra le altre Mustapha, Another One Bites The Dust, Fat Bottomed Girls, Bycycle Race e Love of My life.

Def Leppard (che duetteranno con Brian May su Now I’m Here), Bob Geldof , Spinal Tap e i Guns ‘n’ Roses con Paradise City e Knockin’ on Heaven’s Door.

Oltre alla musica ci sarà spazio anche per l’impegno sociale perché i proventi dell’incasso del Freddie Mercury Tribute Concert for Aids Awareness serviranno per dare vita all’associazione benefica The Mercury Phoenix Trust: il tema dell’Aids è stato ripreso in più occasioni durante il concerto con l’intervento di un giovane Ian Mackellen da Parliament Hill e il discorso di Elizabeth Taylor.

Durante la prima parte del Freddie Mercury Tribute vennero proiettati diversi video dei Queen mentre i tecnici eseguivano i cambi palco.

Quando il concerto venne trasmesso su MTV, gli U2 dedicarono a Freddie una performance via satellite dalla California dal vivo di Until The End Of The World.

Ma il bello doveva ancora venire perché una volta calata la sera, il palco del Wembley Stadium si sarebbe riempito di stelle.

La scaletta

Queen e Joe Elliott/Slash – Tie Your Mother Down

Queen e Roger Daltrey (con Tony Iommi) – Heaven And Hell (intro), Pinball Wizard (intro), I Want It All

Queen e Zucchero – Las Palabras de Amor

Queen e Gary Cherone (con Tony Iommi) – Hammer to Fall

Queen e James Hetfield (con Tony Iommi) – Stone Cold Crazy

Queen e Robert Plant – Innuendo (con estratti da Kashmir), Thank You (intro), Crazy Little Thing Called Love

Queen (Brian May con Spike Edney) – Too Much Love Will Kill You

Queen e Paul Young – Radio Ga Ga

Queen e Seal – Who Wants to Live Forever

Queen e Lisa Stansfield – I Want to Break Free

Queen e David Bowie/Annie Lennox – Under Pressure

Queen e Ian Hunter/David Bowie/Mick Ronson/Joe Elliott/Phil Collen – All the Young Dudes

Queen e David Bowie/Mick Ronson – Heroes/The Lord’s Prayer

Queen e George Michael – 39

Queen e George Michael/Lisa Stansfield – These Are the Days of Our Lives

Queen e George Michael – Somebody to Love

Queen e Elton John/Axl Rose – Bohemian Rhapsody

Queen e Elton John (con Tony Iommi) – The Show Must Go On

Queen e Axl Rose – We Will Rock You

Queen e Liza Minnelli/Cast – We Are the Champions

giovedì 31 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 ottobre.
Il 31 ottobre 1975 viene pubblicato il singolo "Bohemian Rhapsody" dei Queen.
Secondo la critica, Bohemian Rhapsody era un pasticcio «ideologicamente» irricevibile e musicalmente inascoltabile. Il singolo dei Queen, quasi sei minuti, era articolato in sezioni e conteneva una ballata, un inserto operistico e un'esplosione di chitarre rock.
Tratto dall'album A Night at the Opera (1975), il brano fu considerato la massima espressione del kitsch che caratterizzava la musica magniloquente di tanti gruppi anni Settanta.
Mentre la critica si lamentava, il pubblico ascoltava e sanciva il successo inarrestabile della canzone. Da poco Bohemian Rhapsody ha infatti superato 1,6 miliardi di ascolti a livello globale in Rete, conquistando un nuovo record e scalzando dalla vetta Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e Sweet Child O'Mine dei Guns 'N Roses. Bohemian Rhapsody è il brano del XX secolo più ascoltato al mondo in Rete (Spotify, Apple Music, Deezer e YouTube) e probabilmente in assoluto. Allo streaming bisogna aggiungere i milioni di copie vendute, il primo in soli due mesi. Festeggia il chitarrista Brian May: «Così il fiume della musica rock si è trasformato in un ruscello (questo il significato di stream in inglese, ndr). Sono felicissimo che la nostra musica continui a scorrere al massimo». Senz'altro un ruolo nel sorpasso deve averlo giocato l'omonimo film, uscito nelle sale poco tempo fa. Il lungometraggio, dedicato a Freddie Mercury e alla storia dei Queen, ha seguito il tragitto della canzone da cui prende il titolo. La critica lo ha massacrato ma ha registrato incassi clamorosi (anche in Italia). Al momento il film di Bryan Singer ha portato a casa circa 600 milioni di dollari, ha vinto 4 premi Oscar incluso quello di Rami Malek, protagonista della pellicola.
E dire che la canzone non era nata sotto i migliori auspici. L'etichetta discografica rimase di sasso quando la band impose che il singolo per lanciare A Night At The Opera (uno dei dischi più costosi del periodo) durasse sei minuti: nessuno l'avrebbe trasmesso in radio. Freddie non era d'accordo. Fece arrivare, in segretezza, Bohemian Rhapsody all'amico dj Kenny Everett e lo convinse a passarlo quasi ininterrottamente sulla popolare Capital FM per 48 ore. L'esperimento fu baciato dalla fortuna. La mini rock opera conquistò gli ascoltatori. Bohemian Rhapsody fu il primo singolo dei Queen ad entrare nella classifica USA e restò al primo posto della classifica del Regno Unito per nove settimane (record). Nel 1992 fu rilanciato dalla colonna sonora del film Fusi di testa e rientrò in classifica, così come accadde dopo la morte di Freddie Mercury (1946-1991). Nel 2000 è stato eletto «canzone del secolo» nel Regno Unito, dove è il terzo singolo più venduto di sempre e il secondo più trasmesso nella storia della radiofonia britannica.
La lavorazione di Bohemian Rhapsody fu complessa. Ci vollero sei settimane, all'epoca un'eternità, per inciderla. Il mito vuole che i sei (!) studi di registrazione abbiano finito i nastri a disposizione. Solo per le voci, furono utilizzati 180 nastri e realizzate 70 ore di parti d'opera. Nessuno, a parte Mercury, aveva il quadro della situazione. E Freddie vagava per lo studio cercando di rimettere assieme il testo scritto su foglietti strappati da un elenco del telefono... Il pianoforte suonato da Mercury fu lo stesso che John Lennon utilizzò per incidere Hey Jude. Resta poi il mistero di cosa significhi la canzone, la confessione di un omicidio (metaforico, ma qualcuno non è d'accordo) che finisce con il liberare il killer dalla menzogna. Testimonianza di Brian May: «Freddie era una persona molto complessa. Irriverente e divertente in superficie, ma con un'anima che arrivava a strane profondità. Della sua infanzia non ha mai parlato molto, ma c'è molto di se stesso e delle sue origini in quella canzone. Non credo sapremo mai quale sia il significato di Bohemian Rhapsody, ma anche se lo sapessi non lo direi». Secondo la biografa Lesley-Ann Jones, Bohemian Rhapsody è l'outing del cantante. All'epoca il leader dei Queen era legato alla compagna Mary Austin, ma era già consapevole di essere omosessuale. La verità? Non la sapremo mai.

domenica 4 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il febbraio 1991 i Queen pubblicano Innuendo, l'ultimo album prima della morte di Freddie Mercury.
"inside my heart is breaking,
my make-up may be flaking,
but my smile still stays on"
Tutto ha un inizio ed una fine, i Queen purtroppo finiscono qui. Il successivo Made In Heaven fu completato dopo la morte di Freddie Mercury, quindi l’ultima opera realizzata da tutti e quattro i componenti assieme è proprio questo Innuendo.
Durante le registrazioni sia Freddie, che gli altri, sapevano che il fenomenale singer se ne stava andando; proprio questo portò il gruppo a comporre un disco bellissimo, sicuramente il migliore degli ultimi anni. Un vero capolavoro, dalle sonorità mutevoli, a volte oscuro e malinconico, altre più fresco e quasi gioioso.  Ciò che resta costante per tutto il lavoro è la consapevolezza di giocarsi l’ultima carta, di suggellare con un ultimo superbo affresco una carriera esaltante. Non che volessero dimostrare qualcosa a chissà chi, di questo i Queen non si sono mai preoccupati, ma piuttosto di regalare a loro stessi, nonché ai loro fans, una fine degna della loro vita, degna di quel nome, delle folle sterminate che assistevano ai loro concerti, degna di canzoni che sono diventate storia, e ci sono riusciti al meglio. Nulla è lasciato al caso, ogni nota, ogni suono, ogni sussurro è studiato al dettaglio ma questo non porta Innuendo ad essere freddo e distaccato, lo rende invece perfetto. Freddie era allo stremo, l’AIDS lo stava distruggendo sia dentro che nell’aspetto, ma non riuscì ad intaccarne la voce, essa è per tutto il disco quel magico suono che ha incantato milioni di amanti della musica.
Le sonorità che trovano posto in questo disco sono molteplici, è un lavoro molto articolato e vario, suonato in modo impeccabile e dagli ottimi arrangiamenti, è come se i Queen avessero voluto dare un successore ad A Night A The Opera, infatti proprio questo è il lavoro, che da un punto di vista formale, più assomiglia a Innuendo.
La stupenda title track posta in apertura si potrebbe definire quasi una mini-suite, essa è la sintesi di quello che sono i Queen, una canzone maestosa e articolata in cui si incastrano perfettamente vari generi. Una sorta di Bohemian Rhapsody degli anni ’90, dopo una breve rullata, inizia una rock-song maestosa ed oscura che si potrebbe definire quasi epica, costruita su i riff di Brian May, segue un breve stacco acustico dalle tinte latine, che prende spunto dagli Yes, per poi sfociare una un parte corale-sinfonica quasi da opera classica, e non è finita perché ora viene fuori tutta l’energia della Red Special di Brian in uno splendido assolo che riprende la melodia precedente, poi tutto torna come all’inizio e la canzone si conclude come è iniziata, dando a Freddie la possibilità di fare veramente ciò che vuole, prima è solenne e quasi recitativo poi ci regala superbi crescendo fino ad arrivare dove solo lui può.
Segue I’m Going Slightly Mad, molto bella, dalle sonorità malinconiche, che a volte fanno tornare in mente qualche film americano degli anni ’50, ottimamente interpretata da Freddie in modo molto espressivo, buono l’assolo centrale in cui Brian riesce a far cantare la sua chitarra in modo unico e degno di nota anche al lavoro al basso da parte di Deacon; si dice che alcune parti del testo siano state scritte estraendo a caso alcune frasi senza senso scritte dai quattro e buttate dentro una scatola.
Headlong è puro e sanguigno hard rock, dall’incedere sempre più coinvolgente, in cui i riff provenienti dalla Red Special comandano il gioco, splendido come sempre l’assolo, Freddie particolarmente aggressivo, al contrario della song precedente. Potentissima e assolutamente rock è anche la successiva I Can’t Live With You, che nelle bellissime parti corali ricorda vagamente Somebody To Love, Mercury come sempre incanta, con acuti caldi e potenti.
Di registro completamente diverso è la successiva, Don’t Try So Hard, lenta e molto melodica, con atmosfere quasi gotiche, a tratti incredibilmente oscura e decandente; Freddie ci regala una delle migliori prestazioni di tutto il disco, assolutamente indescrivibile.
Si arriva così a Ride The Wild Wind, tra le migliori canzoni del disco;  è una canzone sognante che quasi fa volare la nostra mente, Freddie ci entra nella testa e ci dona emozioni incredibili, da sogno anche l’assolo di Bryan, azzeccata poi la scelta di inserire affascinanti controcanti eseguiti da Roger Taylor autore di una buona prova dietro le pelli; è una canzone dalle atmosfere rarefatte, in cui anche qui come in precedenza affiora tutta quella solenne e maestosa malinconia che caratterizza il lavoro. Interessante il lavoro compiuto dal gruppo in All God’s People, è un mutevole gospel, dalle leggere tinte psichedeliche, offre grandi parti blues in cui è evidente lo zampino di Bryan, alternate da ottime melodie. Si arriva così a These Are The Days Of Our Life, scritta da Roger Taylor, è una ballad dalle sonorità leggere e delicate, il testo invece è molto triste e parla dei bei tempi passati di cui non resta altro che il ricordo, e vista la situazione, le parole dette da Freddy diventano pesanti come macigni. Di questo pezzo è stato girato anche un video, l’ultimo della storia dei Queen, in cui un malato Freddie appare quasi irriconoscibile, sfido chiunque a non commuoversi nel vederlo sorridere e sussurrare “I’ll still love you” e salutarci per l’ultima volta. La successiva Delilah è leggermente sottotono rispetto al resto del disco, ma è comunque un pezzo piacevole, scritta da Freddie e dedicata alla sua gatta, si fa ricordare per la personalissima voce che Bryan dona alla sua sei corde, che ricorda proprio il miagolare di un gatto. Di nuovo hard rock, dalle tinte NWOBHM, per la successiva The Hitman davvero molto potente, costruita su un riff assolutamente potente e metallico, ci porta ad un leggero accenno di headbanging, davvero ottima! Bijou è una canzone lenta e melodica eseguita quasi esclusivamente da Bryan May e la sua chitarra, tranne per una breve strofa cantata e un dolce tappeto di tastiere, un assolo veramente stupendo in cui Bryan si supera.
Arriviamo ora ad uno dei più grandi capolavori dei Queen: The Show Must Go On. Contrariamente a quanto si pensa non è una sorta di testamento di Freddie Mercury, è invece stata scritta da Bryan May e dedicata al suo compagno di mille avventure. Una canzone davvero stupenda che riprende lo stile della title track, molto complessa, a tratti epica e potente, altre volte dolce e melodica è dotata di un coro potentissimo e di favolose parti strumentali. Il canto del cigno di Freddie, in cui superando se stesso, compie una performance superba e memorabile ricca di pathos, una canzone così la potremo ascoltare cento volte, e ci sorprenderà e ci emozionerà ad ogni ascolto in modo diverso. Bellissimo il testo in cui Bryan quasi ci convince che i Queen e Freddie siano qualche cosa di immortale, che nonostante tutto ciò che succederà loro saranno sempre qui ad incantarci con la loro musica.
Questo disco uscì in febbraio, sette mesi più tardi Freddy lascia questo mondo per diventare un mito, un mito che vivrà per sempre, cosi come vivrà per sempre la leggenda dei Queen. 

mercoledì 24 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 novembre.
Il 24 novembre 1991 muore, stroncato dall'AIDS, Freddie Mercury.
Freddie Mercury, il leggendario cantante dei Queen (vero nome Frederick Bulsara), nasce il 5 settembre 1946 nell'esotica isola di Zanzibar, attualmente di proprietà della Tanzania. Figlio di un politico inglese sempre in viaggio per lavoro, Freddie si ritrova a svolgere gli studi elementari a Bombay, in India, per poi completarli in Inghilterra, terra di origine della famiglia. La formazione altamente internazionale permetterà al sensibile futuro cantante di costruirsi un bagaglio di esperienze non indifferente. Inizialmente, fra l'altro, il destino di Mercury non sembrava affatto la musica, dato che si era iscritto all'Istituto d'Arte Ealing, laureandosi in arte e design.
Ben presto mette in mostra le sue straordinarie doti di pianista e grande vocalist in gruppi come "Sour Milk Sea" e "Wreckage". Con questi comincerà a sviluppare le sue capacità artistiche e sceniche. Ma è l'incontro con Brian May e Roger Taylor che gli cambia la vita. I tre fonderanno quel gruppo ormai universalmente conosciuto dal nome molto glamour di "Queen", suggerito dallo stesso Mercury che ne approfitta e cambia anche il suo nome.
Bulsara suona decisamente male e quindi sceglie, sempre con attenzione alla sua vena teatrale, "Mercury" in omaggio al mitologico messaggero degli dei. L'esigenza di un bassista porterà poi John Deacon a completare la formazione.
Sul palco, come nella vita dopotutto, Mercury si dimostra uno straordinario interprete pieno di drammatiche gestualità, un vero animale da palcoscenico. E' stato insomma uno dei pochi performer in grado realmente di illuminare uno stadio con la sua sola presenza e catturare l'attenzione di migliaia di spettatori con un solo gesto.
I primi album della band vennero ben accolti dalla critica, con un rapido incremento della popolarità dei Queen; la volontà di Mercury era comunque quella di innovare il più possibile il loro stile musicale, attingendo ai più diversi generi musicali. Nel 1975 venne pubblicato A Night at the Opera, che consacrò definitivamente il quartetto. Il singolo Bohemian Rhapsody divenne il simbolo della creatività del gruppo e soprattutto del suo cantante, che ne fu l'autore; per la registrazione di questa sola canzone furono necessarie tre settimane, di cui una dedicata esclusivamente alla parte vocale centrale. Nel 1976, durante il A Night at the Opera Tour, i Queen visitarono il Giappone, la cui cultura influenzò notevolmente Mercury; Nei successivi anni, Mercury scrisse alcuni tra le più importanti canzoni dei Queen, come Somebody to Love (A Day at the Races, 1976), We Are the Champions (News of the World, 1977), Don't Stop Me Now (Jazz, 1979), Crazy Little Thing Called Love (The Game, 1979). Nell'ottobre 1979, il cantante si esibì con i ballerini del Royal Ballet in un galà di beneficenza presso il London Coliseum, cantando e ballando Crazy Little Thing Called Love e Bohemian Rhapsody
Nel 1980, Mercury cambiò notevolmente il suo aspetto, tagliandosi i capelli e facendosi crescere i baffi, seguendo il look detto "Castro clone", moda lanciata da alcuni omosessuali dell'epoca. Questa trasformazione fu inizialmente mal vista dai fan, che inviarono al cantante rasoi da barba usa e getta. Il 1981 sarà un anno di transizione; visse a Monaco di Baviera, in Germania, la cui vita notturna lo condizionò molto, non riuscendo a lavorare "quasi mai in condizioni psicologiche perfette".
Alla fine del 1982, i Queen, dopo il successo del The Game Tour e dell'Hot Space Tour, decisero di comune accordo di separarsi per un certo periodo; questo fu dovuto sia all'insoddisfazione dei fan, così come della band, della qualità dell'album Hot Space, nel quale non si riconoscevano, sia al deterioramento progressivo dei rapporti personali all'interno del gruppo. I quattro cominciarono così a dedicarsi a progetti solisti; Mercury in particolare, che aveva già ipotizzato tra gli anni settanta e gli anni ottanta di pubblicare un album proprio, collaborò con Giorgio Moroder, compositore e arrangiatore italiano specializzato in musica dance, per la nuova colonna sonora della versione rieditata e restaurata del film di Fritz Lang Metropolis. Con lui scrisse il brano Love Kills, il suo primo singolo da solista, che raggiunse la decima posizione nella classifica britannica.
Dopo i progetti solisti, i Queen si ritrovarono nell'agosto 1983, registrando The Works. Cominciarono poi una serie di lunghe tournée in tutto il mondo, come il The Works Tour; tra il 12 e il 19 gennaio 1985, la band partecipò a Rock in Rio, dove suonarono davanti a circa 250.000 persone in due serate; tra i momenti principali dell'evento, vi fu il duetto tra Mercury e i fan sulle note di Love of My Life.
Il 13 luglio 1985 invece presero parte al Live Aid, un concerto umanitario organizzato da Bob Geldof che vide la partecipazione dei più importanti artisti internazionali, allo scopo di ricavare fondi in favore delle popolazioni dell'Etiopia, colpite da una grave carestia. I Queen si esibirono al Wembley Stadium di Londra ed i loro 20 minuti di canzoni "consegnarono alla storia i Queen e fecero di Freddie Mercury una leggenda"; sia la stampa, sia i 72.000 spettatori di Wembley, sia gli artisti, considerarono la loro interpretazione una delle migliori di tutti i tempi; Mercury costruì in questa esibizione "il mito di insuperabile frontman".
Il 29 aprile dello stesso anno uscì il primo album da solista di Mercury, Mr. Bad Guy, un disco pop caratterizzato anche da sonorità disco e dance; questo suo primo lavoro, prodotto da Reinhold Mack, contiene alcune tracce scritte da Mercury, originariamente composte per far parte di The Works, ma che in seguito furono scartate dalla band, come Made in Heaven, I Was Born to Love You, Man Made Paradise e There Must Be More to Life Than This; quest'ultima è frutto di una collaborazione con Michael Jackson risalente al 1983. Living on My Own fu una della canzoni di maggior successo dell'album, che complessivamente non ottenne notevoli risultati da un punto di vista delle vendite, arrivando comunque al sesto posto nella classifica inglese e restandovi per 23 settimane; negli Stati Uniti Mr. Bad Guy si fermò solo alla 159ª posizione.
Il 6 giugno 1986 i Queen cominciarono a Stoccolma il Magic Tour, che fu la loro tournée più grande e spettacolare. Nelle 26 date, la band raccolse circa un milione di spettatori; l'11 e 12 luglio tornarono a suonare al Wembley Stadium, davanti entrambe le serate a 70.000 persone, per quelli che divennero due dei loro concerti più famosi e celebrati. In questi concerti indossò la famosa giacca gialla che divenne un simbolo del cantante. Freddie concluse gli spettacoli sulle note di God Save the Queen, vestito da re, con pelliccia e corona. L'ultima esibizione della band si tenne il 9 agosto nel parco di Knebworth; questo fu l'ultimo concerto di Freddie Mercury, il quale si esibì davanti a 120.000 spettatori.
Nello stesso anno, Mercury partecipò alla scrittura del musical Time di Dave Clark, scrivendo ed interpretando le ballate Time e In My Defence. L'anno successivo pubblicò come singolo la cover dei The Platters The Great Pretender, edita come singolo nel mese di febbraio, arrivando alla quarta posizione nella classifica inglese e risultando tra i maggiori successi della sua carriera solista. Nella primavera 1987, i medici rivelarono al cantante la sua positività all'HIV, senza conoscere mai con precisione da chi fosse stato contagiato; ciononostante, il cantante continuò a dichiarare pubblicamente di essere risultato negativo al test. Nel 1988 venne pubblicato Barcelona, realizzato con la partecipazione di Montserrat Caballé, soprano spagnola conosciuta nel maggio 1983 ad una rappresentazione de Un ballo in maschera presso la Royal Opera House; questo disco esemplifica il desiderio del cantante britannico di avvicinarsi al mondo dell'opera, genere musicale in parte già utilizzato in canzoni come Bohemian Rhapsody. Barcelona venne acclamato dalla critica, anche se a ciò non corrispose un notevole successo discografico, fermandosi all'ottava posizione della classifica del Regno Unito, ottenendo tuttavia maggior successo in Spagna. La title track divenne nel 1992 l'inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona, motivo per cui venne originariamente scritta.
Mercury nascose il segreto della sua malattia anche agli altri membri dei Queen fino al 1989, quando decise di fare accertamenti clinici più specifici; durante questi esami, gli fu asportata parte di pelle dalla spalla sinistra mediante la quale si riscontrò la sua positività all'HIV. Dopo qualche tempo gli fu anche diagnosticata la sindrome dell'AIDS. Sicuro della malattia, confessò la sua condizione agli amici più intimi nonché ai membri del gruppo. Freddie abbandonò la sua vita pubblica, non organizzando più concerti e asserendo che un uomo di 40 anni non poteva saltare e cantare su un palco con una calzamaglia indosso e che voleva rompere il binomio album-tour. Alcune testate scandalistiche cominciarono a sospettare che il cantante fosse effettivamente malato; questi sospetti derivavano dal suo aspetto, dall'improvvisa sospensione dei tour dei Queen e dalle confessioni di alcuni amanti pubblicate sulle pagine dei tabloid inglesi del tempo. Si fecero dunque sempre più rare le sue apparizioni pubbliche e Mercury si rifugiò sempre più nella Garden Lodge, la sua villa di Earls Court a Londra, costata oltre 4 milioni di sterline.
Il 18 febbraio 1990, per ricevere un premio per il contributo dei Queen alla musica britannica ai BRIT Awards, Freddie Mercury fece la sua ultima apparizione in diretta. La crescente diffusione di notizie su una possibile malattia di Mercury, confermate dalla morte di Nikolai Grishanovich, un suo amante, portò il gruppo a diffondere un comunicato stampa ufficiale, nel quale smentiva ogni voce sul cantante. Poco dopo, Mercury si trasferì a Montreux, in Svizzera, dove affittò un appartamento, la "Duck House". La sua ultima apparizione in pubblico fu nel video della canzone These Are the Days of Our Lives, in cui il frontman appare molto dimagrito; il videoclip del brano, tratto dal suo ultimo album con i Queen, Innuendo, venne tuttavia reso pubblico solo dopo la sua morte, su sua precisa volontà. Mercury continuò a registrare canzoni, nonostante fosse molto debilitato dalla malattia e costretto a riposo per molte ore al giorno; solo circa un mese prima del suo decesso fu costretto da alcuni problemi polmonari a smettere di cantare, invitando gli altri membri dei Queen ad effettuare le ultime correzioni alle tracce registrate, per poterle poi pubblicare in seguito. L'ultima canzone che incise fu Mother Love, registrata nell'ottobre 1991.
Freddie rientrò in Inghilterra ai primi di novembre 1991, per stare vicino ai suoi cari. Qui venne sottoposto ad alcune cure palliative, con medicinali che arrivavano di nascosto alla Garden Lodge; tuttavia il cantante diventò sempre più debole. Intanto, negli ultimi giorni ci furono gruppi di giornalisti che si insediarono addirittura fuori al portone della villa. Il 22 novembre 1991, Mercury convocò nella sua casa di Earls Court il manager dei Queen Jim Beach per redigere un comunicato ufficiale, che venne consegnato alla stampa il giorno successivo:
« ...Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell'HIV e di aver contratto l'AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa tremenda malattia... »
A poco più di 24 ore dal comunicato, Mercury morì alle 18:48 del 24 novembre 1991 all'età di 45 anni; la causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite aggravata da complicazioni dovute all'AIDS. I funerali, che si svolsero al Kensal Green Cemetery, furono celebrati da un sacerdote zoroastriano; secondo le sue ultime volontà, Mercury fu cremato e le sue ceneri affidate a Mary Austin, sparse poi probabilmente nei pressi del Lago di Ginevra. Tra i 35 presenti alla cerimonia, oltre ai familiari anche i suoi compagni John Deacon, Brian May e Roger Taylor, il suo compagno Jim Hutton e i cantanti Elton John, Michael Jackson e David Bowie. Nel suo testamento, il cantante affidò la metà esatta del suo patrimonio, pari a circa dieci milioni di sterline, a Mary Austin, mentre il resto del patrimonio fu diviso tra i genitori e la sorella Kashmira Bulsara-Cook. Inoltre, lasciò £ 500.000 al cuoco Joe Fanelli, £ 500.000 all'assistente personale e amico Peter Freestone, £ 100.000 all'autista Terry Giddings e £ 500.000 a Jim Hutton; a quest'ultimo, suo amante negli anni ottanta, comprò un appezzamento di terreno a Carlow, sua città natale in Irlanda, sul quale fece costruire una casa, dove si trasferì nel 1995, dimorandovi fino alla sua morte, avvenuta nel 2010.

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