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domenica 26 maggio 2013

ALLA MUSA

 di Pietro Perrone



 Non odo più la tua voce, il tuo canto.
Quando tu taci, mia nobile Musa, nel silenzio s’arresta l’infinito moto dell’aria e l’indomita corsa dei raggi di sole si ferma, la circolare rivoluzione degli astri nei celesti spazi celesti, repente, s’arresta.
Oh, ma non è quiete di morte, no!
Non è quel nulla che consuma tutto e il Tutto annienta, tutto rende per sempre Vano.
No!
Il tuo silenzio è sospension del tempo, intervallo, fiduciosa attesa.
Il creato intero si ferma in ascolto.
Disteso, certo, sicuro.
Domani di nuovo ci giungerà della tua voce la lontana eco.

A volte, si, parli per mezzo del tuono.
E allora è un comando, un ordine, la tua impetuosa volontà.
A volte, invece, è il turbine, la tempesta a portarci il tuo segno.
E così ci regali l’emozione, l’orgasmo, il singulto dell’anima.
Sgorga dalla tua bocca il rombo di una cascata che tutto travolge?
E allora son io fragile stelo in balìa del tuo volubile desìo.
E così sei sempre tu che rendi schiavo il tuo artigiano, gli metti nelle mani lo scalpellino che modella le parole o la sgorbia che scava nei colori.
Sono loro, i tuoi artigiani, ad obbedire al tuo comando di Musa, che modellano nella materia le curve rotonde della tua figura.
Padrona sei tu, che concedi a noi il frutto prezioso del tuo ventre innocente.

L’angelo che annuncia il tuo frutto a questa terra, io vorrei essere.
L’amante tuo, del quale tu ti facesti amante e che possedendoti nel più pieno modo, diventa tua stessa carne.
Vorrei mettere nel tuo seno il seme mio e il seme tuo nel seno mio, e fare di questo giocoso amore il più prezioso dono al mondo.
Amante, sei tu, che non sei figlia di questo terreno mondo, figlia di un mondo che non è fatto di carne e il peccato ignora.
Ed io, amante tuo, per non essere più figlio del terreno mondo e non esser più sola carne e muta voce.

Potente, il tuo richiamo può spazzar via un fuscello d’uomo che per bocca tua parla, come l’uragano sradica il giunco fragile.
Eppur non è per me sollievo il tuo silenzio, nè pace la tua assenza, non calma, e quiete, la tua partita.
Non teme morte il poeta tra le scosse tue che la terra scuotono.
Inver, tra le tue braccia vorrebbe trovar la forza, l’ardito, l’eroe per immortalar nel mondo le sue avventure.
E così, con altrettanto ardor, io, non bramo altro, amante tuo mi vorrei far.
Non m’è sollievo il silenzio tuo, nè pace mi dà l’assenza tua, non calma, e quiete, la tua partita.

Non odo più la tua voce, il tuo canto.
Quando tu taci, mia nobile Musa, nel silenzio s’arresta l’infinito moto dell’aria e l’indomita corsa dei raggi di sole si ferma, la circolare rivoluzione degli astri nei celesti spazi celesti, repente, s’arresta.
Oh, ma non è quiete di morte, no!
Non è quel nulla che consuma tutto e il Tutto annienta, tutto rende per sempre Vano.
No!
Il tuo silenzio è sospension del tempo, intervallo, fiduciosa attesa.
Il creato intero si ferma in ascolto.
Disteso, certo, sicuro.
Domani di nuovo ci giungerà della tua voce la lontana eco.

Nel tuo silenzio è lo sguardo che si cieco si ritira.
La luce che fiamma non accende.
Il colore che non tinge alto il cielo.
L’armonia che non vibra sulle corde della lira.
La forma che non abbraccia la materia.
La parola che, muta, diventa solitaria e persa.
Il tuo silenzio, se io non t’amassi tanto, sarebbe dolorosa solitudine.
Lontananza che sperde e che confonde.
Ma io so che quel silenzio è il ventre tuo.
Da quello nasceran i figli tuoi.
Da me, che fama mi daran.

SONO ENTRATO DENTRO DI TE

 di Pietro Perrone


Sono entrato dentro di te per mezzo dei tuoi occhi.
Lì si aprono le porte della tua cinta di mura.
Lì, il tuo corpo sconfina nel tuo cuore.
Lì, è l’estremo limite della tua anima.
Lì, hai posto di vedetta i due guardiani.
Lì, fedeli, quelli m’hanno atteso, alla soglia del tempo nostro.
Lì mi hanno accolto, rotondi, armati solo della luce del tuo sorriso.
Tu gli avevi ordinato di guidarmi, dritto, dentro, in te.
E lì, quei due guardiani d’ebano, fiero sguardo d’innocenza, lì li ho trovati.
Lì si sono accampate, le tue stelle luminose, le tue ancelle. Due.

LA CITTA' DEI GATTI

 di Pietro Perrone




 Le vie della città sono piene di sogni.
Basta andare.
Non c'è una linea precisa, una rotta, una meta da raggiungere.
Basta solo andare.
Non è come nella città degli uomini, dove tutto sta finendo, lentamente soffocato da un male che nessuno conosce.
Nella città degli uomini ci sono gli incubi.
Mostri, fantasmi, creature terribili, assetate di sangue.
Nella città degli uomini i morti camminano.
Non sanno, non si accorgono di essere morti.
Gli uomini sono pieni dei loro pensieri.
Non si sa cosa sono, quei pensieri, nessuno li vede.
Ma loro hanno la testa sempre immersa là dentro, come fossero le gocce di un mare immenso.
Non sanno nuotare, in quel mare.
Eppure hanno sempre la testa là dentro.
Ombre che allungano le mani, toccano, tastano, palpano.
Prendono, afferrano, arraffano, arruffano, spremono, sprecano...
Il tempo, per gli uomini è un grave pensiero.
Così disse uno di loro, prima di tornare ad immergere la testa là dentro.
Il tempo è come un mare, anche il tempo è un grande mare che nessuno conosce.

Nella città dei gatti abitano i sogni.
Volano leggeri.
Bolle colorate.
I sogni sono i pensieri dei gatti.
Negli occhi dei gatti restano impresse le forme del giorno, le luci, le soffici nuvole che corrono leggere lassù.
Sono attenti, i gatti, quando osservano, curiosi, un particolare.
Lo sguardo acuto lo cattura come un movimento rapido della zampina felina.
Prima ci gioca, a lungo, per fissarselo, fermo, negli occhi.
E quando quella forma, infine, si è impressa, ecco, lo scatto animale diventa caccia feroce, arma crudele.
Negli occhi dei gatti restano impressi i particolari della vita degli uomini.
Una strana memoria popolata di misteriosi particolari sconosciuti.
Non come il familiare profilo di un topo con i baffi e la coda sottile.
O la sagoma filiforme di un'affilata lucertola verde.

I sogni dei gatti sono diversi dai sogni che un tempo facevano gli uomini.
Gli uomini chiamano sogni i pensieri notturni.
La vita che scorre di notte, quando nessuna la vede.
La vita nascosta, che si vergogna di essere esposta alla luce del sole.
Gli uomini spesso dimenticano i sogni che popolano il regno del sonno.
Un regno abitato da leggiadre creature che vivono libere di fare quello che vogliono.
I baci, l'amore, gl'inutili tentativi di fuga.
I salti che non finiscono mai, i sentieri tortuosi, i laghi che sprofondano nell'infinita inconsistenza della vita notturna...
Gli uomini dividono i sogni dagli incubi.
Nelle ore di veglia, mentre la testa annega nei pensieri inspiegabili, la paura diventa sovrana.
In quel momento, lei chiama con voce tonante, cupa e arrogante.
Le creature notturne che le obbediscono si volgono a lei.
Quelli sono, per gli uomini, i terribili incubi obbedienti al cieco terrore.
Gli altri abitanti, i disobbedienti, i sordi, gli spensierati, gl'increduli, li chiamano sogni.

Questo i gatti lo sanno perchè, nella loro città, vivono liberi tutti gli effimeri sogni.
Le ore notturne non sono infestate, nell'affollata città eterna dei gatti, dal nero terrore di perdere il senso del vero.
I gatti vivono liberi.
Il vero, pei gatti, è il vero degli occhi.
Un odore che arrovella le punte dei baffi.
Un colore che spunta improvviso da un cespuglio fiorito.
Un suono strisciante, un movimento improvviso, una fugace apprensione,l'improvviso chetarsi del temporale che muore.
Anche la città degli uomini, piano, languisce.
Muore annegata nel mesto lago dei pensieri perduti.
Affollato di guizzanti schegge d'inferno, raggi di luna distorti che affondano nelle liquide carni annottate del lago.
Fantasmi impazziti che vagolano in cerca di un castello in cui trovare rifugio.
Una torre, le mura, gli arcieri, la sala della tortura.
Il fuoco innaturale del rovente dolore usato per scacciare i dubbi dell'anima.
Una prigione sempre affollata.

La città dei gatti sorge sul fianco del corso di un fiume.
I millenni l'hanno scavata, non stanche mani infelici.
La corrente che scorre, eterna, da infinite distanze, l'accende d'un mormorante canto di vita.
A volte soave a volte impetuoso, lo schiaffo del vento la scuote .
E mentre il ciclo dei soli tutta l'indora, al miagolìo sognante, di notte, s'offre la rotonda beltà della ninfa d'argento.
Pigri, in quel sogno, languono i gatti, fieri della loro città.
Raccontano storie, e sogni, per tutti.
Anche per chi, indifferente, passa di corsa loro davanti.
Io stamattina non avevo voglia di correre.
Lenti i minuti, sulla riva del fiume.
Pochi passi soltanto...
Poi, una magìa, il peso dei pensieri s'è fatto leggero, il tempo sospeso.
Loro mi hanno chiamato.
Non so quanto tempo sono rimasto.
Ho fatto una foto, così, tanto per esser sicuro....

POMERIGGIO DI MAGGIO

   di Pietro Perrone






C’è in giro l’odore un pò acre di pioggia che batte la polvere.
Entra dalla finestra e s’infila nel profondo del cuore.
Fa una strada tutta speciale.
Entra dalle scure bocche del naso un poco distratte.
Compie un giretto e, poi, sicuro, si butta diritto nel mondo dei sogni.
Fa qualche passo, cerca e rovista.
Un poco a caso, ecco, si perde.
S’è infilato giù per i condotti che portano al cuore.
Come l’acqua che scorre, sul ciglio della via.
Un ruscelletto s’accumula piano, dopo uno scroscio di flaccide gocce.
E comincia un pigro cammino.
L’odore, dalla finestra, è come quel rivo.
Un po’ grasso, s’ingrossa distratto, dunque lesto s’avvia.
Scorre, il fiumicello un pò opaco, portandosi dietro i petali tardi che di Primavera, cercando nel viaggio, non trovano traccia.
Avvolge, il rigagnolo stanco, un nero solitario sassetto.
Era stato, quello, un bel dì, di lava un ardente tizzone.
L’odor di memoria mi riporta la polvere e il fumo…
Poi, si decide, il rigagnolo, infine.
Si butta in una cunetta.
Da là, varca deciso la soglia d’un oscuro tombino.
Ed è lì che sparisce.
Nelle viscere nere che s’apron di fianco alla strada è ingoiato da una bocca inquietante.
Lì c’è la porta che porta agli oscuri mondi che si spalancano sotto la piatta soglia stradale.
Mondi inesplorati, animati da vacui vapori.
Percorsi di vie d’oscena putredine.
Paesaggio di mostri, d’immonde creature.
Mondi fantastici, inferi, ctònii.
Ecco, adesso l’odore s’è fatto più acre.
Si mischia, la polvere grigia, alla luce un poco infiacchita del meriggio che diventa lunare.
Creature e misteri s’agitano nella lieve incoscienza di sogni e ricordi.
Fantasmi, spiriti, spettri, ombre incompiute.
Quel sentòre un pò aspro si disvela, pian piano, si fa più preciso.
Una casa, una foto, immagini solo di bianco e di nero.
Vagiti d’un bimbo, profumo di tiglio, segni d’un antico giardino.
Ortensie, gerani, qualche limone.
Un soffio di fresca aria di pioggia.
Un vortice molle.
Un nube sottile.
M’addormento, forse, in questo mondo leggero senza sostanza.
Ecco, il sogno m’abbraccia e s’intreccia ai ricordi.
Si prendon per mano e vanno, là, sulla strada, voltandosi indietro.
La città, di lungi, saluta un po’ indifferente, indaffarata, smemore e stanca.
E’ una piccola città di campagna, fra i colli, una vecchia città coi canuti capelli raccolti.
Le sue pietre, i fanali, quelle sue voci…
Sono inghiottito, ormai, dalla cornice del quadro.
E mentre nuoto in un mar di colore, ecco, qui c’è il ritratto d’un uomo.
Ma subito, tra gli abbracci di sogni e ricordi, si trasforma la scena.
Ora è il fermento che si muove sul palco d’un grande teatro.
Il teatro dei giorni.
Ripassano ansiosi il copione, i nuovi, in attesa di entrare lesti sul palco.
Riposano invece i più vecchi che si son ormai rilassati.
Son soddisfatti del ruolo che gli fu affidato dal pretenzioso regista ?
Chi lo sa?
Se ne stanno in silenzio, nascosti nell’ombra.
Giusto a momenti il debole fascio distratto d’un riflettore li illumina un poco.
E loro si voltan di scatto, non sanno che dire.
Mostran lo stanco volto di sempre.
Sarà il pesante trucco di scena, sarà l’età ch’è passata.
Su quei volti ci son le fatiche degli anni.
D’improvviso un tuono rimbomba.
Lontano, nubi pigre si scrollan di dosso le gocce pesanti.
Fan l’altalena prima d’intraprendere il volo.
Dondolano pigri anche i rami degli alberi.
Si cullano lente al rollio le foglie sognanti.
Se ne stanno distese su scomode panche.
Son d’irrequieto colore, fremon di brividi, attendono il sole.
Son come stanchi avventori ubriachi d’un’osteria all’aperto.
Stanno aggrappati al loro bicchiere in attesa che l’oste versi ancora una volta loro da bere, concedendogli, a credito, ancora un sorso di vita…
Poi sopraggiunge un sibilo strano.
Il suono si fa ancora più forte…
Un vento mi porta un odor familiare…
E’ del caffè.
E’ sbocciato in cucina.
L’acre sentore di polvere ch’aleggia nell’aria svanisce.
Si spalanca uno sbadiglio vorace.
S’inghiotte quell’effimero odore di pioggia.

sabato 25 maggio 2013

FIABA DELL'AGNELLO SACRIFICALE (una storia d'amore intenso)

 di Pietro Perrone




 Non sei fuggito ancora, mio candido, innocente, agnello?
Voglio sentire, intenso, il tuo sapore.
Morderti coi denti, pezzo a pezzo.
Voglio sentire di che gusto è, nella bocca mia, il cuore tuo.
La tua carne tenera, il calor del sangue tuo, fame e sete spegneranno in me.
Il cuore mio, lo sai, batte all'unisono col tuo.
Ma il tuo non sente il desìo che, di te, m’arde e mi divora.
Voglio provar sulla lingua mia il tuo sapore dolce.
Son goloso, sì, del miele tuo e dei tuoi profumi, dell'essenza che di te m'affligge, anche quando non ci sei.
Vorrei disfarti e consumarti.
Masticarti ed ingoiarti.
Come cibo naturale, manna zuccherosa ch’il ciel m’invia.
Ora, subito, eppur non m’è possibile!
S’è dimenticato, Iddio, di me, infelice creatura sua.
Voglio diventar per sempre, con te, una cosa sola.
Far della carne tua la mia carne.
Dolce desiderio, languore, sogno.
Ho fame, adesso, è ora.
Non posso stare qui fermo e aspettarti.
Il ricordo di te, soltanto, mai mi rende abbastanza sazio.
La belva ch’è in me impazzisce tra le sbarre in cui è rinchiusa.
Con la potente zampa farà saltare i ferri.
Con l'unghia gratterà la dura scorza.
Non posso trattenerla, è forza bruta.
E infine, libero, il feroce mostro verrà in cerca tua.
Non potrai sfuggirle: non v’è abbastanza ombra negli anfratti del mondo nostro.
Non saprà salvarti il buio.
Scampo più non hai.
Fame è desiderio e di te soltanto io potrò saziarmi.
E' l'odor tuo, che mi giunge di lontano.
E, crudele, un vento lo sospinge verso me.
Sento il ribollir del sangue, dentro.
E combatto la bestia che di m'è s'è impossessata.
Un demonio, tu mi rendi, assatanato e cieco.
Fame, fame di te, brama mi possiede!
Di lungi annuso la presenza tua e forte mi sussulta pazzo il cuore.
Sul tuo passo mi getto, sull’orme tue.
Irrefrenabile, bestiale, l'istinto a te m'attrae.
Schiumar di bava più non mi basta ormai.
E non basta il nome tuo a saziar la brama mia.
Voglio sentire, intenso, il tuo sapore vero.

L’ANATOMOPATOLOGO

di Pietro Perrone

 Il dottore entrò nella camera delle autopsie, candida, asettica, un pò disfatta come la carne della morta prima della morte, quando si mostrava nella sua nuda e più intima verità.
I guanti di lattice fasciavano le dita affusolate, nascondevano le grassocce mani.
Una mascherina macchiata da gocce rosse, sulla bocca, striata gialla.
Tracce di un’altra autopsia eseguita nella sala accanto.
Più piccola.
Più accogliente, la saletta.
“Strano pensiero, quest’accoglienza”pensò il dottore.
Strano pensare all’accoglienza per dei cadaveri da dissezionare in mille pezzi.
Pelle multicolore.
Muscoli
Ossa color senape o ocra, opachi e rigidi.
Accoglienza.
Proprio no.
Scacciò il pensiero e si mise all’opera.
Ogni energia era necessaria, adesso.
Non si poteva lasciare nulla al caso.
S’avvicinò al cadavere e scoprì il corpo.
Ormai era gelato.
Duro.
Immobile.
Un leggero tremito scosse il dottore.
Il nome sul cartellino attaccato al camice del dottore, Armando Ciampa, era un dettaglio inutile.
Anche il nome sul cartellino legato al polso del corpo morto.
Dettagli insignificanti.
Il bisturi intaccò la pelle della donna.
Sotto al seno.
Il disegno rettilineo scese fino al ventre.
In basso.
Sotto l’inguine.
Con attenzione con la punta della lama sollevò il sottile lembo di cartone.
I corpo era come legno, ormai.
Stasera si gioca col destino”, pensò il Ciampa, intento al suo lavoro.
Un terribile lavoro, che metteva a dura prova la sua resistenza.
Ogni volta.
Davanti ad ogni corpo, ad ogni cadavere, ad ogni carogna.
Come in uno schema d’anatomia applicata, ogni giorno, sulla sua fronte, si apriva una ferita sanguinate.
Lui, il Ciampa, il primario anatomopatologo dell’Ospedale Fatebenefratelli del Cuore immacolato di chissà quale Madonna.
La stessa ferita.
Da trentacinque anni.
Sempre identica.
Da quando aveva cominciato quel mestiere di merda.
I pensieri del Ciampa s’erano fatti frenetici.
Come i suoi gesti.
Pur sempre precisi e misurati.
Millimetrici.
I gesti d’un chirurgo.
Gesti ormai isterici, però.
Sintomatici segni di una crisi nevrastenica.
I pensieri sopraffacevano i suoi gesti.
Ogni volta.
Scartare la confezione colorata del corpo umano.
E cercare dentro.
Cominciare e ricominciare ogni volta.
Una ricerca folle.
Non poteva più trattenersi…
Una domanda, era la sua ferita sanguinante.
La risposta, la sua ricerca.
La follia.
Il cielo gli aveva assegnato una missione.
Lo sapeva da quando s’era iscritto alla facoltà di medicina.
Diventare medico.
Chirurgo.
Anatomopatologo.
Autopsie.
Dissezioni.
Cadaveri.
Corpi a pezzi e pezzi di carne.
Questa era la sua missione.
Doveva trovare la risposta.
Suturare la sua ferita sanguinante.
Doveva prendere i pezzi di quella macchina perfetta.
Affiancarli uno accanto all’altro.
Ordinarli con precisione.
Allinearli sulla mensola di marmo grigio.
E osservarli.
Studiarli.
Scrutarli.
Interrogarli.
Strappargli la verità.
Il segreto.
Prima o poi.
Una volta o l’altra.
Svelare la realtà nascosta in quegli organi mollicci e appiccicosi, nascosti, al sicuro, ben stipati nella confezione colorata d’ogni uomo.
Aveva provato.
E riprovato.
E ogni volta ritentava.
Ogni volta, con ognuno di quei nomi finiti in un certificato necroscopico.
La verità.
Solo la verità può salvare il Ciampa dalla pazzia.
Lucida follia che si traveste di precisione professionale.
Cercava la verità.
Non doveva esser difficile.
Il Ciampa lo sapeva.
Lo sapeva bene.
Trovare il segreto per catalogare le razze umane non in base al colore della pelle.
Individuare il segno impresso nella materia stessa degli organi interni.
Una certezza scientifica.
Non una banale differenza di colore.
Banale indizio, quello.
La pelle bianca, gialla, rossa.
Troppo banale in questo modo.
Una differenza più profonda, la differenza vera.
La verità di Dio scritta il giorno della creazione.
La gerarchia degli uomini.
La graduatoria degli uomini sulla Terra...
Sta scritta qua dentro.
Deve stare scritta qua”.

LA FIABA DELL’OMBRA

di Pietro Perrone





 Tutto comincia quando s'accende la luce.
Io vivo nell'ombra.
 Ormai.
 Si.
 Devo dire ormai, perchè è proprio così.
 Vivo nell'ombra, come i vampiri, i fantasmi, le oscure presenze dell'anima.
 Ma io non sono uno di loro.
 Io ero un uomo, una volta.
 Tutto comincia, allora, quando s'accende la luce.
 E l'ombra sparisce.
 Di colpo, così, non posso più vivere.

 Io ero un uomo, una volta.
 Uno dei tanti.
 Un nome qualunque.
 Passavo davanti allo specchio ed ero certo di esistere.
 Come te, per esempio, che adesso stai qui davanti e ti specchi in queste incomprensibili righe.
 Ero fatto così.
 Ero bello, pieno di me.
 Come te, proprio come te, pronto a cestinare queste righe vuote di senso.
 Portavo la barba, per nascondermi un poco.
 Ma era un gioco sottile.
 La seduzione, il languore, il desiderio di me.

 Io ero un uomo.
 Un essere umano.
 Un maschio, una femmina..
 Che senso ha più, oramai?
 Nudo, mi piaceva guardarmi, dinanzi allo specchio.
 Mi piaceva toccarmi.
 Sentire la carne sotto le dita.
 E vedevo lo specchio ammiccare, torbido.
 Alle volte, nella penombra, sognavo conquiste, principi azzurri, regine, veneri bionde.
 Poi mi vestivo con piume e pennacchi.
 E pronto, partivo.

 Ormai tutto finisce quando s'accende la luce.
 La mia casa, adesso, è questo buio profondo.
 Dove lo specchio, crudele, orribile mostro, se ne resta nascosto.
 E dove, adesso, quello, implora, penoso, pietà.
 Solo adesso m'implora pietà?
 Adesso ch'è diventato un misero cieco?
 Anch'io implorai la sua, di pietà, una sera dannata.
 Ma me la concesse, lui, forse, la pietà ch'egli ora mi cerca?
 Cieco, lui, disperato, quello specchio, diventò d'improvviso.
 Un lampo, un gesto meccanico.Con un dito, era sera, accesi la luce.
 Muto, lo specchio annerì.

 Tutto cominciò, inatteso, quando cercai la luce.
 Era sera d'ombre, nuvole oscure sugli occhi.
 Nella stanza eran finiti i miei solitari giochi d'amore.
 I sogni m'avevan lasciato.
 Solo, nel buio, senza volto nè luce.
 Il corpo aveva stillato i suoi ultimi fuochi.
 Abbandonato, cercavo un sollievo, una conferma, un appiglio.
 M'alzai dal braciere del letto che lentamente languiva.
 M'aggrappai allo specchio.
 Col dito grattai l'interruttore fatale.
 Click. Piombò giù il lago di luce.

 Tutto così cominciò, quella sera.
 Con la pioggia iridescente, un silenzio irreale era caduto dal cielo.
 Nera, continuava a rimandare del buio l'immagine, lo specchio accecato.
 Una cappa strozzava la gola, un soffocante sudario.
 Nel gorgogliante mare di luce dorata s'apriva, sprofondata pupilla, la nera voragine del Polifemo appeso sul muro.
 Come un dannato mi precipitai nell'orrida bocca della famelica Gorgone.
 Vorticando le mani, rovistavo in quel molle mare di nulla.
 Cercavo il mio volto, una maschera, una fuggevole immagine.
 Un riflesso, un sogno, un ricordo.
 Ero sparito nel nulla.
 Neanche più il nome appeso al cartellino sul collo.

 Ecco, tutto ricomincia ogni volta che s'accende la luce.

 Io vivo nell'ombra.
 Ormai.
 Si.
 Devo dire ormai, perchè è proprio così.
 Vivo nell'ombra, come i vampiri, i fantasmi, le oscure presenze dell'anima.
 Ma io non sono uno di loro.
 Io ero un uomo, una volta.
 Tutto ricomincia, allora, quando s'accende la luce.
 E l'ombra sparisce.
 Di colpo, così, non posso più vivere.

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